Il concetto del Redentore e la sua profonda risonanza nell'animo umano si manifestano in molteplici forme, dalle narrazioni evangeliche che illustrano la sua compassione e il suo sacrificio, alle espressioni di fede e devozione che si sono tradotte in monumenti e celebrazioni secolari. Questo articolo esplora il significato del Redentore attraverso l'analisi di eventi biblici nel Vangelo di Marco e la storia di due emblematiche manifestazioni di fede in Italia: la statua del Cristo Redentore sull'Ortobene a Nuoro e la Festa del Redentore a Venezia.

La Compassione del Redentore nel Vangelo di Marco
I Miracoli della Moltiplicazione: Saziazione e Pietà
Nella prima parte del capitolo 8 del Vangelo di Marco, l'Evangelista conclude la narrazione delle fatiche di Cristo nella Decapoli, raccontando un notevolissimo miracolo. Il Signore, con sette pani e pochi pesci, saziò quattromila persone che lo avevano seguito per tre giorni e si sentivano venir meno per la fame (Marco 8:1-9). Questo episodio non è una ripetizione del miracolo precedente, come ostinatamente affermato da scrittori della scuola razionalista. Gesù stesso pone la cosa fuori di dubbio, riferendosi, in questo stesso capitolo, ad entrambi i fatti come a miracoli distinti (Marco 8:1-9).
Questo miracolo, avvenuto in qualche località della sponda orientale del lago di Galilea, seguì, nell'ordine del tempo, un evento consimile narrato nel capitolo precedente. La moltitudine era grandissima, composta da curiosi, uditori interessati e numerosi congiunti e amici che avevano portato infermi a Gesù per la guarigione (Matteo 15:30). Gesù, chiamato a sé i suoi discepoli, espresse profonda emozione e pietà per questa moltitudine, che da tre giorni continui dimorava appresso di lui senza avere da mangiare. Questa profonda emozione del Redentore spesse volte precedeva una qualche notevole interposizione soccorritrice (Matteo 9:36; 14:14; 20:34; Marco 1:41; Luca 7:13).
I discepoli si interrogarono su come si potesse saziare una tale moltitudine in un luogo deserto. Sebbene alcuni scrittori abbiano mostrato sorpresa per una domanda così simile a quella fatta nel capitolo Marco 6:37, è improbabile che gli apostoli avessero dimenticato il miracolo precedente. La loro risposta era piuttosto una constatazione che le provviste necessarie a sfamare una tale moltitudine non potevano ottenersi per mezzi umani. Gesù ordinò alla moltitudine di coricarsi in terra, prese i sette pani, rese grazie e li ruppe, dando i pezzi ai discepoli perché li ponessero dinanzi alla gente. Similmente fece con alcuni pochi pescetti, benedicendoli separatamente, fornendo così un'altra prova che i due miracoli non sono identici. Tutti mangiarono e furono saziati, e i discepoli levarono sette panieri di avanzi (Marco 8:8-9).
Nonostante alcuni critici abbiano tentato di interpretare i due episodi come una ripetizione imperfetta del medesimo miracolo, gli Evangelisti Matteo e Marco e lo stesso Gesù ne sottolineano le differenze significative. I due miracoli differiscono nel tempo, nelle circostanze, nel tempo per cui le moltitudini erano state digiune, nel numero dei satollati (5000 contro 4000), nel numero dei pani usati (cinque contro sette), nel numero dei pesci, nelle località e nel numero e tipo di panieri riempiti con gli avanzi (12 kofinoi nell'un caso, 7 spuride nell'altro). Questa distinta testimonianza del Signore confuta la teoria della semplice ripetizione, evidenziando la specificità di ogni evento.
La Sfida della Fede: Incredulità e Rivelazione
Subito dopo aver compiuto il miracolo, Gesù lasciò la Decapoli con i suoi discepoli e ritornò alla spiaggia occidentale del lago, sbarcando a Dalmanuta (Marco) o Magdala (Matteo). Qui venne accolto premurosamente dagli abitanti, ma non tutti condividevano lo stesso pensiero. Alcuni della setta dei Farisei, non convinti dalle guarigioni miracolose, chiesero a Gesù un segno o prodigio nel firmamento, in prova delle sue pretese d'essere il Messia. Gesù si addolorò per la durezza dei loro cuori e rifiutò loro il segno scelto, rimandandoli, come sappiamo da Matteo, al segno del profeta Giona (Marco 8:10-12).
In un altro episodio, dalla costa di Dalmanuta, Gesù e i suoi discepoli tragittarono sul lago. Avendo dimenticato di fare provviste, i discepoli avevano con sé una sola pagnotta. Mentre i loro pensieri erano concentrati su questo incidente, il divino Maestro stava riflettendo sulla misera condizione dei Farisei. Quando li esortò a guardarsi dal lievito dei Farisei e degli Erodiani, essi erroneamente intesero che alludesse alla loro dimenticanza e alla difficoltà di procurarsi pane. Gesù li riprese per la loro ottusità d'intendimento e per la loro mancanza di fede nella sua potenza di provvedere ai loro bisogni, richiamando loro in mente le due occasioni in cui aveva moltiplicato le scarse provviste (Marco 8:18-21).
Da Betsaida, Gesù viaggiò verso Cesarea di Filippi, visitando i villaggi circostanti. Strada facendo, interrogò i discepoli sul concetto che il popolo si era fatto di lui, e poi su quello che se ne erano fatti loro stessi. Marco riporta la risposta di Pietro brevissimamente: "Tu sei il Cristo" (Marco 8:22-30). Questa omissione di quanto segue nel racconto di Matteo 16:16-20 è significativa, suggerendo non solo la modestia dell'Apostolo, ma la sua completa ignoranza della supremazia che poscia si pretese gli fosse stata conferita.
La Rivelazione Messianica e il Sacrificio del Redentore
Gesù aveva già predetto la sua morte e risurrezione con il segno del profeta Giona, ma ora, in adempimento del suo ministero profetico, annunciò ancora più chiaramente i patimenti che gli soprastavano: il suo rifiuto da parte del Sinedrio, la morte violenta che avrebbe sofferto e la sua risurrezione al terzo giorno. Questi annunci contraddicevano le aspettazioni nazionali riguardo al Messia e distruggevano i sogni ambiziosi dei discepoli, spingendo Pietro a deprecare tale linguaggio e a rimproverare il suo Maestro. Ma il Signore si rivolse a Pietro e lo rimproverò energicamente, sia perché così facendo agiva da tentatore, sia per la sua codardia e il suo fiacco egoismo (Marco 8:31-38).
A tal proposito, Gesù, chiamata la moltitudine intorno a sé, insegnò che i suoi discepoli devono fare abnegazione di se stessi e portare ognuno la sua croce. Riconobbe che, col transigere codardamente con le proprie convinzioni e col disertare la causa del vero, l'uomo può salvare la vita, ma perderà certamente la sua anima preziosa, il cui bene vale più di tutto il mondo. Gesù dichiarò solennemente che quando il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con tutti i santi angeli, avrà vergogna di chiamare un tale uomo suo amico (Marco 8:31-38). "Veramente egli ha portati i nostri languori, e si è caricato delle nostre doglie" (Isaia 53:4).
La Risposta del Popolo: Spettatori o Protagonisti?
Il Vangelo di questa Domenica è un invito a non trincerarci dietro le nostre paure, delegando ad altri ciò che compete solo a noi fare. È un invito a partecipare attivamente alla vita della Chiesa, mettendo a frutto i nostri carismi per far risplendere il suo volto di celeste bellezza. Attraverso ciascuno di noi - nessuno escluso - Cristo può regnare nei cuori e salvare tante anime. Ma ha bisogno della nostra fede che ci fa scendere sul campo di battaglia e imbracciare le armi della luce (Rm 13,12; Ef 6,10-20).
Oggi come allora, c'è un mondo che schernisce Cristo Gesù, lo rinnega come suo unico Creatore e Redentore, lo dipinge come un malfattore, nega la sua divinità, lo considera un nemico dell'uomo, lo crocifigge, lo bestemmia e osa insultarlo senza alcuna pietà. E mentre tutto questo accade, il cristiano cosa fa? Nella gran parte dei casi, come il popolo, sta a guardare come se nulla fosse, con le mani in mano e la testa per aria. In più parti del globo terrestre, si vive la propria esistenza cristiana da spettatori e non da protagonisti della storia della salvezza. Un tale atteggiamento non è quello che è richiesto al cristiano.
Siamo colpevoli se nulla facciamo perché Cristo trionfi. Siamo colpevoli se nulla facciamo per difendere Colui che diciamo essere il nostro Re. La regalità di Cristo è legata alla nostra fede di cristiani, nel senso che Gesù può governare i cuori e ricolmarli del suo amore se noi ci diamo da fare. Non possiamo dimenticarci che con il Sacramento della Cresima siamo diventati soldati di Cristo e suo esercito. Il soldato non può stare a guardare mentre infuria la battaglia. Deve combattere anche a costo di perdere la vita pur di difendere il suo Re e i suoi ideali. Questo non significa certo imbracciare le armi e fare le Crociate contro chi combatte la verità del Vangelo, bensì combattere la battaglia culturale e sociale - non certamente armata - che hanno combattuto i Santi, con la mitezza e la sapienza di chi sa e vuole essere testimone coraggioso di Cristo nel mondo.
I Santi - pensiamo a San Francesco d'Assisi, Padre Pio, Giovanni Paolo II e chiunque altro - non hanno ucciso nessuno, né hanno mai usato la violenza. Hanno però dato la vita perché la luce trionfasse sulle tenebre e, con l'annuncio coraggioso del Vangelo, hanno cambiato la mentalità dei popoli. Hanno amato la Chiesa, non l'hanno giudicata e condannata, e sono stati per essa lievito buono di conversione e di santificazione. La forza del cristianesimo non sono le bombe e le mitragliatrici, né le urla di protesta nelle piazze e l'inveire contro i potenti, ma la fede che intesse di sapienza celeste la vita degli uomini, manifestando ovunque, in parole e opere, l'onnipotenza salvatrice dell'amore di Dio. Nelle famiglie, nelle Parrocchie, nelle scuole, nei Parlamenti, nelle Università, sui social network e in qualsiasi altro luogo della vita sociale, il cristiano deve portare la luce della Parola di Dio e fare quanto gli compete perché ogni uomo pensi i pensieri di Cristo. Gesù, Re dell'Universo, conta su di noi. Ha bisogno di noi.
Manifestazioni della Devozione al Redentore nell'Arte e nella Tradizione
Il Cristo Redentore di Nuoro: Un Monumento di Fede e Dolore Personale
Opera dello scultore Vincenzo Jerace, la statua del Redentore venne eretta nel 1901 in occasione della celebrazione del Giubileo, allorché papa Leone XIII chiese che venissero innalzati monumenti al Cristo Redentore in tutte le regioni d’Italia. La sola statua, senza piedistallo, è di circa 5 metri di altezza e pesa circa 2 tonnellate. Dietro la fredda materia metallica si cela una storia di profonda lotta interiore, un travaglio artistico che ha quasi sopraffatto il suo creatore.
La realizzazione della statua era un'impresa colossale, ma fu un dettaglio di appena un metro a trasformarsi in un'ossessione: il volto di Gesù. Una volta risolte le complesse questioni tecniche e logistiche, Jerace si trovò di fronte a un ostacolo che sembrava insormontabile: come tradurre in argilla l'essenza divina e umana del Cristo? Per sei lunghi mesi, l'artista combatté una battaglia silenziosa nel suo studio. Il volto rimaneva un enigma, ogni tentativo una delusione. Sfinito da un lavoro incessante e tormentoso, Jerace si arrese, abbandonando l'opera incompleta.
Il tempo passò, ma la sfida rimaneva sospesa. Fu nel giorno dell’Ascensione che, spinto da un impeto irrefrenabile, lo scultore tornò nel suo studio. Salì sulla grande scala di legno che avvolgeva la statua, impugnò un pesante mazzuolo di quercia e, in un atto di furia quasi disperata, si scagliò contro la fredda argilla. Per mezz'ora, i colpi si susseguirono con "fulminea violenza", in una "spasmodica pugna" che era insieme distruzione e creazione. Quando le forze lo abbandonarono, Jerace scese a terra e, alzando lo sguardo, vide il miracolo: in quella massa di creta era stato trasfuso "qualche cosa di afflato spirituale, di fluido arcano". Il volto del Nazareno, trasfigurato da quella lotta, emanava finalmente quel "lieve senso di quella divinità umanizzata" che lo scultore aveva inseguito per anni. Da quel momento, Jerace non toccò più l’argilla.

La realizzazione del Redentore è indissolubilmente legata a una profonda tragedia personale che segnò per sempre la vita di Vincenzo Jerace: la morte della moglie, la contessa Luisa Pompeati Jerace, avvenuta nell’aprile del 1901, durante le fasi finali della creazione dell’opera. Ai piedi della formazione rocciosa sulla quale è collocata la statua vi è una lapide dedicata a Luisa. La leggenda narra che morì alla vista della statua, impressionata dalla sua mole. La tragica scomparsa della moglie dello scultore toccò il cuore di tutti i sardi, che vollero renderle omaggio. Sulla lapide, sotto il profilo della donna, si leggono i versi attribuiti a Grazia Deledda, che invitano il popolo sardo a ricordare "la tenera donna che là oltre mare per voi inspirò l'artefice".

Nelle lettere e nei suoi scritti, Jerace espresse il senso di vuoto, affermando apertamente che senza l’"anima ardente" di Luisa la statua non avrebbe potuto vedere la luce. Lo scultore considerava la realizzazione dell’opera quasi un atto consolatorio: “quanto dolore mi costa questo Redentore che io modellai per lenire le pene altrui”, scrisse, rimandando a una creazione carica di sofferenza privata. E nel struggente dolore, sul palmo della mano benedicente del Redentore, rivolta verso la città di Nuoro, l’artista fece incidere una dedica alla moglie Luisa: “Sotto la palma della mano aperta, recante il segnacolo della Pace, vi feci incidere: A Luisa Jerace, morta mentre il suo Vincenzo la scolpiva”. Da quel momento in poi si sarebbe per sempre firmato “Vincenzo L. Jerace”. Il lutto segnò profondamente l’artista, tanto che non partecipò all’inaugurazione ufficiale dell’opera e si recò a Nuoro soltanto un anno dopo.
Nel 1902, per iniziativa del Vescovo di Nuoro, venne data alle stampe una pubblicazione dedicata: «A Luisa Jerace, nel terzo anniversario della sua seconda vita: I SARDI», che riportava poesie di Grazia Deledda e altri autori sardi, tutte dedicate alla consorte dello scultore. L'assenza dello scultore all’inaugurazione del Redentore, il 29 agosto 1901, non fu una scelta, ma una ferita, un grave lutto familiare che gli impedì di assistere al culmine del suo lavoro. Solo nel 1902, spinto dall’insistenza e dall’affetto degli amici nuoresi, l’artista trovò la forza di affrontare il pellegrinaggio verso la sua creatura. La sua era una salita carica di timore, compiuta in segreto. Giunto sulla cima del Monte Ortobene, si arrampicò tra i rami di un albero per non essere visto e da lì poté assistere a uno spettacolo che superava ogni sua aspettativa: vide l’anima della Sardegna convergere ai piedi della sua statua, un mare di fedeli vestiti nei loro "superbi costumi scintillanti al sole". In quel momento, nascosto e solo, Jerace ebbe un'epifania artistica e spirituale: comprese che ogni sacrificio era stato ripagato, che attraverso il "povero e muto Simulacro" della sua mano, "uno spiraglio di luce nuova veniva ad illuminare nel tempo e nello spazio, la fervente anima sarda".
I monumenti più celebri possono custodire segreti inaspettati, celati non nella storia, ma nella materia stessa di cui sono fatti. Uno di questi riguarda proprio la sua composizione: quella che per tutti è l’opera bronzea del Redentore, in realtà… non è di bronzo. La rivelazione emerge nel 2012, durante un’importante fase di lavori conservativi e di restauro. Le analisi, condotte dal geologo Domenico Poggi, hanno dato un esito inequivocabile: la lega utilizzata per la scultura non è bronzo, ma ottone! Sebbene entrambe siano leghe a base di rame, la differenza è cruciale, poiché l’ottone deve contenere una percentuale di zinco superiore al 25%. Le analisi sulla statua hanno rilevato circa il 63% di rame e una percentuale di zinco variabile tra il 27% e il 36%. La scelta di questo materiale non fu casuale, poiché l’ottone possiede caratteristiche meccaniche più elevate rispetto al bronzo, garantendo una resistenza e una durabilità superiori, probabilmente dettata dalla necessità di esporre la scultura agli agenti atmosferici in alta quota. Le indagini del 2012 hanno anche confermato che la statua è saldamente vincolata al suo basamento in granito tramite una rotaia ferroviaria, letteralmente “affogata” nel cemento per tutta l’altezza della struttura.
La Festa del Redentore a Venezia: Un Legame Storico e Culturale
Opera matura del genio creativo del padovano Andrea Palladio, la Chiesa del Redentore a Venezia nasce come promessa votiva del Senato Veneto per cercare di fermare la peste che colpì la città tra il 1575 e il 1577, registrando circa 50 mila decessi, un terzo della popolazione. Nel 1577 fu posata la prima pietra e dopo qualche mese la peste cessò. La chiesa riproduce perfettamente l'idea di architettura di Palladio, secondo cui ogni edificio deve avere una forma che derivi dalla sua funzione e dalla sua collocazione. La facciata, in marmo bianco, rivela una grande conoscenza tecnologica e l'abilità delle maestranze, magistralmente accordate da Palladio e poi da Antonio da Ponte, che terminò l'opera dopo la morte dell'artista nel 1580. Le linee architettoniche dei due tempi che si uniscono e si mescolano in un tutt'uno classico ma contemporaneo, trovano nelle acque del Canale della Giudecca il punto di vista migliore per essere ammirate.

Questa progettazione è dettata da esigenze specifiche e non rispecchia la composizione dello spazio interno, poiché l'impianto è ad un'unica navata. La grande altezza della navata centrale, solenne e maestosa, non consentiva a Palladio di realizzare un unico tempio, e quindi completò la fronte inserendo un attico con copertura a due falde, ispirandosi al Pantheon. Questa scelta obbligò l'artista alla realizzazione di contrafforti laterali strutturali messi in sequenza e in profondità per creare un sapiente gioco di equilibri, riportato poi sul piano primario della facciata con un secondo tempio, a timpano triangolare ma di altezza inferiore. Il gioco di equilibri e simmetrie è magistralmente delineato anche dagli altri elementi del fronte, come le colonne che sostengono il timpano principale, e le edicole con le opere di Giusto Le Court, raffiguranti San Marco e San Francesco d'Assisi. Tutta la composizione si chiude con l'alta cupola dalla forma circolare, affiancata dalle due torri campanarie con copertura a cono, che crea maggiore slancio a una facciata così articolata e strutturata. Poche le opere conservate all'interno, tra queste quelle di Domenico Tintoretto, Paolo Veronese, Francesco Bassano e Pietro della Vecchia.
Il tempio palladiano diviene fulcro della solenne celebrazione della Festa del Redentore, che da quel 1577 viene celebrata ogni anno la terza domenica di luglio. Così come voluto dal doge Mocenigo, un ponte di barche, che collega la riva delle Zattere alla chiesa nel Canale della Giudecca, consente ai fedeli la lunga processione, in un clima di grande partecipazione religiosa e sentita emozione. La Festa del Redentore è nata il 20 luglio 1576 per ricordare la fine della peste che aveva devastato la città. Il 4 settembre del 1576 il Senato della Repubblica Serenissima scelse di costruire una chiesa a nome del Cristo Redentore, come ex voto per cercare di allontanare la peste da Venezia. La prima pietra venne posta il 3 maggio 1577. Nel giorno del primo Redentore, nel 1577, i veneziani allestirono un ponte di barche che permetteva di raggiungere la fondamenta della Giudecca, sul quale ebbe luogo la prima processione di fedeli.
Fuochi d'Artificio della Festa del Redentore 2021, Venezia, Italia - Venice Fireworks in 4K
Oggi la festa non è solo una celebrazione religiosa, ma una vera festa che aggrega i veneziani, dell'isola e della terraferma, che ha inizio dal sabato pomeriggio. Si parte con la regata in Canal Grande, su cui sfila il meglio dell’Arsenale veneziano, e poi ci si ritrova tutti in barca, per l'occasione addobbate di festoni e vivaci luci, lungo le Fondamenta della Giudecca e delle Zattere. Anticamente la festa era campestre, ma con la scomparsa progressiva degli spazi verdi si è trasferita del tutto nelle acque del Bacino.
Il ponte galleggiante di barche è uno dei simboli della festa. La sua funzione, ancora oggi, è quella di attraversare a piedi il Canale della Giudecca, dalle Zattere, per arrivare fino alla Chiesa palladiana. Storicamente è nato nel 1577 come ponte votivo, mettendo una accanto all’altro tante barche. Oggi il ponte non è più fatto di sole barche, ma di travi di legno poggiate su strutture galleggianti. Per assistere ai fuochi d’artificio è obbligatorio prenotare un posto lungo le rive sul sito del comune redentore.veneziaunica.it, inizialmente riservato ai residenti e poi esteso ai non residenti.
A mezzanotte i fuochi d’artificio illuminano la laguna a giorno, rendendo ancora più suggestiva la notte veneziana. Le Regate del Redentore nel Canale della Giudecca della domenica sono un altro degli eventi più attesi, con sfilate di particolari imbarcazioni con remi. I veneziani la chiamano la "notte famosissima", ed in effetti lo è: il Redentore è la festa più importante per la città di Venezia, più del Carnevale, più della Regata storica. Luci, bancarelle, chioschi e lunghe tavolate tra le fondamenta dove si cena tutti insieme. Una festa che sa ancora di tradizione, tra giornate scandite da funzioni religiose e la pesca di beneficenza nella parrocchia del Redentore. La Festa del Redentore è una delle ricorrenze più sentite dai veneziani, che, in occasioni speciali, assume una risonanza ancora più significativa per la città.