Ser Ciappelletto, il cui vero nome è Cepparello, è il protagonista della prima novella della prima giornata del Decameron, una raccolta di cento novelle scritta da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo. La storia è narrata all’interno di una cornice in cui dieci giovani (sette donne e tre uomini) si rifugiano in una villa fuori Firenze per sfuggire alla peste nera. La novella è narrata da Panfilo, uno dei membri dell'allegra brigata. Sebbene la prima giornata, "sotto il reggimento di Pampinea", sia a tema libero, le dieci storie d'apertura insistono sulla corruzione dei potenti e sulla condanna dei vizi degli strati più elevati della società, spesso attraverso il riso e la "beffa" arguta.

Antefatto e Presentazione del Personaggio
La novella è preceduta da un ampio preambolo che afferma la necessità di iniziare ogni cosa dal nome di Dio. Panfilo desidera evidenziare uno dei miracoli divini, ribadendo che, pur vivendo in un mondo pieno di affanni e pericoli, la grazia di Dio ci sostiene. Tale grazia non discende dai nostri meriti, ma dalla Sua benignità e dalle preghiere dei defunti beati che, come procuratori, intercedono per noi. Boccaccio introduce l'idea che talvolta, ingannati dall'opinione, facciamo procuratore dinanzi alla maestà divina qualcuno che in realtà è scacciato con eterno esilio. Nondimeno, Dio, che tutto conosce, esaudisce le preghiere, guardando più alla purezza dell'orante che all'ignoranza o all'esilio del pregato. Questo aspetto paradossale si manifesterà chiaramente nella vicenda di Ser Ciappelletto.
Il racconto inizia con Messer Musciatto Franzesi, un ricchissimo mercante fiorentino divenuto cavaliere in Francia. Dovendo tornare in Toscana per volere di papa Bonifacio VIII, invitato a Firenze da Carlo di Valois, fratello del re di Francia, Musciatto si trovava con i suoi affari molto "intralciati" e non poteva "stralciarsi" facilmente. Cercava un uomo di "duro carattere" per riscuotere i suoi crediti dai Borgognoni, noti per essere "uomini riottosi e di mala condizione e misleali". Non gli veniva in mente nessuno abbastanza malvagio da affrontare la loro scaltrezza. Dopo lunghe riflessioni, gli venne in mente Ser Cepparello da Prato, che si riparava molto alla sua casa a Parigi.
Ser Ciappelletto, così chiamato dai francesi che, non comprendendo il nome Cepparello, lo storpiarono in Ciappelletto ("piccolo cappello" o "ghirlanda" nel loro volgare) a causa della sua piccola statura, era un notaio. La sua vita era tutt'altro che onorevole: provava "grandissima vergogna quando uno de’ suoi strumenti fosse altro che falso trovato". Ne avrebbe fatti "tanti di quanti fosse stato richiesto, e quelli più volentieri in dono che alcun altro grandemente salariato". Diceva "testimonianze false con sommo diletto, richiesto e non richiesto", e, sfruttando la grande fiducia riposta nei "saramenti" in Francia, vinceva malvagiamente molte questioni giurando il falso. Aveva piacere, e "forte vi studiava", nel "commettere tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e inimicizie e scandali", traendone allegrezza. Andava "volenterosamente" ad omicidi o altre "ree cose", e più volte "a fedire e ad uccidere uomini colle propie mani si trovò volentieri". Era un "grandissimo bestemmiatore di Dio e de’ santi" e "iracundo" per ogni piccola cosa. Non andava "a chiesa giammai" e "i sacramenti di quella tutti, come vil cosa, con abominevoli parole scherniva", preferendo "le taverne e gli altri disonesti luoghi". Era "vago delle femine come sono i cani de’ bastoni", ma si dilettava "del contrario più che alcun altro tristo uomo". Avrebbe "imbolato e rubato con quella conscienzia che un santo uomo offerrebbe". Era "gulosissimo e bevitore grande", "giuocatore e mettitor di malvagi dadi". In sintesi, "egli era il piggiore uomo forse che mai nascesse".

La Malattia e il Dilemma degli Usurai
Ser Ciappelletto, che si trovava in precarie condizioni economiche e vedeva in Messer Musciatto un suo sostegno, accettò volentieri l'incarico. Recatosi in Borgogna, dove quasi nessuno lo conosceva, cominciò, "fuor di sua natura", a riscuotere i crediti "benignamente e mansuetamente". Durante la sua permanenza in casa di due fratelli fiorentini usurai, che lo onoravano per amore di Messer Musciatto, Ser Ciappelletto si ammalò gravemente. I fratelli gli fecero venire medici e servitori, ma ogni aiuto fu inutile poiché, essendo già vecchio e avendo vissuto disordinatamente, andava di giorno in giorno "di male in peggio", come "colui ch’aveva il male della morte".
I due fratelli, vicini alla camera di Ciappelletto, cominciarono a discutere preoccupati. Temevano che mandarlo via così infermo sarebbe stato un "gran biasimo" e "segno manifesto di poco senno". D'altra parte, egli era stato "sì malvagio uomo che egli non si vorrà confessare né prendere alcuno sacramento della Chiesa", e morendo senza confessione, "niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere, anzi sarà gittato a’ fossi a guisa d’un cane". Inoltre, se si fosse confessato, i suoi peccati erano "tanti e sì orribili" che "frate né prete ci sarà che ’l voglia né possa assolvere", portando comunque alla stessa sorte. Temevano che il popolo locale, già ostile agli usurai, si sarebbe sollevato, derubandoli e forse persino attaccandoli fisicamente, se Ciappelletto fosse morto senza assoluzione. Si trovavano in un dilemma: nessun prete, sapendo quel che Ciappelletto aveva commesso in vita, lo avrebbe assolto; dunque morirebbe senza assoluzione e sarebbe disdicevole. Tuttavia, se non avessero chiamato un prete per confessarlo, sarebbe stato disdicevole perché gli avrebbero così negato l’estrema unzione.
Ser Ciappelletto - Decameron - Boccaccio
La Falsa Confessione di Ciappelletto
Ser Ciappelletto, pur moribondo, origliava e, udendo il loro ragionamento, li fece chiamare per rassicurarli: "Io non voglio che voi di niuna cosa di me dubitiate né abbiate paura di ricevere per me alcun danno." Aveva capito il loro timore e sapeva che le loro previsioni si sarebbero avverate se le cose fossero andate come pensavano, ma aveva un piano. Dichiarò di aver fatto "tante ingiurie a Domenedio che, per farnegli io una ora in su la mia morte, né più né meno ne farà". Invitò i fratelli a procurargli "un santo e valente frate, il più che aver potete, se alcun ce n’è", e di lasciare fare a lui, promettendo di "acconcerò i fatti vostri e i miei in maniera che starà bene e che dovrete esser contenti".
I due fratelli, pur non riponendo molta speranza, si recarono in un convento e chiesero un "santo e savio uomo" per la confessione di un "lombardo" infermo. Gli fu dato un "frate antico di santa e di buona vita e gran maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo", nel quale tutti i cittadini riponevano grande devozione. Giunto nella camera di Ciappelletto, il frate lo confortò e gli chiese da quanto tempo non si confessava. Ciappelletto, che non si era mai confessato, rispose di avere l'abitudine di confessarsi almeno una volta alla settimana, ma che, a causa della malattia, erano circa otto giorni che non lo faceva. Il frate lo lodò e lo esortò a continuare così. Ser Ciappelletto lo interruppe, chiedendogli di interrogarlo "puntualmente d’ogni cosa come se mai confessato non mi fossi", poiché non aveva mai confessato senza ricordarsi tutti i suoi peccati, dalla nascita al momento presente. Preferiva "il castigo della carne piuttosto che la perdizione della mia anima".
Queste parole piacquero molto al frate, che credette di aver trovato una mente ben disposta. Iniziò a domandargli se avesse peccato di lussuria. Ser Ciappelletto rispose con vergogna che era "vergine come quando uscì del corpo della mamma mia", temendo di cadere in vanagloria. Il frate esclamò: "Oh benedetto sie tu da Dio! come bene hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più meritato, quanto, volendo, avevi più d’arbitrio di fare il contrario che non abbiam noi e qualunque altri son quegli che sotto alcuna regola sono costretti."
Poi gli chiese se avesse peccato di gola. Ciappelletto sospirò, rispondendo di sì e "molte volte", confessando che, oltre ai digiuni settimanali di pane e acqua, aveva bevuto l'acqua con troppo diletto, specialmente dopo le fatiche di adorazione o pellegrinaggio. Aveva anche desiderato "insalatuzze d’erbucce" e talvolta il cibo gli era parso "migliore che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per divozione". Il frate lo rassicurò: "Figliuol mio, questi peccati sono naturali e sono assai leggieri; e per ciò io non voglio che tu ne gravi più la conscienzia tua che bisogni." Ciappelletto replicò: "Padre mio, non mi dite questo per confortarmi; ben sapete che io so che le cose che al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte nettamente e senza alcuna ruggine d’animo; e chiunque altrimenti le fa, pecca." Il frate fu "contentissimo" e lodò la sua "pura e buona conscienzia".
Alle domande sull'avarizia, Ciappelletto rispose che si trovava in casa di usurai per "ammonirli e gastigare e torgli da questo abbominevole guadagno". In elemosina aveva raccolto denaro per i poveri e qualche soldo per il suo bisogno. Disse anche: "io non vorrei che voi guardaste perché io sia in casa di questi usurieri: io non ci ho a far nulla; anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare e torgli da questo abbominevole guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Iddio non m’avesse così visitato". Il frate approvò: "Ben facesti". Sull'ira, Ciappelletto confessò di essersi adirato "molto spesso", ma solo vedendo "tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudicii". Il frate sentenziò: "cotesta è buona ira".
Finalmente, Ciappelletto confessò in lacrime un peccato gravissimo che non osava dire: "Sappiate che, quando io era piccolino, io bestemmiai una volta la mamma mia". Il frate, stupito, gli disse: "O figliuol mio, or parti questo così grande peccato? o gli uomini bestemmiano tutto ’l giorno Iddio, e sì perdona egli volentieri a chi si pente d’averlo bestemmiato; e tu non credi che egli perdoni a te questo?" Ciappelletto, ancora in lacrime, esclamò: "Ohimè, padre mio, che dite voi? La mamma mia dolce, che mi portò in corpo nove mesi il dì e la notte e portommi in collo più di cento volte!"
I due fratelli usurai, nascosti dietro la porta ad origliare, si divertivano ad ascoltare le esorbitanti bugie che Ser Ciappelletto propinava al confessore, stupendosi della sua totale assenza di timore di Dio. Il frate, completamente ingannato dalla falsa confessione, assolse Ciappelletto da tutti i peccati, credendolo una figura santa. Chi non l'avrebbe creduto tale, vedendolo in punto di morte, con pentimento sofferto in cerca di perdono? Gli chiese se volesse essere sepolto nel luogo dove si trovavano, ed egli rispose di sì, data la sua speciale venerazione per quell'ordine ecclesiastico. I due fratelli, "quasi schiattavano dal ridere per quell'imbroglio", mentre il falso santocchio ricevette l'ultima unzione e al vespro morì, circondato dai frati che lo accompagnarono alla sua ultima dimora.
La Santificazione Postuma e le Sue Implicazioni
Dopo la sua morte, il venerando frate "non cessò di narrare la bontà e l'innocenza di quell'uomo". Ciappelletto venne sepolto con onore e venerato come un uomo santo, con la gente che prega per la sua intercessione come se fosse un santo. Nella notte successiva lo seppellirono in un'arca di marmo, dove la gente prese ad accendervi lumini per venerarlo. La sua fama si impose tanto che, ad ogni avversità della vita, quasi tutti si rivolgevano a lui. La novella si conclude con un'affermazione paradossale: "Invero si direbbe ch'egli sia caduto nelle mani del diavolo più che tra gli angeli del cielo: ma tutto ciò è occulto, quale che sia stata la sua scellerata vita. Così morì quest'uomo entrato nel numero dei santi, e ora chiamato Santo Ciappelletto: nome a cui ci raccomandiamo, certi d'essere da lui uditi."
Temi Centrali
- Inganno e Ipocrisia: La storia è un potente commento sulla natura dell'inganno. Ser Ciappelletto, "il piggiore uomo forse che mai nascesse", con la sua "falsa confessione inganna un santo frate", e, "essendo stato un pessimo uomo in vita, è morto reputato per santo e chiamato san Ciappelletto". Questo "diventa poco a poco un punto d’eccesso", perché "ad ogni battuta di Ser Ciappelletto si va oltre tutte le aspettative", e "ogni volta spalanchiamo gli occhi per il crescendo delle sue invenzioni da falsario, fin quando sappiamo che è diventato un santo del luogo".
- Critica delle Istituzioni Religiose: Boccaccio critica velatamente le istituzioni religiose del suo tempo, mostrando quanto sia facile ingannarle da chi sa come sfruttare il sistema. Il frate confessore subisce "un'ironia molto pungente e una progressiva degradazione", inversa a quella di Ciappelletto. Se quest'ultimo era stato presentato come mascalzone e diventa santo, il frate confessore è presentato come sant'uomo e finisce con l'essere non solo un credulone, ma anche un peccatore nei confronti di Ciappelletto.
- Ironia e Antifrasi: L'intera storia è pervasa dall'ironia e basata sull'antifrasi, specialmente nella confessione di Ciappelletto, che risulterebbe vera se letta al contrario. L'effetto comico per il lettore è massimo, poiché conosce la reale situazione e segue gli accadimenti narrati.
- Potere della Parola e Fallacia del Giudizio Umano: L'ironia dominante permette all'autore di sottolineare "quanto il giudizio umano sia fallace e quanto sia pericolosa la narrazione dei fatti". Ciappelletto, con le sue capacità retoriche, dimostra la facoltà tutta umana di garantirsi il miglior tornaconto personale.
Interpretazioni della Novella
La novella di Ser Ciappelletto è "molto intrigante e ambigua". I narratori riflettono sul fatto che nel nostro fragile mondo "spesso si abbia bisogno di figure intermediarie con Dio" e che, "tuttavia, queste figure di cui tanto si dice e tanto si parla bene magari non erano perfette e, ponendolo a caso limite, magari erano solo dei lestofanti, come lo era Ser Ciappelletto". Il conflitto delle interpretazioni scaturisce da questa ambiguità. La vera domanda è: perché Ciappelletto sceglie di aiutare i due usurai? Che cosa ci guadagna, visto che sta morendo? Una prima ipotesi suggerisce che Ciappelletto si sia pentito e sia stato accolto in paradiso da Dio. Altri studiosi sostengono che Boccaccio, nell'esaltare Ciappelletto, sia colpito da uno sgomento di fronte alla logica mercantile, prendendo le distanze dalle circostanze più brutte e ambigue di quell'etica commerciale. Una terza ipotesi combina le prime due. Una quarta ipotesi chiama in causa l'autore stesso: Ciappelletto forse "ubbidisce a una logica narrativa imposta dell’autore per dimostrare gli aspetti negativi e disumani dei mercanti capaci di tutto pur di guadagnare".
Boccaccio, con questa novella, vuole insegnarci la problematicità del rapporto tra i disegni di Dio e le azioni degli uomini, e "mettere in evidenza il trionfo della imperscrutabilità divina sull’inconsapevolezza umana". La "beffa di Ciappelletto" e il divertimento che egli mette nella sua recitazione davanti al frate "hanno qualcosa di eccessivo" e "chiamano in causa giocosamente la morte, all’inizio di un’opera come il Decameron che vuol essere anche una liberazione dal tempo mortale della peste". Il libro è così suggellato dal nome di Dio, ma anche da una "suprema immagine del male come finzione e recitazione, della menzogna come arte e sfida; dannazione e santità, male e bene mostrano beffardamente il loro misterioso rapporto, il loro intreccio". La "beffa così diabolica" finisce per incrementare, "nonostante la malvagità delle sue premesse, lo stesso sentimento religioso delle persone" e, "suo malgrado, a corroborare la moralità di cui essa è estrema infrazione". La "verità divina è mantenuta nonostante, anzi in virtù della falsità umana".
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