La Resurrezione e la Vita Eterna secondo il Cardinale Ravasi

Il Cardinale Gianfranco Ravasi, eminente biblista e teologo, offre una prospettiva approfondita e articolata sull'immortalità, la vita eterna e la resurrezione della carne, concetti centrali della fede cristiana. Le sue riflessioni, spesso espresse in interviste e articoli, come quello apparso sul Sole 24 Ore, esplorano le dimensioni filosofiche e teologiche di questi misteri, affrontando anche le sfide interpretative e le critiche.

L'Immortalità dell'Anima e la Vita Eterna: Due Percorsi di Comprensione

La Via Filosofica

Secondo il Cardinale Ravasi, una delle strade per comprendere l'immortalità è quella filosofica. Già Platone sosteneva che l'essere umano possiede una dimensione trascendente: l'anima non può decomporsi né morire. Questa visione era nota anche all'autore della Sapienza, uno dei libri della Bibbia, il quale affermava: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità».

La Via Teologica e Mistica

La seconda via è quella teologica e mistica. Ravasi spiega che, essendo usciti dalle mani di un Creatore, allo stesso modo saremo raccolti da Lui, che ci introdurrà in un nuovo Essere trascendente. In questa dimensione, supereremo le categorie del tempo e dello spazio. San Paolo, in particolare, parla di una «nuova creazione». Il Cardinale assicura che in questa nuova realtà ritroveremo le persone care, poiché «entreremo nel divino, restando noi stessi».

La Resurrezione della Carne: Un Concetto Complesso della Fede Cristiana

La fede cristiana introduce una variante complessa: non solo l'immortalità dell'anima, ma anche la resurrezione della carne. Ravasi sottolinea che «io non ho un corpo, lei non ha un corpo, i lettori del Corriere non hanno un corpo; ognuno di noi è un corpo». Questa profonda connessione tra persona e corpo spiega la severità della Chiesa sull'aborto: «siamo tutti fatti dalle mani di Dio, sin dal concepimento». L'essere umano, infatti, non conosce solo attraverso la ragione o l'esperienza scientifica. Esistono altre dimensioni di conoscenza, come l'innamoramento, dove ci si innamora di un dettaglio o di un aspetto che “dice qualcosa” che non è puramente fenomenico o biologico. Anche l'arte, la poesia e la musica offrono una dimensione estetica della conoscenza che non lascia indenni, come dimostra l'esperienza di fronte a un quadro di Caravaggio.

Dipinto della Resurrezione di Cristo

Il Contenuto Controversa di un Articolo sul Sole 24 Ore: «Gesù non è risorto, si è innalzato»

Anni fa, il Cardinale Ravasi fu al centro di un dibattito a causa del titolo di un suo articolo sul Sole 24 Ore, «Gesù non è risorto, si è innalzato». Questo titolo, che non era opera sua, generò preoccupazioni. Tuttavia, l'allora Cardinale Ratzinger, leggendo l'articolo nella sua interezza, non vi trovò nulla di errato. Ravasi spiega che la resurrezione «non è una semplice rianimazione di un cadavere» e «non significa far rivivere un corpo che morirà un’altra volta». La Bibbia presenta due modelli per descrivere la realtà della resurrezione di Cristo:

  • Il «risveglio» (dal verbo greco della resurrezione): si riferisce a una ricomposizione e ripresa della vita, come nella visione di Ezechiele delle «ossa inaridite».
  • L'«innalzamento»: Gesù non si limita a "risvegliarsi" dalla morte, ma ascende al cielo. Questo non è un fatto "astronautico" di mero spostamento verso l'alto, bensì «entrare nell’infinito, nell’eterno di Dio», come detto da Gesù stesso: «Quando sarò innalzato da terra, tutti attirerò a me».

L'articolo sottolinea che l'immagine di un Cristo sfolgorante di luce che si libra sul sepolcro, dopo averne scardinato la pietra tombale, non è evangelica ma attinta solo dai primi testi cristiani apocrifi. I Vangeli canonici, al contrario, sono più reticenti nella descrizione dell'evento, pur basandosi su tre elementi storici incontrovertibili:

  1. Un gruppo di donne, seguaci di Gesù, testimonia l'evento, un dato significativo poiché, secondo il diritto semitico, le donne erano inabilitate a una testimonianza giuridica valida.
  2. La pietra che sigillava l'apertura della tomba giace ribaltata e il sepolcro è vuoto, con le bende e il sudario abbandonati e piegati in un luogo a parte (come descritto da Giovanni).
  3. Una teofania, ovvero un'esperienza trascendente rappresentata da una figura angelica che proclama: «È risorto!».

Questo evento, pur radicandosi nella storia, ha un nucleo trascendente. La "risurrezione di Cristo" non è una rianimazione di un cadavere, ma una trasformazione che va oltre il corpo di Gesù, incidendo su tutto l'essere e sulla storia. La divinità, attraverso Cristo, è penetrata nella realtà intera dell'umanità e nell'essere cosmico, trasfigurandoli e fecondando di eternità il nostro tempo. Il Nuovo Testamento ricorre a due linguaggi per esprimere questo mistero: quello della risurrezione (simboleggiato dal "risvegliare" dalla morte, intesa come sonno) e quello dell'esaltazione o glorificazione (l'"innalzare", l'"elevare", con immagini di ascensione verso l'alto). La resurrezione afferma la continuità tra il Gesù storico e il Cristo risorto, mentre l'esaltazione celebra la gloria divina del Risorto e la novità del suo status, il suo rientro nel mondo divino.

L'ascensione-esaltazione-innalzamento non deve essere interpretata in termini materialistici o "astronautici", ma secondo categorie metafisiche e teologiche, dove il cielo è simbolo della divinità. La Pasqua di Cristo è un evento complesso, radicato nel tempo e nello spazio, ma che fiorisce nell'eterno e nel divino, richiedendo un'analisi nella fede e nella teologia, pur ammettendo una verificabilità storica attraverso le tracce e i segni lasciati.

San Paolo: Pensiero, Missione e la Controversia sull'«Inventore del Cristianesimo»

In una sua biografia di San Paolo intitolata «Ero un blasfemo, un persecutore e un violento», Ravasi esplora la figura dell'Apostolo. Paolo stesso si presenta in questo modo nella Prima Lettera a Timoteo. Alcuni, come Riccardo Calimani e Corrado Augias, definiscono Paolo l'inventore del cristianesimo, ma Ravasi non è d'accordo. Sebbene a Paolo si debba un sistema di pensiero e un linguaggio comprensibile a tutti - egli parla e scrive in greco, creando un "suo" greco - e un progetto pastorale operativo internazionale, globale, che lo ha portato fino a Roma, il centro di tale progetto è sempre e solo Cristo. Paolo si fonda sempre sull'evento di Gesù Cristo morto e risorto, centrale anche nei Vangeli. Come Paolo VI, citato in un suo Pensiero alla morte, Ravasi intende la fede come un "dialogo dei cuori con Dio e con l'io", che non nega la propria umanità e i propri limiti, ma si apre alla serenità verso il futuro e all'amore per il presente storico, consapevole dei doveri che legano l'individuo alla famiglia umana e alla Chiesa.

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Gesù e la Nascita del Cristianesimo

Molti, inclusi alcuni ebrei, sostengono che Gesù non volesse fondare una religione. Ravasi chiarisce che «Gesù era un ebreo osservante, ha i piedi piantati nel giudaismo, dice di essere stato “mandato per le pecore perdute nella casa di Israele”». Tuttavia, a volte «sovverte i rituali, rompe l’ortodossia: talora non osserva il sabato, mangia quel che gli capita senza badare alle proibizioni, caccia i mercanti dal tempio». È con il discorso delle Beatitudini che il suo messaggio diventa universale e trascendente, ribaltando le categorie diffuse: «Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati».

Gesù porta questo messaggio rivoluzionario alle estreme conseguenze con la sua morte e ascensione, che «trasfigura tutta la realtà e tutto l’essere». Come scrive San Paolo ai Romani: «La creazione stessa attende con impazienza la trasfigurazione dei figli di Dio». La scena del romanzo di Kazantzakis e del film di Scorsese, L'ultima tentazione di Cristo, in cui Paolo irride Gesù, dicendogli «il mio Gesù è molto diverso da te, molto più forte e potente», non è reale, ma un'allucinazione di Gesù sulla croce, l'ultima tentazione che egli respinge, scegliendo di morire per amore. I Vangeli, infatti, non sono verbali storici; presentano sistematicamente il Gesù storico ma lo interpretano secondo una visione teologica incentrata sul Cristo glorioso.

Amore, Grazia e Predestinazione

L'amore è presente anche nell'Antico Testamento, come nella legge di Mosè che invita ad aiutare il nemico. Ma, come sottolinea Ravasi, «un conto è un gesto di solidarietà umana, un altro il sacrificio di sé. Una cosa è rialzare l’asino del nemico; un’altra è perdonare e persino sacrificarsi per amore di tutti, nemici compresi».

Molti teologi e filosofi attribuiscono a Paolo l'idea della grazia e della predestinazione, secondo cui le opere non sono la causa della salvezza, ma il suo frutto. Ravasi precisa che «Paolo non nega la libertà dell’uomo; lo mette in guardia dalla pretesa di salvarsi da sé». Per Paolo, l'uomo è limitato, caduco e peccatore; pretendere di salvarsi senza Dio attraverso la mera osservanza dei precetti è come cercare di salvarsi dalle sabbie mobili tendendo le mani senza che Dio le afferri. La libertà umana è necessaria, ma è la grazia divina che salva.

La Paura della Morte e la Ricerca dell'Aldilà

Il Cardinale Ravasi confessa una certa paura della morte: «Un po’ sì. L’altro giorno pensavo a dove vorrei essere sepolto. Questa idea del sepolcro, della gente che ci passerà davanti mentre non ci sarò più, mi ha turbato». I luoghi che egli immagina per la sua sepoltura sono la chiesa di cui è titolare a Roma, San Giorgio in Velabro, o una chiesetta di Bellagio, sul lago, dove trascorre l'estate.

La Morte in una Società Secolarizzata

Il coronavirus ha riproposto in modo brutale il volto della morte, spesso esorcizzato nella società contemporanea. Tutte le religioni hanno cercato di varcare questa frontiera, che è il segno più netto della nostra creaturalità, cercando «l’altra faccia della vita». Questo desiderio ha attraversato per secoli l'arte, la letteratura e la filosofia, in iconografie di terrore e gloria. Di fronte a questo, esiste anche un coro di negatori, che considerano la morte come un passaggio al nulla. Il dibattito è incessante, con intellettuali come il genetista non credente Edoardo Boncinelli che con "Essere vivi e basta" riflette sui limiti della vita e della vecchiaia.

Il Contributo di Gerhard Lohfink

Un esegeta di Tubinga, Gerhard Lohfink, nel suo saggio "Alla fine il nulla? Sulla risurrezione e sulla vita eterna", esplora la varietà di risposte al quesito sull'aldilà. Si può credere nell'immortalità "mnemonica", ovvero nel sopravvivere nella memoria dei posteri, o abbandonarsi al flusso della natura. La ricerca di Lohfink è squisitamente teologica, il suo scopo è di guidare il lettore dal "nulla" alla "risurrezione e vita eterna". In antitesi al "La Morte è il Nulla" di Jago nell'Otello di Verdi, Lohfink intona il "Resurrexit" cristiano, ricercando le radici nell'esperienza dell'Israele biblico e ponendo il focus su "ciò che venne al mondo con Gesù".

L'evento cristiano vede l'incrocio tra l'umano mortale e il divino eterno per una nuova creazione, come delineato da Joseph Ratzinger: «Nella risurrezione la materia apparterrà allo spirito in modo del tutto nuovo e definitivo e che per questo sarà tutt'uno con la materia». Finito e infinito si intrecciano inestricabilmente, temporale e trascendente si uniscono, come nell'espressione paolina «Dio sarà tutto in tutti» (1Corinzi 15,28).

La Milano di Ravasi: Memorie e Secolarizzazione

Il Cardinale Ravasi è brianzolo di Merate, non romano. Il suo primo ricordo è il «rossore nel cielo di Milano sotto i bombardamenti», che lo costrinsero a sfollare con la madre. Cresciuto in una Brianza profondamente cattolica, terra di Papa Pio XI e di don Giussani, Ravasi ricorda un'epoca in cui contadini e operai affluivano alle chiese la domenica mattina. Milano oggi, secondo il Cardinale, è «una città europea, molto più di Roma», ma entrambe vivono l'esperienza della secolarizzazione. Egli riflette sul paradosso che «se Cristo tenesse oggi in piazza il discorso delle beatitudini, arriverebbe la Digos a chiedergli i documenti». Nonostante ciò, i cattolici, pur essendo una minoranza, sono ancora presenti «come una spina nel fianco, a provocare, o come un seme, per usare un’immagine di Gesù». Il messaggio cristiano è intrinsecamente provocatorio, senza nulla di tranquillizzante, come dimostrano le frequentazioni di Gesù con "pessima compagnia" e la sua morte in croce, che è la morte del "sedizioso, del terrorista, dello schiavo".

Politica e Fede: Una Strumentalizzazione Pericolosa

Ravasi critica i politici che si proclamano difensori di Dio e agitano rosari e crocifissi, definendo tale comportamento come una potenziale strumentalizzazione. «Usare Dio è pericoloso, come lo è strumentalizzare simboli che conservano una potenza straordinaria e proprio per questo non vanno sfregiati impugnandoli a fini estrinseci; ma piuttosto devono essere testimoniati nel loro messaggio di amore e di verità».

Il Cortile dei Gentili e il Dialogo tra Credenti e Non Credenti

Come fondatore del Cortile dei Gentili, il Cardinale Ravasi ha spesso dialogato con personaggi insospettabili, credenti e non credenti, come Umberto Eco, Alda Merini, Enrico Cuccia, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Questa esperienza testimonia la sua apertura al confronto e al dialogo interculturale e interreligioso, come dimostra anche l'episodio del recupero degli affreschi delle Catacombe dei santi Marcellino e Pietro a Roma, dove ha ricevuto aiuto dall'Azerbaigian, un paese musulmano sciita. Milano, in questo contesto, emerge come una città straordinaria per socialità e generosità.

Gerusalemme: Tra Sacralità e Conflitto

Gerusalemme, città sacra a tre religioni, è fondata su tre pietre: il Muro del Pianto, il Santo Sepolcro, la Cupola della Roccia. Tuttavia, come fa notare Ravasi, «le pietre di Gerusalemme sono striate di sangue. L’odio si è incistito, domina, imperversa». Nonostante la visione profetica di Isaia che un giorno verso Gerusalemme convergeranno in pace tutti i popoli della terra, la realtà attuale è segnata da profonde tensioni.

Le Apparizioni del Risorto e la Natura della Fede

Il Fenomeno delle Apparizioni: Sconcerto e Riconoscimento

Il tema delle "apparizioni" del Risorto è un fenomeno evangelico sorprendente, anche se il termine è spesso frainteso nel linguaggio comune con connotazioni preternormali o magiche. Il Cardinale Ravasi sottolinea che questi incontri sono talora segnati da un elemento sconcertante: alcuni discepoli non riconoscono nel Cristo risorto il rabbì che avevano ascoltato, con cui avevano camminato e persino pranzato. Questo è un paradosso, come nel caso di Maria Maddalena che scambia il Risorto con il custode del giardino. L'episodio dei discepoli di Emmaus, narrato da Luca (c. 24), è un esempio eloquente: Cleopa e un altro discepolo, in cammino da Gerusalemme, incontrano un viandante che interpreta le Scritture, ma lo riconoscono solo quando, seduti a mensa, «prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero». Lo «spezzare il pane» è un riferimento all'eucaristia, la presenza di Cristo nei segni del pane e del vino. Questo indica che l'evento pasquale, pur incidendo nella storia (la tomba vuota, le donne all'alba), nella sua sostanza è soprannaturale e trascendente. Per il riconoscimento del Cristo risorto non basta l'esperienza storica precedente, ma è necessario «un canale di conoscenza e di comprensione superiore, quello della fede».

Le apparizioni del Risorto non si limitano a quelle ai discepoli "naturalmente" predisposti alla fede, ma si estendono anche a persone timorose e persino a un "avversario deciso" come Paolo. I Vangeli delineano due schemi per le apparizioni: quelle orientate alla conferma, che riaffermano l'identità del Risorto con il Gesù terreno, e quelle che proiettano i discepoli in una "missione", spingendoli a evangelizzare e a offrire i sacramenti. Entrambi gli schemi sono essenziali per comprendere la missione della Chiesa nata dalla Pasqua di Cristo, con la promessa di Gesù: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Cena in Emmaus di Caravaggio

Caravaggio e la Cena di Emmaus

Ravasi cita le due versioni della Cena in Emmaus di Caravaggio: una esposta alla National Gallery di Londra (1601-02), con un Cristo imberbe e una ricchezza di dettagli, e l'altra alla Pinacoteca di Brera (dal 1939), più essenziale ma ugualmente originale, con un Cristo benedicente che accentua il contrasto tra luci e oscurità, simboleggiando la natura profonda dell'incontro.

Maria Maddalena: Una Figura "Calunniata e Glorificata"

La figura di Maria Maddalena è stata spesso vittima di equivoci storici e interpretativi. Ravasi la definisce «una santa calunniata e glorificata». L'equivoco principale, perpetuato nella storia dell'arte, è quello che l'ha identificata come prostituta redenta da Cristo. Questa errata associazione deriva da due fattori principali:

  1. L'espressione nel Vangelo di Luca (8,1-3) secondo cui «da lei erano usciti sette demoni», che la tradizione ha interpretato come un gravissimo male morale, mentre nel linguaggio biblico poteva indicare un male fisico o morale da cui Gesù l'aveva liberata.
  2. L'identificazione con la «peccatrice nota in quella città» che cosparse di olio profumato i piedi di Gesù (Luca 7), e successivamente con Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro, che compì un gesto simile (Giovanni 12,1-8).

Testi apocrifi cristiani del III secolo arrivarono persino a identificarla con Maria, la madre di Gesù, o come simbolo della Sapienza divina. È in questo contesto che il Vangelo apocrifo di Filippo afferma che Gesù «amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava sulla bocca», un'espressione che si riferisce alla Sapienza che «esce dalla bocca dell’Altissimo» (Siracide 24,3), non a una relazione maliziosa.

Nel mattino di Pasqua, Maria Maddalena scambia il Risorto con il custode del giardino, un inganno che si spiega con la natura soprannaturale e trascendente dell'evento pasquale. Il «riconoscimento» avviene solo quando Gesù la chiama per nome e «gli occhi della sua anima si aprono» ed ella esclama «Rabbuní, che significa: Maestro!». In quel momento, Maria riceve la missione di essere la prima testimone della resurrezione, annunciando ai discepoli: «Ho visto il Signore!». È Gesù stesso che la chiama per nome e la riconosce, restituendole la sua vera identità.

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