Il fenomeno degli abusi sessuali commessi da sacerdoti sui minori rappresenta una delle pagine più dolorose e complesse nella storia recente della Chiesa Cattolica. In questi anni, numerosi casi sono emersi alla luce, portando a processi civili e canonici, condanne e un'accresciuta consapevolezza della necessità di una risposta più efficace e trasparente da parte delle istituzioni ecclesiastiche.
Introduzione al fenomeno degli abusi e le statistiche
Un rapporto dell'ottobre 2021, elaborato dalla commissione Sauvè sulla violenza sessuale nella Chiesa cattolica, stima in 330.000 il numero di minorenni che hanno subito violenze sessuali dal 1950 da parte di chierici, religiosi o persone legate alla chiesa. Secondo un rapporto presentato nel 2014 dal Vaticano, i casi accertati di abusi su minori commessi da sacerdoti sono 3.420, commessi a partire dagli anni '50. Solo in anni molto recenti, però, la Chiesa ha preso provvedimenti decisi per reprimere il fenomeno.

Casi emblematici di abusi sessuali nel clero
Il caso Bernard Preynat: uno scandalo internazionale
L'ex sacerdote Bernard Preynat, 79 anni, condannato nel 2020 a cinque anni di carcere per violenza sessuale su minori, è stato trovato morto domenica nella sua casa di Saint-Etienne, dove si trovava "da diverse settimane" dopo essere stato rilasciato con un braccialetto elettronico. È stata aperta un'inchiesta sulle cause della morte "anche se non c'è nulla di sospetto sul suo corpo che sarà sottoposto ad autopsia entro pochi giorni", ha precisato la procura. Lo scandalo Preynat coinvolse anche alti prelati e partiva dall'accusa al sacerdote di aver abusato di ragazzi minorenni nel corso dei campi scout che gestì tra il 1971 e il 1991. Le sue vittime avevano tra i 7 e i 14 anni. Nel corso del processo, concluso nel marzo 2020, Preynat ha ammesso di aver praticato 'carezze' che sapeva essere proibite. In Francia, lo scandalo è stato uno dei più celebri casi di abuso da parte di sacerdoti, ma anche di insabbiamento.
Il processo è arrivato a coinvolgere anche il superiore di Preynat, l'arcivescovo di Lione e cardinale Philippe Barbarin. Durante il processo, il pubblico ministero Dominique Sauves lo accusò di aver "spezzato" delle vite e di aver "usato il silenzio dei genitori e della Chiesa" per incrementare i suoi abusi. Uno degli avvocati delle parti civili ha stimato il numero delle vittime tra 3.000 e 4.000. Mantenuto in carica dalla diocesi di Lione fino all'autunno del 2015, anche se il suo operato era noto da tempo, padre Preynat ha chiesto perdono alle nove vittime che hanno testimoniato, mentre molti altri non hanno potuto sporgere denuncia a causa dei termini di prescrizione. Dopo aver rinunciato all'appello, è stato incarcerato nel 2021 nel centro penitenziario di Saint-Etienne-La Talaudière, nella Loira. Era stato sospeso a divinis solo nel 2019 al termine di un processo canonico, una decisione molto tardiva agli occhi delle vittime, simbolo del disagio della Chiesa di fronte a questa vicenda che ha segnato il destino del primate della Gallia, il cardinale Barbarin. Condannato nel 2019 per il suo silenzio, al termine di un clamoroso processo, l'ex arcivescovo di Lione è stato assolto in appello. Tuttavia ha preferito dimettersi dalla diocesi ed è oggi cappellano in Bretagna. La lotta dell'associazione delle vittime di padre Preynat, 'Le Parole Libere', ha ispirato il film "Grace a Dieu" di Francois Ozon, uscito nel 2019.
Casi recenti in Italia e Svizzera
Il processo a un sacerdote del Collegio Papio di Ascona
Inizia oggi, giovedì, il processo a carico di un sacerdote di 56 anni, già cappellano del collegio Papio di Ascona. L’uomo era stato arrestato un anno fa con l’accusa di abusi sessuali su minori. Da allora è in carcere e ha già cominciato a scontare la sua pena. L’arresto aveva suscitato sconcerto all’interno dello stesso collegio e tra la società civile, anche perché il 56enne è una persona molto nota nel suo ambiente: fino al suo arresto è stato assistente spirituale della Pastorale giovanile diocesana, che è la proposta educativa della Chiesa cattolica. Inoltre è stato docente al liceo di Lugano 2, a Savosa, e aveva rivestito anche la carica di responsabile dell’Ufficio istruzione religiosa scolastica. I casi di abusi con il quale sarà confrontato in aula sono una ventina. Gli episodi sarebbero avvenuti tra il 2015 e il 2023 per lo più in Ticino e quasi sempre in luoghi legati all’ambito ecclesiastico. Le vittime sarebbero 9, quattro minorenni e 5 maggiorenni. L’uomo avrebbe toccato i giovani nelle parti intime mentre eseguiva loro dei massaggi che definiva rilassanti. In un episodio, sarebbe andato oltre i toccamenti. La procuratrice pubblica Valentina Tuoni gli contesta dunque reati di natura sessuale. Secondo informazioni della RSI, il sacerdote avrebbe ammesso i fatti riguardanti due delle vittime identificate dalla Magistratura. Tutto è partito, ricordiamo, da una segnalazione che aveva raccolto direttamente l’amministratore apostolico della Diocesi di Lugano Alain de Raemy, che a sua volta aveva portato il caso alla Commissione di esperti in caso di abusi sessuali, che poi aveva accompagnato alla denuncia una delle nove persone che figurano sull’atto d’accusa. Non è invece per ora stato chiarito il ruolo del precedente vescovo di Lugano Valerio Lazzeri, ovvero se davvero avesse ricevuto già una segnalazione oppure no.
Il procedimento a carico di Don Luigi Grisi a Reggio Calabria
Si è aperta oggi, davanti al giudice per l’udienza preliminare dottor Treglia, una fase cruciale del procedimento penale a carico di Luigi Grisi, il sacerdote arrestato nel 2025 dai carabinieri con l’accusa di violenza sessuale ai danni di un minore. L’udienza, celebrata al Cedir, segna un passaggio decisivo per la ricostruzione dei fatti e l’accertamento delle responsabilità. Il religioso è indagato per episodi che, secondo l’accusa, si sarebbero verificati tra il 2015 e il 2016 e sarebbero proseguiti fino al 2020, anche dopo il raggiungimento della maggiore età da parte della vittima, all’epoca sedicenne. L’inchiesta ha inoltre evidenziato come, nonostante un successivo trasferimento in una parrocchia della provincia di Cosenza, il sacerdote avrebbe continuato a svolgere attività a contatto con minori. Secondo la ricostruzione investigativa, il sacerdote avrebbe approfittato del proprio ruolo e della fragilità familiare del giovane per instaurare un rapporto ambiguo, inizialmente caratterizzato da attenzioni e adulazioni, poi degenerato in abusi sessuali consumati in luoghi appartati della struttura ecclesiastica.

La vittima, coinvolta nelle attività pastorali della parrocchia reggina, sarebbe stata progressivamente manipolata sul piano emotivo e spirituale, sviluppando un legame di dipendenza nei confronti di quella che percepiva come una figura guida. Gli inquirenti riferiscono inoltre che, in alcuni casi, dopo gli abusi, il sacerdote avrebbe impartito una benedizione al ragazzo chiedendo «perdono» per quanto accaduto, contribuendo a rafforzare uno stato di soggezione psicologica che avrebbe impedito al giovane di opporsi o denunciare tempestivamente. Nel corso dell’udienza preliminare, il giudice ha ammesso la costituzione di parte civile sia della persona offesa sia dell’associazione “La Caramella Buona”, entrambe rappresentate dall’avvocato Sara Polito. La difesa dell’imputato, rappresentata dall’avvocato Luigi Ripoli, si è opposta in particolare alla costituzione dell’associazione, ma il giudice ha rigettato l’opposizione accogliendo entrambe le richieste. Successivamente, la difesa ha avanzato istanza di rito abbreviato condizionato all’audizione della persona offesa. Su questo punto il giudice si è riservato, rinviando l’udienza al prossimo 9 giugno, data in cui verrà sciolta la riserva e si deciderà se procedere con il rito richiesto o con il dibattimento ordinario. All’uscita dall’aula, il presidente dell’associazione “La Caramella Buona”, Roberto Mirabile, ha dichiarato: «Come Caramella Buona siamo soddisfatti di essere stati accolti come parte civile in questo procedimento molto molto importante e malgrado l’opposizione dell’avvocato dell’imputato il giudice e la pm hanno accolto la nostra richiesta. D’altronde abbiamo 30 anni di attività nel contrasto della pedofilia e oggi, più di prima, siamo su Reggio Calabria impegnati nel ristabilire quella che per noi è la verità e la giustizia, sempre dalla parte delle vittime». Soddisfazione anche da parte dell’avvocato Sara Polito: «Questo è l’ennesimo traguardo della Caramella Buona e ancora una volta siamo stati ammessi come parte civile in un procedimento importantissimo, perché riguarda un sacerdote, quindi un esponente della Chiesa, accusato di abusi ai danni di un minore che si era affidato a lui anche nel percorso come ministrante. Siamo particolarmente impegnati a sostegno della vittima e nel portare avanti l’esempio e l’azione della nostra associazione».
La condanna di Don Giuseppe Rugolo a Enna e le responsabilità della Curia
Il tribunale di Enna ha stabilito una pena di quattro anni e sei mesi e interdizione perpetua dall’insegnamento. La curia è stata riconosciuta responsabile civile. Decisiva la denuncia di un ragazzo oggi trentenne che aveva raccontato agli inquirenti gli abusi subiti tra il 2009 e il 2013. Don Giuseppe Rugolo è stato condannato a quattro anni e sei mesi per violenza sessuale ex articolo 609 bis e quater del codice penale (quindi su minori di 16 anni) e tentata violenza sessuale, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall'insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado. La curia vescovile della diocesi di Piazza Armerina è stata riconosciuta responsabile civile e dovrà rispondere in solido con il sacerdote del risarcimento delle parti civili. Prescritti invece i fatti avvenuti prima del maggio 2011.
Si è concluso così il 5 marzo il processo di primo grado al sacerdote di Enna, 42 anni, chiamato a rispondere di violenza aggravata su minori secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale. Il prete di Enna era stato arrestato il 27 aprile 2021 dopo la denuncia di Antonio Messina, sedicenne all’epoca degli fatti; nel corso delle indagini erano poi emerse anche altre due vittime minorenni. Il tribunale, composto dal presidente Francesco Pitarresi e dai giudici a latere Elisa D’Aveni e Maria Rosaria Santoni, ha emesso il verdetto dopo otto ore di camera di consiglio. Una sentenza che arriva dopo 22 udienze a porte chiuse e 53 testimoni sentiti. Il procedimento si era aperto il 7 ottobre 2021 davanti al tribunale di Enna; Messina, oggi trentenne, aveva raccontato agli inquirenti di essere stato abusato da Rugolo per quattro anni, dal 2009 al 2013. «Questa è una sentenza importante perché non solo è stata riconosciuta la responsabilità penale del sacerdote, ma è stato anche messo in luce un metodo abusante sostenuto dall'ambiente ecclesiastico locale», ha dichiarato Eleanna Parasiliti Molica, avvocata di Antonio Messina. «Sono soddisfatto per il risultato - ha commentato Messina - la condanna è un passo importante perché riconosce la presenza di abusi, anche se è chiaro che per me non ci sono stati tentativi di condizionamento nel corso del processo». Gli avvocati di Giuseppe Rugolo, Antonino Lizio e Dennis Lovison, non hanno rilasciato commenti.
La vicenda: Il 24 dicembre 2018 Antonio Messina aveva denunciato i fatti anche al vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana che, all'inizio del 2019, aveva disposto l'investigatio previa sul sacerdote. L'indagine ecclesiastica si era però conclusa in un niente di fatto, perché l'allora Congregazione per la dottrina della fede aveva stabilito di non essere competente in quanto Rugolo era ancora un seminarista all'epoca dei primi approcci con il ragazzo. Gli altri abusi, secondo quanto sostenuto dai giudici ecclesiastici, risalivano a quando Antonio era ormai maggiorenne e Rugolo non ancora sacerdote, e quindi non rientravano nei casi di competenza del diritto canonico. Certo è che, secondo le intercettazioni agli atti, il vescovo Gisana era al corrente delle violenze subite da Messina sin dall'agosto 2016, quando don Giuseppe Fausciana, parroco della chiesa di Sant'Anna a Enna, gli aveva riferito le confidenze ricevute dal ragazzo. A giugno 2017 sono i genitori di Antonio Messina ad andare per la prima volta dal vescovo a raccontare gli abusi subiti dal figlio, ma monsignor Gisana prende tempo, dicendo che si occuperà lui della faccenda. Passa ancora più di un anno prima che il vescovo incontri Antonio Messina, a ottobre 2018; don Rugolo, nel frattempo, viene nominato parroco della chiesa di San Cataldo. Il vescovo, dopo aver parlato con Antonio, da un lato avvia l'indagine ecclesiastica, dall'altro offre alla famiglia del ragazzo 25mila euro (che avrebbe preso dai fondi della Caritas) da giustificare con una generica causale di «borsa di studio». Un risarcimento con il vincolo del silenzio che Antonio Messina rifiuta. Intanto il sacerdote viene mandato nella diocesi di Ferrara per un periodo di studio e riflessione - periodo in cui Rugolo continua a essere in contatto con i ragazzini della parrocchia. Quando scatta la denuncia penale, anche Gisana risulta coinvolto: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!», si sente in un'intercettazione.
CHOC NELLA CHIESA: CONDANNATO A 4 ANNI E MEZZO DON GIUSEPPE RUGOLO. “CI PROVAVA CON I GIOVANI”
La responsabilità civile delle diocesi: una svolta giurisprudenziale
La decisione del tribunale di Vicenza scatterà in caso di condanna definitiva di un sacerdote che avrebbe molestato due ragazze. Se un prete commette abusi sessuali, a rispondere del risarcimento del danno a favore della vittima deve essere anche la diocesi a cui il religioso appartiene: il principio è contenuto in un provvedimento adottato dal tribunale di Vicenza che sta esaminando un caso di violenza sessuale, secondo l’accusa, commesso da un sacerdote ai danni di due ragazze minorenni. I giudici non hanno ancora condannato la Curia a pagare un indennizzo: la sanzione scatterà invece se l’imputato verrà condannato. Le motivazioni su cui i magistrati hanno fondato la loro decisione non sono ancora note, verranno depositate solo tra qualche giorno. Chiesti 100mila euro. Il processo all’interno del quale è scaturita la decisione riguarda un sacerdote di 81 anni, don Gianni Baccega, all’epoca dei fatti in servizio a Sant’Antonio del Pasubio, nel Vicentino. Don Gianni era stato denunciato nel 2013 dai genitori, suoi amici di famiglia, di due ragazze di 13 e 15 anni che avevano raccontato di essere state oggetto di qualche carezza un po’ troppo audace da parte del sacerdote; i fatti si sarebbero svolti tra il 2007 e il 2008, prima della denuncia ai carabinieri le giovani si erano rivolte anche ai servizi sociali. Don Gianni ha affrontato il processo proclamandosi innocente. Al processo, ancora lontano dalla sentenza, la famiglia delle ragazze si è costituita parte civile, chiedendo a don Baccega un risarcimento del danno pari a 100mila euro.
«Lo dice il codice civile»: All’ultima udienza del processo, quella richiesta è stata accolta dal tribunale, dunque in caso di condanna anche i beni della Curia potranno servire a pagare la somma. In attesa che il collegio depositi le motivazioni della decisione, per capire quale sia la logica che ha guidato la decisione possono fare testo gli argomenti illustrati in udienza dai difensori delle parti lese, gli avvocati Antonella Bonazzo, Michele Spina e Giovanni Bogoni. «Ci siamo richiamati all’articolo del codice civile - spiega l’avvocato Bonazzo - che in fatto di responsabilità lega il dipendente e il datore di lavoro: anche quest’ultimo deve rispondere del comportamento del primo. Noi riteniamo che la logica vada applicata anche al vescovo e ai suoi sacerdoti, nei casi di abusi sessuali». Insomma, la diocesi dovrebbe esercitare una qualche forma di controllo sui suoi ministri del culto, per evitare denunce. In Italia le gerarchie ecclesiastiche non sono mai state chiamate a rispondere direttamente dei reati commessi dai preti, principio che invece è già consolidato in altri paesi ad esempio negli Stati Uniti dove i casi di pedofilia nel mondo della Chiesa hanno fatto esplodere un vasto scandalo.

Le procedure della Chiesa Cattolica per la gestione degli abusi
Guida alle procedure della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF)
La disposizione che deve essere applicata è il Motu Proprio Sacramentorum sanctitatis tutela del 30 aprile 2001 insieme al Codice di Diritto Canonico del 1983. La presente è una guida introduttiva che può essere d'aiuto a laici e non canonisti.
Procedure preliminari
La diocesi indaga su qualsiasi sospetto di abusi sessuali da parte di un religioso nei riguardi di un minore. Qualora il sospetto abbia verosimiglianza con la verità, il caso viene deferito alla CDF. Il vescovo locale trasmette ogni informazione necessaria alla CDF ed esprime la propria opinione sulle procedure da seguire e le misure da adottare a breve e a lungo termine. Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte. Nella fase preliminare e fino a quando il caso sia concluso, il vescovo può imporre misure precauzionali per la salvaguardia della comunità, comprese le vittime. In realtà, al vescovo locale è sempre conferito il potere di tutelare i bambini limitando le attività di qualsiasi sacerdote nella sua diocesi. Questo rientra nella sua autorità ordinaria, che egli è sollecitato a esercitare in qualsiasi misura necessaria per garantire che i bambini non ricevano danno, e questo potere può essere esercitato a discrezione del vescovo prima, durante e dopo qualsiasi procedimento canonico.
Procedure autorizzate dalla CDF
La CDF studia il caso presentato dal vescovo locale e, dove necessario, richiede informazioni supplementari. La CDF ha a disposizione una serie di opzioni:
- Processi penali
- La CDF può autorizzare il vescovo locale a condurre un processo penale giudiziario davanti a un Tribunale ecclesiale locale. Qualsiasi appello in casi simili dovrà essere eventualmente presentato a un tribunale della CDF.
- La CDF può autorizzare il vescovo locale a istruire un processo penale amministrativo davanti a un delegato del vescovo locale, assistito da due assessori. Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove. L'accusato ha il diritto di presentare ricorso alla CDF contro un decreto che lo condanni a una pena canonica. La decisione dei cardinali membri della CDF è definitiva.
- Casi riferiti direttamente dal Santo Padre
In casi particolarmente gravi, in cui processi civili criminali abbiano ritenuto colpevole di abusi sessuali su minori un religioso, o in cui le prove siano schiaccianti, la CDF può scegliere di portare questo caso direttamente al Santo Padre con la richiesta che il Papa emetta un decreto di dimissione dallo stato clericale "ex officio". Non esiste ricorso canonico dopo un simile decreto papale. La CDF porta al Santo Padre anche richieste di sacerdoti accusati che, consapevoli dei crimini commessi, chiedano di essere dispensati dagli obblighi del sacerdozio e chiedano di tornare allo stato laicale. Il Santo Padre concede tale richiesta per il bene della Chiesa ("pro bono Ecclesiae").
- Misure disciplinari
In quei casi in cui il sacerdote accusato abbia ammesso i propri crimini e abbia accettato di vivere una vita di preghiera e penitenza, la CDF autorizza il vescovo locale a emettere un decreto che proibisce o limita il ministero pubblico di tale sacerdote. Tali decreti sono imposti tramite un precetto penale che comprendono una pena canonica per la violazione delle condizioni del decreto, non esclusa la dimissione dallo stato clericale. Contro questi decreti è possibile il ricorso alla CDF. La decisione della CDF è definitiva.

La revisione del Motu Proprio
La CDF ha in corso una revisione di alcuni articoli del Motu Proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, al fine di aggiornare il suddetto motu proprio del 2001 alla luce delle speciali facoltà riconosciute alla CDF dai Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Le modifiche proposte e sotto discussione non cambieranno le suddette procedure.
Di: Radiogiornale/Calcagno/FCi