La figura di Benito Mussolini continua a essere oggetto di analisi storiche, dibattiti pubblici e, talvolta, di controversie accese. Dalle sue ultime dichiarazioni prima della caduta del regime alla celebre dichiarazione di guerra del 1940, fino alle manifestazioni di nostalgia contemporanee, il ricordo del Duce e del fascismo si manifesta in varie forme, spesso polarizzanti. Questo articolo esplora alcuni momenti chiave della sua comunicazione e della sua ricezione, compresi documenti inediti e recenti episodi mediatici.
L'Ultimo Testamento di Mussolini: L'Intervista del 22 Aprile 1945
Il 22 aprile 1945 segna una data cruciale, ovvero l'ultima revisione di quella che può essere definita l'ultima intervista a Benito Mussolini, avvenuta pochi giorni prima della sua morte. È risaputo che, al momento del suo arresto a Dongo, Mussolini aveva presso di sé una grossa busta di cuoio contenente preziosi documenti, tali da interessare la storia degli ultimi anni. Ma - almeno fino a questo momento - la storia li ignora. Fino a quando non sarà stato rinvenuto (ma lo sarà mai?) il carteggio personale e riservatissimo che Mussolini portava con sé e che dovette abbandonare - non si sa dove, né come - dopo il suo arresto sulla riva occidentale del lago di Como; fino a quel giorno avranno un acuto interesse e un valore documentario eccezionale le parole, gli scritti, le dichiarazioni, le confessioni, che egli fece, dettò, espose, o fornì verbalmente nell’ultima decade della sua esistenza e, particolarmente, fra il 20 aprile del 1945 e quel drammatico 28 aprile del 1945, in cui lui e Claretta Petacci vennero uccisi.
Mussolini aveva molte cose da dire. I giornali, i testimoni, le numerose interviste con partigiani del tempo, sono concordi nel riferire ciò che il Capo della Repubblica Sociale avrebbe detto ai suoi carcerieri: “Voglio parlare un’ultima volta al mondo, prima di morire. Sono stato tradito nove volte. La decima, sono stato tradito dai tedeschi”. È noto che egli non ebbe modo di parlare come desiderava e voleva. Quei pensieri che lo facevano invocare quest’ultimo colloquio con gli uomini, ignorati fino a ieri, sono oggi noti. E non perché siano stati ritrovati documenti che Mussolini portava con sé nella famosa busta di cuoio prima dell’arresto; ma perché è venuto alla luce quello che si può a giusto titolo chiamare il testamento di Mussolini.

Nessun dubbio, a tale proposito. Le sue ultime parole non solo vennero scritte sotto la sua dettatura; ma Mussolini stesso, due giorni dopo la definitiva stesura delle cartelle dattiloscritte, volle rivederle, volle personalmente correggerle; e, infine, volle siglare tutto il dattiloscritto con la sua ben conosciuta inconfondibile M. Ci si chiederà: “Come mai questo documento così importante, questa testimonianza così vitale, salta fuori soltanto adesso?”. La risposta è quanto mai semplice: perché l’estensore manuale di quelle dichiarazioni, che furono a lui dettate, il fortuito raccoglitore delle idee, della volontà, dell’estrema disperata difesa di Mussolini si era impegnato a non rendere noto il contenuto di quelle carte se non tre anni dopo la morte di Mussolini stesso. E questo - come si vedrà - per esplicita volontà di Mussolini. Ecco perché solo ora, trascorsi i tre anni da quel tragico 28 aprile 1945, il depositario degli ultimi pensieri di Mussolini si è fatto vivo, ritenendosi giustamente sciolto dall’obbligo del silenzio.
Il Contenuto dell'Intervista di Gian Gaetano Cabella
Il documento ha la forma di una intervista; intervista che Mussolini concesse nel suo studio presso la Prefettura di Milano a Gian Gaetano Cabella, direttore del “Popolo di Alessandria”, nel pomeriggio del 20 aprile 1945 e che, come si è detto, rivede attentamente il giorno 22 aprile, cioè sei giorni prima della morte. Superfluo rilevare che questa non è una intervista delle solite. Si tratta di dichiarazioni assolutamente eccezionali, fatte nel momento in cui Mussolini aveva la coscienza del crollo e della sua stessa fine imminente. Egli stesso, del resto, definì questa intervista un testamento. Quando il giornalista di sua fiducia gliela riportò il 22 aprile, gli avvenimenti già precipitavano con un ritmo che non consentiva più illusioni. Gli angloamericani si erano avvicinati vittoriosi alla linea del Po. Ogni speranza in una qualsiasi resistenza svaniva, tanto per l’esercito tedesco, quanto per i fascisti. Nell’ampia cerchia limitata dall’arco alpino, già echeggiava il sinistro: “Si salvi chi può”. Perciò Mussolini ebbe la visione, forse ancora nebulosa, ma non per questo meno drammatica, della prossima fine. E ciò spiega la consegna impartita al fedele dell’ultima ora: “Se io muoio, non dovete divulgare quanto rimetto nelle vostre mani se non quando saranno passati tre anni dalla mia morte”. L’importanza storica e umana del documento è eccezionale.
Cabella racconta l'incontro: “Fu il ministro Zerbino che il 19 aprile mi comunicò l’invito. Mussolini mi avrebbe ricevuto all’indomani, in Prefettura. Feci subito rilegare i numeri del giornale: tutta la edizione milanese dal settembre 1944 fino all’ultimo numero, uscito con la data del 21 aprile 1945. Volevo offrire al Duce l’intera collezione, insieme coi prospetti e i grafici della tiratura, del “Popolo”, che, da 18 mila copie stampate e 16 vendute nel primo anno di vita, era ora asceso a 270 mila copie tirate e vendute, senza contare i numeri speciali, che avevano ottenuto un successo anche maggiore. Molti camerati mi consegnarono scritti e messaggi da presentare al Duce. Preparai anche una breve relazione delle lunghe trattative che avevo condotto con elementi partigiani, i quali, in un primo tempo, mi avevano scritto invitandomi a prendere contatto con alcuni loro rappresentanti. Alle 14.30 del 20 aprile ero in Prefettura. Nella prima sala d’aspetto passeggiavano e discorrevano ufficiali e gerarchi. Il Prefetto, capo della Segreteria particolare, attraversava spesso la sala che divideva lo studio di Mussolini dal suo ufficio. Alle 15 giunsero il comandante Borghese accompagnato da alcuni ufficiali, e il Capo di Stato Maggiore della GNR. Il ministro Fernando Mezzasoma parlava con un gruppo di giornalisti, fra i quali ricordo Daquanno, Amicucci, Guglielmotti. Un’apparente serenità regnava fra quelle persone e, specialmente nella prima sala, c’era il più discreto silenzio. Un ufficiale delle SS germaniche passeggiava fumando. Alle 15.20 giunse il Questore, che parlò col Prefetto Bassi. Poco dopo uscì dallo studio del Duce il personaggio che vi stava già da venti minuti; ma non ricordo chi fosse. Forse Pellegrini. Entrò un usciere, che chiuse la porta dietro di sé; ma non tanto velocemente da impedirmi di scorgere Mussolini seduto dietro una piccola scrivania. Finalmente, la porta del Duce si aprì. L’usciere disse forte il mio nome. Mi precipitai dentro. Deposti i pacchi sopra una sedia alla mia destra, salutai sull’attenti. Mussolini mi accolse con un sorriso. Si alzò e mi venne vicino. Subito osservai che Mussolini stava benissimo in salute, contrariamente alle voci che correvano. Stava infinitamente meglio dell’ultima volta che l’avevo visto. Fu nel dicembre del 1944, in occasione del suo discorso al Lirico. Le volte precedenti che mi aveva ricevuto - nel febbraio, nel marzo e nell’agosto del ’44 - non mi era mai apparso così florido come ora. Il colorito appariva sano e abbronzato; gli occhi vivaci, svelti i suoi movimenti. Era anche leggermente ingrassato. Per lo meno, era scomparsa quella magrezza, che mi aveva tanto colpito nel febbraio dell’anno avanti e che dava al suo volto un aspetto scarno, quasi emaciato. Egli indossava una divisa grigio-verde senza decorazioni, né gradi. Lasciò i grossi occhiali sul tavolo, sopra un foglio pieno di appunti a matita azzurra. Notai che il tavolo era piccolo: molti fascicoli erano stati collocati sopra un tavolino vicino. Alcuni giacevano perfino in terra, presso la finestra. M’è rimasta l’impressione visiva che sulla scrivania, in un vaso di cristallo, ci fosse una rosa rossa; ma non potrei garantire l’esattezza di questo particolare. Mussolini mi posò la destra sulla spalla e mi chiese: “Cosa mi portate di bello?”. Non seppi rispondere lì per lì. Come al solito, e come succedeva a molti davanti a lui, mi sentii alquanto disorientato e dopo una breve esitazione risposi che ero felice di vederlo, e che gli portavo la raccolta del giornale. Mi batté la mano sulla spalla. Fissandomi, mi disse: “Vi elogio per quanto avete fatto per il consolidamento della Repubblica Sociale. Pavolini mi ha riferito del vostro discorso a Torino per il 23 marzo e del successo che avete ottenuto. Gli offersi la raccolta del giornale e gli mostrai i grafici della diffusione, della vendita, delle lettere ricevute. Gli consegnai diversi scritti di fascisti, di combattenti, di giovanissimi. Sfogliò la raccolta, soffermandosi su alcuni numeri. “I tre numeri illustrati per “Bazzetta”, ” Pupullo” e “Stellassa” sono fatti veramente bene. Mi hanno divertito.” Duecentosettantamila copie vendute. “Avrete la carta che vi occorre…”. Prese la matita e, stando in piedi, tracciò qualche nota su un foglio di appunti. Allora mi feci animo e gli esposi il caso disgraziato di due camerati bolognesi. Farò aver loro diecimila lire. Va bene?”. Volle sapere i nomi e gli indirizzi. Li scrisse egli stesso, negli appunti. Poi mi chiese: ” Desiderate qualche cosa da me?”. Dopo un momento di perplessità risposi: “Il mio premio l’ho già avuto, è stato l’elogio che avete voluto farmi. Oso troppo se vi chiedo una dedica?”. Gli mostrai una grande fotografia. La fissò un attimo, scosse il capo. Evidentemente, non era troppo soddisfatto dell’immagine. Poi tornò al tavolo, si sedette, prese la penna e scrisse: “A Gian Gaetano Cabella, pilota de Il Popolo di Alessandria, con animo della vecchia guardia. B. Posò la penna. Volle vedere i grafici. La tiratura del giornale era descritta da un diagramma. Esposi, poi, brevemente i criteri che seguivo e che mi parevano giusti, quindi soggiunsi: “Mi siete stato maestro”. Mussolini scosse la testa, stette un attimo pensoso e osservò: “Si nasce giornalisti come si nasce compositori o tecnici. Creare il giornale è come conoscere la gioia della maternità. Il criterio di non monotizzare è giusto. Non si può dare un concerto con soli tromboni e grancasse. Il pubblico, dopo i primi istanti di sbalordimento, finirebbe con l’abituarvisi. Vedo che siete anche un abile amministratore. Ricevo al giornale circa un dieci per cento di anonime. Però quando le vicende dell’Asse vanno meglio, le lettere anonime diminuiscono”. Oltre 2400 lettere non anonime in un mese: sono moltissime. Ho constatato che, così facendo, si ottiene una grande pubblicità. Chi riceve, specie in un piccolo centro, una lettera personale del direttore, la fa vedere a più persone. Automaticamente diventa un fedele propagandista”. Mussolini prese il pacchetto delle lettere che gli avevo portato insieme con altre cose. Gli feci osservare che avevo diviso le missive in tre gruppi. “Ringrazierete la signora e il ragazzo. Lasciatemi l’altra: farò rispondere direttamente”. Mussolini mi disse subito i nomi di entrambi e aggiunse: “Fate loro i miei elogi”. Ebbi l’impressione che l’udienza fosse per finire. Mussolini aveva riaperta la raccolta del giornale e, in ultimo, aveva trovato le copie del giornale “Il Monarchico”, che avevo stampato alla macchia facendo finta fosse l’organo di un gruppo monarchico “C. Cavour” di Torino, e una copia del “Grido di Spartaco”, che avevo stampato clandestinamente. Mussolini rise, ed esclamò: “Mi sono piaciuti”. Mussolini si alzò. Mi venne vicino. A quella domanda inaspettata io rimasi esterrefatto. Non seppi cosa rispondere. Non sfuggì la mia emozione a Mussolini, che cercò di dissipare la mia confusione con un sorriso bonario. “Sedetevi qui. Ecco una penna e della carta”. In preda ad una grande agitazione, mi sedetti alla sua sinistra. La sua mano era vicina alla mia. Molte idee mi si affollavano nella mente, ma tutte imprecise. Finalmente formulai una domanda assai generica: “Qual è il vostro pensiero, quali sono i vostri ordini, in questa situazione?”. Invece di “ordini” dissi “disposizioni”; ma siccome nel testo dell’intervista, che il giorno dopo Mussolini rivide, corresse e siglò, sta scritto “ordini”, lasciò l’espressione ch’egli stesso approvò. Solo a distanza di tempo, oggi, ricordo bene; con assoluta precisione. Perciò posso completare ciò che non mi fu possibile allora. Debbo aver accennato un gesto istintivo di sorpresa. Mussolini mi toccò il braccio, e sorrise di nuovo: “Non vi stupite. Faccio questa domanda a tutti.”
Documentario : Ultima intervista a Benito Mussolini
Mussolini affrontò la questione del "quadrato" con il gagliardetto: “Certo, sarebbe la fine più desiderabile… ma non è possibile fare sempre ciò che si vuole. Ho in corso delle trattative. Il Cardinale Schuster fa da intermediario. Versata una goccia di sangue. Un trapasso di poteri. Per il governo, il passaggio fino in Valtellina, dove Onori sta preparando gli alloggiamenti. È viscido. Ma non posso dubitare della parola di un Ministro di Dio. È la sola strada che debbo prendere. Per me è, comunque, finita. Dovete ubbidire. L’Italia si risolleverà. È questione di anni, di decenni, forse. Allora sarete ancora utili per il Paese. Forse Mussolini non disse: “troppi”. Ho l’impressione che dicesse solo: “malvagi e venduti”. Quando rilesse le righe che seguono, le segnò a lato; e fece un gesto con la testa come per farmi comprendere che l’espressione non gli era troppo piaciuta. La sua voce aveva i toni metallici che tante volte avevo udito nei suoi discorsi.
Riflettendo sulle critiche al suo operato, affermò: “Dicono che ho errato, che dovevo conoscere meglio gli uomini, che ho perduta la testa, che non dovevo dichiarare la guerra alla Francia e all’Inghilterra. Dicono che mi sarei dovuto ritirare nel 1938. Dicono che non dovevo fare questo, e che non dovevo fare quello. Ho una documentazione che la storia dovrà compulsare per decidere. Voglio solo dire che, a fine maggio e ai primi di giugno del 1940 se critiche venivano fatte erano per gridare allo scandalo di una neutralità definita ridicola, impolitica, sorprendente. La Germania aveva vinto”. Mussolini mi disse di far risaltare che le frasi da lui sottolineate riguardavano i discorsi della gente. “E cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un’occasione d’oro così, non si sarebbe mai più ripresentata”. La verità è una: non ebbi pressioni da Hitler. Hitler aveva già vinta la partita continentale. Non aveva bisogno di noi. Ma non si poteva rimanere neutrali se volevamo mantenere quella posizione di parità con la Germania che fino allora avevamo avuto. I patti con Hitler erano chiarissimi. Ho avuto ed ho per lui la massima stima. A queste considerazioni Mussolini ne aggiunse varie altre. “Ho parlato sempre col Führer della sistemazione dell’Europa e dell’Africa. Non abbiamo mai avuto divergenze di idee. L’Europa divisa in due grandi zone di influenza: nord e nord-est influenza germanica, sud, sud-est e sud-ovest influenza italiana. Cento e più anni di lavoro per la sistemazione di questo piano gigantesco. Comunque, cento anni di pace e di benessere. Per questo voi, miei fedeli, dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Non ho bluffato quando affermai che l’Idea Fascista sarà l’Idea del secolo XX. Non ha assolutamente importanza una eclissi anche di un lustro, anche di un decennio. Sono gli avvenimenti in parte, in parte gli uomini con le loro debolezze, che oggi provocano questa eclissi. Indietro non si può tornare”. A questo punto Mussolini tacque. Scosse alcune volte la testa come per scacciare un pensiero molesto.
La Dichiarazione di Guerra del 10 Giugno 1940: Tra Retorica e Realtà
Il 10 giugno del 1940 è una data indelebile nella memoria degli italiani. Una data spartiacque che divide in un "prima" e in un "dopo" la storia collettiva e la storia di ciascuna famiglia. Alle ore 18, dai balconi di Palazzo Venezia, Mussolini annunciò l'avvenuta dichiarazione di guerra alla Francia e all'Inghilterra. Mascella protesa, mani sul cinturone, il duce studiava sapientemente tonalità e pause, punteggiate dal boato della piazza, anzi delle piazze, come mostrano le immagini dell'Istituto Luce parzialmente restaurate. Con una straordinaria sapienza mediatica, il discorso venne amplificato dagli apparecchi della RadioMarelli nelle principali città italiane: Genova, Torino, Milano, Venezia, Trieste, Bologna, Forlì, Bari, Firenze, Napoli. Là dove non c'è il corpo del duce, il primo ad aver affidato alla propria fisicità la comunicazione politica del Novecento, interveniva la sua potente voce metallica. Ovunque si celebrava il rito di fusione mistica tra Mussolini e gli italiani.

Si dice che Mussolini avesse fatto le prove davanti allo specchio, nella sua divisa da caporale d'onore della milizia. All'estero la sua dichiarazione di guerra era attesa già da alcuni giorni; l'agenzia Reuter l'aveva annunciata per il 6 giugno. In Italia la notizia si seppe all'ultimo momento: la radio e manifesti frettolosamente affissi per le strade informarono che il duce avrebbe parlato agli italiani. Negli ultimi giorni la propaganda si era fatta sempre più martellante: sotto la guida di Mussolini, la guerra avrebbe avuto un carattere del tutto nuovo. "Una guerra dinamica, rapida, qualitativa", scrisse il ministro della Cultura Popolare Alessandro Pavolini il 5 giugno in un famoso articolo che comparve su quasi tutti i quotidiani. Molti italiani gli credettero.
Motivazioni e Reazioni
Che cosa indusse Mussolini a condurre il paese alla catastrofe? Era perfettamente consapevole della nostra totale impreparazione militare. Aveva sfidato le resistenze di tutti: del Re e del generale Favagrossa che presiedeva l'industria dell'armamento, dell'alta burocrazia e della Chiesa. Secondo Renzo De Felice, il maggior biografo del capo del fascismo, nel grande groviglio di spinte anche irrazionali furono essenzialmente due i motivi decisivi: la Francia ormai in ginocchio, sopraffatta dalle truppe germaniche, e la paura dei tedeschi, in lui sempre più forte. "Non possiamo tirarci indietro", disse dopo aver letto il rapporto di Alfieri sulla sua conversazione con Göring. "Dopo la Francia, potrebbe toccare a noi". Alle 16,30 del 10 giugno, il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano convocò a Palazzo Chigi gli ambasciatori francese e inglese. In divisa da ufficiale dell'aeronautica, consegnò a entrambi la dichiarazione di guerra. "Probabilmente avete già compreso le ragioni della mia chiamata", disse andando incontro a un emozionato André Francois-Poncet. "Benché sia poco intelligente, questa volta ho capito", lo fulminò il diplomatico francese. E poi il giudizio tagliente, che sarebbe rimasto impresso nell'immaginario collettivo: "Avete atteso che noi fossimo a terra per darci un colpo di pugnale nella schiena". Più freddo e formale l'incontro con il britannico Percy Loraine, che accolse la dichiarazione senza batter ciglio. Un'ora dopo, il boato delle piazze pubbliche ma anche lo sconforto di molte case private. "Sono triste, molto triste. L'avventura comincia. Che Dio assista l'Italia", annotò sul Diario lo stesso Ciano. Con quel discorso pronunciato in un caldo pomeriggio di giugno, Mussolini portò un popolo alla rovina. "Questa è la tragedia della storia italiana", avrebbe detto Winston Churchill alcuni mesi dopo dai microfoni di Radio Londra. "E questo è il criminale che ha tessuto queste gesta di follia e vergogna!". Un giudizio storico che sarà difficile smentire.
La Segreteria Particolare del Duce: Uno Spaccato di Clientelismo Fascista
Storie di clientele e sussidi, omaggi e raccomandazioni raccolte negli archivi dell'Italia fascista offrono un'ulteriore prospettiva sul rapporto tra Mussolini e il popolo. Si tratta di centinaia di lettere scritte dagli anni ’20 ai ’40 del Novecento, inviate da donne e uomini di ogni età e ceto sociale, e destinate a Benito Mussolini attraverso l’istituzione della Segreteria particolare del duce. A una parte delle lettere - ma anche cartoline, telegrammi - inviate alla segreteria da singoli cittadini, aziende ed enti, Radio Rai ha dedicato un programma curato da Paquito Del Bosco, che andava in onda nel 1982 su Radio 3. Prendeva il titolo proprio da questo organismo del regime fascista: “Segreteria Particolare del Duce”, ovvero “Storie di clientele e di sussidi, di omaggi e di raccomandazioni raccolte negli archivi dell'Italia fascista”. Radio Techetè ha riproposto le ultime due di una selezione di cinque puntate del programma. Ogni puntata è preceduta dall’intervento di un ospite, che aiuta ad approfondire, commentare e contestualizzare, avendo sempre come riferimento ciò che il programma dell’82 ha voluto essere: una riflessione sul rapporto tra individuo e potere.

Controversie Contemporanee: Il Servizio TGR Emilia-Romagna su Predappio
La commemorazione di Benito Mussolini, tenuta domenica a Predappio da 300 fascisti tra tricolori, aquile e cimeli del regime, ha generato una forte polemica a seguito di un servizio del Tgr Emilia-Romagna. Il servizio includeva il saluto romano, le lacrime davanti alla cripta e dava parola ai nostalgici, presentando anche un'intervista a Edda Negri Mussolini, nipote del dittatore, senza un contraddittorio o una contestualizzazione critica della commemorazione. Tanto che prima il direttore di tutti i telegiornali regionali di Rai 3, Alessandro Casarin, è stato costretto a diffondere una nota per spiegare che “la direzione si dissocia” e “ne prende le distanze”, annunciando “valutazioni” sul caso. Successivamente, è intervenuto direttamente l’AD Fabrizio Salini esprimendo “profonda irritazione” e chiedendo proprio a Casarin un’accurata relazione su tempi e sulle modalità di realizzazione del pezzo. Nel servizio viene data voce a chi definisce Mussolini “il più grande uomo storico” e un “personaggio che ha fatto la storia”. Gli intervistati si definiscono “fedeli” e vengono passate le immagini del rito del “presente” con saluto romano. Uno dei partecipanti parla di “democrazia che si divide in due teste: quella anarchica che ha portato dissoluzione, quella organica che porta ordine e disciplina. E noi rivogliamo quella”.
Documentario : Ultima intervista a Benito Mussolini
Nei circa 120 secondi realizzati a Predappio, il Tgr Emilia-Romagna ha dato spazio anche a Edda Negri Mussolini e all’ausiliaria ultranovantenne della Rsi, Paola Gallo. La nipote del dittatore fascista si è mostrata quasi commossa nel vedere “l’affetto” di quanti “piangono di fronte alla tomba del nonno”, mentre Gallo ha dichiarato: “Funzionava tutto, con tanti sogni”. I contenuti del servizio, firmato da Paolo Pini, “non corrispondono alla linea editoriale”, ha dichiarato Casarin. Una linea editoriale, ha spiegato, che “si basa sul principio di una informazione equilibrata, a garanzia di un contraddittorio in tutti i servizi, dalla politica alla cronaca. Equilibrio che deve rispettare la storia della democrazia italiana. D’intesa con l’azienda - ha concluso Casarin - saranno effettuate le valutazioni del caso”. Critico anche il comitato di redazione del Tgr Rai Emilia-Romagna: “La Rai servizio pubblico - ha scritto il comitato di redazione - trova il suo fondamento nel Contratto di servizio, che è strettamente ancorato alla Costituzione italiana, antifascista e antirazzista”. Quindi, si legge in una nota, “non è ammissibile qualunque servizio che esca da questa cornice o - peggio - una assurda presunta par condicio tra neofascismo e antifascismo”. Sul caso è intervenuto anche il deputato del Pd, Michele Anzaldi: “Al Tgr Emilia Romagna servizio su Predappio e Mussolini che nulla ha a che vedere con l’informazione e molto con quella che è apparsa come vera e propria apologia del fascismo. Questa è la nuova informazione Rai? L’apologia del fascismo è un reato. Due minuti di interviste e immagini, con tanto di saluti romani, sulla manifestazione fascista di Predappio per l’anniversario della morte di Mussolini - ha aggiunto il segretario della commissione Vigilanza - L’amministratore delegato Salini spieghi se questa è la nuova informazione Rai. Chi ha deciso di mettere in onda quel servizio? Chi non ha controllato?
tags: #ringraziare #mussolini #omelia