I termini "rinascere" e "risorgere" possono apparire come sinonimi, ma in realtà si riferiscono a situazioni e concetti molto diversi. Questa distinzione è fondamentale per comprenderne il significato più profondo, specialmente in ambito religioso e filosofico.

La Rinascita come Metamorfosi e Ciclo Naturale
Il Significato di "Rinascita"
Si parla di rinascita quando, dopo un periodo di buio e distruzione, dalla stessa terra in cui si è verificata una fine, nasce un piccolo germoglio. Questo germoglio, dapprima timido e verde, si erge poi con forza e, incredibilmente, riprende forma. È una "ri-nascita", una nuova nascita, che può essere anche diversa da quella precedente. Il concetto di rinascita è assimilato a una metamorfosi: il cambiamento ci fa essere diversi. Una nuova vita, un luogo diverso, un nuovo lavoro o una nuova consapevolezza ci mutano d’abito e ci fanno essere un corpo rinnovato, in una veste diversa. Come afferma Pablo Neruda: «Nascere non basta/È per rinascere che siamo nati/Ogni giorno».
La Natura come Esempio di Rinascita
La natura stessa è un esempio eloquente di rinascita. Dopo il rigore dell'inverno, essa rinasce con la primavera: le gemme fioriscono sugli alberi, la linfa risale e gli uccelli tornano a cantare, come recita un brano del Cantico dei Cantici: «Vieni, è Primavera; sugli alberi fioriscono le gemme, la linfa risale al cielo, torna a cantare l’usignolo». La natura rinasce perché è il ciclo naturale che si ripete ogni anno, un processo continuo di rinnovamento.
La Resurrezione: un Mistero di Fede e una Nuova Creazione
Origine e Significato della Parola "Resurrezione"
La parola "resurrezione" deriva dal latino surrigo, che significa "mi alzo di nuovo in piedi dopo la morte". È più facilmente accettabile credere a una rinascita-metamorfosi, ma risulta difficile per la nostra mente cogliere il mistero secondo cui, dopo la morte fisica, la stessa materia organica riprenda vita. È qui, nella fede e nella religione, che troviamo l'esempio della resurrezione, un concetto che ha qualcosa di "in più" rispetto alla rinascita: essa avviene una volta e per sempre, così come i miracoli non si ripetono.
La Resurrezione di Cristo nel Cristianesimo
Nel cristianesimo, Cristo si fa uomo, muore - essendo uomo carnale - e viene sepolto. Ma, dopo tre giorni, risorge. La storia racconta che la tomba era aperta e il corpo non c'era. Questo evento è per antonomasia un miracolo, una parola associata sempre a una resurrezione insperata. Al centro del messaggio cristiano non c'è la morte di Gesù, ma la sua risurrezione che da essa esplode, come un masso che riapre la strada o le pareti di un carcere che riconsegnano il prigioniero alla libertà.

Il tempo pasquale, che segue il tempo quaresimale e la settimana santa, è un dispiegamento della risurrezione e della sua potenza di rinnovamento nella storia umana. Quando Gesù muore sulla croce, il primo evangelista narra un profondo sconvolgimento: «Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da gran timore e dicevano: ‘Davvero costui era Figlio di Dio’» (Mt 27, 51-54).
Sovvertimento della Logica della Violenza: il Perdono sulla Croce
La relazione amicale che Gesù dischiude sulla croce, non rifiutando i suoi uccisori ma perdonandoli, è un sovvertimento tale nella e della storia da essere paragonato dall’evangelista alla potenza di un terremoto. Non si accede al senso più profondo della risurrezione di Gesù se non se ne coglie la dimensione di sovvertimento che opera della storia, infrangendola come struttura di inimicizia e rigenerandola come possibile spazio di amicizia. Il perdono, infatti, inteso come relazione amicale instaurata nello spazio inimicale, è sovvertimento della logica della violenza umana, che per il racconto neotestamentario è violenza legittimata e sacralizzata. Il Nuovo Testamento non si concentra sulla ricerca dei responsabili storici della morte di Gesù, ma sulla relazione amicale che egli introduce nella situazione ingiusta e violenta di cui è vittima, assunta come paradigma dell'ingiustizia e della violenza che attraversano la storia umana.
Il Peccato come Causa Ultima e la Vittoria di Gesù
Ciò che per il Nuovo Testamento costituisce la novità unica e assoluta della croce è che, attraverso il perdono che Gesù vi dischiude, l'uomo accede a una nuova coscienza, che è in realtà il riaccedere alla sua vera coscienza. La violenza che inabita il cuore umano non è volontà divina, legge di natura o ritardo di intelligenza, ma è frutto della colpa, il cui tratto peculiare è di occultarsi come colpa e di vivere l’ingiustizia come giustizia e legittima difesa: il suo nome biblico è il peccato. Per questo gli autori del racconto neotestamentario smascherano la presenza di questa potenza chiamata peccato come ragione ultimale per la quale Gesù, rappresentante di tutti gli innocenti e i giusti, patisce ed è ucciso ingiustamente.

L'apostolo Paolo, nel primo e più antico resoconto della morte e della risurrezione di Gesù, si esprime così: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato secondo le Scritture...» (1 Cor 15, 3-5). Per Paolo, la vera ragione della condanna a morte e crocifissione di Gesù non è da individuare nelle autorità romane o giudaiche, ma nel peccato stesso, la cui potenza trascende ogni espressione storica. Ucciso dal peccato o a causa del peccato, Gesù con la sua morte libera il mondo dal peccato. Questo è il mirabile doppio senso della formula paolina secondo cui «Gesù morì per i nostri peccati», dove il "per" ha valore contemporaneamente causale (il peccato è la causa) e finale (la liberazione dal peccato è la ragione). Con la sua morte, Gesù vince il peccato riaprendo nella storia lo spazio del perdono, principio di ricostituzione della soggettività umana e del mondo.
Il Perdono come Principio di Ricostituzione Umana: L'esempio di Vittorio Bachelet
Una testimonianza straordinaria aiuta a capire in che senso il perdono della croce è principio di ricostituzione della soggettività umana. Nel 1980, le Brigate Rosse uccisero a Roma Vittorio Bachelet. Durante il rito funebre, il figlio Giovanni pregò per gli uccisori del padre. Quattro anni dopo, un fratello dell’ucciso, il padre gesuita Adolfo Bachelet, ricevette una lettera da 18 brigatisti rossi che desideravano incontrarlo in carcere. Essi scrivevano: «Ricordiamo bene le parole di suo nipote, durante i funerali del padre. Oggi quelle parole tornano a noi, e ci riportano là, a quella cerimonia, dove la vita ha trionfato della morte e dove noi siamo stati davvero sconfitti nel modo più fermo e irrevocabile... Per questo la Sua presenza ci è preziosa: ai nostri occhi, essa ci ricorda l’urto tra la nostra disperata disumanità e quel segno vincente di pace, ci conforta sul significato profondo della nostra scelta di pentimento e di dissociazione, e ci offre per la prima volta con tanta intensità l’immagine di un futuro che può tornare a essere anche nostro». Questo esempio dimostra come il perdono, pur denunciando il male compiuto, permette all'offensore di dis-identificarsi con esso e di tornare al bene. Per questo la croce è «giudizio di condanna» e «salvezza» dell'umanità.
La Nuova Creazione nella Resurrezione
La Prospettiva Teologica: Hans Kessler
La resurrezione concretizza una nuova creazione, come testimoniato dalla fede degli autori del Nuovo Testamento. Il teologo tedesco Hans Kessler, nel suo capolavoro "La risurrezione di Gesù Cristo", afferma che la resurrezione è la rivelazione definitiva dell'azione di Dio nel mondo, impossibile da cogliere partendo da dati umani o intramondani. È il compimento dei morti, che senza il riconoscimento di un Dio diviene «eo ipso assurdo».
Continuità e Novità Radicale dell'Azione Divina
La resurrezione rappresenta sia un inizio radicale paragonabile solo alla creazione, sia, al contempo, non un nuovo inizio assoluto. Tale azione divina non smentisce quanto accaduto precedentemente nella vita della persona, ma «si riallaccia ai morti (ai soggetti divenuti puri ‘oggetti’) e al mondo pervenuto alla sua fine, per creare qualcosa di radicalmente nuovo». Questa nuova creazione, radicale ma non assoluta, avviene in modo definitivo solo nella risurrezione di Gesù Cristo e sotto il segno della cessione di potere, «soprattutto nell’umiltà del Gesù terreno e nell’impotenza del Gesù crocifisso». Dio agisce quindi nell’umiltà e nell’impotenza di coloro che si aprono a lui, e proprio così cominciano ad esistere per gli altri attraverso l’amore prodotto da Dio. La comprensione dell'azione di Dio come novità radicale per l'umanità richiede di cogliere gli antecedenti e la preparazione nell'Antico Testamento, dove riferimenti a una vita dopo la morte degna di tal nome si trovano solo in epoca tarda.
Il Tempo dell'Eternità
Con il Cristianesimo si ha un passaggio definitivo al tempo dell’eternità. Per chi è deciso a vivere come Cristo, primo dei Risorti, il tempo profano viene definitivamente accantonato per partecipare al tempo del Regno. La "parousia" (la seconda venuta di Cristo) si fa presente in ogni istante della vita dell’uomo, divenuto egli stesso celebrante-sacerdote con Cristo. È un paradosso logico: l’eternità fa irruzione in ogni singolo attimo di vita temporale del cristiano. In questa dimensione "eterna", l’essere umano diviene fino in fondo ciò che è, nella riconferma di ciò che è stato nella vita del corpo. Questa realizzazione escatologica del significato più vero dell’uomo avviene in un rinnovamento radicale, ma non assoluto.
La Resurrezione dalla prospettiva umana- Don Luigi Maria Epicoco
Il sacerdote, teologo e filosofo Luigi Maria Epicoco sottolinea che per un cristiano la Resurrezione non è l'interpretazione di un fatto, ma l'incontro traumatico con un fatto a partire dal quale tutta la vita viene ripensata: una persona morta viene incontrata come una persona viva. La Risurrezione è intesa come una vita nuova, una forma di liberazione da ciò che ci tiene prigionieri, specialmente nei momenti in cui sperimentiamo la morte perdendo di vista il significato delle cose e attraversando la crisi. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci tiri fuori da ciò che stiamo vivendo e che faccia ripartire l'esistenza, e questo non può essere un semplice ragionamento ma è proprio l'esperienza della Risurrezione. La vita eterna non è semplicemente la vita dell'aldilà, ma è eterna proprio perché ha a che fare con tutti i tempi della nostra vita e, se non ha a che fare con il nostro presente, non è più vita eterna. La fede vera nella Risurrezione si manifesta in quanto riusciamo a vivere bene ogni istante, con le sue relazioni e le sue contraddizioni: la vita eterna non come un'altra vita, ma come il fondo di tutta la vita.
Misconosciuti Significati e la Centralità della Resurrezione
La Resurrezione: un Concetto Spesso Frainteso
La resurrezione è spesso confusa con la reincarnazione, la rinascita esistenziale o la semplice sopravvivenza spirituale di Cristo dopo la morte. Molti non sono sufficientemente disposti ad ammettere la differenza tra rinascita e resurrezione, e il collegamento con il concetto di tempo ciclico è solo tangenziale. Sebbene l'antropologo Mircea Eliade affermi che la risurrezione abbia avviato una modalità differente del tempo e della storia, il concetto di tempo ciclico è passato anche nella cultura cristiana. Tuttavia, la risposta alla domanda se la Resurrezione sia una rinascita è no.
Il Kerigma e la Fede Cristiana
Le frasi delle omelie spesso danno per scontato il concetto base della resurrezione, portando a una comprensione superficiale. Le risposte a indagini informali rivelano che solo una minoranza di fedeli comprende che Gesù risorge nel suo corpo e che quel corpo, assieme alla sua anima, accede alla stessa vita di Dio. Queste risposte comuni sono, semmai, conseguenze e significati derivati della resurrezione, non la sua esplicitazione. Questo è un concetto fondamentale della fede, da cui tutto il resto deriva: «Se Gesù Cristo non è risorto, vana è la nostra fede» (1 Cor 15,14). La predicazione degli apostoli era, nella sua sostanza più essenziale e primordiale, il Kerigma: annunciare che Gesù è davvero risorto.
L'Impegno del Cristiano
Al cristiano non è consentita la disperazione, né abbattersi. Possono crollare le sue case, disperdersi le sue ricchezze: egli si rileva e riprende a lottare contro ogni avversità. Il cristianesimo esisterà finché resisterà la fede nella resurrezione. La resurrezione di Cristo, che in sé ci inserisce e della sua vita ci fa partecipi, ci obbliga a non disperare mai e ci dà il segreto per rilevarci da ogni crollo. La Quaresima deve essere anche un esame di coscienza per contemplare ciò che di spento brulica al fondo della nostra anima e della nostra società. La resurrezione di Cristo deve essere motivo di rinascita della nostra fede, speranza e carità, vittoria delle nostre opere sulle tendenze negative. La Pasqua ci insegna a sconfiggere le passioni funerarie per rinascere ciascuno, in unità di affetti, con il vicino, e ogni popolo, in concordia di opere, per stabilirci nel regno di Dio. Questo si traduce in una costituzione sociale modellata sull’ordine divino, la cui legge è il Vangelo, comportando unità, solidarietà, eguaglianza, paternità, servizio sociale, giustizia, razionalità e verità, con la lotta alla sopraffazione, alle inimicizie, all’errore, alla stupidità.
Cercare il regno di Dio significa quindi cercare le condizioni più felici per l’espressione della vita individuale e sociale: dove regna Dio, l’uomo è come un figlio di Dio, un essere d’infinito valore, che tratta gli altri e viene trattato come fratello. I beni della terra sono fraternamente messi in comune, circola l’amore con il perdono e non valgono barriere. Mettere per fine primo il regno di Dio innalza la meta della vita umana, unificando gli uomini nell’amore e dando un senso nuovo alle cose della terra, semplificando la vita nell’amore e portando alla vita piena. In questo senso, anche per noi, Cristo ha vinto il mondo.
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