La figura di San Pio da Pietrelcina è conosciuta sotto vari aspetti, dall'altissima contemplazione ai doni mistici e ai carismi innumerevoli che lo pongono in un continuo contatto con Dio. Tuttavia, non bisogna dimenticare che il Santo ha raggiunto queste altezze grazie alla meditazione e alle sante letture, che hanno rappresentato un nutrimento continuo per la sua anima. Egli ha attinto innanzitutto alla Parola di Dio, e in particolare al Vangelo e alla Passione di Gesù, alle Lettere di san Paolo, ma ha coltivato intensamente anche lo studio e la lettura spirituale, soprattutto dei Santi Padri.

L'Esempio del Vangelo di Matteo: Chiamata e Conversione
La Vocazione di San Matteo: Da Esattore a Apostolo
Il percorso dell'apostolo Matteo è sintetizzato nelle parole del Vangelo: «Mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì» (Mt 9,9). Qui si trovano la sua identità, la chiamata di Gesù e la sua essenziale risposta, fatta non di parole, ma di gesti: si alzò e lo seguì! Tale immediatezza contrasta con la nostra tendenza a molte parole ma scarse opere. Il nome Matteo è diverso da quello testimoniato dal vangelo di Marco, dove si parla di un «Levi, figlio di Alfeo», e anche in Luca compare questo nome. L'evangelista Matteo, scegliendo di usare il proprio nome, potrebbe aver voluto porre la propria firma, non come segno di orgoglio, bensì di umiltà. È come se avesse voluto dire: «Benché sia un apostolo, io sono un peccatore. Però, sono stato perdonato!».
In principio, infatti, lo vediamo «seduto al banco delle imposte», in una condizione comoda e lucrosa, di vantaggio anche economico. A Roma, nella chiesa di san Luigi dei Francesi, la tela del Caravaggio traduce lo sguardo di Gesù verso Matteo con un fascio di luce che sgorga da una finestra, parallelamente al suo braccio teso, che quasi imita il gesto del Creatore verso Adamo nell'affresco di Michelangelo nella Sistina. Questa rappresentazione suggerisce che quella di Matteo non è tanto la storia di una conversione, quanto piuttosto di una nuova creazione. Matteo si alza, come racconta il Vangelo, in un atto di risurrezione. Egli non fu chiamato dal Signore perché si era convertito, ma si convertì perché era stato chiamato.
Gesù Medico e la "Medicina Celeste"
Nel racconto evangelico, Gesù si autodefinisce medico: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». Si può aggiungere che Egli stesso è pure la medicina. Un antico inno cristiano canta: «Christe, coelestis medicina Patris, Verus humanae medicus salutis» (cf. PL 86, 207), ovvero «Cristo medicina celeste del Padre, vero medico della salvezza dell’uomo»! Di che medicina si tratta? Padre Pio, in una lettera del 18 gennaio 1918 ai suoi figli spirituali, indicava il tipo di medicina propria di Dio, intesa come una guarigione spirituale, un passaggio da morte a vita.
La Vita Cristiana come Sequela e Gioia
Nel racconto evangelico, Matteo non soltanto si alza, ma si mette in cammino alla sequela di Gesù. La vita cristiana, infatti, non è semplicemente una crescita, poiché ogni vita cresce necessariamente; se non cresce, vuol dire che è morta. La vita cristiana è una sequela: un seguire Gesù.
Matteo, dunque, si alza e il suo primo gesto è fare festa! Il racconto che abbiamo ascoltato, in verità, non ci dice che il banchetto successivo sia stato nella casa di Matteo. Tuttavia, nel vangelo secondo Marco, leggiamo che «mentre stava a tavola in casa di lui (ossia di Levi), anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù» (2,15). Il nuovo Matteo, dunque, fa festa. Un cristiano che non sa festeggiare non è ancora un buon cristiano. L'atto finale che nell'Evangelii gaudium Francesco assegna ad una Chiesa-in-uscita è proprio la festa: «Il discepolo - scrive il Papa - sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice». Per questo «sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione» (n. 24). Anche san Paolo, come si ascolta dalla prima lettura biblica, esorta: «Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4,1-3). Si tratta di una serie di virtù che devono sostenere la vita cristiana. Il cristiano non è un festaiolo, ma sa stare con gli altri nella gioia.
Quando il Papa ha voluto descrivere la santità ha scritto che «il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza. Essere cristiani è “gioia nello Spirito Santo” (Rom 14,17), perché “all’amore di carità segue necessariamente la gioia… Ci sono momenti duri, tempi di croce, ma niente può distruggere la gioia soprannaturale, che si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto”. È una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani» (Gaudete et exsultate nn. 122, 125).
Il Convito come Annuncio di Gesù
Facendo sempre risuonare nell’animo le parole del santo Vangelo, possiamo ancora domandarci: perché la chiamata e la risposta di san Matteo si conclude con un convito? Non certo per dire addio ai suoi amici, quanto piuttosto per far incontrare anche loro con Gesù! È uno schema che troviamo altre volte nel Vangelo. Ad esempio, in Giovanni leggiamo che Andrea, dopo essere stato con Gesù, appena incontrò suo fratello Simone gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» e lo condusse da lui. C’è poi Filippo che quando trova Natanaele gli dice: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret» (cf. Gv 1,40-45). Nello stesso Vangelo c’è la donna samaritana che, dopo aver incontrato Gesù, corre in città a dire ai suoi concittadini: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?» (Gv 4,29).
Padre Pio e la Parola di Dio: Un Nutrimento Essenziale
La Predilezione per il Vangelo, la Passione e i Padri della Chiesa
Padre Pio leggeva e leggeva molto! E lo stesso inculcava ai suoi figli spirituali, ritenendo che la lettura di buoni libri fosse essenziale per il progresso spirituale. Egli ha attinto innanzitutto alla Parola di Dio, e in particolare al Vangelo e alla Passione di Gesù, alle Lettere di san Paolo, ma ha coltivato intensamente anche lo studio e la lettura spirituale, soprattutto dei Santi Padri.
L'Esortazione alla Lettura Spirituale: La Lettera a Raffaelina Cerase
Ad esempio, Padre Pio scriveva a Raffaelina Cerase: «Non mi chiamate troppo esigente se vengo ancora a pregarvi di fare molto tesoro leggendo quanto più vi sarà possibile i santi libri. La lettura spirituale vi è necessaria quanto l’aria che respiriamo. Leggete, leggete molto, ed alla buona lettura non manchi mai una fervente ed umile preghiera» (Epistolario II, p. 433). Indirizzata alla stessa Raffaelina c’è poi una lettera molto lunga di San Pio (Epistolario II, lettera n. 18) che rappresenta una lezione magistrale sull’importanza delle sante letture, sulla base degli insegnamenti dei Santi Padri.
Innanzitutto, il Santo esorta Raffaelina a non leggere se non libri santi ed edificanti, e riporta la preziosa esperienza che egli stesso ha fatto al riguardo: «Circa la vostra lettura c’è poco d’ammirare e quasi niente da edificarsi. Vi è assolutamente necessario che a simili letture [onestissime, ma poco spirituali, n.d.a.] aggiungiate quella dei libri santi, tanto raccomandata da tutti i santi padri della chiesa. Ed io non posso esimervi da queste letture spirituali, troppo mi preme la vostra perfezione. [...] Tengo a confessarvi, a mia grande confusione, che anche io fui involto in simile inganno e se il pietoso Signore, per sua bontà non me ne avesse aperto l’inganno a suo tempo, chi sa dove sarei andato a precipitare. Ben devo questa testimonianza alla verità: mai io non sentii in me la menoma attrattiva per quelle letture che macchiar potessero l’innocenza e la purezza dei costumi, perché ho avuto naturalmente un orrore supremo per ogni laidezza, anche lievissima. Altro non cercavo in tali letture, oneste sì, ma sempre profane, se non un pascolo scientifico ed il passatempo di un’onesta ricreazione di spirito. Eppure, malgrado l’innocenza delle mie intenzioni, tali letture fecero profonde ferite nel mio cuore, se non altro mi tennero sempre fermo lì, senza mai fare profitto nell’acquisto di una sola virtù; ed il peggio si fu che mi andavo sempre raffreddando nell’amor di Dio. [...] Ed io folle che fui! Fuggivo, fuggivo sempre, ma alla fine la divina grazia mi vinse. [...] Mi fa raccapriccio, sorella mia, il danno che reca alle anime la privazione della lettura di libri santi».
Le Testimonianze dei Santi Padri sulla Lettura Sacra
Dopo la sua personale esperienza, Padre Pio riporta la testimonianza autorevole dei Santi Padri:
- San Bernardo, San Girolamo, San Gregorio, Sant’Agostino, San Colombano.
- Di san Girolamo riporta le esortazioni a pascersi dei libri della Sacra Scrittura: «“Sempre - egli dice - sia nelle tue mani il libro sacro che dia pascolo al tuo spirito con la divota lezione”. [...] A Demetriade scrive così: “Ama la lezione delle sacre scritture se vuoi essere amata dalla divina sapienza, se vuoi essere da lei custodita e posseduta. Prima ti abbellivi, soggiunge subito qui il santo dottore, in varie guise; portavi gioielli in petto, vezzi al collo, gemme preziose alle orecchie. In avvenire le sacre lezioni siano le tue gemme e le tue gioie con cui adorni di santi pensieri e di devoti affetti il tuo spirito”». San Girolamo ci ha lasciato anche egli una efficace testimonianza personale al riguardo, che Padre Pio descrive a Raffaelina nella stessa lettera: «Apporto qui un solo esempio, cioè di san Girolamo. Racconta egli stesso che, essendosi ritirato dalle magnificenze di Roma, erasi ritirato in Palestina. Là consumava i giorni e le notti in digiuni, in veglie, in orazioni ed in altre asprissime penitenze. Pure in mezzo a tanti rigori gli era rimasto un difetto assai dannoso agli avanzamenti del suo spirito, e questo era un soverchio amore alla lettura dei libri profani, ed un certo orrore a quella dei libri sacri per la poca coltura dello stile che gli pareva di scorgere in quelli [...]. Ci volle un rimedio assai rigoroso per farlo rinsavire. Il Signore gli mandò un’infermità che lo ridusse all’estremo. Quando fu prossimo a morire, il Signore lo rapì in spirito al suo tribunale. Qui gli venne domandato chi egli fosse. Rispose il santo: “Io sono cristiano; né confesso altra fede che la vostra, o mio Signore”. “Mentisci - ripigliò il divin giudice - tu sei ciceroniano (il santo amava molto la lettura dei libri di Cicerone) poiché dove sta il tuo tesoro, ivi sta posto ancora il tuo cuore”. Comandò il divin giudice che fosse flagellato. [...] Allora san Girolamo con tutto l’ardore del suo spirito giurava e prometteva che non avrebbe più letto libri secolareschi e profani, ma solo libri santi».
- Le sue raccomandazioni a Raffaelina continuano, con la forza probante degli scritti e degli esempi dei Santi Padri: «Afferma san Gregorio sotto l’allegoria dello specchio: “I libri spirituali sono a guisa d’uno specchio che Iddio ci pone davanti acciocché mirandoci in essi ci correggiamo dei nostri errori e ci adorniamo di ogni virtù [...]. Il cristiano deve spesso porsi davanti agli occhi i libri santi per iscorgere in quelli i difetti di cui si deve correggere e le virtù di cui deve abbellirsi per piacere agli occhi del suo Dio”».
- Di sant’Agostino afferma: «Chi fu che conquistò a Dio quel grande uomo? Ultimo conquistatore alla fine non fu né la madre con le sue lagrime né il grande sant’Ambrogio con la sua divina eloquenza; ma sibbene fu la lezione di un libro», continuando commosso tutto il racconto dell’ultimo “colpo di grazia” dato al Santo di Ippona dalla lettura delle Lettere di san Paolo, alla quale fu invitato da una voce angelica che gli disse: “Prendi e leggi”.
Di questa preziosa lettera, sono stati stralciati solo alcuni punti, ma si dovrebbe leggerla integralmente per coglierne tutto il valore e apprendere ancora meglio dal Santo l’immensa stima che egli aveva nell’efficacia della lettura di libri santi per giungere alla perfezione.

Il Vangelo Vissuto: La Messa di Padre Pio e il Mistero della Sofferenza
L'Impeto d'Amore e l'Altare
Il 30 gennaio 1915, Padre Pio scriveva a padre Agostino: “Sentomi il cuore e le viscere tutte assorbite dalle fiamme di un grandissimo fuoco, che si vanno sempre ingagliardendo. Tali fiamme fanno uscire la povera anima mia in flebili sospiri. Eppure chi gli crederebbe? In un medesimo tempo l’anima sente, assieme al martirio atrocissimo che le viene cagionato delle suddette fiamme, una soavità estremamente eccessiva, che tutto mi lascia divampare d’amore grande di Dio. Mi sento annichilito, padre mio, che non trovo luogo per potermi nascondere a tale dono del divin maestro. Io sono ammalato, ed ammalato di cuore. Non ne posso proprio più; il filo sembra che sia per spezzarsi da un momento all’altro e questo momento non si vede giungere. Quanto è triste, padre mio, stato di un’anima, che Iddio ha fatto infermare del suo amore. Per carità, pregate il Signore che ponga fine i miei giorni, che sento affatto più la forza di poterla continuare in simile stato. Non veggo altro rimedio alla mia malattia del cuore se non quello di essere una buona volta consumato da queste fiamme che bruciano e non mai consumano. Non crediate poi che sia la sola anima quella che partecipa ad un tale martirio; anche il corpo vi partecipa, sebbene indirettamente, in un grado altissimo.” Questa pagina stupenda contiene tutti gli elementi del fenomeno mistico dell’impeto d’amore: forza dell’amore di Dio, desiderio ardente di corrispondere all’amore divino, partecipazione del corpo, malattia spirituale, acerbo dolore, gioia incontenibile, desiderio di congiungersi definitivamente con Dio. Manca l’accenno all’altare, alla Santa Messa. Però se consideriamo che Padre Pio parla insistentemente di fiamme di fuoco, dobbiamo dire che l’altare è sottinteso. Infatti, era principalmente sull’altare, durante la celebrazione della Santa Messa che Padre Pio bruciava d’amore. Lo dice lui stesso nella lettera del 8 settembre 1911, nella quale parla della prima apparizione delle stimmate: “All’altare alle volte - scrive Padre Pio - mi sento talmente un accedimento per tutta la persona, che non posso descriverglielo.”
Il Vangelo di Giovanni e i Momenti Culminanti della Messa
Coloro che hanno assistito alla Messa di Padre Pio possono testimoniare come queste parole corrispondano a verità. I suoi confratelli ricordano di averlo visto all’altare con gli occhi e il viso infuocato, che si accendeva di maggiore splendore specialmente in due punti della Santa Messa: la Consacrazione, durante l’immolazione del Figlio di Dio, e all’Ultimo Vangelo, quando leggeva il prologo di San Giovanni. Ecco perché il Padre può dire: "Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo". La "prova del nove" che suggeriva il Padre era questa: se la fedeltà al Vangelo, alla Chiesa, avrebbe superato eventuali (e ovviamente ipotetiche per assurdo!) richieste contrarie del Padre... non c'era da preoccuparsi.
PADRE PIO, L’ALTRO CRISTO - di A. Franchi, documentario Rai completo
La Passione di Cristo: Un Martirio Continuo
Tutta la vita di Padre Pio non può essere che un continuato, ininterrotto martirio. Le sue sofferenze erano così intense che si domandò: “Dio mio, questo è troppo!” ma la risposta era: “Non ti spaventare, ma gioisci. Non desidero la sofferenza in se stessa, no; ma per i frutti che mi dà. Dà gloria a Dio e salva i fratelli.” Una camicia indossata di notte dal Padre era tutta maculata di chiazze di sangue da cima a fondo. Vi era pure una benda usata da Padre Pio per asciugare il sangue che gli usciva dal capo. Alla domanda su quante spine formasse la sua corona, la sua risposta fu: “T’impressioni per uno zero!” Questo martirio non era per un lasso di tempo determinato, ma anche prima e dopo, incessantemente. Dalla cella all’altare il passo del Padre non era spedito, cercando di penetrare l’arcano nella celebrazione di quella interminabile Messa. Gli astanti lo videro tremare mentre saliva i gradini dell’altare. Quello che Padre Pio offre nella celebrazione della santa Messa è insito in quello che soffre. Non è facile dire con quale compunta devozione leggeva l’epistola e il Vangelo.
L'Offertorio e il Sacrificio Eucaristico
L'offertorio era un secondo momento che immobilizzava a lungo Padre Pio. Il singolarissimo miracolo della conversione eucaristica è affermato con assoluta chiarezza. Quando gli fu domandato il motivo di tale sofferenza rispondeva: “Non lacrimucce, ma torrenti di lacrime vorrei versare! Non riflettete al tremendo mistero? Un Dio vittima dei nostri peccati!… del Crocifisso del Golgota.” La stessa sete incendiava l’anima del Padre. Erano ore, queste, estremamente aride. Alla domanda se si vergognasse di dire: «Cercai invano chi mi consolasse», rispose semplicemente: “Ma...” L’utilità era dalla parte di chi assisteva al suo sacrificio, non sua. Alla provocazione di alleggerirlo delle sue sofferenze, egli replicava: “Alleggerirlo?!... Di’ piuttosto per appesantirlo.” Egli viveva la Passione pienamente, con la stessa partecipazione dell'Addolorata che dovette assistere. Soffriva nel vedere soffrire suo Figlio. È tutta una misericordia interna ed esterna. Tutto un amplesso. È una fusione. Nelle sue vene scorreva il sangue di Gesù! E reclinato il capo consegnò lo spirito, come scrive Giovanni alla morte di Gesù.
La Comunione e la Fusione con Cristo Crocifisso
Alla domanda sul perché, disse che nella comunione la vittima muore. Il desiderio di Dio è infinito, ma in pratica ahimè! La Messa di Padre Pio era questa. Camminava Gesù crocifisso in mezzo a noi. Rendimi altare per la tua croce, aveva chiesto al Signore il Padre. Un cristianesimo simile non si era mai visto. Un angelo, mille angeli, tutto il cielo sanno questo e così pensano. Padre Pio celebrava la Messa con la stessa presenza della Santissima Vergine e delle pie donne al Calvario. Non si possono enumerare tutti i momenti della Passione di Gesù in ordine alla celebrazione della Santa Messa.

L'Apostolato della Misericordia di Padre Pio
Il Ministero della Confessione come "Carezza Vivente del Padre"
A questo punto, ci sovviene il passaggio di un’altra lettera di padre Pio, quella scritta al padre Agostino da san Marco in Lamis, uno dei suoi direttori spirituali, l’8 dicembre 1914. Era la festa dell’Immacolata e per questo si conclude con una bella invocazione mariana: «Colei che entrò nel mondo senza macchia ci ottenga con suo Figliuolo la grazia di uscirne da questo mondo senza colpa». La data ci permette di capire che si tratta di un Padre Pio ancora giovane, sacerdote da pochi anni. Scrivendo al suo direttore spirituale egli accenna alla sua lotta contro il nemico delle anime e gli confida al tempo stesso la sua fiducia in Dio, «che non mi abbandona mai del tutto in mano delle potestà delle tenebre». Subito dopo esclama: «Viva mai sempre la misericordia divina! Quanto è buono Gesù verso le sue creature; quante vittorie enumera questo suo servo, tutte per il di lui potentissimo aiuto!» Anche padre Pio si sentiva un perdonato e proprio per questo - alla maniera di san Matteo - desiderava fare della propria vita un esempio e una proposta per tutti: la proposta della misericordia di Dio. Abbiamo recitato il versetto di un salmo che dice: «I cieli narrano la gloria di Dio». Ebbene, san Pio è stato un cielo che canta le misericordie di Dio. In questa luce, ad esempio, possiamo leggere tutto il suo ministero nel sacramento della Confessione.
Nel ministero della misericordia del Signore lo ha descritto pure Papa Francesco, nel discorso del 6 febbraio 2016 rivolto ai gruppi di preghiera di Padre Pio in occasione del Giubileo della Misericordia: «Possiamo proprio dire che Padre Pio è stato un servitore della misericordia. Lo è stato a tempo pieno, praticando, talvolta fino allo sfinimento, “l’apostolato dell’ascolto”. È diventato, attraverso il ministero della Confessione, una carezza vivente del Padre, che guarisce le ferite del peccato e rinfranca il cuore con la pace. San Pio non si è mai stancato di accogliere le persone e di ascoltarle, di spendere tempo e forze per diffondere il profumo del perdono del Signore... Ha vissuto il grande mistero del dolore offerto per amore. In questo modo la sua piccola goccia è diventata un grande fiume di misericordia, che ha irrigato tanti cuori deserti e ha creato oasi di vita in molte parti del mondo».
Il Banchetto della Misericordia per Tutti
Questo è il «banchetto» che, una volta ascoltata la chiamata del Signore, san Pio da Pietrelcina ha preparato.