Le Reliquie e il Culto di Santa Giusta in Sardegna: Storia, Leggenda e Devozione

Le vicende di Santa Giusta e delle martiri Giustina ed Enedina, figure centrali della devozione sarda, sono avvolte in parte nella leggenda. Non esistono documenti storici concreti sulla loro vita e martirio, ma solo alcune leggende e tradizioni orali tramandate nel tempo. La figura di Santa Giusta, martire venerata nell’Arcidiocesi di Oristano, è delineata grazie a quanto ci è stato tramandato dalla tradizione orale e ad alcune, seppur scarne, notizie storiche.

Le "Reliquie Maggiori" della Basilica Vaticana

Il Contesto Storico e il Ritorno delle Sacre Reliquie

Sono passati diversi anni dal ritorno delle Sacre Reliquie delle Sante Giusta, Giustina e Enedina, nel paese di Santa Giusta. I loro resti mortali, per impedire la profanazione a opera degli incursori saraceni, furono un tempo traslati a Cagliari e collocati nella chiesa di Santa Restituta. Soltanto il 2 maggio 2004, quelle spoglie sono state ricollocate nella cripta della bella basilica romanico-pisana, sorta nel paese omonimo di Santa Giusta tra il 1135 e il 1145, dove tuttora riposano. In occasione di un trekking archeologico per le vie dell’antica Othoca, è possibile visitare anche la Basilica e la cripta di Santa Giusta, edifici di grande valore storico e architettonico.

Santa Giusta: La Leggenda e le Sue Fonti

La "Passio" di Antioco Martis (1616)

La prima opera che ci descrive le vicissitudini delle tre martiri della città di Santa Giusta è quella di Antioco Martis, scritta in lingua spagnola nel 1616. Secondo il manoscritto del 1616 del canonico arborense Antonio Martis, la fanciulla Giusta nacque a Eaden (l'attuale Santa Giusta), città posta sulla sponda orientale dello stagno di Santa Giusta, ai primi del secondo secolo, al tempo dell’imperatore Adriano. Era figlia di una ricca famiglia aristocratica e si convertì al Cristianesimo all’età di 12 anni, istruita e battezzata dal vescovo della città, Octaten. Giusta avrebbe rinunciato subito alle sue ricchezze per donarle ai poveri, secondo l’insegnamento evangelico. La madre Cleodonia, fervente pagana, rimase sorpresa da questa scelta e la riteneva alquanto squilibrata.

Da qui i maltrattamenti cui la sottomise la madre, nel tentativo, vano, di farla recedere dalla sua professione di fede. Cleodonia la fece rinchiudere nella prigione sottostante la loro casa e la sottomise a tremende torture. Giusta non smise mai di invocare il Signore e le sue grida, insieme all'infuriare della madre, fecero accorrere i vicini che chiesero a Cleodonia di smettere di tormentare la figlia. Essi stessi le suggerirono di imprigionare la ragazza nei sotterranei della loro casa e di non darle né da mangiare né da bere, nella speranza che si ravvedesse. Nelle carceri, Giusta cominciò a pregare il Signore. Durante la sua prigionia però accaddero diversi miracoli: la terra tremò, si sprigionò una grande luce e una schiera di angeli si presentarono al cospetto di Giusta, sanandole le ferite. Molte delle guardie, spaventate dal tremare della terra e udendo i cori angelici, si diressero verso i sotterranei e assistettero alla scena senza osare muoversi. Alcuni di loro raccontarono quanto visto a Cleodonia, ma ella non volle credere a nessuno, nonostante fosse molto spaventata e non sapesse spiegarsi la scossa di terremoto. Si recò ancora una volta dalla figlia per tentare di convincerla a rinnegare la fede cristiana ma, non ottenendo il successo sperato, ordinò alle serve di incatenarla e di flagellarla. Gli angeli accorsero ancora una volta alle preghiere della ragazza, la liberarono e la curarono. I loro canti fecero desiderare a tal punto a una povera serva cieca di poter assistere a quel miracolo che ella riacquistò subito la vista e poté allietarsi alla vista degli angeli. Cleodonia, venuta a sapere da alcune guardie del miracolo avvenuto, decise di recarsi di nascosto nelle carceri per verificare di persona quanto le era stato raccontato. Alla fine la madre si convinse a liberarla, ma poco dopo Cleodonia morì, forse per il dispiacere.

Ma le vicissitudini di Giusta non erano ancora terminate. Un nobile di Eaden, Claudius, volle sposarla e, rifiutato, cercò di convincerla ricorrendo a un mago, Cebrianus. La giovane, addolorata, chiese aiuto a Dio e la città fu scossa da un violento terremoto. Tra le acque che sommersero il centro abitato, morirono non solo Claudius e Cebrianus, ma anche tutti gli idolatri. Giusta morì in seguito ad un nubifragio, chiamata in cielo mentre pregava. Il suo corpo fu sepolto il 14 maggio sotto la sua casa, nel punto dove vi era il carcere in cui era stata rinchiusa dalla madre. La descrizione del luogo dove sorgeva la casa, un poggio nella parte orientale della città, permette di riconoscere l’attuale posizione della Basilica romanica di Santa Giusta.

Le Compagne di Martirio: Giustina ed Enedina

Successivamente, altre due giovani, Giustina ed Enedina (ma taluno sostiene che Giustina altri non sarebbe che la stessa Giusta), si sarebbero unite a lei nella professione della fede cristiana, ricevendo il battesimo dal medesimo Octaten. Giustina ed Enedina sarebbero perite poco dopo Giusta, non senza avere subito persecuzioni e tormenti. Furono sepolte accanto alla loro amica Giusta.

Incerti Storici e Diffusione del Culto

È interessante sottolineare come alcuni degli eventi narrati da Martis li ritroviamo nella leggenda di Cipriano, vescovo di Antiochia, la cui redazione è molto antica (prima del 379 d.C.) e completata con altre due parti nel corso del V secolo d.C. È soprattutto nel XVI secolo che si moltiplicano i riferimenti al culto delle tre sante, anche se molto discordanti sul luogo d’origine delle martiri, il periodo in cui vissero e dove furono martirizzate. Alcune fonti parlano di Turris Libisonis (Porto Torres), altre di Carales (Cagliari); per alcuni furono martirizzate sotto l’imperatore Diocleziano (IV d.C.), per altri addirittura all’epoca di Nerone (I d.C.). Comunque sia, il culto di Santa Giusta nell’omonimo centro è attestato già prima del 1119, anno in cui il vescovo di Santa Giusta, Augustinus, presenziò alla consacrazione della chiesa di San Saturno a Cagliari.

La Basilica di Santa Giusta: Architettura e Funzione di Custodia

La Basilica di Santa Giusta, ubicata sulla cima di una piccola altura all’ingresso del Comune di Santa Giusta, vicino a Oristano, rappresenta uno dei più significativi esempi dell’architettura romanica in Sardegna. Edificata presumibilmente nei primi decenni del XII secolo, tra il 1135 e il 1145, sui resti di precedenti strutture nuragiche e puniche, la chiesa si distingue per l’impiego dell’arenaria proveniente dalle cave della penisola del Sinis, sebbene non manchino elementi di reimpiego.

La facciata, di notevole interesse architettonico, è caratterizzata da una tripartizione dominata da una grande arcata. Il portale è impreziosito da due sculture marmoree raffiguranti un leone e una leonessa nell’atto di assalire due cervi, elementi di forte impatto visivo e simbolico. La composizione della facciata è ulteriormente arricchita da una croce in basalto, una trifora e un’apertura a rombo. L’interno della chiesa si articola in tre navate, separate da colonne tutte diverse tra loro, ricavate da materiali di reimpiego di epoca romana. L’interno è illuminato da finestre monofore, mentre all’esterno si osservano elementi verticali (lesene) sormontati da archetti.

Sotto il presbiterio si trova una cripta, alla quale si accede da una porta collocata sul lato destro del presbiterio, sotto l’altare maggiore. Una volta scesi i pochi gradini si entra in una sala rettangolare, coperta con volte a crociera e sostenute da colonne. È in questa cripta che sono attualmente custodite le reliquie delle sante Giusta, Giustina ed Enedina, dopo il loro ritorno nel 2004.

Basilica di Santa Giusta: facciata e interni della chiesa romanica

L'Iconografia delle Sante: Il Dipinto e i Suoi Simboli

Un'opera pittorica raffigura tre sante, schierate frontalmente, che rivolgono lo sguardo verso l'alto come se l'apparizione del divino attirasse la loro attenzione. In questa rappresentazione, Santa Giusta sostiene una bandiera con lo stendardo dei quattro mori, la Bibbia e un giglio, mentre un puttino alato che sorregge una corona si avvicina al suo capo. Anche Giustina ed Enedina tengono fra le mani il fiore simbolo del pudore e della verginità. Sotto i piedi della santa titolare, due teste mozze, inermi e domate del diavolo, come recita l'iscrizione latina posta nella fascia più bassa della tela: OBSCENUM ET ZABULUM FORTITER IPSA DOMAT ("Ella stessa doma fortemente l'osceno e il diavolo"). Le fogge delle due teste mozzate hanno sembianze piratesche: baffetti, capelli lunghi e un grosso orecchio tondo; la bandiera dei quattro mori potrebbe, quindi, rappresentare simbolicamente una vittoria dei sardi sui briganti che assiduamente assediavano l'isola. Sullo sfondo si ravvisa un paesaggio collinare quasi privo di vegetazione, solo in lontananza una chiesa con campanile, emblemi della vittoria della fede e del bene sul male.

La guida di Cagliari dello Spano informa dell'intervento di "restauro" compiuto nel secolo scorso da Antonio Caboni. Su certi particolari nelle fogge degli abiti e nei colori si ravvisano molte affinità con la Vergine della Salute, dipinta dallo stesso artista per la chiesa di Sant'Antonio Abate. L'impostazione iconografica della rappresentazione permette di accertare l'appartenenza dell'opera ad un periodo molto precedente al Caboni (che si individua genericamente verso la fine del diciassettesimo secolo): in tutto il Seicento vennero ritrovate molte reliquie di santi, ai quali gli artisti dedicarono le loro opere. La frontalità delle figure, schierate in fila, denuncia la formazione locale del pittore antico, mentre i tessuti, morbidamente adagiati nei busti delle donne e le tinte ancora squillanti, confermano il pesante restauro compiuto alla metà dell'Ottocento.

Le iscrizioni complete presenti nel dipinto recitano:

  • S. ENEDINA S. JUSTA S. JUSTINA
  • JUSTA BEATA TRAHIT JUSTINAM, MOXQUE ENEDINAM. OBSCENUM ET ZABULUM FORTITER IPSA DOMAT
  • HAS CELEBRES FECIT SARDORUM FLORE CREATAS. VIRGI+NEUSQUE PUDOR SOLPHUREUSQUE FUROR.
  • JUSTA FIDE PLUS JUSTA OPERA JUSTISSIMA FRUCTU.
Dipinto raffigurante le Sante Giusta, Giustina ed Enedina con i loro attributi

La Diffusione del Culto e le Chiese Dedicate

Alla giovane martire cristiana sono dedicate diverse chiese in tutta la Sardegna. Le principali sono distribuite in sei comuni, compreso quello di Santa Giusta. Nei paesi di Loiri Porto San Paolo (OT) e Chiaramonti (SS) vi sono delle chiese campestri. Negli altri centri, invece, troviamo delle chiese parrocchiali dedicate a Santa Giusta.

  • A Calangianus (OT) l’edificio religioso è citato per la prima volta in un documento storico del 1596, a proposito della pala d’altare realizzata dal pittore Andrea Lusso, oggi conservata nella chiesa di Santa Croce.
  • A Gesico (CA) la chiesa fu costruita tra il XV e il XVI secolo, ma il portale della facciata è del XVII secolo. La lunga costruzione dell’edificio è evidente nella combinazione di stili diversi: dal pisano al rinascimentale, passando per il gotico-aragonese.
  • Infine, la chiesa in stile gotico-aragonese di Uta (CA) è datata agli inizi del XV secolo.

A Chiaramonti, dove la venerazione della santa ha radici antiche, le furono dedicate ben due chiese campestri: Santa Giusta di Magola o di Orria Pitzinna (quella più conosciuta) e Santa Giusta di Runaghe Longu, di cui restano pochi sassi e qualche oggetto. Della santa si conserva in parrocchia una preziosa reliquia, contenente un pezzo d’osso lungo circa 15 centimetri. Già dichiarata “insigne” dall’arcivescovo di Sassari, la reliquia è stata restaurata per iniziativa del parroco. Un tempo, quando alla chiesetta campestre i pellegrini si recavano a piedi, si usava cantare i “gosos”, composti in lingua sarda dall’avvocato Juanne Satta Quadu nel 1911. I fedeli solevano anche attingere l’acqua che sgorga da una sorgente posta sotto l’altare e alla quale si attribuivano effetti medicamentosi straordinari.

Mappa delle chiese dedicate a Santa Giusta in Sardegna

Curiosità: La Leggenda della Vernaccia

Fra le tante leggende legate alla straordinarietà dei miracoli attribuiti a questa santa, ce n’è una abbastanza curiosa. Pare che la gustosa e pregiata vernaccia abbia tratto origine dalle lacrime di Santa Giusta. Molti secoli addietro, la malaria aveva falcidiato la popolazione della regione di Oristano, stante la scarsa salubrità del territorio, e i morti aumentavano di giorno in giorno. Santa Giusta, mossasi a compassione, sarebbe tornata sulla terra e avrebbe pianto per la sorte della sua gente. Le lacrime cadute sul terreno avrebbero provocato la nascita spontanea di tante pianticelle: il vitigno della vernaccia. Che, da allora, i contadini del luogo continuano a coltivare con amore e perizia. Se in un primo tempo a quel vino eccellente furono attribuite molte guarigioni dalla malaria pestifera, oggi lo stesso prodotto rappresenta una voce importante nell’economia agricola locale.

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