Per comprendere appieno la figura del sacerdote, è indispensabile rifarsi ai testi biblici, che narrano le origini e la specificità del sacerdozio cristiano. Gli scritti dell'Antico Testamento riconoscono al sacerdozio un'importanza fondamentale, mentre il Nuovo Testamento, pur presentandosi come il compimento dell'Antico, lo colloca in una prospettiva radicalmente nuova.
Il Sacerdozio nell'Antico Testamento: Un'Istituzione Antica e Diffusa
La più antica testimonianza di un sacerdote nell'Antico Testamento risale a Melchisedek, contemporaneo di Abramo e re di Salem (Gn 14,18), indicando l'antichità e l'ampia diffusione di questa istituzione, persino prima dell'esistenza del popolo israelita. Successivamente, appaiono sacerdoti egiziani nella storia di Giuseppe (Gn 41,45.50; 46,22; 47,22.26) e Ietro, un sacerdote madianita, suocero di Mosè (Es 2,16; 3,1; 18,1-27). Il sacerdozio levitico, istituito più tardi (Es 28,1; 32,26-29), non rappresenta dunque una novità assoluta.
La preoccupazione del rapporto con la divinità, manifestatasi fin dai tempi preistorici, si era tradotta nella vita sociale con l'istituzione dei sacerdoti, uomini incaricati del culto. Pertanto, una prima definizione di sacerdote è: un uomo incaricato del culto. Le funzioni dei sacerdoti israeliti, principalmente custodi del santuario e offerenti di sacrifici, non erano molto diverse da quelle pagane. La differenza radicale risiedeva nel rifiuto del politeismo e del culto degli idoli.

La Novità Radicale del Sacerdozio Cristiano
Il sacerdozio cristiano si presenta nel Nuovo Testamento come una grande novità, segnando una rottura che inizialmente poteva apparire completa. I Vangeli non attribuiscono il titolo di sacerdote o sommo sacerdote a Gesù, né ai suoi discepoli. A Gesù sono attribuiti titoli come rabbi, maestro, profeta, Figlio di Davide, Messia o Cristo, Figlio di Dio, Signore. Gli Atti degli Apostoli parlano di "presbiteri", un termine che significa "più vecchio" o "anziano", non sacerdotale. San Paolo, nelle sue lettere, non usa mai le parole "sacerdote" o "sommo sacerdote". Questa assenza di titoli sacerdotali rivela una profonda consapevolezza della novità cristiana, che inizialmente rendeva impossibile l'uso di categorie antiche.
Una profonda rielaborazione delle categorie sacerdotali fu necessaria per la loro applicazione alla realtà cristiana, un processo che richiese anni ma si rivelò fondamentale per l'approfondimento del mistero di Cristo. Il risultato è che l'unico trattato sistematico di cristologia nel Nuovo Testamento è un trattato di cristologia sacerdotale, contenuto nella Lettera agli Ebrei. Le conseguenze ecclesiologiche di questa cristologia sacerdotale, pur di enorme importanza, non sono ancora pienamente espresse nel Nuovo Testamento, con rari testi che affermano la partecipazione della Chiesa (1 Pt 2,4-5.9) o dei cristiani (Ap 1,6; 5,10; 20,6) al sacerdozio di Cristo. Un passo della Lettera ai Romani (Rm 15,15-16) presenta una definizione del ministero apostolico che può essere considerata sacerdotale.
Il Sacerdozio della Nuova Alleanza: Fonte e Centro nel Cuore di Gesù
La novità del sacerdozio cristiano può essere riassunta come "il sacerdozio della Nuova Alleanza", che ha la sua fonte e il suo centro nel cuore sacerdotale di Gesù. Questa espressione evoca il sacerdozio di Cristo, chiamato "sommo sacerdote" (Eb 2,17; 3,1; 4,14-15) e "mediatore di una nuova alleanza" (Eb 9,15) nella Lettera agli Ebrei, citando l'oracolo di Geremia (Ger 31,31-34; Eb 8,8-12).
Ricorda inoltre l'Ultima Cena, dove Gesù presenta il calice del vino dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue" (Lc 22,20; 1 Cor 11,25). Coinvolge anche il ministero apostolico dei "ministri di una nuova alleanza" (2 Cor 3,6) e il sacerdozio di tutta la Chiesa, popolo della nuova alleanza (1 Pt 2,5.9).
L'Inefficacia del Sacerdozio Antico e la Promessa di un Cuore Nuovo
Nell'Antico Testamento, il legame tra sacerdozio e Alleanza non era esplicito e il problema dell'alleanza con Dio era anzitutto un problema di cuore, poiché "l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore" (1 Sam 16,7). Per avvicinarsi a Dio, era necessario un cuore purificato e santificato, ma nessun uomo era capace di una relazione autentica e profonda con Dio, come attestato da diversi passaggi biblici (Sal 95,10; Sal 53,3-4). Il sacerdozio dell'Antico Testamento non aveva alcun rapporto con il cuore, e le cerimonie di culto, definite dalla Legge, consistevano in riti esteriori e sacrifici animali, la cui inefficacia è denunciata dalla Lettera agli Ebrei (Eb 9,9; 10,1.4.11).
L'insufficienza della Prima Alleanza, fondata su una legge esteriore (Eb 8,7.13), era già riconosciuta nell'Antico Testamento. Di fronte a questa situazione, Dio aveva promesso, tramite Geremia (Ger 31,31-34), una "alleanza nuova" con una legge scritta sul cuore, non su tavole di pietra. Una legge esteriore, infatti, non poteva cambiare il cuore delle persone, e un cuore malvagio, come osservato da San Paolo (Rm 7,7-8), tendeva alla trasgressione. Ezechiele (Ez 36,26-27) annunciò un cambiamento ancora più radicale, promettendo un cuore nuovo e uno spirito nuovo.

Gesù Mediatore della Nuova Alleanza: L'Eucaristia e il Sacrificio d'Amore
Gesù rivela come Dio avrebbe stabilito la nuova alleanza nell'Ultima Cena, prendendo il calice del vino e dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue" (Lc 22,20; 1 Cor 11,25). Anche se i racconti di Matteo e Marco parlano del "mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti" (Mt 26,28; Mc 14,24), è chiaro che si tratta di un'alleanza completamente nuova, fondata sul sangue di un uomo che dà la vita per amore. L'istituzione dell'Eucaristia rivela che Gesù è il "mediatore della nuova alleanza" (Eb 9,15; 12,24), il sommo sacerdote la cui mediazione è un'opera d'amore: "Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1), un amore "più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici" (Gv 15,13).
Questa mediazione è radicalmente diversa dagli antichi tentativi, che usavano sangue animale senza amore (cfr Es 24,8). L'Eucaristia è una straordinaria vittoria dell'amore sul male e sulla morte, poiché Gesù anticipa la sua Passione, trasformandola in un dono d'amore che fonda l'alleanza, con una doppia dimensione: amore di Dio ("io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco" Gv 14,31) e amore degli uomini ("Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi" Gv 15,9). Nonostante non si svolga nel Tempio né sull'altare, la fede cristiana riconosce nell'Eucaristia e nel Calvario un sacrificio più vero dell'immolazione di animali, che annulla le antiche opposizioni tra obbedienza e sacrificio (1 Sam 15,22) e tra amore e sacrificio (Os 6,6). Il sacrificio di Gesù è stato un atto di perfetta obbedienza e amore, "obbediente fino alla morte" (Fil 2,8) e "ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore" (Ef 5,2).
Cristo è l'unico "mediatore tra Dio e gli uomini" (1 Tm 2,5) e l'unico perfetto sommo sacerdote, "reso perfetto" (Eb 5,9; 7,28) con il suo unico sacrificio, che è anche il sacrificio della sua consacrazione sacerdotale. La Lettera agli Ebrei ribadisce che Cristo è l'unico perfetto sommo sacerdote, non una delle tante figure intermediarie dell'Antico Testamento (sacerdoti, sommi sacerdoti, profeti, re). Solo Gesù Cristo è in grado di adempiere la funzione essenziale del sacerdozio, assicurando una mediazione tra gli uomini e Dio. Per una relazione autentica con Dio, bisogna passare attraverso Cristo (Gv 14,6) e il suo sacrificio, senza che alcuna persona umana possa sostituire la sua mediazione.
Un Sacerdozio Aperto alla Partecipazione: La Consacrazione dei Battezzati
Una delle grandi differenze tra il sacerdozio di Cristo e quello dell'Antico Testamento è che il primo è aperto alla partecipazione. L'antico sacerdozio, fondato sulla separazione rituale, non ammetteva la partecipazione: nessuno poteva accompagnare il sommo sacerdote nel Santo dei Santi (Lv 16,17), pena la morte (Nm 3,10.38).
Cristo, al contrario, ha ottenuto la consacrazione sacerdotale "rendendosi in tutto simile ai fratelli" (Eb 2,17). Il suo sacrificio è stato un atto di completa solidarietà, in cui il Figlio di Dio ha assunto la nostra natura e ha accettato di subire le nostre sofferenze e la morte, essendo "annoverato tra gli empi" (Lc 22,37; Is 53,12). La Lettera agli Ebrei insegna che l'"unica offerta" di Cristo (Eb 10,14) ha avuto un doppio effetto: lo ha reso perfetto, consacrandolo sommo sacerdote, e al tempo stesso "ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati [con il battesimo]" (Eb 10,14), consacrandoli sacerdoti.
Tutti i battezzati godono ora del privilegio, un tempo riservato al solo sommo sacerdote, di poter entrare nel santuario di Dio, anzi, in un privilegio superiore: non solo una celebrazione annuale in un santuario terreno, ma "piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù" (Eb 10,19), cioè "nel cielo stesso" (Eb 9,24), senza limiti di tempo. Sono anche invitati a offrire "un sacrificio di lode" (Eb 13,15) a Dio, in unione con il sacrificio di Cristo.
La Spiritualità Carmelitana e la Santità Sacerdotale
La spiritualità carmelitana offre un prezioso aiuto ai sacerdoti nel cammino della santità sacerdotale. Nel XX secolo, la Chiesa ha riconosciuto l'universalità di questa spiritualità attraverso la proclamazione del dottorato di Giovanni della Croce (1926), Teresa d'Avila (1970) e Teresa di Lisieux (1997). Un'altra figura carmelitana di spicco è Padre Maria-Eugenio del Bambino Gesù (1894-1967), il cui libro "Je veux voir Dieu" è considerato un "capolavoro" e una "somma di teologia spirituale".
I maestri del Carmelo non propongono un metodo specifico di preghiera, ma presentano i principi fondamentali della vita nello Spirito, descrivendo l'opera di Dio e la risposta dell'uomo attraverso le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. L'obiettivo è aiutare i sacerdoti a fissare lo sguardo di fede sullo Spirito Santo per realizzare la propria vocazione: vivere nell'intimità dello Spirito e sotto il suo impulso, e offrire un insegnamento che corrisponda al mistero divino.
L'Orazione come Fonte di Esperienza di Dio
Il Concilio Vaticano II ha sottolineato che le attività apostoliche sono luogo di santificazione per i sacerdoti, a condizione che siano nutrite "con l'abbondanza della contemplazione" e che l'Eucaristia sia feconda solo se "penetrano sempre più a fondo nel mistero di Cristo con la preghiera". Il sacerdote, come Gesù a Nicodemo, deve poter dire: "Parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto" (Gv 3,11). La scienza teologica, pur importantissima, non basta; è necessaria l'orazione come fonte di un'esperienza di Dio, dove Cristo diventa un amico e la Parola di Dio una parola divina che nutre e illumina. Il popolo di Dio riconosce il sapore speciale nell'insegnamento di un sacerdote che è uomo di preghiera.
Inoltre, l'orazione, ponendo il sacerdote sotto l'influsso dello Spirito, è la condizione per un ministero che partecipi davvero del sacerdozio di Cristo. I sacerdoti sono chiamati a imparare a pregare per diventare "maestri" di preghiera per coloro che sono loro affidati, ravvivando la loro fede. L'orazione è un intimo rapporto di amicizia, una presa di contatto con Dio Amore, che bussa costantemente alla porta del cuore, rispettando la nostra libertà. Si tratta di rispondere, di aprire il cuore per lasciarsi trasformare. Secondo Santa Teresa d'Avila, l'orazione è "l'orientamento del nostro amore con Dio-Amore, la ricerca amorosa del nostro essere filiale, il rapporto affettuoso che viene immediatamente instaurato". Teresa di Lisieux ha compreso che l' "amore misericordioso desidera incendiare le anime" e si chiedeva se l'amore disprezzato di Dio dovesse rimanere nel suo Cuore.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (2715) definisce la contemplazione come uno "sguardo di fede fissato su Gesù", cercato nella "fede pura" (2709). La fede è il mezzo essenziale per l'anima di giungere all'unione divina d'amore, la porta d'accesso a Dio, puro spirito, trascendente e al di là dei nostri sensi e della nostra intelligenza limitata. "Senza la fede, è impossibile essere graditi a Dio."
La Fecondità della Fede e il Contatto con Dio
I Maestri del Carmelo amano commentare le parole di Gesù sull'acqua viva: ""Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me". Come ha detto la Scrittura, da dentro di lui sgorgheranno fiumi d'acqua viva". Gesù chiede solo di credere in lui per darci l'acqua viva. Un atto di fede è orientare intelligenza e tutto l'essere verso Dio per aderire soprannaturalmente al suo mistero, verità, bontà, paternità e azione. Giovanni della Croce nel "Cantico Spirituale" afferma che la fede ci comunica e ci dona Dio stesso.
Il brano evangelico di Mc 5,25-34, dove una donna malata guarisce toccando il vestito di Gesù, mostra l'efficacia della fede: il contatto fisico della folla non ha alcun potere, mentre il contatto della fede ottiene una forza immediata. Così, rimanendo in un atteggiamento di fede viva davanti al Santissimo Sacramento, si riceve un aumento misterioso di vita divina. Siamo invitati a credere nella certezza del contatto con Dio quando facciamo un atto di fede. Dio è amore costantemente diffusivo, e il contatto con Lui tramite la fede arricchisce l'anima, attingendo alla sua infinita ricchezza. Padre Maria-Eugenio affermava che ogni contatto con Dio tramite la fede ha la stessa efficacia del tocco della donna malata. Anche in aridità o sofferenza, l'atto di fede raggiunge la realtà divina ed è efficace. Santa Teresa d'Avila, definendo l'orazione, sottolinea la necessità di un contatto "frequente", quotidiano e lungo con Dio. I sacerdoti sono esortati a dedicare almeno un'ora quotidiana all'orazione, prendendo il tempo di essere per il Signore con ferma decisione, nonostante le prove e l'aridità.

Aridità e Oscurità della Fede: Il Contatto Reale con Dio
Nell'orazione, è possibile sperimentare fervore, ma più spesso si incontra aridità, perché la luce di Dio è infinita e trascendente. San Giovanni della Croce paragona l'orante a un pipistrello: l'intelligenza, abbagliata dalla luce di Dio mediata dalla fede, non trova concetti per riflettere, cadendo nella distrazione. In questi momenti, è essenziale ricominciare l'atto di fede, tuffandosi nel buio del mistero di Dio, con la certezza che l'atto attinge a Dio. Giovanni ne conclude che, in questa vita, per comunicare immediatamente con Dio, l'anima deve unirsi alle tenebre in cui il Signore ha promesso di abitare. Dopo la morte, vedremo "faccia a faccia" il Dio con cui siamo già uniti nell'oscurità della fede.
Anche Santa Teresa di Lisieux conosceva l'importanza di fissare Dio con lo sguardo di fede, nonostante l'oscurità e l'aridità. L'orazione, dal punto di vista dell'attività dell'anima, è "la fede amante che cerca Dio", una successione di atti di fede. Non si tratta di sentire, vedere o gustare, ma di contattare Dio realmente mediante la fede, che è caratterizzata dall'oscurità e dal silenzio. Questa "scienza d'amore", infusa dallo Spirito Santo, è l'esperienza profonda dell'anima, al di là dei sensi. Tale "fede oscura, ma feconda" permette allo Spirito di invadere i preganti, infondendo la scienza d'amore e la luce pratica per il ministero quotidiano. Santa Teresa di Lisieux, pur sperimentando l'aridità, confidava che Gesù la guidava "ad ogni istante" e le ispirava ciò che doveva dire o fare "tra le occupazioni della giornata", grazie al contatto dell'orazione. Questa "fede oscura, ma potente", si manifesta nell'intercessione dei santi, che tocca il cuore di Dio.
Il Sacerdote: Servo, Testimone e Uomo di Dio per gli Altri
Ogni sacerdote è chiamato per essenza a rendere presente Cristo nel mondo. Egli è "l'uomo della verità", un faro che proietta la luce del Vangelo in mezzo alle "onde ostili alla fede", affinché l'uomo possa scorgere il sentiero sicuro della vita. Il sacerdote è anche "servo" degli uomini, un servo a tempo pieno del Vangelo e di Cristo in ogni momento. La parola "part-time" non può esistere nel vocabolario del presbitero, la cui chiamata è conformata all'immagine e alla missione di Cristo: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo" (Mt 8,20).
Il sacerdote è uomo di preghiera, attingendo continuamente al cuore di Cristo e di Maria la forza per essere un costruttore di vita. La preghiera non è un rituale abitudinario, ma un bisogno essenziale di manifestare a Dio la propria dipendenza. Nella frenesia della vita, la preghiera dona un sano discernimento, mettendo "ordine", divenendo "rugiada dell’anima" che dà freschezza alla pastorale e infonde la giusta luce alla "vista spirituale". La sua preghiera avrà un varco privilegiato nel cuore di Dio se i suoi desideri saranno in armonia con quelli di Cristo e legati allo Spirito Santo. Il sacerdote deve essere capace di portare e salire sulla croce ogni giorno, facendosi sacrificio e donando la sua vita per il bene degli uomini, soprattutto quando le logiche del mondo si oppongono a quelle di Dio.

La Pro-esistenza Sacerdotale: Vivere per gli Altri
La "pro-esistenza" del sacerdote, ovvero una vita completamente spesa per gli altri, è un concetto fondamentale. Tale atteggiamento nasce dall'assenza di ogni autoreferenzialità, per "essere-per-gli-altri". Un parroco che si spende incondizionatamente per la gente diviene un testimone credibile dell'amore di Dio, poiché solo l'amore è credibile. I fedeli desiderano incontrare un uomo che "si sporca le mani" conquistando i cuori, immagine del Cristo, "servus caritatis": "Il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20,28; Mc 10,45). Il servizio sacerdotale si pone nel dinamismo di spoliazione delle proprie vedute personali per portare gli uomini all’incontro con Cristo, che si è spogliato delle prerogative divine. Benedetto XVI ha sottolineato che nulla fa soffrire tanto la Chiesa quanto i peccati dei suoi pastori, esortando alla conversione e al ricorso alla Divina Misericordia per essere preservati dal rischio di danneggiare coloro che si devono salvare.
Come il Servo del Signore, Gesù Cristo si è abbassato fino in fondo alla condizione umana, sedendo a mensa con l'uomo peccatore per la riconciliazione con il Padre. Nel gesto della lavanda dei piedi, il Cristo, Servo di Jhwh, si china davanti all'uomo, annunciando il sacrificio redentivo sulla Croce. "Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli" (Lc 12,37). Egli, il Grande, si è fatto servitore (cfr. Mc 10,43). Cristo si è lasciato consumare nel torchio della storia per ricondurre l'uomo a riconoscere il volto d'amore di un Dio che non ha avuto paura di divenire nostro compagno di viaggio. Cristo è il Servo che, posto come fondamento dell'intero edificio, sostiene ogni realtà. Il Crocifisso morto per noi è il culmine più alto di una vita spesa per gli altri, e siamo chiamati a farci imitatori di Cristo (cfr. Fil 2,5-8). Il Figlio stesso si dona liberamente e per amore, un atto di totale abbandono nelle mani di Colui che lo avrebbe risuscitato dai morti. Cristo ha caratterizzato tutta la sua esistenza terrena come un dono costante per gli altri, un vivere totalmente per gli altri, in vista di una comunione che vuole stabilire con essi. Il sacerdote, lasciandosi vivificare dalla diakonía, si comprende realmente come immagine del Cristo se segue le orme del suo Maestro, unico Capo della Chiesa. Il presbitero deve correre verso l’identificazione con Cristo, perché la sua esistenza non gli appartiene, ma egli è di Cristo come Cristo è di Dio (cfr. 1Cor 3,23). La gente vuole vedere un prete che, nell’umiltà, sa trattare con tutti, ponendosi al servizio dell’intera parrocchia e comunità, senza escludere nessuno. Il prete è chiamato a farsi carico delle sofferenze delle persone, portando quella consolazione che solo Cristo può dare.
Profondo nella Liturgia, Aperto nella Testimonianza
Cristo, sommo Sacerdote, è il Liturgo sempre vivente che il sacerdote è esortato a imitare. Il Signore Risorto si fa sempre presente nella sua Chiesa e nelle azioni liturgiche, ma la vera liturgia è quella che Egli celebra quale nostro Sommo Sacerdote "sempre vivente" in una perenne intercessione presso il Padre (Eb 7,25; Rm 8,34). Un sacerdote che celebra bene e con profonda devozione è un efficace segno che suscita stima, rispetto e adesione nei fedeli. Una liturgia vissuta fa comprendere al popolo che chi presiede si lascia cogliere da quell’unico Mistero d’amore che è venuto a salvarci.
Il sacerdote deve essere la testimonianza del Testimone per eccellenza. La sua testimonianza, per essere credibile, deve radicarsi nella testimonianza della Chiesa, che a sua volta deve offrire al mondo l'annuncio del Risorto: "è solo Lui il Signore" (cfr. 2Tm 1,8). La Chiesa è chiamata ad essere testimonianza tangibile del Cristo venuto a rendere testimonianza alla verità (cfr. Gv 18,37). Il sacerdote ha il ruolo di essere luce, sale e lievito nel cuore dell’umanità, chiamato a farsi eucarestia e parola, spezzando la propria vita per coloro a cui è inviato, realizzando la promessa di Cristo: "Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).
I fedeli richiamano i sacerdoti a recuperare la vita interiore, affinché il cuore del consacrato sia un cuore sacerdotale, sempre, senza interruzioni. Essi intuiscono il profondo ruolo della missione sacerdotale quando i ministri la offrono integra e attraente. La perfetta configurazione del sacerdote a Cristo Sacerdote genera la santità di vita, non ostentata, ma colta dai fedeli come una dinamica di fedeltà a Dio e agli uomini. Questa configurazione permette al sacerdote di affermare: "Non vivo più io, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20).
Il sacerdote è un uomo di Dio per gli altri uomini. La vocazione è innanzitutto un’iniziativa di Dio verso la nostra vita, un compito particolare che esige una speciale intimità con Lui, consistente nell’essere la voce di un Altro, un testimone di Dio. La vita sacerdotale è dunque donazione. Chi intende trattenere qualcosa per sé può scegliere altre strade. La vita del presbitero è partecipazione alla vita di Gesù che ha donato e dona se stesso, "si è svuotato, ha spogliato se stesso, si è dato senza misura" (Fil 2,7). Il centro del sacerdozio sta nella celebrazione dei sacramenti, frutto della donazione senza misura di Gesù, da cui il sacerdote attinge forza. La donazione di Cristo realizza uno scambio a vantaggio dell’uomo: mentre dà a noi tutto se stesso, prende su di sé tutto il nostro male, assieme al nostro bene. Gli uomini aspirano a ricomporre in unità il passato, il presente e il futuro, e cercano l’unità con gli altri, la famiglia, gli amici, il lavoro. Essa è un dono di Dio, opera del suo Spirito che la crea attraverso i suoi doni.