L'Aggiornamento del Messale Romano e le Nuove Formule
L'introduzione della nuova traduzione del Messale Romano ha suscitato un ampio dibattito tra i fedeli e gli esperti. Sebbene non si tratti di una "nuova" edizione in senso stretto, ma piuttosto di una "riveduta", alcuni aggiornamenti hanno generato reazioni immediate, spesso pretestuose, riassunte in frasi come: "Ci cambiano la messa, ci cambiano il Padre nostro, ci cambiano il Gloria...".
In realtà, dopo quasi cinquant'anni dalla traduzione ufficiale in italiano del Messale romano, riformato da Paolo VI in obbedienza al Concilio Vaticano II, si è reso necessario un processo di revisione dei testi liturgici. Questo lungo lavoro, avviato nel 2002 e approvato dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI), mirava a facilitare una comprensione più aderente al testo originale dei Vangeli.

La Modifica nel "Gloria": "Pace agli Uomini Amati dal Signore"
Uno dei cambiamenti più evidenti, oltre a quello del Padre Nostro, riguarda il testo del Gloria. La precedente espressione "pace in terra agli uomini di buona volontà" era considerata bella e piena di significato, traducendo letteralmente il latino della Vulgata.
Questa locuzione, per molti, indicava che Dio ama gli uomini oltre le frontiere cristiane, estendendo il suo amore anche a coloro che, pur senza la fede, possiedono bontà nel cuore e cercano di realizzarla. Papa Giovanni XXIII stesso la utilizzò in questo senso, indirizzando alcuni suoi scritti, a partire dalla Pacem in terris, non solo alle persone di chiesa ma anche "a tutti gli uomini di buona volontà".
Tuttavia, questa traduzione non corrispondeva all'originale greco del Vangelo di Luca (Lc 2,14). L'espressione ora adottata - "pace agli uomini amati dal Signore" (nel greco "pace agli uomini che egli ama", da eudokìa che indica l'amore benevolo di Dio) - non esclude nessuno, ma afferma che Dio ama tutta l'umanità. Questa modifica è stata adottata già dalla nuova traduzione della Bibbia pubblicata dalla CEI nel 2008 ed è più conforme al testo greco. Mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti, ha ribadito il valore di questa riforma liturgica, sottolineando la fedeltà alle intenzioni espresse dalla preghiera di Gesù e all'originale greco.
La Riformulazione del "Padre Nostro": "Non Abbandonarci alla Tentazione"
Il Cambiamento e la Sua Necessità
Il cambiamento che ha avuto un impatto maggiore nella nuova traduzione del Messale è quello del Padre nostro: siamo invitati a non dire più «e non ci indurre in tentazione», ma «e non abbandonarci alla tentazione». Dal 29 novembre 2020, prima domenica di Avvento, questa versione è entrata ufficialmente nella liturgia italiana.
Questa traduzione è una delle possibili, non la sola, e il passaggio è stato presentato come un aggiornamento linguistico e teologico volto a evitare che il fedele attribuisse a Dio un ruolo attivo nell’istigare al male. La traduzione precedente, sebbene molto fedele al testo latino e a memoria di tutti i cristiani da decenni, rischiava di dare un'immagine perversa di Dio, quasi che Egli potesse essere l'autore della tentazione o ci "tenda una trappola". Già in passato, il «non ci indurre in tentazione» aveva creato difficoltà a molti, inclusi teologi e fedeli.

Le Ragioni Linguistiche e Filologiche
Il problema non risiede in un cambiamento della parola originale, né del messale (che è in latino) né dei vangeli (che sono in greco), ma in una nuova traduzione italiana, più vicina al linguaggio e alla sensibilità dei nostri giorni. Ogni lingua, infatti, col tempo cambia.
L'evangelista Matteo (Mt 6,13) e Luca (Lc 11,4) usano un'espressione greca (μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν, dove eisphérō significa “portare dentro, condurre in”) che letteralmente potrebbe essere tradotta con «non condurci dentro la tentazione». Nei primi secoli del cristianesimo, nella traduzione latina della Vulgata, si è usato il verbo inducere, che significa proprio «introdurre», «far entrare» (ne nos inducas in tentationem).
Il problema è sorto con la traduzione in italiano, dove il verbo «indurre» ha assunto un significato prevalentemente negativo: «muovere, spingere qualcuno al male». Non si direbbe mai, ad esempio, che gli amici del paralitico «cercavano di indurlo e di metterlo davanti a Gesù» (Lc 5,18), sebbene in greco sia lo stesso verbo del Padre nostro. L'italiano, dunque, ha perso quel significato neutro che era prevalente in latino e in greco. La traduzione precedente non era sbagliata in sé, ma era diventata imprecisa a causa dell'evoluzione semantica dell'italiano.
Padre Eugenio Costa, gesuita e liturgista, che ha collaborato alla revisione della Bibbia CEI 2008, sottolinea come la connotazione negativa del termine «indurre» sia troppo forte per essere intesa in senso più neutro, creando la difficoltà di attribuire al Padre la volontà di spingerci al male. La scelta per la lingua italiana poteva essere «non abbandonarci nella tentazione», oppure «non abbandonarci alla tentazione», ma anche «non lasciarci cadere in tentazione» (come scelto dalla traduzione spagnola).
Le Motivazioni Teologiche Ufficiali
La modifica si radica in una preoccupazione esegetica antica. La traduzione era necessaria affinché nessuno fosse indotto a pensare che Dio ci tenta al male, al peccato, il che sarebbe una bestemmia. L'apostolo Giacomo, nella sua lettera, afferma chiaramente che «nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno» (Gc 1,13-15). Piuttosto, «ciascuno è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono» (Gc 1,13-14).
La Conferenza Episcopale Italiana, con il beneplacito di Papa Francesco, ha voluto ovviare a questa ambiguità. Papa Francesco, in un'intervista a TV2000, aveva spiegato: «Un padre non fa questo, non spinge il figlio alla tentazione». Dio invece ci può sottoporre alla prova per saggiare e discernere il nostro cuore, ma mai alla tentazione che porta al male. Il termine greco peirasmos ha infatti il duplice significato di «prova» e di «tentazione». Una tentazione è sempre una prova, ma non ogni prova è una tentazione. La prova può diventare una tentazione se qualcuno ne prende l’iniziativa, come la nostra fragilità o il demonio stesso.
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Il Dibattito Teologico: Obiezioni e Approfondimenti
Nonostante le chiare motivazioni, il cambiamento ha sollevato obiezioni rilevanti, toccando sia aspetti linguistici che eminentemente teologici. La prima e più importante riguarda il significato di «indurre in tentazione». Nella tradizione biblica e patristica, non equivale a «indurre al male», ma può significare «condurre in una situazione di prova in cui è necessario scegliere tra il bene e il male». Questo è lo spazio drammatico e fecondo del libero arbitrio, attraverso il quale Dio si manifesta e si realizza la dignità dell’uomo.
- La prova come parte del disegno divino: Il libro dell’Esodo racconta che «Dio mise alla prova Abramo» (Gen 22,1), e Mosè afferma: «Dio è venuto per mettervi alla prova» (Es 20,20). L’episodio delle tentazioni di Cristo nel deserto è ancora più esplicito: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). Qui, il condurre nella prova è opera dello Spirito stesso e, attraverso lo Spirito, del Padre, e non può essere interpretato come un atto ostile.
- Interpretazioni patristiche:
- Nel suo Commento al Padre Nostro, Origene aveva interpretato la domanda come una richiesta di non essere “sopraffatti” dalla tentazione, non di evitarla completamente, sottolineando che la crescita spirituale passa attraverso una scelta interiore. Nel De Oratione, afferma che «Dio non vuole costringere al bene: vuole persone libere [...]. La tentazione ha una sua utilità. [...] Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e obbligarci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di riconoscere».
- Sant’Agostino è convinto che la tentazione, come esperienza, non sia eliminabile; ciò che la preghiera domanda è che essa non diventi caduta. Per Agostino, il Signore tenta non per sapere qualcosa sulla fede del credente, di cui sa già tutto, ma per far conoscere a colui che è tentato lo spessore e la consistenza della propria fede. La preghiera non chiede di non essere tentati, ma di non essere introdotti nella tentazione, ovvero di non essere indotti a scegliere di assecondarla. In questo senso, la preghiera non elimina la libertà umana, ma ricorda che essa non è autosufficiente: il libero arbitrio resta reale, ma fragile, e la Grazia è necessaria per resistere.
- Circa otto secoli dopo, San Tommaso d’Aquino riprende e sviluppa questa linea. Nella Summa Theologiae (II-II, q. 83, a. 9, ad 3) scrive: «Si dice dunque: non ci indurre in tentazione, cioè: non permettere che siamo introdotti in tentazione. Dio infatti tenta per provare; il diavolo invece, per ingannare». Tommaso introduce qui una distinzione più netta: la tentazione può avere un significato positivo (ad probationem), come prova pedagogica che rafforza la virtù, ed è allora permessa da Dio; oppure negativo (ad deceptionem), come seduzione al male, ed è opera del demonio.
- Benedetto XVI, nel secondo volume del suo Gesù di Nazaret, affronta la questione: «Quando preghiamo così, chiediamo a Dio di non imporci delle prove che superano le nostre forze… ma, se deve accadere, di darci in ogni caso la forza di resistere». La domanda rimane viva, non per imputare a Dio la tentazione in senso malizioso, ma per riconoscerlo come Signore anche del tempo della prova.
- Il rischio di dualismo: Cambiare la traduzione in «non abbandonarci alla tentazione» implica uno spostamento di prospettiva: Dio non “porta” l’uomo nella prova, ma lo protegge dal rimanervi solo. Se Dio non può neppure indirettamente indurre alla tentazione, l’origine della prova si trova interamente fuori di Lui, nel potere di Satana o nelle contingenze del mondo. Questo, secondo Matteo Taufer, potrebbe condurre a una logica dualista che sembra il frutto di un’eredità gnostica, distinguendo Cristo dal Padre veterotestamentario. Il monoteismo cristiano, invece, ha sempre affermato che Dio resta Signore anche della prova: pur non essendo mai l’autore del male, Egli mantiene la sovranità sull’intera vicenda, assicurando che nulla accada fuori dal raggio della sua provvidenza.
- Il Cardinale Gianfranco Ravasi sostiene che la presenza di interpretazioni contrastanti è comprensibile alla luce della mentalità semitica, che, per evitare il dualismo, tende a porre tutto sotto il controllo dell’unico Dio (bene e male, grazia e tentazione). Egli cita Isaia (45,7): «Sono io che formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e causo il male: io, il Signore, compio tutto questo!». Tuttavia, Ravasi aggiunge che il male morale dev’essere ricondotto alla libertà umana o a Satana, il tentatore per eccellenza.
- Il male come privatio boni: Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino ribadiscono che il male non è una sostanza opposta a Dio, ma una privazione del bene (privatio boni), resa possibile dal dono della libertà. Dio può “permettere” la tentazione per trarre un bene maggiore dalla prova. Escludere ogni forma di permissione divina significherebbe attribuire al male un’autonomia e un potere originario incompatibile con il cristianesimo.
- La critica a "non abbandonarci": L’espressione “non abbandonarci alla tentazione” presuppone che Dio non abbia avuto alcun ruolo nell’indurre in tentazione, scaricandone la responsabilità sul Maligno. Tuttavia, come osserva Don Giulio Meiattini, se Dio non ci può “indurre” nella tentazione, non si vede nemmeno perché gli sia consentito di “abbandonarci” ad essa. Un padre che abbandona il figlio nella tentazione non è meno scandaloso di un padre che induce. Se la tentazione dipende da Satana e Dio può abbandonare a una tentazione che proviene da Satana, Dio risulta essere connivente con la sua azione. Se invece la tentazione viene da Dio ed è una prova volta a rendere ciascuno consapevole della profondità della propria fede, ha senso chiedere a Dio di non abbandonare nessuno nella prova e di sostenere la propria fede. Evitare la prova, inoltre, significa vanificare la Croce, come testimoniano le parole che il Signore rivolse a Pietro quando voleva evitargliela, definendo il suo desiderio come una “tentazione satanica”.

Le Altre Invocazioni del Padre Nostro: Un Quadro Completo
Il Padre Nostro è una preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli in due forme: quella di Matteo (6,9-13) e quella di Luca (11,2-4). La prima è più ampia e strutturata, la seconda più breve. Essa non è semplicemente una preghiera da recitare, ma è altamente missionaria e invita a volgere lo sguardo verso Dio con sobrietà e umiltà, permettendo all’uomo di conoscere se stesso e la propria relazione con il Padre.
"Sia Santificato il Tuo Nome"
Questa invocazione, la prima del Padre Nostro, chiede di manifestare, di fronte al mondo, la presenza di Dio. Il nome di Dio è già santo in sé, quindi non è una richiesta per rendere santo ciò che già lo è, ma per far sì che la sua santità sia riconosciuta e manifestata dagli uomini, in particolare da Israele. Il profeta Ezechiele (36,22-29) indica che Dio si manifesterà santo in mezzo agli Israeliti, per legarli a sé. La santificazione non accetta il peccato e richiede trasparenza e obbedienza alla volontà divina. La Chiesa è chiamata a non accentuare la separazione dal mondo in spirito di gretto settarismo, ma a mostrare, visibilmente e pubblicamente, l'azione di Dio, senza profanare il suo nome rendendolo un luogo che lo "oscura".
"Venga il Tuo Regno"
La preghiera chiede che il Regno di Dio si affretti nel compimento, un Regno ancora incompiuto, come un seme. Quando Gesù dice: «Il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo», il Vangelo e il Regno sembrano quasi sovrapporsi. Il Regno di Dio, come Gesù lo ha annunciato, è carico di novità e si manifesta attraverso i tratti della misericordia e dell’universalità. Gesù ha accolto, servito, perdonato tutti, superando ogni differenza fra gli uomini, travolgendo ogni barriera emarginante. Il Regno di Dio non cataloga gli uomini, dividendoli e separandoli, ma abbatte differenze, gerarchie e privilegi per renderli universali. La sua realizzazione non viene dal mondo stesso, ma dal Regno di Dio; il cristiano guarda in alto, la sua origine viene da altrove.
"Sia Fatta la Tua Volontà"
Questa domanda accentua maggiormente l’aspetto morale. Fare la volontà di Dio è la vera prassi cristiana, al di là di sole parole o miracoli. Il Padre Nostro ci invita a non agire «come voglio io, ma come vuoi Tu», come espresso da Gesù nel Getsemani (Mt 26,39). La preghiera del Signore è la trasparenza della volontà del Padre, e l'obbedienza di Gesù è il suo cibo. È una preghiera che protende, senza distrazioni, verso il Padre, e in essa Gesù ritrova la sua libertà e la sua consistenza di Figlio. La volontà di Dio, come in cielo così in terra, è una passione missionaria, un respiro che coinvolge ogni angolo della terra, è il risvolto del cielo che si manifesta nel mondo.
"Dacci Oggi il Nostro Pane Quotidiano"
Questa invocazione esprime un vivo senso di sobrietà, chiedendo solo ciò che è necessario per oggi, nulla di più. Nessun inutile affanno, nessuna passione per l'accumulo. Affannarsi per accumulare è idolatria; la sicurezza della vita non va posta nell’accumulo, ma nella fiducia in Dio. Il pane quotidiano è un dono di Dio che deve essere distribuito in modo che nessuno ne avanzi per domani, come accadde con la manna (Es 16,19-21), insegnando a vivere per il solo giorno, con un'attitudine di condivisione e fraternità.
"Rimetti a Noi i Nostri Debiti Come Noi li Rimettiamo ai Nostri Debitori"
Questa richiesta suppone che in noi sia vivo il senso della colpa, non come una parola rituale, ma come una vera domanda di perdono. La gravità del peccato non si avverte solo davanti a Dio, ma anche di fronte agli altri. La metafora del debito qui assume un significato più profondo: il peccato non è solo un debito materiale, ma un'offesa alla persona, una mancanza nei confronti del dono ricevuto. L'unica soluzione aperta all'uomo è la domanda del perdono, perché Dio perdona sempre. La richiesta è al plurale («Rimetti a noi i nostri debiti») perché il Padre Nostro è una preghiera corale, e le colpe possono essere comunitarie, collettive, non solo individuali.
La frase aggiuntiva «Come noi li rimettiamo ai nostri debitori» lega il nostro perdono ai fratelli al perdono di Dio. Questo non significa che il nostro perdono sia il modello di quello divino, ma indica un legame stretto e decisivo tra i due perdoni. La parabola del servo spietato (Mt 18,21-35) è un monito: il perdono di Dio è gratuito e senza misura, ma il perdono fraterno va preso sul serio, perché è il luogo della verità del perdono ricevuto. Il cristiano è chiamato a perdonare i nemici, a fare del bene e a benedire chi lo maledice, partecipando all'amore divino con solidarietà e aiuto, senza isolarsi.
"Liberaci dal Male" / "dal Maligno"
L'ultima invocazione del Padre Nostro chiede a Dio di «liberaci dal male». Il male non si spiega soltanto con la cattiveria dell’uomo, né è una natura intrinseca dell'essere umano. Il Vangelo non ragiona così: il male è nostro, non si trova fuori, nelle cose o negli altri, ma in noi stessi (Mc 7,20-23). Nessuno vince il male da solo; occorre l'aiuto di Dio. Il verbo “liberaci” indica un bisogno di essere distaccati dal male, quasi "incollati" ad esso e incapaci di scrollarcelo di dosso. La traduzione «liberaci dal Maligno», più corretta secondo alcuni, implica che il tentatore è nel potere di Dio e, con lui, la sua vocazione a tentare.
Il Maligno (Satana) ha tentato anche Gesù nel deserto, non spingendolo direttamente a disobbedire a Dio, ma suggerendogli di svolgere la sua missione messianica servendosi del prestigio e della potenza, in un modo convincente ma deviante dalla dedizione al Padre. La pericolosità della tentazione sta proprio in questa furbizia del maligno, che cerca di celare la propria insidia dietro apparente rettitudine, persino citando le Scritture. Il male è forte e conserva sempre il fascino; per questo si chiede a Dio la liberazione da esso, riconoscendo la propria debolezza e la necessità del sostegno divino per non soccombere.
Conclusione: Il Padre Nostro tra Lingua, Fede e Teologia
In definitiva, il dibattito sulla nuova traduzione del Padre Nostro non riguarda soltanto una sfumatura linguistica, ma una diversa concezione del rapporto tra Dio, il male e la libertà umana. Da una parte, la nuova traduzione evita il rischio catechetico di far pensare che Dio sia autore del male; dall’altra, però, sposta l’accento verso un Dio che, pur onnipotente, si limita a “non abbandonare”, lasciando aperta la possibilità d’intendere che la prova sia sempre estranea al suo volere e frutto dell’azione di un altro potere.
Il Padre Nostro, in ogni sua parola, custodisce secoli di interpretazioni che manifestano diverse forme di sensibilità. La discussione su questa frase mostra quanto il linguaggio della Fede sia legato a visioni profonde dell’uomo e di Dio e come una semplice modifica possa aprire questioni che caratterizzano in modo significativo la spiritualità cristiana. È fondamentale che qualsiasi traduzione del testo originale renda chiaro a ogni fedele che l’indurre in tentazione - inteso come sottoporre a prove che richiedono l'esercizio del libero arbitrio e che sono proprie di ogni Fede autentica - è cosa diversa dal cercare d’indurre a fare il male. Sollecitando l’esercizio del libero arbitrio si evidenzia proprio un supremo dono divino di cui non si può eludere l’esercizio.
La sfida per la Chiesa è bilanciare la fedeltà al testo originale e alla tradizione teologica con la necessità di un linguaggio comprensibile e accessibile alla sensibilità contemporanea, evitando ambiguità e rispettando la ricchezza di significati che la preghiera del Signore ha sempre racchiuso.
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