Epimenide: Sacerdote, Filosofo e Sapiente di Creta

Vissuto a Creta tra il VII e il VI secolo a.C., il sapiente Epimenide è fra i personaggi più misteriosi del mondo antico. Sacerdote e teologo greco, da alcuni annoverato tra i sette savi, la sua figura ha assunto nella tradizione i colori della leggenda. In questa biografia incerta spiccano alcune "paradossali" esagerazioni. La storiografia moderna ha spesso messo in discussione la sua esistenza storica, ma le numerose testimonianze raccolte dall'antica dossografia non lasciano dubbi sulla sua figura storica. Da Senofane a Diogene Laerzio, da Platone a Plutarco giungono dettagliate descrizioni in chiave mitica della sua lunghissima vita, costellata di fatti straordinari.

Ritratto immaginario di Epimenide, filosofo cretese

Vita e Leggende

Nacque a Cnosso o a Festo, tra l'VIII e il VII secolo a.C. Secondo la tradizione, la sua vita fu lunghissima, raggiungendo i 299 anni secondo la tradizione cretese, interrotta da lunghi sonni. Diogene Laerzio, ad esempio, racconta come un giorno, da giovane, Epimenide fosse stato inviato dal padre a rintracciare una pecora nei campi. Addormentatosi in una caverna, vi dormì per cinquantasette anni. Una volta risvegliatosi e tornato in quella che avrebbe dovuto essere la sua casa, non trovandovi più alcuno che conoscesse, si imbatté nel fratello, ormai anziano, comprendendo quanto era successo.

Da quella eccezionale esperienza trasse la convinzione di un suo rapporto privilegiato con gli dèi, in particolare con Apollo delfico, di cui si fece interprete. Per questo motivo si diede all'approfondimento di cose sacre, fino a raggiungere una competenza tanto riconosciuta da far sì che da quel momento capisse di essere caro agli dèi e di avere un legame particolare con loro.

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La Missione Purificatrice ad Atene

L'arrivo ad Atene è sicuramente l'episodio più rilevante della vita di Epimenide. Grazie alla sua fama di uomo vicino alla divinità ed esperto di cose sacre, verso il 600 a.C. fu lo stesso Solone a invitarlo ad Atene per purificare la città. Gli Ateniesi, in particolare la famiglia degli Alcmeonidi, verso il 630 a.C. si erano macchiati di un sacrilegio, avendo ucciso Cilone e i suoi seguaci, che avevano tentato di impadronirsi del potere e si erano rifugiati presso gli altari delle divinità. Violando la protezione divina, gli Alcmeonidi li avevano strappati dagli altari ed eliminati. Per questo motivo una maledizione era ricaduta sulla città e, secondo Diogene, una pestilenza imperversava nell'Attica.

Quanto alla "missione purificatrice" da lui compiuta nei riguardi della città, le interpretazioni sono molteplici. Alcune tradizioni "sciamanistiche" ritengono che Epimenide sia accorso a liberare la polis da una terribile epidemia di peste in qualità di taumaturgo. Plutarco, invece, individua una correlazione tra il viaggio di Epimenide e l'opera riformatrice intrapresa da Solone (594-591 a.C.) contro le lotte intestine scoppiate fra gli ateniesi. Chiamato da Solone, Epimenide purificò la città ordinando il tipo e il modo dei sacrifici da celebrare, regolamentando le istituzioni religiose e iniziando la città ai sacri misteri. Quindi fece ritorno a Creta senza accettare ricompense.

Questioni Cronologiche

La nascita di due differenti cronologie è dovuta, probabilmente, all'erronea correlazione fra Epimenide e l'esilio che gli Alcmeonidi subiscono più volte nel corso della storia ateniese. Infatti, gli Alcmeonidi colpevoli dell'omicidio di Cilone e dei suoi seguaci vengono esiliati dopo la purificazione di Epimenide, ma i loro discendenti rimangono colpiti dalla maledizione e si hanno notizie di altri periodi di esilio sotto Pisistrato e al momento della cacciata dei Pisistratidi (508/7 a.C.). Chi ha considerato di collocare l'esperienza ateniese di Epimenide verso il 500 a.C. ha verosimilmente fatto confusione tra questi momenti.

Mappa dell'antica Atene con luoghi di culto

Opere e Pensiero Filosofico

Le fonti antiche raccontano che Epimenide «compose versi e purificò le città». La tradizione gli attribuisce opere poetiche di carattere "pedagogico", composte per promuovere il rinnovamento morale e politico della cultura greca. Diogene Laerzio fornisce una lista di opere attribuite a Epimenide, su cui permangono molti dubbi: avrebbe composto, in versi, la Nascita dei Cureti e dei Coribanti, la Teogonia (altrimenti intitolata Χρησμοί, "Vaticini"), la Costruzione della nave Argo, il Viaggio di Giasone tra i Colchi, Minosse e Radamanto, e, in prosa, i Sacrifici e la Costituzione di Creta. Secondo una testimonianza, alle origini, come una sorta di arché, Epimenide poneva Aere e Notte, dai quali nasceva il Tartaro. Sembra si possa determinare la figura storica di Epimenide come sacerdote in Atene una decina d'anni prima delle guerre persiane (cioè verso la fine del VI secolo a.C.) e autore, se non d'altro, della Teogonia, di cui alcuni frammenti sono giunti fino a noi.

La realizzazione di uno stato di concordia non avrebbe potuto prescindere da un'attenta attività di riflessione sul discorso politico. Per questo motivo Epimenide può essere considerato tra i primi pensatori presocratici ad aver riflettuto sulle insidie del linguaggio e sull'uso politico della parola. Epimenide fu veramente filosofo, un "sapiente" nel senso greco del termine. Epimenide guarda al passato non come a un repertorio di fatti e dati acquisiti, ma come a un campo di cose oscure che devono essere illuminate dalla ragione che interpreta.

Epimenide e il "Paradosso del Mentitore"

Alla critica della tradizione sembra si debba connettere anche il frammento riportato da Paolo, da cui già gli antichi trassero la nozione del paradosso del mentitore: «Cretesi sempre bugiardi, bestie malvagie, oziosi ghiottoni». A Epimenide, esperto di cose sacre, iniziato ai misteri e interprete della divinità, sembra vada dunque ascritto il merito di aver applicato, per primo o tra i primi, il metodo dell'analisi critica alla tradizione e di aver sottoposto a controllo tutta la conoscenza mitica e cosmologica precedente.

Secondo alcuni, il cosiddetto "paradosso del mentitore" nacque proprio dall'affermazione di Epimenide che «tutti i Cretesi sono bugiardi». Essendo egli cretese avrebbe dovuto conseguentemente essere bugiardo e perciò la sua affermazione sarebbe falsa poiché pronunciata da un bugiardo. Non è tuttavia noto se l'affermazione di Epimenide fosse intesa come un paradosso del mentitore. Diogene Laerzio ha attribuito l'ideazione del paradosso al filosofo megarico Eubulide di Mileto (IV secolo a.C.), il quale riformulò l'affermazione di Epimenide dicendo ψευδόμενος (pseudòmenos), «io sto mentendo».

Illustrazione del concetto del paradosso logico

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