Accuse e Controversie Involgendo Sacerdoti con Legami a "San Giuseppe"

La storia della Chiesa è segnata da vicende complesse, e tra queste, emergono casi di sacerdoti che si sono trovati al centro di gravi accuse o hanno generato ampie controversie con le loro dichiarazioni. Questo articolo esamina alcune di queste situazioni, in particolare quelle che hanno coinvolto sacerdoti legati a parrocchie intitolate a San Giuseppe o che portavano questo nome.

Il Caso di Don Giuseppe Rassello: Accuse, Condanna e Riconoscimento Postumo

Nella Sanità, quartiere di Napoli noto per le sue contraddizioni e il suo spirito di rinascita, operò don Giuseppe Rassello, predecessore di don Antonio Loffredo a partire dal novembre del 1989. Don Rassello, sin dal suo arrivo, scosse interessi consolidati di politici locali democristiani e agitò la pigrizia dei francescani che avevano gestito la chiesa di San Vincenzo. Coinvolse molti ragazzi nel recupero di monumenti antichi, tentando di avviare un percorso di rinascita per il quartiere.

Nel 1990, Rassello fu fermato a causa di accuse mosse da Antonio Borgo, un quattordicenne che frequentava la chiesa, proveniente da una famiglia difficile e con poca inclinazione al lavoro. Borgo lo accusò di averlo violentato, fornendo più versioni successive degli eventi. Nonostante alla Sanità quasi nessuno credesse alle accuse, dopo un arresto "spettacolo" eseguito in chiesa, don Rassello venne condannato. Gli allievi del liceo "Genovesi" dove aveva insegnato e i parrocchiani firmarono numerosi appelli di solidarietà, e la Curia stessa lo sostenne.

Dieci anni dopo, nel 2000, don Rassello morì nella sua Procida. Le sue ceneri furono successivamente trasferite alla Sanità nel 2009. Curiosamente, cinque anni prima, il suo accusatore Antonio Borgo era diventato sacerdote.

L'importanza del lavoro di don Rassello è stata sempre riconosciuta da padre Loffredo, che gli ha spianato la strada. Una pubblicazione di undici anni fa sulla chiesa di Santa Maria della Sanità riportava una dedica a don Rassello: "Amò e fece amare il Rione Sanità, anche così amando e facendo amare la gente della Sanità". Una convinzione ribadita da padre Loffredo che, in un discorso del due luglio scorso, non ha dimenticato di menzionare "il profeta don Giuseppe Rassello".

Foto della Chiesa di San Vincenzo alla Sanità o ritratto di Don Giuseppe Rassello

Le Accuse contro Don Stefano Segalini della Parrocchia San Giuseppe Operaio

A Piacenza, la vicenda di don Stefano Segalini, ex parroco di San Giuseppe Operaio, una delle parrocchie cittadine più popolose, ha generato un enorme clamore. Nel maggio 2019, a seguito di alcuni esposti giunti in Diocesi, l’allora vescovo Gianni Ambrosio lo aveva destituito dall'incarico di parroco. Successivamente, le indagini della polizia, coordinate dal sostituto procuratore Emilio Pisante, hanno portato al suo arresto nell’agosto del 2019.

Le accuse contro don Segalini erano pesanti: violenza sessuale e procurato stato di incapacità. Si sospettava che il sacerdote potesse aver somministrato droghe o sostanze chimiche alle sue vittime, tutti ragazzi maggiorenni, per poi commettere gli abusi. Don Segalini, dopo più di un anno agli arresti domiciliari in una struttura sul lago Maggiore a Verbania, è tornato libero nell’ottobre del 2020.

Il processo a suo carico si è svolto a porte chiuse. Al termine della requisitoria, il pubblico ministero Emilio Pisante ha chiesto una pena di sette anni. Tuttavia, secondo il PM, nel dibattimento non si è formata la prova che il religioso avrebbe effettivamente somministrato ai ragazzi alcune sostanze per ridurne le capacità. Durante il processo, don Stefano ha risposto alle domande del pm, del presidente del collegio giudicante Stefano Brusati e del suo legale, ripercorrendo la vicenda e ricordando il grande dolore causato dalle accuse. Il suo legale ha dichiarato: «Ha risposto con chiarezza a tutte le domande e chiarito svariati aspetti. Respingiamo con forza tutte le accuse».

In totale, una decina di ragazzi avevano sostenuto di aver subìto abusi e sono stati ascoltati durante le varie udienze. Solo uno di questi si era costituito parte civile all'apertura del dibattimento, ma aveva poi ritirato la sua richiesta. Questa circostanza ha indirettamente estromesso dal processo anche la Diocesi di Piacenza, che era stata riconosciuta come responsabile civile e quindi tenuta a pagare i danni in caso di condanna del sacerdote.

La vicenda provocò un enorme clamore in tutta la provincia, poiché don Segalini era molto conosciuto e stimato, come testimoniato dai tanti fedeli e amici che, all’apertura del processo il 16 gennaio 2020, avevano voluto dimostrargli la loro vicinanza. Molti sostenitori del sacerdote hanno sempre parlato di «un complotto per fare del male a don Stefano». Attualmente, don Segalini si trova in una struttura ecclesiastica, fuori dalla provincia, dove svolge un percorso di riflessione e di “ricostruzione spirituale” concordato con il Vescovo.

Edificio della Chiesa di San Giuseppe Operaio a Piacenza o immagine del tribunale

Le Dichiarazioni Controverse di Don Gino Flaim della Chiesa San Giuseppe e Pio X

Un'altra vicenda che ha suscitato ampie discussioni riguarda le parole di don Gino Flaim, collaboratore pastorale della chiesa di San Giuseppe e Pio X a Trento. In un'intervista trasmessa da La7, don Flaim ha rilasciato dichiarazioni che hanno fatto "sobbalzare la curia".

Di fronte al microfono, il sacerdote ha affermato: "La pedofilia posso capirla, l'omosessualità non so". Incalzato dalla giornalista del programma "L'aria che tira", ha aggiunto: "Purtroppo ci sono bambini che cercano affetto perché non ce l’hanno in casa e magari se trovano qualche prete può anche cedere. E lo capisco". Tali affermazioni sono state pronunciate mentre si parlava del tema dell'omosessualità, alla luce del coming out di monsignor polacco Krzysztof Charamsa alla vigilia del sinodo sulla famiglia.

Don Gino ha sostenuto di parlare in base alla sua esperienza, affermando "Io ho fatto tanta scuola, certe cose le so", e ha risposto che la responsabilità dei casi di pedofilia è "in buona parte" dei bambini. Immediata è stata la reazione dell'Arcivescovado di Trento, che ha precisato che tali frasi "non rappresentano in alcun modo la posizione dell’arcidiocesi di Trento e il sentire dell’intera comunità ecclesiale", dissociandosi pienamente dalle dichiarazioni dell'anziano prete diocesano, che, si legge in una nota, era stato interpellato "dalla cronista in un contesto del tutto casuale". La redazione de La7, tuttavia, ha replicato, precisando di aver intervistato don Gino "con telecamera a vista e in una situazione inequivocabile".

La posizione di rigidità contro i pedofili è stata recentemente rimarcata da Papa Francesco, che durante il suo viaggio negli Stati Uniti ha incontrato a Philadelphia le vittime degli abusi. "Dio stesso piange", aveva detto Bergoglio, promettendo: "Vi prometto che seguiremo la strada della verità, ovunque possa portarci."

Chiesa di San Giuseppe e Pio X a Trento o immagine generica di un'intervista giornalistica

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