La Regina di Saba è una figura avvolta nel mistero e nella leggenda, la cui identità e il cui regno sono oggetto di dibattito storico e archeologico. La sua storia è narrata in diverse tradizioni religiose e culturali, ognuna delle quali aggiunge dettagli e interpretazioni uniche al suo incontro con il Re Salomone.
La Regina di Saba nella Bibbia
Il più antico racconto che conosciamo sulla Regina di Saba è presente nella Bibbia, in particolare nel Primo Libro dei Re (10,1-13) e nel Secondo Libro delle Cronache (9,1-12). Qui si narra che la regina di Shebha (a cui non viene dato alcun nome), mossa dalla fama di Salomone, si recò a Gerusalemme con una grande carovana e con preziosi doni per vederlo e metterlo alla prova con enigmi.

La magnificenza della reggia e la sapienza di Salomone destarono la meraviglia della regina, che proclamò beati i suoi servitori e benedisse Dio, che si era compiaciuto in lui e lo aveva posto re perché affermasse il diritto e la giustizia. Dopo averlo colmato di doni, tra cui pietre preziose e aromi di cui mai si era veduta tanta quantità, la regina tornò nel suo paese. Salomone rispose in modo soddisfacente a ogni domanda, dimostrando che nessuna questione era troppo difficile per lui. Ella ammirò anche lo splendore della sua reggia e degli appartamenti dei cortigiani e della servitù, la bontà dei cibi, l’eleganza del servizio e la quantità di vittime che venivano sacrificate al Signore nel tempio. Lodò il Dio di Israele che aveva posto a capo del suo popolo un re così saggio e giusto.
La Bibbia la ricorda come una regina ricchissima; nel Primo libro dei Re si legge: «Essa diede al re centoventi talenti d’oro, aromi in gran quantità e pietre preziose. Non arrivarono mai tanti aromi quanti ne portò la regina di Saba a Salomone». Con queste parole si eleva il capo di un regno montagnoso e non molto esteso alla categoria di autorevole sovrano, che riceveva il riconoscimento dello stato più florido dell’Asia.
Alcuni riferimenti, interpretati come prova dell'amore tra Salomone e la regina di Saba, sono stati visti nel Cantico dei Cantici, attribuito allo stesso Salomone: in 1,5, la Sposa, con cui ella è identificata, dice appunto di sé Nigra sum sed formosa («Sono bruna ma bella»), frase che dà titolo a molte rappresentazioni artistiche e letterarie.
Identificazione del Regno di Saba
Sia per la denominazione che il paese della regina ha nella Bibbia (Shebhā = Saba) sia per la menzione degli aromi, ecc., esso è da molti identificato con il regno sabeo. Probabilmente si trattava di un prospero Stato dell’Arabia sudoccidentale - nel territorio dell’odierno Yemen - zona denominata dai Romani Arabia Felix per la sua fertilità e ricchezza. Secondo alcune fonti i suoi abitanti, i Sabei, fondavano la propria ricchezza su oro, brillanti, incenso e profumi.
Tuttavia, alcuni osservano che l'esistenza di regine in Saba non è testimoniata dai documenti archeologici (mentre Glaser ed E. Meyer la pongono in relazione con il matriarcato), e che nulla permette di supporre che le più antiche iscrizioni sabee rimontino al IX o X secolo a.C., e che all'epoca di Salomone esistesse un grande stato sabeo. Nel personaggio biblico si dovrebbe dunque riconoscere piuttosto una delle regine arabe del Nord, delle quali è nota la menzione nei documenti assiri.
Recentemente, alcuni studiosi arabi hanno ipotizzato che Saba non si trovi nello Yemen, ma nel nord-ovest dell'Arabia Saudita, in una colonia commerciale fondata dai regni arabi del sud.
La Regina di Saba nella Tradizione Islamica: Bilqis
Lo schema della narrazione biblica si ritrova poi ampliato e arricchito da fantastici particolari e da tratti leggendari e favolosi in testi di origine musulmana, e anzitutto nel Corano. La vicenda della regina di Saba era talmente famosa da comparire persino nel Corano.

Nella Sūra XXVII, 20-45 (la Sura della Formica), il Corano narra che Bilqīs, regina di Saba e adoratrice del Sole, ricevette, per mezzo dell'upupa inviata da Salomone, l'invito a convertirsi all'adorazione del vero Dio (Allah). La regina di Saba, che gli Arabi chiamavano Bilqis, era un’adoratrice del Sole, secondo la religione del suo popolo. Temendo che Salomone volesse attaccare il suo regno e ridurre in miseria il suo popolo, Bilqis decise di inviargli un ricco dono. Salomone, che non voleva un guadagno materiale, ma la conversione dei Sabei, respinse il dono e invitò la regina in un palazzo che aveva il pavimento di vetro sotto il quale scorreva acqua. Quando la regina entrò, non vedendo il vetro e credendo di entrare nell’acqua, alzò le vesti. Poi si accorse dell’errore, che le fece comprendere la differenza tra l’apparenza e la realtà. Questo era l’insegnamento che voleva darle Salomone.
Fra i tratti della narrazione coranica, qui appena accennata, è notevole l'astuzia di Salomone, che simula con il vetro un bacino d'acqua, onde, quando la regina entra nella sala dove siede il re, è indotta dalla falsa apparenza a scoprire le sue gambe. Oltre a indicare il nome della regina, Bilqis (che probabilmente è una deformazione del greco pallakis, “concubina”) e a descrivere la sua incredibile bellezza, gli esegeti del testo coranico spiegarono pure che i demoni erano contrari al matrimonio, e sparsero la notizia che la donna avesse le gambe pelose come Lilith, il temibile demone femmina della notte. Per verificarlo, Salomone ordinò che i geni costruissero un pavimento di vetro. Dopo aver ordinato agli spiriti buoni di preparare una pozione depilatoria, Salomone poté finalmente sposarla. L'origine del nome Bilqīs non è chiara; è, secondo alcuni, corruzione del greco παλλακίς "concubina", per gli amori di Salomone con lei, secondo altri di Nikaulis, nome che in Flavio Giuseppe (Ant. Giudaiche, VIII, 6, 5) è attribuito alla regina.
Alla regina è anche attribuita dalla leggenda l'uccisione del tirannico suo predecessore e la costruzione della famosa diga di Ma'reb, ecc.

È possibile che le leggende musulmane che hanno così deformato il racconto biblico siano attinte, come è avvenuto per molte altre che appaiono nel Corano o nella letteratura posteriore, da fonte giudaica; ma non è certo argomento decisivo per questa conclusione il fatto che il secondo Targūm del Libro di Ester contiene un racconto simile a quello della leggenda musulmana; poiché è ben possibile, come è avvenuto in alcuni casi, che il Targūm o altri monumenti giudaici attingano al materiale musulmano. Le leggende islamiche riportano che il marito di Bilqis era Yasir Yan’am e lei era la sorella di Shams, il Sole.
La storia della regina Bilqi nell'Islam: la potente regina menzionata nel Corano.
Makeda e la Tradizione Etiope
Anche in Etiopia è diffusa la leggenda della regina di Saba. Negli altopiani settentrionali del Corno d’Africa - le attuali Etiopia e Somalia - la vicenda biblica ispirerà diverse leggende fondative, nonché le tradizioni letterarie e folcloristiche più ricche circa la relazione tra Salomone e la regina di Saba. Tre aspetti permisero di adeguare tale narrazione al contesto etiope. Il primo fu il cristianesimo che, a metà del IV secolo d.C., era diventato la religione del regno di Aksum, da cui la moderna Etiopia. A poco a poco questa nuova religione, giunta probabilmente dalla Siria o dall’Egitto, incorporò molti elementi ebraici e si sviluppò in modo autoctono e originale.
Il secondo aspetto riguarda la cultura etiope e il suo carattere semitico, forse dovuto alla stretta relazione con lo Yemen e, in particolare, con il regno di Saba. Difatti l’influenza di quest’ultimo in Etiopia è ancor più evidente nella scrittura, una derivazione di quella sud-arabica utilizzata in tale parte dello Yemen preislamico. Infine, la stretta relazione tra l’Etiopia e la regina di Saba fece sì che la sua dinastia fosse sempre legittimata e consacrata, soprattutto grazie ai racconti della Bibbia. Il vincolo della regina di Saba con l’Etiopia aveva origini molto antiche, perché già Flavio Giuseppe vi fa riferimento nel I secolo d.C., e la stessa opinione si ripete in autori cristiani come Eusebio di Cesarea od Origene.
Il Kebra Nagast
La leggenda etiope ha la sua elaborazione letteraria nel Kebra Nagast (Gloria dei re), specie di romanzo religioso sulla regina di Saba, Salomone e il loro figlio Menelik, redatto, secondo l'opinione più verosimile, nel primo quarto del secolo XIV a gloria della dinastia salomonide, sorta da poco nella regione degli Amhara. Un ulteriore sviluppo della leggenda compare nel Kebra Nagast, o Gloria dei re d’Etiopia, un’opera compilata nel XIII secolo, ma con elementi molto più antichi, e che contiene una storia romanzata sull’origine della dinastia etiope. Il fine ultimo della Gloria dei re è dimostrare come il carattere sacro della dinastia provenisse addirittura dall’unione tra la regina e Salomone, dalla quale sarebbe nato il primo monarca etiope della stirpe.
La regina è ivi chiamata Mākedā. Secondo questo racconto, ella dal suo regno di Etiopia si recò a Gerusalemme a vedere Salomone; dall'unione con lui nacque, tornata la regina in Etiopia, Menelik, detto anche Ebnā Hakīm "figlio del saggio". Egli, educato presso il padre Salomone, ritornò poi in Etiopia, dove questi volle che sorgesse un altro regno giudaico. In seguito, Menelik si recò ancora a Gerusalemme, e ne sottrasse il tabernacolo per portarlo ad Axum, dove rimane conservato per la gloria e la fortuna del regno salomonide. La regina Mākedā abdicò poi in favore del figlio, da cui discende la dinastia salomonica. Il libro epico etiope dei Re, il Kebra Nagast, contiene la storia di Machedà e dei suoi discendenti: riporta di come Salomone abbia incontrato la Regina e abbia avuto un figlio da lei, il primogenito, incoronato Re con il titolo di Menelik I, primo imperatore d’Etiopia. Dalla sua discendenza derivò anche Ras Tafari Makonnen: era il duecentoventicinquesimo imperatore salomonico, fondatore di quello che poi divenne il Rastafarianesimo.
Anche nell'Abissinia moderna la storia di Mākedā e di Menelik è assai diffusa e contaminata con altri racconti leggendari; una redazione di essi in lingua tigrè, pubblicata dal Littmann, combina la leggenda della regina Mākedā con quella del dragone adorato nel Tigrè e al quale erano offerte in sacrificio le primogenite. Quando fu il turno della regina del sud (così è qui chiamata la regina di Saba), cui i genitori avevano esposta al dragone, essa fu salvata dai nove santi.
È stato provato che le antiche comunità etiopi erano formate da una popolazione semita, emigrata attraverso il Mar Rosso dall’Arabia meridionale, mescolatasi con i locali abitanti non semiti. Inoltre, l’antico regno etiope di Axum ha governato anche su una parte dell’Arabia meridionale che comprendeva lo Yemen fino alla nascita dell’Islam nel VII secolo. Nel 2008, archeologi tedeschi dell’Università di Amburgo hanno ritrovato nella città di Axum un palazzo reale del X secolo a. C.
La storia della regina Bilqi nell'Islam: la potente regina menzionata nel Corano.
Il Regno di Saba: Storia e Archeologia
La prima menzione del regno di Saba risale all’VIII secolo a.C. e proviene da fonti assire. Qui la terra sabea è descritta come abitata da un popolo di mercanti «il cui luogo è molto lontano» e divenuta ricca grazie all’esportazione di spezie e incenso. Sappiamo che gli abitanti di Saba effettuarono alcune missioni diplomatiche e commerciali inviando regali e ambasciatori alla corte assira, allo scopo di stabilire o rinforzare le relazioni tra i due regni. Poiché i resoconti assomigliano a quelli che riguardano le missioni diplomatiche del regno d’Israele (tra i secoli IX-VIII a.C.) e di Giuda (IX e VI a.C), possiamo dedurre che pure gli autori della Bibbia ne fossero venuti a conoscenza.
Nelle più antiche iscrizioni sabee, redatte in arabo meridionale con un alfabeto completamente diverso da quello arabo classico, si accenna alle figure dei re, che si tramandavano il potere per discendenza in linea materna. I sovrani chiamavano sé stessi “unificatori”, capi di una confederazione di popoli sui quali mantenevano l’egemonia politica e militare. La capitale del regno era l’imponente città di Mārib, situata in una fertile oasi al limite del deserto. La prima fioritura di tale cultura durò all’incirca fino al I millennio a.C., momento in cui il controllo delle vie dell’incenso passò in mano ad altri popoli del sud dell’Arabia. Da allora, a quanto risulta, i sabei mantennero solo delle colonie commerciali nel Corno d’Africa, nell’area che poi sarebbe divenuta l’Etiopia, mescolandosi così alle popolazioni locali.
Più tardi, mille anni dopo Salomone, tra il I e il III secolo d.C., Saba riacquistò un ruolo predominante nel panorama politico ed economico dell’Arabia meridionale. Durante quel periodo i suoi sovrani stabilirono la capitale a Zafar e si fregiarono del titolo di “re di Saba e di Raydan, di Hadramaut e dello Yemen”, per dimostrare che governavano su più popoli dell’Arabia meridionale. Come mille anni addietro, la prosperità di Saba risiedeva nella maestria nel gestire le risorse idriche e nel controllo delle rotte commerciali di spezie e incenso. Il collasso arrivò con la distruzione della grande diga di Mārib, costruita sette chilometri a nord della città, nel VI secolo d.C. Alcuni decenni più tardi, la conquista musulmana finì per oscurare il glorioso passato dei sabei.
Il sud della Penisola araba era un tempo denominato Arabia felix, terra fertile e felice, dove era bello vivere. Di qui probabilmente la nomea di paese potente, ricco e felice affibbiato allo Yemen. È per contro ben documentata la realtà archeologica e storica dello Yemen antico, terra fertile grazie a un sistema diffuso di irrigazione, al centro dei traffici tra Africa orientale, India e bacino mediterraneo, dove transitavano carovane che trasportavano oro, incenso, mirra, pietre preziose, tessuti pregiati e spezie su lunghe distanze, in un periodo compreso tra l’VIII secolo a.C. Molti reperti archeologici sono stati recentemente esposti anche in una mostra all’Antikenmuseum di Basilea: sculture e preziose statuette, testine in alabastro dai tratti raffinati, stele votive con iscrizioni e rilievi con figure antropomorfe e zoomorfe (i dromedari non mancano mai), gioielli in oro, bracciali, collane e incensieri. Poco meno di un centinaio di oggetti provenienti dal British Museum, dal Louvre, dal Museo d’arte orientale di Roma, dal Kunsthistorisches Museum di Vienna e da altre prestigiose istituzioni, raccolti per la prima volta in Svizzera per l’occasione.

Per altri studiosi, i Sabèi avrebbero rappresentato una corrente religiosa d’ispirazione giudaica, localizzata nella regione di Harran, un’area compresa fra l’Anatolia Sud Orientale e il nord della Siria, come riporta il Corano. Documenti assiri confermano che nel primo millennio a. C. alcune tribù arabe erano governate, anche nelle spedizioni militari, da regine. Esistono parecchi eventi che potrebbero corroborare la storicità del racconto: ad esempio il re assiro Salmanassar III, nella battaglia di Quarquar dell’853, si confrontò con mille cammelli della regina araba Gindibu, alleata dei siriani e del re d’Israele Achab; nell’VIII secolo le Cronache assire menzionano l’insurrezione di Zabibe, “regina degli Arabi”. Risulta documentato un commercio carovaniero di prodotti provenienti dal sud-arabico: oro, incenso, pietre preziose, aromi, spezie, legni pregiati (specialmente il sandalo), che Salomone usò per le decorazioni del tempio. È attestato che le lingue usate nell’antico regno di Axum erano semitiche: l’aramaico e il tigrino.
La Regina di Saba nell'Arte e nella Cultura
La figura della regina di Saba fa capolino anche nei Vangeli di Matteo (12, 42) e di Luca (11, 31): Gesù afferma che lei e gli abitanti di Ninive il giorno del Giudizio universale sorgeranno per condannare gli Ebrei che lo hanno rifiutato, «poiché ella venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone».
La regina di Saba fu raffigurata in diverse opere d’arte tardoantiche e medievali, soprattutto nelle decorazioni murali delle chiese copte in Egitto e in affreschi contenuti in numerose cattedrali europee. L’incontro con Salomone fu rappresentato da Lorenzo Ghiberti sulla Porta del Paradiso del Battistero di Firenze. Miti e leggende intorno a questa storia d’amore hanno portato perfino alla realizzazione del film del 1959 “Salomone e la regina di Saba” di King Vidor.

Giovanni Boccaccio, nell’opera De mulieribus claris, e la scrittrice Christine de Pisan, nell’opera Il Libro delle Città del 1404, proseguono con la tradizione avviata da Giuseppe Flavio, attribuendo alla regina il nome Nicaula. Lo storico ebreo del I secolo d. C., Giuseppe Flavio, la denomina Nikaule, in ricordo della regina Nicotri, descritta da Erodoto.
Un interessante dettaglio leggendario narra che nel bel mezzo del deserto, la regina aveva a sua disposizione ogni comodità e ricchezza, l’acqua proveniva dalla diga di Marib, non mancavano di certo spezie e gioielli preziosi e nemmeno una piantagione di pistacchi. Sempre secondo la leggenda, la regina di Saba ne andava particolarmente ghiotta, al punto che per non restare senza confiscò la produzione assira di pistacchi. Questo prezioso frutto, infatti, ha origini antichissime e viene menzionato già nella Bibbia.