La Resurrezione: Significato, Analisi e Istruzioni per l'Uso

La dottrina della risurrezione, intesa come ritorno alla vita dalla morte grazie al potere divino, è un pilastro centrale e forse esclusivo della tradizione ebraico-cristiana. Tertulliano (160-220 circa) affermava che "la speranza dei cristiani è la resurrezione della carne". Questa nozione, che coinvolge intrinsecamente la corporeità e la materia, apre un dialogo fecondo con il pensiero scientifico, a differenza del concetto di immortalità dell'anima.

icona di una croce stilizzata con raggi di luce

La Fede nella Resurrezione nel Contesto Ebraico-Cristiano

Le origini della fede nella risurrezione

Sebbene alcuni autori antichi come Esculapio abbiano sporadicamente menzionato la possibilità di una risurrezione, per la maggior parte dei filosofi e poeti greci (Omero, Eschilo, Sofocle) tale possibilità era impensabile, e l'idea di una risurrezione universale era categoricamente esclusa. Le tracce di un credo nella risurrezione nei riti di fertilità dell'antico Egitto non sono direttamente collegabili al pensiero ebraico, poiché per gli Egiziani rappresentava uno sviluppo naturale, riservato a chi subiva la mummificazione.

Alcuni hanno suggerito che la dottrina della risurrezione possa derivare dai Persiani e dalla loro idea di salvezza. Tuttavia, la comprensione persiana ed ebraica della risurrezione sono nettamente distinte. Presso gli Ebrei, la risurrezione era vista come un risveglio dei corpi sepolti grazie a un intervento potente di Dio. I Persiani, che non seppellivano i corpi ma ne lasciavano la dissoluzione agli elementi, consideravano la risurrezione come una restituzione selettiva della vita operata dagli elementi stessi. Una certa continuità si registra tra Persiani ed Ebrei riguardo alla dottrina della retribuzione dopo la morte, ma non sulla concezione della risurrezione in sé.

Riprendendo un suggerimento di Tertulliano, altri autori hanno evidenziato un parallelismo tra la risurrezione e la dottrina orfica e pitagorica della trasmigrazione delle anime (metempsychosis), che porta alla credenza popolare nella reincarnazione. Entrambe le dottrine sottolineano che la pienezza e l'immortalità dell'essere umano non possono essere comprese senza la corporeità. Tuttavia, esistono chiare differenze con il credo ebraico-cristiano:

  • La finalità della trasmigrazione è la purificazione dell'anima attraverso ripetute separazioni dalla materia, mentre la risurrezione mira alla permanente riunificazione di corpo e anima, spirito e materia.
  • La trasmigrazione avviene più volte per completare la purificazione di un'anima, mentre la risurrezione, e la vita umana stessa, avviene una sola volta e per tutti allo stesso tempo, nell'ultimo giorno.
  • La trasmigrazione è un processo naturale, mentre la risurrezione dipende dall'onnipotenza di Dio.

La Risurrezione nella Sacra Scrittura

La dottrina della risurrezione dalla morte non è presente nei primi stadi storici dell'Antico Testamento (AT). Poiché il culto dei morti poteva condurre a pratiche idolatriche che minavano l'esclusività del culto a Dio, un riferimento esplicito a una vera e propria vita umana dopo la morte è quasi assente nei primi libri. L'immortalità era creduta, ma compresa come la sopravvivenza di "ombre" (Repa'îm) in uno stato di semi-coscienza nello Sheol (inferi), o come la perpetua memoria del proprio nome attraverso i discendenti o la fama.

La dottrina della risurrezione individuale del proprio corpo emerge nei libri posteriori dell'AT, specialmente in quelli di genere apocalittico. Si possono distinguere tre stadi di sviluppo:

1. Fondamenti Teologici e Letterari

Il terreno della dottrina della risurrezione è preparato nell'AT in diversi modi, teologici e letterari:

  • Il potere supremo e liberante di Yahvè si estende ovunque, anche sullo Sheol (1Sam 2,6; Am 9,1-2; Sal 16,9; Sap 16,13ss). Nessuno sfugge alla sua giustizia (Sal 88,11 e 139,8-12; Gb 14,13ss).
  • Yahvè è il "Dio dei viventi" (1Sam 17,26.36; Sal 18,47), fonte inesauribile di vita (Dan 14,25). C'è continuità tra la dottrina della creazione e quella della risurrezione.
  • La morte e la corruzione non fanno parte del progetto originale di Yahvè, che ha creato tutto per la vita. La morte è entrata nel mondo attraverso il peccato (Gen 3,17-19; Sap 1,13-14 e 2,23-24; Rm 5,21 e 3,23; Gc 1,15). Il superamento del peccato è legato al superamento della morte, cioè alla risurrezione, che manifesta la salvezza. Coloro che vivono in unione con Dio saranno liberati dalla morte (Gb 14,10-21; Sir 14,16).
  • Materiale letterario per descrivere la risurrezione è fornito dai Libri dei Re, che narrano i miracoli di risurrezione operati dai profeti Elia ed Eliseo (1Re 17,17-24; 2Re 2,9ss e 4,31-37; Sir 48,5.14). L'assunzione al cielo di Enoch (Gen 5,24; Sir 44,16) e di Elia (2Re 2,1-11; Sir 48,9) indica la possibilità di una piena vita corporale dopo la morte, sebbene in un contesto transitorio e terreno.
  • Molti testi profetici post-esilici parlano della caduta e del risollevamento del popolo israelita in termini di morte e risurrezione corporea (Is 25,8; 26,19; Ez 37,1-14; Os 6,1-3). Questi testi mettono in luce un risollevamento collettivo, ancora intramondano, piuttosto che una salvezza individuale e trascendente.

2. Insegnamenti dell'AT su una Risurrezione Personale dalla Morte

La fede in una risurrezione personale è tacitamente affermata nel Libro di Giobbe (19,25ss) e più apertamente nel Libro di Daniele (circa 165 a.C.). In questo documento canonico della letteratura apocalittica si legge: "Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna" (Dan 12,1-2). Contenuto analogo è presente nel Secondo libro dei Maccabei (7,1-29), che sviluppa l'insegnamento di Daniele e considera la risurrezione come ricompensa per l'obbedienza eroica alla legge di Dio, testimoniata dalla fede fino al martirio. È chiaro che il potere salvifico e vivificante di Dio non è più visto solo in un contesto nazionale e mondano, ma si estende al di là della morte e riguarda, in linea di principio, l'intera umanità. I libri sapienziali dell'AT, sebbene parlino dell'immortalità in senso generico e in riferimento all'anima, non trattano della risurrezione in quanto tale. I testi apocalittici intertestamentari accettano la dottrina della risurrezione, sebbene gli autori dei Rotoli del Mar Morto sembrassero esitanti.

immagini di manoscritti antichi della Bibbia

3. L'insegnamento del NT circa la risurrezione finale

Al tempo del Nuovo Testamento (NT), i Sadducei negavano la risurrezione e ogni vita futura, mentre i Farisei la insegnavano apertamente, sebbene in termini realistici e intramondani. È ragionevole pensare che il popolo ebreo nel suo insieme non fosse contrario alla dottrina della risurrezione (Schürer, 1979, pp. 462-500). Marta disse a Gesù riguardo al fratello Lazzaro: "so che risorgerà nell'ultimo giorno" (Gv 11,24). Sulla base dei testi del NT, si possono evidenziare cinque elementi dell'insegnamento cristiano sulla risurrezione dei morti:

  1. In contrasto con i Sadducei, che accettavano solo il Pentateuco, Gesù insegna che la risurrezione finale avrà luogo grazie al potere di Dio, che è un Dio dei viventi, il "Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe" (Mt 22,32; Es 3,6). Gesù ricollega le radici del credo nella risurrezione all'onnipotenza e sovranità di Dio, riconosciute dagli stessi Sadducei. A differenza dei Farisei, Gesù afferma che chi risorge non ritorna a uno stato terreno o corruttibile, ma possiede uno stato trasfigurato e glorificato, essendo "come angeli nel cielo" (Mt 22,30).
  2. La risurrezione avrà luogo non solo grazie al potere vivificante di Dio in generale, ma in virtù della risurrezione di Gesù Cristo dalla morte, con la forza dello Spirito Santo. La risurrezione di Gesù fornisce la promessa, la garanzia, l'esempio e la primizia della risurrezione universale, che può essere considerata un'"estensione della risurrezione di Gesù a tutto il genere umano" (CDF, Alcune questioni di escatologia, 17.5.1979, n. 2). San Giovanni afferma che Gesù in persona è "la risurrezione e la vita" (Gv 11,25), e spiega: "Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna" (Gv 5,26.28-29). San Paolo insiste sulla risurrezione finale (At 24,14; 1Ts 4,14-17; Ef 3,1-4; 1Cor c. 15). Cristo è "primogenito fra molti fratelli" (Rm 8,29; Col 1,18). In 1 Corinzi 15, Paolo afferma che la risurrezione finale dipende interamente da quella di Gesù Cristo, ponendola al centro della fede cristiana: "se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede [...] Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti" (vv. 13-14 e 20). La risurrezione è come anticipata nella vita presente per coloro che partecipano alla morte e risurrezione di Gesù Cristo mediante il battesimo (Rm 6,3-11; Ef 2,6).
  3. La verità e la concretezza della risurrezione finale derivano dall'oggettività e dal realismo della risurrezione di Cristo, testimoniata dagli Apostoli. Ci sono almeno quattro elementi che attestano il valore storico e obiettivo della loro testimonianza:
    • Il fatto della tomba vuota, che indica l'identità del corpo del Risorto con il corpo morto sulla croce (1Cor 15,3-4; At 2,31).
    • La terminologia delle apparizioni: la locuzione "ed egli si mostrò loro" (Lc 24,34; 1Cor 15,3-8; 1Tm 3,16; At 9,17) indica un incontro a vista con il corpo del Risorto, non una semplice visione.
    • Il riconoscimento: Gesù invita gli apostoli a "toccare e vedere" (Lc 24,36), mangiando pesce arrostito con loro. Indica le sue mani e i suoi piedi (Lc 24,39), che portano ancora i segni della crocifissione, provando l'identità con il Crocifisso.

resurrezione

La Fede nella Risurrezione: Il Contributo di Fabrice Hadjadj

Il filosofo francese Fabrice Hadjadj, convertito dall'ebraismo al cattolicesimo, nel suo saggio "Risurrezione" (edizioni Ares 2017), indaga l'evento fondante del cristianesimo con uno stile pungente, ironico e lineare. La sua tesi principale è che "il miracolo non avviene per farci vivere cose straordinarie, ma per farci vivere straordinariamente le cose ordinarie". La fede in Gesù, secondo Hadjadj, si situa a equidistanza dalla scienza e dal sentimentalismo, permettendo di ragionare sulla risurrezione all'interno del progetto divino dell'incarnazione, cioè nel mistero di un Dio che "si è fatto uomo perché l'uomo resti umano" e "perché, essendo divinizzato, sia sempre più umano ancora".

Hadjadj sceglie un linguaggio segnato dal "buonumore" perché "l'argomento della Risurrezione mi è apparso troppo serio per essere trattato con serietà". Scandito dai Vangeli della Risurrezione e delle apparizioni, il libro assume a tratti la forma di un'"indagine" sull'evento. I racconti evangelici appaiono come "indagini poliziesche" dove i protagonisti cercano il cadavere del Maestro. La scomparsa del corpo di Gesù sconvolge soldati, discepoli, Maria Maddalena e le altre donne. Le apparizioni di Gesù risorto rispondono a questo interrogativo, pur lasciando sconvolti: Gesù si presenta come un giardiniere, un viandante, mostra i segni della passione, chiede da mangiare e accende il fuoco. Questi gesti semplici e quotidiani riflettono la sua vita terrena, senza effetti speciali, perché "la vera gloria non consiste nell'essere subito riconoscibile per le paillettes" e "la Buona Novella sfugge alle news: non è informazione per tutti, ma chiamata per ciascuno".

illustrazione di Gesù che appare ai discepoli

Resurrezione e Vita Quotidiana

Il valore della vita terrena e la famiglia

La risurrezione di Gesù non sminuisce la nostra condizione mortale, né priva di sapore la nostra quotidianità. Al contrario, in virtù della Risurrezione di Cristo, l'uomo può apprezzare e rivalutare la vita sulla terra, impreziosita dal passaggio di Dio-fatto-uomo nella città degli uomini. "La Risurrezione non è solo il luogo della fede nella vita eterna, ma è anche la ragione per dare la vita temporale a dei piccoli mortali" in una società segnata dal crollo demografico. Per Hadjadj, "la Risurrezione non garantisce solo il Paradiso; garantisce anche la nascita". Per avere una famiglia numerosa non bastano l'altruismo e lo sforzo, ma serve la fede nella Risurrezione per cui vale la pena vivere su questa terra.

Il "mistero di semplicità" nel Risorto che cucina

Hadjadj sottolinea che, sebbene Gesù durante la sua vita terrena moltiplicasse pani e pesci e partecipasse a banchetti, "bisogna attendere la sua Risurrezione perché cominci a cucinare", accendendo il fuoco e abbrustolendo pane nell'attesa che i discepoli svuotino le reti piene di pesci (Gv 21,9). Gesù risorto mangia e digerisce realmente per "assumere nella sua gloria il nostro ordinario", compiendo uno straordinario "mistero di semplicità". Cucinare significa mettersi a servizio, condividere il cibo. Seduti a tavola, ricchi e poveri sono accomunati nel processo di nutrimento e digestione: "davanti ai pasti siamo tutti uguali più che davanti alla morte". Mangiare un panino con un barbone rappresenta "poesia pura".

scena della moltiplicazione dei pani e dei pesci

Il pasto condiviso da Gesù va oltre la semplice condivisione: il pane è il Verbo stesso e il vino è il suo sangue, perché Gesù si fa cibo e nutrimento. Da questa prospettiva, la Risurrezione, oltre ad aprire alla speranza di vita eterna, ricuce lo strappo tra la nostra quotidianità e la nostra risurrezione. Non vivremo sonni tranquilli se il divario tra l'oggi e il domani (tra il già e il non-ancora) non si concilia, altrimenti desidereremo ardentemente lasciare questo corpo per "passare a miglior vita" o lotteremo per godere di questa valle finché la tecno-scienza non ci offra speranze di sopravvivenza, finendo in entrambi i casi in scacco.

La Speranza della Risurrezione nella Vita degli Apostoli e dei Fedeli

La testimonianza di Paolo

Nel 56 E.V., durante il suo terzo viaggio missionario, l'apostolo Paolo fu arrestato a Gerusalemme e gli fu permesso di comparire davanti al Sinedrio. Notando che alcuni membri erano Sadducei (che non credevano nella risurrezione) e altri Farisei (che vi credevano), Paolo dichiarò: "Uomini, fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei. Sono giudicato circa la speranza della risurrezione dei morti". Questo suscitò un putiferio (Atti 22:29, 30).

Anni prima, sulla via di Damasco, Paolo aveva avuto una visione in cui aveva udito la voce di Gesù e aveva ricevuto istruzioni tramite Anania, che gli aveva spiegato: "L'Iddio dei nostri antenati ti ha scelto per farti conoscere la sua volontà e per vedere il Giusto [il risuscitato Gesù] e udire la voce della sua bocca" (Atti 22:6-16). Non sorprende quindi che Paolo fosse pronto a difendere la sua fede nella risurrezione.

illustrazione di Paolo davanti al Sinedrio

In seguito, davanti al governatore Felice, Paolo fu accusato da Tertullo di essere capo di una setta e colpevole di sedizione. Paolo rispose: "Ti confesso questo, che, secondo la via che essi chiamano 'setta', in questa maniera rendo sacro servizio all'Iddio dei miei antenati". Aggiunse: "Ho in Dio la speranza, che questi uomini pure nutrono, che ci sarà una risurrezione sia dei giusti che degli ingiusti".

Circa due anni dopo, il successore di Felice, Porcio Festo, chiese al re Erode Agrippa di interrogare Paolo. Festo spiegò che gli accusatori contestavano l'affermazione di Paolo secondo cui "un certo Gesù che era morto, adesso era vivo". Paolo in sua difesa chiese: "Perché è giudicato incredibile fra voi che Dio desti i morti?" Poi dichiarò: "Siccome ho ottenuto l'aiuto che è da Dio, continuo fino a questo giorno a rendere testimonianza sia a piccoli che a grandi, ma non dicendo nulla tranne le cose che i Profeti e Mosè dichiararono dover avvenire, che il Cristo doveva soffrire e, come primo a essere risuscitato dai morti, doveva proclamare la luce a questo popolo e alle nazioni" (Atti 24:27; 25:13-22; 26:8, 22, 23). Paolo era un convinto assertore della risurrezione, e la sua testimonianza ispira i credenti a proclamare con convinzione questa speranza.

Reazioni alla predicazione della risurrezione

Durante il suo secondo viaggio missionario (circa 49-52 E.V.) ad Atene, Paolo ragionò con persone che credevano in molte divinità, esortandole a considerare il proposito di Dio di giudicare la terra con giustizia mediante un uomo da Lui costituito: Gesù, la cui risurrezione era garanzia di questo proposito. Gli ascoltatori ebbero reazioni diverse: "Avendo udito della risurrezione dei morti, alcuni se ne facevano beffe, mentre altri dissero: 'Su ciò ti udremo ancora un'altra volta'".

Questa reazione era simile a quella incontrata da Pietro e Giovanni dopo la Pentecoste del 33 E.V. I Sadducei erano "infastiditi perché insegnavano al popolo e annunciavano chiaramente la risurrezione dai morti nel caso di Gesù" (Atti 4:1-4). Tuttavia, molti ascoltatori credettero, e il numero degli uomini crebbe a circa cinquemila. Le reazioni diverse alla speranza della risurrezione sono quindi un'aspettativa per i cristiani.

L'importanza della risurrezione per la fede cristiana

Non tutti i primi cristiani accettarono facilmente la speranza della risurrezione. Ad alcuni membri della congregazione di Corinto che stentavano a credere, Paolo scrisse: "Vi ho trasmesso, fra le prime cose, ciò che anch'io ho ricevuto, che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture; e che fu sepolto, sì, che è stato destato il terzo giorno secondo le Scritture". A sostegno, menzionò che il Cristo risorto era apparso "a più di cinquecento fratelli", la maggioranza dei quali era ancora in vita (1 Corinti 15:3-8). Paolo argomentò: "Se ora si predica che Cristo è stato destato dai morti, come mai alcuni fra voi dicono che non c'è risurrezione dei morti? Se, in realtà, non c'è risurrezione dei morti, nemmeno Cristo è stato destato. Ma se Cristo non è stato destato, la nostra predicazione è certamente vana, e la nostra fede è vana".

L'insegnamento della risurrezione è così fondamentale che senza di essa la fede cristiana sarebbe vana. Un corretto intendimento della risurrezione distingue i veri cristiani dai falsi (Genesi 3:4; Ezechiele 18:4). Paolo include la risurrezione nella "dottrina primaria" del cristianesimo, esortando ad "avanzare verso la maturità".

Cosa Intende la Bibbia per Risurrezione?

"Risurrezione" traduce una parola greca che letteralmente significa "l'alzarsi". Secondo la Bibbia, la speranza della risurrezione è la convinzione che una persona morta possa tornare in vita, con un corpo umano o spirituale, a seconda che abbia la speranza terrena o celeste.

  • Nel caso di Gesù e dei suoi fratelli unti, la risurrezione provvede loro un corpo spirituale per servire in cielo (1 Corinti 15:35-38, 42-53). Essi saranno governanti del Regno messianico, che riporterà la terra in condizioni paradisiache. Gli unti costituiscono un regal sacerdozio sotto Gesù, il Sommo Sacerdote, e nel nuovo mondo applicheranno i benefici del sacrificio di riscatto di Cristo al genere umano (Ebrei 7:25, 26; 9:24; 1 Pietro 2:9; Rivelazione 22:1, 2). Gli unti ancora in vita sulla terra continuano a cercare l'approvazione di Dio, e alla loro morte ricevono il premio della risurrezione alla vita spirituale immortale in cielo (2 Corinti 5:1-3, 6-8, 10; 1 Corinti 15:51, 52; Rivelazione 14:13). Paolo scrisse: "Se siamo stati uniti a lui nella somiglianza della sua morte, certamente saremo anche uniti a lui nella somiglianza della sua risurrezione" (Romani 6:5).
illustrazione del Giardino dell'Eden restaurato

La risurrezione terrena e l'amore di Geova

Per coloro per i quali la risurrezione significherà tornare a vivere sulla terra come esseri umani, questa speranza può avvicinarli a Dio.

Abraamo, amico di Geova

Abraamo, "amico di Geova" (Giacomo 2:23), manifestò una fede straordinaria. Paolo menziona la sua fede tre volte in Ebrei capitolo 11 (Ebrei 11:8, 9, 17), in particolare quando si accinse a offrire Isacco. Abraamo era convinto che la promessa di un seme da Isacco fosse garantita da Geova. Quando Geova vide la sua fede, provvide un animale come sostituto, ma l'episodio di Isacco servì da illustrazione della risurrezione. Paolo spiegò: "Da lì [dai morti] Abraamo ricevette Isacco in modo illustrativo" (Ebrei 11:19). Abraamo aveva già ragione di credere nella risurrezione, poiché Geova aveva ravvivato le sue facoltà riproduttive permettendo a lui e Sara di generare Isacco in vecchiaia.

Paolo descrisse Abraamo come un residente forestiero che abitava in tende e che "aspettava la città che ha reali fondamenta, il cui edificatore e costruttore è Dio" (Ebrei 11:9, 10). Questa non era una città letterale come Gerusalemme, ma una città simbolica: il Regno celeste di Dio composto da Cristo Gesù e dai suoi 144.000 coeredi. Questi 144.000, nella loro gloria celeste, sono anche chiamati la "città santa, la Nuova Gerusalemme", la "sposa" di Cristo (Rivelazione 21:2). Nel 1914, Geova intronizzò Gesù come Re messianico del Regno celeste. Per ricevere le benedizioni del Regno, Abraamo dovrà tornare in vita. Anche i fedeli di oggi dovranno essere in vita nel nuovo mondo, sia come membri della grande folla di superstiti di Armaghedon sia come risuscitati dai morti.

resurrezione

L'intima relazione con il Padre celeste, la fede simile a quella di Abraamo e l'ubbidienza ai comandi di Geova permettono di essere dichiarati giusti e considerati suoi amici, beneficiando del dominio del Regno. La prima profezia della Bibbia, in Genesi 3:15, pone le basi per la speranza della risurrezione e l'amicizia con Dio, predicendo lo schiacciamento della testa di Satana e il ferimento al calcagno del Seme della donna di Dio. La morte di Gesù sul palo fu una simbolica ferita al calcagno. La sua risurrezione il terzo giorno sanò quella ferita e aprì la strada per un'azione decisiva contro "colui che ha i mezzi per causare la morte, cioè il Diavolo". Paolo ci rammenta che "Dio ci raccomanda il suo proprio amore in quanto, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per noi" (Romani 5:8). La gratitudine per questa immeritata benignità ci avvicina a Gesù e al Padre celeste.

Giobbe e la sua speranza

Anche Giobbe, uomo fedele dei tempi precristiani, sperava nella risurrezione, nonostante le sofferenze per mano di Satana. A differenza dei suoi falsi amici, che non menzionarono mai la risurrezione, Giobbe trasse conforto da questa speranza, chiedendo: "Se un uomo robusto muore, può egli tornare a vivere?" E rispondendo alla propria domanda, disse: "Tutti i giorni del mio lavoro obbligatorio aspetterò, finché venga il mio sollievo". Riconobbe a Geova: "Tu chiamerai, e io stesso ti risponderò". Giobbe osservò circa i sentimenti del Creatore: "Bramerai l'opera delle tue mani" (Giobbe 14:14, 15). Geova attende con ansia il tempo in cui le persone fedeli torneranno in vita mediante la risurrezione. Questo pensiero, meditando sull'amore e sull'immeritata benignità di Dio nonostante la nostra imperfezione, ci fa sentire vicini a lui.

Daniele e la sua sorte

Il profeta Daniele, descritto da un angelo come un "uomo molto desiderabile" (Daniele 10:11, 19), fu un fedele servitore di Dio per tutta la vita, mantenendo l'integrità dall'esilio nel 617 a.E.V. fino alla morte, dopo aver avuto una visione nel 536 a.E.V. (Daniele 1:1; 10:1). Durante il terzo anno di Ciro, Daniele ebbe una visione delle potenze mondiali che culminerà nella grande tribolazione (Daniele 11:1-12:13). Non comprendendo pienamente il significato, chiese all'angelo: "O mio signore, quale sarà la parte finale di queste cose?" L'angelo fece riferimento al "tempo della fine", in cui "quelli che hanno perspicacia comprenderanno". Riguardo a Daniele stesso, l'angelo disse: "Riposerai, ma sorgerai per la tua sorte alla fine dei giorni" (Daniele 12:8-10, 13). Daniele tornerà "nella risurrezione dei giusti" durante il Regno millenario di Cristo.

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