La Posizione della CEI sul Suicidio Medicalmente Assistito: Un Approccio Completo

La questione del suicidio medicalmente assistito e del fine vita è al centro di un dibattito complesso e profondamente sentito nella società italiana. La Conferenza Episcopale Italiana (CEI), insieme a conferenze episcopali regionali, ha più volte ribadito la propria posizione attraverso note pastorali e dichiarazioni ufficiali, sottolineando il dovere di assistere e curare, anziché anticipare la morte. Queste prese di posizione evidenziano una forte preoccupazione per le recenti iniziative legislative regionali e invitano a una riflessione più profonda sulla dignità della persona umana.

Tavola rotonda o dibattito sulla bioetica, con simboli che richiamano la Chiesa e il sistema sanitario

La Posizione della Chiesa: Assistenza e Cura della Vita

Le note pastorali della Chiesa italiana affermano chiaramente: «Primo compito della comunità civile e del sistema sanitario è assistere e curare, non anticipare la morte». Questa è la dichiarazione della nota pastorale «Suicidio assistito o malati assistiti?» dei vescovi e della Commissione Salute della Conferenza episcopale del Nordest. Mons. Enrico Trevisi, vescovo di Trieste e collaboratore alla preparazione della nota, riflette sulla novità del fenomeno delle persone con malattie croniche a cui la medicina permette di sopravvivere, un tempo impensabile. Egli distingue il dolore fisico, per il quale esistono le cure palliative, dalla sofferenza esistenziale che deriva dal dover rinunciare a tutto ciò che si faceva e dal non vedere un futuro migliore. In questo contesto, la Chiesa sente la necessità di riflettere su come accompagnare e stare vicino a queste persone vulnerabili, interrogandosi se esistano alternative alla "scorciatoia" del suicidio assistito.

La Vulnerabilità Umana e l'Accompagnamento

La vulnerabilità, che riguarda tutte le età, solleva interrogativi fondamentali: «Chi sono? Dove sto andando? Perché mi sta succedendo questo? Che prospettiva ho davanti?». La Chiesa intende segnalare che esiste una "verità della vita" sulla quale tutti sono chiamati a interrogarsi, specialmente riguardo all'accompagnamento di persone con patologie gravi e inguaribili, ma che rimangono curabili sia dal punto di vista del corpo che dello spirito. L'abbandono terapeutico, talvolta, non colpisce solo il paziente, ma anche la famiglia, suggerendo l'istituzione di un "nuovo ministero", una diaconia da rilanciare per reinterpretare il ministero della consolazione.

Il medico e bioeticista Paolo Pesce, collaboratore della diocesi di Trieste, spiega che il documento episcopale «mette al centro la persona, sottolineando l’aspetto antropologico della vulnerabilità, oggi spesso dimenticato, cioè che siamo tutti esseri imperfetti, e prima o poi colpiti da malattie o condizioni fisiche che sono l’espressione del nostro limite». La maggior parte delle malattie, come il diabete o le patologie neurodegenerative, sono inguaribili, il che significa che la medicina è prevalentemente chiamata a prendersi cura della persona, non solo a guarire. Spesso, la percezione che la vita abbia perso la sua dignità è un fatto culturale, non sempre legato alla mancanza di risorse economiche nei servizi sanitari e sociali. Le famiglie, che sopportano la maggior parte del carico di assistenza, lo fanno con amore e sacrificio. È quindi indispensabile agire sul piano culturale e formativo, rafforzando le relazioni umane, specialmente con chi vive la prova della malattia.

La Dignità della Persona Malata e il Dovere di Cura

La cronaca quotidiana evidenzia un contesto globale di morte e sofferenza, ma una questione che interpella in modo particolare è quella dei malati gravi, spesso al centro di dibattiti pubblici sui casi di pratiche eutanasiche legalizzate. La Chiesa avverte l’urgenza e il dovere morale di intervenire per contribuire a una riflessione che metta la persona al centro. Sorgono molti interrogativi che toccano la vita di tutti: il significato della vita, il mistero della sofferenza innocente, come assistere i malati gravi e terminali, come accompagnare i familiari e quali diritti del malato terminale vanno riconosciuti. I progressi della medicina hanno portato a situazioni inedite, ma la pandemia ha dimostrato che non si può sfuggire al confronto con il mistero del limite e della morte.

La "vulnerabilità" emerge come una cifra insita nell'essere umano e in ogni essere vivente, manifestandosi in ogni fase dell'esistenza, dal pianto del neonato alla sofferenza del malato, fino all'ultimo respiro. È essenziale porre l'accento sulla dignità della persona malata e sul dovere inderogabile di cura che spetta a ogni individuo, in particolare a chi opera nel settore socio-sanitario. Il suicidio assistito, come ogni forma di eutanasia, si presenta come una "scorciatoia": il malato è indotto a percepirsi come un peso, e la collettività rischia di giustificare il disinvestimento e il disimpegno nell'accompagnamento del malato terminale.

In un contesto fortemente tecnologizzato, il rischio è dimenticare che lo sforzo terapeutico deve mirare alla cura della persona malata, non solo al superamento della malattia. Il paziente inguaribile non è mai incurabile. Per un paziente inguaribile, il rischio è duplice: l'accanimento terapeutico, che supera il criterio di ragionevolezza, o l'abbandono terapeutico, quando si perde la speranza di guarigione. È fondamentale ricordare che, se non è possibile guarire, si può sempre alleviare il dolore e la sofferenza attraverso le cure palliative, perché «Nessuno può essere lasciato morire da solo!».

Il dramma della sofferenza (spirituale e psicologica) accompagna il dolore fisico di chi vive lunghi periodi di malattia. La risposta doverosa è il rispetto per la coscienza di ognuno e l'impegno affinché ogni persona si senta parte di un contesto di relazioni di qualità. Una società capace di cura evita lo scarto e costruisce cammini di speranza, sostenendo le famiglie e rinsaldando il vincolo sociale di solidarietà.

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Il Quadro Giuridico e Legislativo Italiano

La sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale, intervenuta su un caso specifico, ha tracciato chiari limiti applicativi al suicidio medicalmente assistito, fissando condizioni molto stringenti. La Corte ha ribadito la centralità del valore della vita e della dignità della persona, investendo il Parlamento - e non i singoli Consigli regionali - a pronunciarsi in materia. La CEI ha espresso perplessità di fronte ai tentativi di alcuni Consigli regionali di sostituirsi al legislatore nazionale, creando il rischio di una "babele normativa" e favorendo un "esodo" verso regioni con legislazioni più permissive. Analogamente, destano preoccupazione i pronunciamenti di singoli magistrati che cercano di riempire vuoti legislativi.

Il Ruolo delle Regioni e dei Comitati Etici

È compito delle Regioni favorire luoghi di confronto e deliberazione etica, come i Comitati etici richiamati dalla stessa sentenza della Corte. Tuttavia, questi sono poco diffusi sul territorio nazionale e spesso chiamati a intervenire quando le decisioni sono già prese, vanificando la loro funzione. Le Regioni dovrebbero anche promuovere politiche sanitarie che favoriscano la diffusione della conoscenza e l'uso delle cure palliative, la formazione adeguata del personale e la presenza di hospice, dove la persona malata in fase terminale possa trovare un accompagnamento pieno, alleviando dolore e sofferenza.

L'Iter Legislativo Nazionale e le Iniziative Regionali

Nel luglio 2025, le Commissioni riunite II (Giustizia) e X (Affari sociali e sanità) del Senato hanno adottato un testo unificato per modificare l'articolo 580 del codice penale e implementare la sentenza n. 242/2019. La proposta sancisce i principi di inviolabilità e indisponibilità del diritto alla vita, prevedendo che "non è punibile chi agevola l’esecuzione del proposito" di porre fine alla propria vita da parte di una persona maggiorenne con determinate caratteristiche:

  • formatosi in modo libero, autonomo e consapevole;
  • inserita nel percorso di cure palliative;
  • tenuta in vita da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali;
  • affetta da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili;
  • pienamente capace di intendere e di volere;
  • le cui condizioni siano state accertate dal Comitato nazionale di valutazione.

Una condizione essenziale per l'esclusione della punibilità è l'inserimento nel percorso di cure palliative. Le Regioni devono attivarsi per raggiungere, entro il 2028, il 90% della popolazione interessata e garantire l'integrale utilizzo dei fondi stanziati. L'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS) istituirà un osservatorio e invierà una relazione annuale. In caso di inadempienza, il Governo nominerà un commissario ad acta.

Il Comitato nazionale di valutazione, su richiesta dell'interessato, rilascia un parere obbligatorio sulla sussistenza dei requisiti. È composto da sette membri (giurista, bioeticista, medici specialisti, psicologo, infermiere) e si pronuncia entro sessanta giorni. L'esame dei progetti di legge al Senato prosegue, ma l'intesa con le opposizioni appare difficile, specialmente sui requisiti aggiuntivi e l'esclusione delle prestazioni dal Servizio Sanitario Nazionale.

Diversi Consigli regionali hanno avanzato proprie proposte legislative. La Regione Toscana ha approvato una legge sul suicidio medicalmente assistito nel febbraio 2025, basata su un'iniziativa popolare dell'Associazione Luca Coscioni. Anche la Sardegna, con la legge n. 26/2025, ha approvato una norma per l'assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito, prevedendo la verifica delle condizioni da parte di una commissione multidisciplinare e un comitato etico territoriale. Il Consiglio provinciale di Trento ha avviato l'esame di un ddl simile. Al contrario, il Consiglio regionale dell'Abruzzo ha respinto un progetto di legge sul fine vita nel giugno 2025, considerandolo di competenza nazionale.

Interventi della Corte Costituzionale e Questioni di Competenza

La Corte Costituzionale è intervenuta su queste iniziative regionali. Con sentenza n. 132 del 25 luglio 2025, ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del Codice penale sollevate dal Tribunale di Firenze, relative al caso di una persona affetta da sclerosi multipla. La Corte ha sottolineato che la persona con le condizioni per l'accesso all'opzione di fine vita ha un diritto tutelato di essere accompagnata dal Servizio Sanitario Nazionale nella procedura, inclusa la reperibilità dei dispositivi idonei e l'ausilio nel loro impiego. È la struttura pubblica del SSN, affiancata dal Comitato etico, a verificare le condizioni e le modalità di esecuzione, a presidio delle persone più fragili.

Nel novembre 2025, la Corte Costituzionale ha avviato l’esame dei ricorsi del Governo contro le leggi regionali di Toscana e Sardegna, impugnandole per invasione della potestà esclusiva dello Stato in materia di "ordinamento civile e penale", che incide su "diritti personalissimi, tra i quali quello alla vita e all’integrità".

Un altro caso significativo è quello sollevato dal GIP del Tribunale di Bologna (2025), riguardante tre persone indagate per aver accompagnato in Svizzera una signora affetta da parkinsonismo irreversibile, ponendo al centro il "requisito del trattamento di sostegno vitale".

La Prospettiva della Fede e la Cultura della Vita

Di fronte alla crisi dei luoghi di confronto e deliberazione etica, le comunità, in particolare quelle cristiane, sono stimolate a favorire uno "spazio etico" nel dibattito pubblico e a promuovere una "coraggiosa cultura della vita", come richiamato anche dall'enciclica Laudato si'. Per i cristiani, il mistero del dolore e della sofferenza suscita compassione, preghiera e la volontà di rimanere accanto a chi soffre, con l'atteggiamento di Maria e Giovanni ai piedi della croce. La fede affida tutti al Dio e Signore della vita, che nel Figlio Crocifisso comprende il dolore umano fino a farlo proprio.

La presidenza della CEI, nella sua nota sul fine vita del 19 febbraio, ha ribadito la "forte preoccupazione" per le iniziative regionali e ha invitato a non fare del tema una questione di "schieramento", ma un'occasione per una riflessione profonda sulla concezione del progresso e della dignità umana. Ha auspicato un ampio confronto parlamentare che tuteli la vita, favorisca l'accompagnamento e la cura nella malattia, e sostenga le famiglie. La CEI ha nuovamente sottolineato che la legge sulle cure palliative non ha ancora trovato completa attuazione e che queste devono essere garantite in modo efficace e uniforme in ogni Regione. «Sulla vita non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso. La dignità non finisce con la malattia o quando viene meno l’efficienza.»

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