L'Istituto Clinico Città Studi: Tra Rinascita e Nuove Controversie Giudiziarie

L'Istituto Clinico Città Studi di via Jommelli 17, a Milano, è una struttura privata convenzionata con la Regione Lombardia, nota in passato come la Clinica Santa Rita. Quest'ultima è stata tristemente ribattezzata "ospedale degli orrori" a seguito di un complesso processo giudiziario iniziato nel 2008, che ha portato alla condanna dell'ex primario Pier Paolo Brega Massone.

Dalla "Clinica degli Orrori" alla Nuova Identità

Il passato della struttura è segnato da una delle più gravi vicende di malasanità in Italia. La Clinica Santa Rita è assurta alle cronache per aver realizzato interventi chirurgici non necessari, senza finalità terapeutica e in assenza di valido consenso del paziente, con l'obiettivo di ottenere maggiori rimborsi dalla Regione Lombardia. Questa pratica ha causato lesioni a numerosissimi ospiti e, in quattro casi, la morte.

Il Caso Brega Massone e l'Iter Giudiziario

Infografica sulla cronologia del processo

La vicenda ha avuto inizio nel 2008 con l'arresto di Pier Paolo Brega Massone, allora primario di chirurgia toracica della Clinica Santa Rita, e di due suoi collaboratori, Pietro Fabio Presicci e Marco Pansera. L'iter giudiziario è stato lungo e complesso:

  • In primo grado, la Corte d’Assise di Milano aveva condannato Brega Massone all'ergastolo per i 4 pazienti deceduti e per 45 casi di lesioni.
  • Successivamente, la Corte d'Assise d'Appello di Milano aveva inizialmente ridotto la pena a 15 anni per Brega Massone e a 7 anni e 8 mesi per Presicci (mentre Pansera fu estromesso perché riconosciuto estraneo ai fatti).
  • Nel 2017, la Corte di Cassazione ha rinviato gli atti chiedendo una parziale riforma della sentenza di secondo grado, ritenendo necessario contestare, accanto all'omicidio preterintenzionale, l'aggravante dello scopo di lucro.
  • A seguito del rinvio dalla Cassazione, la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha ridefinito il caso, riqualificando il reato da omicidio doloso (nella forma del dolo eventuale) a omicidio preterintenzionale. I giudici hanno chiarito che, sebbene gli interventi fossero stati frettolosi e gravemente imprudenti, non era stata dimostrata una chiara e consapevole adesione psichica all'evento morte da parte degli imputati.
  • La condanna complessiva ("con il vincolo della continuazione") ricalcolata dai giudici milanesi è stata di 21 anni e 4 mesi di carcere per Brega Massone, che, per via del condono di 3 anni, sono scesi a 18 anni e 4 mesi.
  • Per Fabio Presicci, l'allora braccio destro di Brega, la pena è stata rideterminata in 7 anni e 8 mesi. In un altro passaggio si menzionano 10 anni e 6 anni e 9 mesi rispettivamente per i due medici coinvolti. I risarcimenti previsti, di 80 mila euro per circa 40 parti civili, sarebbero stati in parte coperti dalla clinica e in parte dai coimputati.

La Corte d’Assise d’Appello ha anche escluso l'aggravante teleologica dell'aver agito allo scopo di commettere il reato di truffa, ritenuta in precedenza sussistente, pur essendo ormai accertato che gli interventi venivano falsamente rappresentati per ottenere un rimborso pubblico più ingente.

La Riconversione e gli Sforzi di Rilancio

Dopo la bufera giudiziaria, la Casa di Cura Santa Rita ha avviato un profondo processo di rinnovamento, culminato nel cambio di nome in Istituto Clinico Città Studi. Questo si è inserito in un percorso di cambiamento avviato per lasciarsi alle spalle il suo passato e valorizzare l'attività dei suoi medici, con l'obiettivo di diventare un riferimento importante per il territorio di Milano.

L'assemblea degli azionisti ha deciso il cambio di nome e l'arrivo di una nuova direzione. Luciano Angelini è stato nominato nuovo direttore generale, e il presidente, Luigi Colombo, ha sottolineato l'importanza di questi cambiamenti. L'Istituto Clinico Città Studi è sotto la direzione e il coordinamento di Bloom Holding S.p.A.

Il nuovo management ha promosso un rinnovamento degli organi direttivi, la nomina di un CDA completamente rinnovato (presieduto dall'avvocato Luigi Colombo), la decisione di risarcire le istituzioni per i danni morali e materiali della precedente gestione e l'adozione di un nuovo modello organizzativo e di un codice etico, volti a garantire maggiore trasparenza e il rispetto della legalità.

Secondo l'attuale direttore generale Antonio Lanzetta, in 8 anni la struttura ha lavorato per fornire agli abitanti della zona Città Studi un servizio di alto livello qualitativo. I numeri citati per il 2015 indicano 9.102 accessi al pronto soccorso, 300mila persone rivoltesi all'istituto e 12mila ricoveri nei 268 letti. La clinica vanta anche il superamento di controlli da parte dei Carabinieri e della Regione Lombardia, e aree di eccellenza come la stroke unit (mortalità a 30 giorni pari al 5,7%, con un rischio relativo pari al 50% della media nazionale), cardiologia, fecondazione medicalmente assistita, chirurgia bariatrica, ortopedia e traumatologia.

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Le Ombre del Passato e i Nuovi Interrogativi

Nonostante gli sforzi di rinnovamento e la nuova immagine, la struttura si è trovata di fronte a nuovi casi che hanno riacceso i riflettori su presunte carenze o responsabilità mediche.

Il Tragico Caso di Antonio Caracciolo: Dubbi sulla Copertura Medica

“Nostro padre è salito a Milano per salvarsi e invece ha trovato la morte”. Con queste parole i figli di Antonio Caracciolo hanno espresso il loro dolore e la loro richiesta di giustizia. Antonio Caracciolo, ex autista di ambulanza di 73 anni, seguendo il consiglio del medico di famiglia, decise di affidarsi alle cure dell'Istituto Clinico Città Studi, percepito come "istituto di eccellenza e all'avanguardia". Partito da Manfredonia con la famiglia, fu operato il 28 dicembre per un cancro alla prostata.

I problemi, tuttavia, iniziarono già nelle ore successive all'intervento e si accentuarono tra il 29 e il 30 dicembre. La figlia Vincenza ha raccontato a ilfattoquotidiano.it che il padre, dolorante, chiedeva aiuto, ma la famiglia fu rassicurata che si trattava della normale degenza post-intervento. La situazione si aggravò la notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio, quando il 73enne avvertì dolori insopportabili.

A questo punto, le versioni divergono. I parenti di Caracciolo sostengono di aver chiesto insistentemente l'intervento di un medico strutturato, senza trovarlo presente. Il direttore sanitario, Pasquale Ferrante, contattato da ilfattoquotidiano.it, ha invece ribattuto che all’interno della struttura erano presenti cinque professionisti e che «il paziente era seguito dall’anestesista che era in contatto con l’urologo». Diario clinico alla mano, Ferrante ha affermato: «Il paziente è stato visitato almeno cinque volte a intervalli regolari per monitorare la situazione. L’anestesista rianimatore di turno è sempre rimasto in contatto con l’urologo che si trovava a casa, ma era pronto a intervenire, così come prevede il regolamento».

Nel "caos più assoluto", come descritto dalla figlia, i familiari continuarono a chiedere un consulto urgente. Un anestesista di un altro reparto, intervenuto, avrebbe spiegato di non essere nel suo reparto di competenza e che bisognava "gestire l'emorragia". Nonostante ciò, i dolori divennero insopportabili e il ventre del paziente si presentò gonfio e cianotico. I familiari, per la gravità della situazione, decisero di allertare anche i Carabinieri, che giunsero alla clinica e riscontrarono la presenza di personale medico.

La situazione si sbloccò intorno alle 7 del primo gennaio, quando Caracciolo fu riportato in sala operatoria per un "intervento d'urgenza" intorno alle 13. Dopo questa seconda operazione, trascorsero altri due giorni di "strazio". Il 4 gennaio, il paziente fu riportato in sala operatoria e, al ritorno in corsia, "lì muore dopo poche ore".

I familiari chiedono ora giustizia, non riuscendo a darsi pace per quanto accaduto. Il Pubblico Ministero ha incaricato due medici (un medico legale e un urologo) di condurre una consulenza medico-legale, data la "stranezza del caso e la mancanza del medico al 31 dicembre presso quella clinica". L'avvocato della famiglia ha evidenziato che l’anestesista chiamato a intervenire "era adibito ad altro reparto e quando sono arrivati i Carabinieri ha alzato le mani dicendo che lui non poteva fare nulla e non doveva fare nulla, poiché la presa in carico probabilmente non era sua". La famiglia attende ora l'esito dell'autopsia e il nulla osta per il trasporto della salma in Puglia, dove si terranno i funerali.

Il Decesso di Clementina Antonietta Callegari Mortara

Un altro caso che ha sollevato interrogativi è quello di Clementina Antonietta Callegari Mortara. Ricoverata il 21 marzo 2025 per bronchite, è deceduta il 1° aprile 2025. La donna è morta dopo 12 giorni e 11 notti, durante le quali sarebbe stata legata al letto e sedata all’interno dell’Istituto Clinico Città Studi.

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