Il Sacerdote Cattolico e la Lotta alla Mafia: Una Prospettiva Storica e Attuale

La relazione tra la Chiesa Cattolica e il fenomeno mafioso è un tema di lunga data e di complessa analisi, spesso oggetto di dibattito e incomprensioni. Le affermazioni contenute nella relazione annuale dell'ex procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, hanno evidenziato un presunto silenzio della Chiesa di fronte alla criminalità organizzata per decenni, citando l'assassinio di figure come don Diana e don Puglisi senza una reazione immediata da parte dell'istituzione ecclesiastica.

Roberti ha sostenuto che "la Chiesa potrebbe moltissimo contro le mafie" e che vi sarebbe stata "grande responsabilità per i silenzi", rilevando un cambiamento solo con Papa Francesco e la scomunica dei mafiosi nel 2015. Questa ricostruzione, tuttavia, si scontra con una realtà storica più articolata e documentata.

Tematica foto: La giustizia e la fede in un mondo corrotto, con un contrasto tra luce e ombra

La Chiesa e la Mafia: Una Storia Complessa e Dibattuta

Le Critiche sul Silenzio Storico della Chiesa

Nonostante le osservazioni di Roberti, che menziona di passaggio anche la denuncia di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, la sua analisi tende a sottovalutare un impegno che ha radici ben più profonde. L'accusa di silenzio, spesso rivolta al cardinale Ruffini, arcivescovo di Palermo nel dopoguerra, riflette un periodo in cui molti, incluse personalità istituzionali, non avevano ancora compreso la pericolosità del fenomeno mafioso. Un esempio lampante di questa sottovalutazione è il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Giuseppe Guido Loschiavo, che nel 1955, in occasione della morte di Calogero Vizzini, scrisse sulla mafia come un'organizzazione rispettosa della magistratura e capace di affiancare le forze dell'ordine.

Come rimproverare, in tale contesto, al cardinale Ruffini, che non era un magistrato, di avere sottovalutato il problema? È questo il "terreno maledetto che è la cultura mafiosa" in cui affonda le sue radici la mafia, come ha spiegato don Maurizio Patriciello.

Le Prime Voci di Denuncia: Il Risveglio della Chiesa Siciliana

Già a partire dalla seconda metà del secolo scorso, con l'emergere della gravità del fenomeno mafioso nella coscienza civile, la Chiesa siciliana ha iniziato a denunciarlo con fermezza. La Conferenza episcopale siciliana (Cesi), sotto la presidenza dell’Arcivescovo Salvatore Pappalardo, fin dal 1973 "segnalò senza eufemismi il male della mafia nella realtà siciliana", come osservato da F. M. Stabile. L'opera di denuncia del cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo, negli anni ottanta del secolo scorso è ampiamente riconosciuta.

Nel gennaio 1990, i vescovi di Agrigento e di Catania dichiararono senza mezzi termini che "la mafia è segno del potere di Satana" e che "il mafioso è scomunicato". Le denunce dei vescovi siciliani e di altre regioni del Sud sono state chiare e ripetute anche nel nuovo millennio.

Posizioni Ufficiali e la Scomunica per i Mafiosi

È significativo che già nell'autunno del 1982, la Conferenza episcopale siciliana avesse comminato la scomunica per gli autori di crimini di stampo mafioso, come riportato da D. Mogavero nel "Giornale di Sicilia" nel 1989. Questa non era quindi una novità introdotta da Papa Francesco, il quale ha certo ribadito e confermato tali posizioni, ma partendo da prese di posizione dei suoi predecessori e dei vescovi meridionali.

Il monito ai mafiosi "Convertitevi" di Papa Giovanni Paolo II nel 1993 alla Valle dei Templi di Agrigento, pronunciato dopo l'incontro con i genitori del giudice Rosario Livatino, è un altro momento cruciale. Tuttavia, Franco Roberti ha ricordato che anche tali interventi, sebbene potenti, necessitano di essere contestualizzati e che spesso sono stati seguiti da un ritorno al silenzio o da segnali intimidatori da parte della mafia.

Un cambiamento nei rapporti tra la Chiesa come istituzione e la mafia si è notato con il pontificato di Papa Francesco. Nel 2014, durante una visita a Cassano all’Ionio, in Calabria, Papa Francesco ha pronunciato parole chiare: "Quelli che nella loro vita seguono questa strada del male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio, sono scomunicati". I vescovi della Calabria, come Monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, hanno seguito l'esempio del Papa denunciando apertamente le connessioni tra criminalità organizzata e società locale.

I Sacerdoti in Trincea: Testimonianze di Coraggio e Sacrificio

Figure Iconiche della Lotta Antimafia

Oltre alle dichiarazioni ufficiali, la Chiesa ha espresso la sua opposizione alla mafia attraverso le vite di sacerdoti che hanno pagato con il sacrificio supremo. Nel 1993, don Pino Puglisi, un semplice sacerdote, non un "prete-antimafia", ha testimoniato con la sua vita la radicale contrapposizione tra il Vangelo e la mafia. Il 25 maggio 2013, don Puglisi è stato riconosciuto martire della fede e proclamato beato. Anche don Giuseppe Diana, ucciso dalla Camorra nel giorno del suo compleanno, è un simbolo di questo impegno.

Un punto di riferimento che scuote le coscienze è don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di «Libera», un'associazione che combatte le mafie e promuove la giustizia sociale, diventato un simbolo della lotta ecclesiastica contro la criminalità. Progetti come "E!State Liberi!", campi di volontariato organizzati da Libera, coinvolgono giovani da tutta Italia e dall’estero in attività di sensibilizzazione e impegno civile sui beni confiscati alle mafie.

Don Luigi Ciotti: le mafie al Nord

Sacerdoti Minacciati e Aggrediti Oggi

Molti sacerdoti, in luoghi spesso dimenticati del nostro Paese, convivono ogni giorno con minacce, ritorsioni e attacchi, applicando il Vangelo e cercando di salvare il prossimo dalle grinfie letali delle mafie. Questi "sacerdoti in trincea" sfidano i clan tra intimidazioni e violenze.

  • Felice Palamara, parroco a San Nicola di Pannaconi (Vibo Valentia), ha subito un tentativo di avvelenamento con candeggina nel vino per la messa e la distruzione dell'auto. La sua reazione: "Mi vendicherò con l’amore, con la misericordia, perché l’arma che conosco ed uso sarà solamente il perdono".
  • Giovanni Rigoli, parroco di Varapodio (Reggio Calabria), è stato aggredito per disposizioni parrocchiali anti-Covid e ha visto la sua auto incendiata. La Conferenza episcopale calabra ha parlato di "criminali accecati da una mentalità mafiosa".
  • Tonino Saraco, che gestisce un Centro di aggregazione sociale ad Ardore (Locride) in un immobile confiscato alla ‘ndrangheta, ha trovato una busta con cinque proiettili e un avvertimento: "Se continui così tutti questi colpi te li spariamo in testa".
  • Giacomo Panizza, 76enne in Calabria da 50 anni, fondatore della comunità Progetto Sud a Lamezia Terme (che opera in immobili confiscati alla ‘ndrangheta), ha subito pesanti minacce, spari e addirittura una bomba. È stato insignito dal presidente Sergio Mattarella dell’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
  • Maurizio Patriciello, parroco a Caivano (Napoli), è da sempre impegnato nella lotta per salvare la "Terra dei Fuochi" e contro la camorra. Una bomba carta è esplosa davanti alla sua chiesa l'11 marzo 2022. Don Patriciello, che vive sotto scorta, sottolinea l'importanza di "un esercito di testimoni che aiutano i ragazzi e un esercito di forze dell’ordine sane", camminando spesso nel Parco Verde, un rione in mano alla criminalità organizzata.
  • Antonio Coluccia, prete salentino che opera a Roma e vive da due anni sotto scorta, ha subito diverse aggressioni a Tor Bella Monaca e al Quarticciolo durante fiaccolate per la legalità, sfidando i clan a suon di megafono. "Non c’è Vangelo senza rischio e non c’è rischio senza Vangelo", scandisce Coluccia.
  • Stefano Giaquinto, parroco di San Michele Arcangelo di Casagiove, si ribella allo strapotere della camorra, subendo danneggiamenti al centro di volontariato e un assalto con un punteruolo in sagrestia. Per don Stefano, "questo è il tempo di seminare il bene contro il male".

Il Ruolo Scomodo del "Prete Antimafia"

L'espressione "preti antimafia" o "preti di frontiera", pur con intenti lodevoli, non aiuta, in quanto può far passare l’idea che l’opposizione al crimine organizzato sia un’opzione facoltativa, e non una necessità ovvia per chi predica il Vangelo. Sacerdoti come don Giacomo Ribaudo, parroco della chiesa dei Decollati a Palermo, non amano questa etichetta, affermando: "Il nostro ruolo è culturale e sociale, mentre i compiti di repressione spettano allo Stato. Noi dobbiamo annunciare il Vangelo e difendere i deboli, promuovere la giustizia e la solidarietà, contro ogni forma di prepotenza e di prevaricazione." Per i sacerdoti, la testimonianza cristiana e la responsabilità civile devono saldarsi, offrendo un esempio coerente di servizio alle persone e rifiutando l'idea di "specializzazioni" nel loro ruolo.

La Parola di Dio è spesso scomoda, provocante, "urticante", come diceva don Milani, ma è parola di vita e speranza. Senza dimenticare l'insegnamento di Papa Francesco, la Chiesa deve abitare la storia, non può rimanere ai margini della lotta per la libertà, la dignità, l'uguaglianza e il rispetto dell'ambiente. Tutti i cristiani sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore, anche se a molti "dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia".

Tematica foto: Sacerdoti che interagiscono con la comunità in contesti difficili, magari con giovani o anziani in periferie

La Chiesa e la Cultura Mafiosa: Aspetti Teologici e Pastorali

Il Paradosso di Fede e Criminalità

È un fatto storico che tra la Chiesa e le organizzazioni criminali ci sia stato un rapporto quantomeno ambiguo. Molti boss si dichiarano religiosissimi, da Provenzano, che aveva riempito il suo covo di santini, ad Angelo Bottaro, boss di Siracusa, che fu ammazzato mentre recitava il rosario. L’unico anticlericale dichiarato tra i mafiosi è stato Matteo Messina Denaro, un’anomalia per i boss, che ottengono il consenso anche attraverso lo sfruttamento del cattolicesimo e delle sue liturgie. Questo paradosso ha portato a riflettere sulla "teologia mafiosa", che concilia l'essere cattolico con l'essere mafioso.

Connivenze e Distorsioni del Messaggio Cristiano

La connivenza tra Chiesa e mafiosi non è solo una parentesi relegata al secolo scorso. Esempi emblematici sono casi come padre Mario Frittitta, accusato di aver favorito la latitanza di Pietro Aglieri, e don Agostino Coppola, nipote di un capo di Cosa Nostra americana, che faceva parte dell'organizzazione e sposò segretamente Totò Riina. Nel 2013, a San Paolo Belsito, un prete ricordò durante un'omelia un camorrista defunto, e in altre occasioni i boss locali hanno sfilato con auto di lusso durante feste patronali, con la benedizione del parroco.

Questi episodi evidenziano come le celebrazioni religiose siano spesso controllate e pagate dalle cosche, con il silenzio della chiesa locale. Franco Roberti ha osservato che "l’atteggiamento della Chiesa italiana è sempre stato quello di guardare ai mafiosi più che come a dei criminali, a delle pecorelle smarrite da ricondurre alla vita corretta e non da condannare", aggiungendo che la Cei ha definito la mafia "la configurazione più drammatica del male e del peccato" solo nel 2010.

Nonostante la scomunica di Papa Francesco nel 2015, permangono casi di benedizione di salme di capi mafiosi, come Bernardo Provenzano nel 2016 o la celebrazione di messe per boss come Tommaso Spadaro nel 2019, anche aggirando divieti imposti dalle autorità. Le parole del Pontefice, per quanto apprezzabili, hanno "effetti limitati" se non accompagnate da un'azione pastorale più incisiva, come evidenziato da Raffaele Carcano, che sottolinea come la scomunica per i mafiosi non sia "latae sententiae" come per chi abortisce, suggerendo una diversa priorità istituzionale.

La Necessità di una Pastorale Capillare e Impegnata

Ciò che in parte è mancato è una pastorale capillare capace di fare cultura e di trasformare la mentalità e il modo di sentire della gente comune. Le denunce ufficiali, i convegni, le lettere e i piani pastorali, seppur importanti, riguardano il "piano nobile" della vita della Chiesa. Ma esiste un "piano terra", quello della vita reale delle parrocchie, dove spesso prevale la routine di un ritualismo devozionale con omelie spesso ininfluenti. La sfera del "sacro" si pone così come un momento a sé stante, una parentesi, rispetto alle scelte della vita di ogni giorno, che finisce per essere dominata da logiche estranee al Vangelo. Questa scarsa incisività della fede sulla cultura non riguarda solo il Sud o la mafia, ma è un problema più ampio che le comunità cristiane devono affrontare e risolvere.

Gli "Orientamenti pastorali" della Cei per il decennio 2010-2020 sono centrati sul tema dell’educazione, non solo alla fede, ma a una più autentica umanità. Questa sfida è essenziale per rinnovare profondamente la pastorale del "piano terra" e renderla capace di trasformare il modo di pensare e di vivere delle persone fuori dal tempio.

Una Nuova Epistemologia: Il Dio delle Vittime e l'Impegno Sociale

Don Antonio Palmese, presidente Pol.i.s., in una lezione sul rapporto tra teologia, mafia e Chiesa, ha evidenziato come la criminalità organizzata si sia "strutturata" nelle regioni più cattoliche del nostro Paese. Ha denunciato un certo cattolicesimo che alimenta una religiosità "naturale", con un perdono senza conversione e riparazione, limitato alla dimensione cultuale. Questa assenza di una evangelizzazione fondata su un'esegesi biblica autentica ha alimentato il convincimento di una conciliabilità tra essere cattolico e mafioso, quasi a significare che "è possibile essere cattolico ma non cristiano".

I documenti della Conferenza Episcopale Italiana, "Sviluppo nella solidarietà" (1989) e "Per un Paese solidale" (2010), hanno denunciato la criminalità organizzata che trova "humus" in carenze di sviluppo economico, sociale e civile, e nella "mafiosità" di comportamento quando i diritti diventano favori. Questi documenti hanno riconosciuto che "le mafie sono la configurazione più drammatica del “male” e del “peccato”" e non una espressione di religiosità distorta, ma una "forma brutale e devastante di rifiuto di Dio".

L'immagine di Dio dei mafiosi spesso include tratti di onnipotenza senza tenerezza, trascendenza senza immanenza e sovranità accessibile solo per mediazione. È necessario superare un'immagine infantile di un "Dio tappabuchi", come spiega Bonhoeffer, per abbracciare il Dio di Gesù Cristo, "il Dio dell’essere per gli altri", che cammina sulle strade degli uomini, aiuta e serve, e si schiera con i più svantaggiati e oltraggiati. Questo significa un "abbassamento di Dio" (Kenosis) che supera dualismi ontologici, antropologici e soteriologici, che determinano una visione di salvezza spirituale, individualista e ultraterrena, senza rapporto con la storia.

Papa Francesco, nell’enciclica Evangelii Gaudium, afferma: "Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo. Sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra". La conversione cristiana esige di riconsiderare "specialmente tutto ciò che concerne l’ordine sociale ed il conseguimento del bene comune". Questa prospettiva richiede di riconoscere spessore teologico alle realtà di ogni giorno e all'impegno sociale e politico, superando la mancanza di una voce profetica che denunci religiosità e vita cristiana costruite su una misura angusta.

Secondo Johann Baptist Metz, il cristianesimo deve riscoprire il "monoteismo debole, vulnerabile, empatico" del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, un discorso su Dio sensibile al dolore, anziché focalizzarsi esclusivamente sul problema del peccato. Questo non significa negare il significato della colpa, ma ripristinare la priorità e la proporzione della sensibilità per il dolore altrui e la grande giustizia di Dio.

Don Tonino Bello parlava di un'etica dell'altro, un trasferimento di ricchezze materiali e spirituali per gli altri, basato sulla consapevolezza che il cielo è il luogo privilegiato delle relazioni. La teologia definisce le Persone divine come relazioni sussistenti, "Volti rivolti", suggerendo che ogni volto deve essere rivolto verso l'altro.

Le Reazioni della Mafia alle Denunce della Chiesa

La mafia, come dimostrato dalla storia, non è rimasta indifferente all'interferenza della Chiesa. Dopo l'accorato discorso di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi ad Agrigento il 9 maggio 1993, il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia rivelò: "Gli uomini d’onore mandano a dire ai sacerdoti di non interferire". Questa "interferenza" portò a due attentati con esplosivo a San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, a Roma, il 27 luglio 1993.

Anche di recente, a Palermo e in Sicilia, continuano le intimidazioni e le minacce contro i parroci. Il 21 marzo, Giornata della memoria per le vittime della mafia, la chiesa di Santa Maria degli Angeli di Partanna Mondello è stata saccheggiata dopo la partecipazione dei parrocchiani, guidati da don Pasquale Viscovo, a una manifestazione di solidarietà per un commerciante vittima del racket. Durante la Settimana Santa, è stata devastata la sede di Jus vitae, fondata da padre Antonio Garau, e il centro per l'infanzia "Oretolandia", sostenuto da don Giacomo Ribaudo, ha subito un tentativo di incendio.

Questi attacchi si inseriscono in un contesto più ampio di minacce contro sacerdoti impegnati, come don Luigi Petralia a Gela, che ha subito il danneggiamento dell'auto e l'incendio del portone della parrocchia. Monsignor Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, è finito sotto tutela nel 2008 per aver rifiutato il funerale di un boss e per i suoi discorsi antimafia. La scorta fu assegnata anche al cardinale Salvatore Pappalardo negli anni Ottanta, dopo la sua storica omelia antimafia ai funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

L'assassinio di padre Puglisi nel 1993 non ha fermato il suo "Centro Padre Nostro", tuttora un prezioso punto di riferimento per il quartiere di Brancaccio, nonostante le gravi intimidazioni subite. Padre Puglisi non fu il primo sacerdote ucciso dalla mafia: prima di lui, nel 1916, don Giorgio Gennaro a Ciaculli, e tra il 1919 e il 1920, monsignor Costantino Stella e monsignor Stefano Caronia, pagarono con la vita le loro lotte contro boss e latifondisti. La strage di Ciaculli del 1963 indusse il Vaticano a invitare la Chiesa siciliana a un'azione di "persuasione, deplorazione, istruzione e riforma morale" per dissociare la mentalità mafiosa da quella religiosa.

Mappa della Sicilia con i luoghi citati di lotta alla mafia da parte della Chiesa

L'Impegno Continuo e la Solidarietà della Comunità

Di fronte a nuove minacce, non si può voltare lo sguardo. I sacerdoti minacciati non vanno lasciati soli; devono sentire che la comunità cristiana cammina compatta insieme a loro. Siamo chiamati a costruire opportunità positive che sono la prima forma di prevenzione del malaffare: educazione, diritti, giustizia, percorsi che diano libertà, dignità e speranza alle persone.

Il compito dei sacerdoti va oltre la predicazione e la "cura della salute delle anime"; essi hanno il dovere di pensare al benessere dei fratelli e delle sorelle già sulla terra, di curare la salute dei rapporti sociali e aprire brecce anche dove sembra impensabile. L'obiettivo è collaborare per la conversione anche di chi ha commesso reati terribili.

È essenziale sostenere i sacerdoti giovani che attraversano momenti di prova, offrendo piccoli segni di affetto e l'esempio. Dobbiamo vivere il Vangelo nella sua essenzialità spirituale, nella sua intransigenza etica e nel suo intrinseco significato politico. "Ci sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare un obbligo morale e una responsabilità civile."

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