La questione della prostituzione, sia nella sua dimensione dottrinale che sociale, è affrontata dalla Chiesa Cattolica attraverso i secoli, radicandosi nei principi biblici e sviluppandosi nelle riflessioni teologiche e pastorali. La morale cattolica sulla prostituzione si fonda sul valore intrinseco della sessualità umana, considerata come un dono divino finalizzato all'amore reciproco e alla procreazione all'interno del matrimonio.
Principi Fondamentali della Sessualità e Condanna della Prostituzione
Il sesto comandamento, “Non commettere atti impuri”, alla luce del progetto di Dio e nella prospettiva della sua chiamata all’amore e alla comunione, afferma l’autentico valore della sessualità, tutela la fedeltà coniugale ed educa alla castità in ogni stato di vita.
Fuori della logica del dono totale di sé si collocano altri gravi disordini. L'autoerotismo, o masturbazione, è un gesto contraddittorio: comunicazione rivolta a se stesso invece che all’altro. Oggettivamente è un disordine grave, sebbene la responsabilità soggettiva possa essere attenuata da condizionamenti psichici e ambientali, specie negli adolescenti, per i quali assume il significato di scoperta di sé e compenso a frustrazioni affettive. Il comportamento omosessuale è ripetutamente condannato nella Bibbia e degrada l’amicizia, riducendo spesso l’altro a immagine speculare di sé e ad oggetto intercambiabile. Nella misura in cui è assunto liberamente diventa colpa personale, ma a volte deriva da una tendenza così radicata nella struttura della persona da risultare difficilmente controllabile. È doveroso ricorrere in ogni caso alle possibilità offerte dalla fede e dalla scienza, senza abbandonarsi ad una rassegnata ineluttabilità.
Altri gravi disordini includono la fornicazione, la prostituzione, l’adulterio, l’incesto, lo stupro.
- La fornicazione, rapporto sessuale tra un uomo e una donna non sposati, largamente accettata dalla cultura permissiva, contraddice la naturale apertura a una degna procreazione dei figli e a una stabile comunione di vita, inserita nella Chiesa e nella società.
- La prostituzione nega la sessualità come comunicazione di amore reciproco, riducendola a una merce; di fatto implica disprezzo della persona.
- L’adulterio offende la castità, la fedeltà e la giustizia; denota mancanza di tenerezza e di dialogo nel matrimonio; tradisce le esigenze dell’amore coniugale e distrugge l’armonia della famiglia.
- L’incesto, rapporto sessuale tra parenti stretti tra i quali non è lecito il matrimonio, incontra la comune riprovazione di quasi tutte le culture; compromette la fiducia e la stabilità delle relazioni familiari, nonché la salute fisica e psichica dei figli che potrebbero essere generati.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica così recita: “2355 La prostituzione offende la dignità della persona che si prostituisce, ridotta al piacere venereo che procura. Colui che paga pecca gravemente contro se stesso: viola la castità, alla quale lo impegna il Battesimo e macchia il suo corpo, tempio dello Spirito Santo. La Chiesa condanna in modo esplicito e determinato la prostituzione perché vi vede un abuso della sessualità. 2370 La prostituzione costituisce una piaga sociale. Normalmente colpisce donne, ma anche uomini, bambini o adolescenti (in questi due ultimi casi il peccato è, al tempo stesso, anche uno scandalo).”

La Prostituzione nelle Sacre Scritture
L’insegnamento biblico offre una prospettiva profonda sulla prostituzione, sia attraverso condanne esplicite che tramite figure simboliche e narrative di redenzione.
L'Antico Testamento: Simbolismo e Giudizio
Sono numerosi i versetti che nell'Antico Testamento condannano la prostituzione, e puniscono con pene severe anche chi la favorisce. La Bibbia condanna anche quelle forme di prostituzione sacra accettate e riconosciute dalle religioni pagane. La prostituzione è spesso paragonata all'idolatria. Nonostante questa aperta condanna, le prostitute avevano comunque un ruolo sociale ben definito, tanto che la Bibbia parla spesso di loro e degli uomini che le cercano. La presenza di tale realtà risulta ancora più evidente se si considera che non è semplicemente la prostituta ad essere condannata, ma anche colui che permette tale fenomeno e che fa prostituire o che va con le prostitute.
Nel libro di Osea 4, si legge:
“[1] Ascoltate la parola del Signore, o Israeliti, poiché il Signore ha un processo con gli abitanti del paese. Non c'è infatti sincerità né amore del prossimo, nè conoscenza di Dio nel paese. [2] Si giura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio, si fa strage e si versa sangue su sangue. [3] Per questo è in lutto il paese e chiunque vi abita langue insieme con gli animali della terra e con gli uccelli del cielo; perfino i pesci del mare periranno. [6] Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote; hai dimenticato la legge del tuo Dio e io dimenticherò i tuoi figli. [10] Mangeranno, ma non si sazieranno, si prostituiranno, ma non avranno prole, perchè hanno abbandonato il Signore per darsi alla prostituzione. [12] Il mio popolo consulta il suo pezzo di legno e il suo bastone gli dà il responso, poiché uno spirito di prostituzione li svia e si prostituiscono, allontanandosi dal loro Dio. [13] Sulla cima dei monti fanno sacrifici e sui colli bruciano incensi sotto la quercia, i pioppi e i terebinti, perchè buona è la loro ombra. Perciò si prostituiscono le vostre figlie e le vostre nuore commettono adulterio. [14] Non punirò le vostre figlie se si prostituiscono, nè le vostre nuore se commettono adulterio; poiché essi stessi si appartano con le prostitute e con le prostitute sacre offrono sacrifici; un popolo, che non comprende, va a precipizio. [15] Se ti prostituisci tu, Israele, non si renda colpevole Giuda... [18] si accompagnano ai beoni; si son dati alla prostituzione, han preferito il disonore alla loro gloria.”
In Osea, la cattiva condotta di una donna ha una ricaduta in campo sociale, nella sfera dei comportamenti collettivi, rompendo l'armonia di rapporti gratuiti e di reciprocità. La prostituzione diventa un simbolo per eccellenza della condizione di Israele: quando il popolo non custodisce più la sua elezione come dono e si dà agli idoli, diventa come una prostituta che si vende al primo passante. Dio ordina a Osea di sposarsi con una prostituta, Gomer, perché Israele, il popolo eletto, si sta prostituendo e sta mancando nella sua fedeltà. Lo sposalizio tra Osea e Gomer simboleggia il matrimonio corrotto tra Dio e il suo popolo che concede il suo culto ad altri idoli. I figli generati da questa unione, Non-amata e Non-mio-popolo, non possono essere amati perché non nati da un rapporto d'amore. La relazione che libera la prostituta è il risultato di un rapporto che la pone nella condizione di "neonata", invitandola a uscire dal mondo delle sicurezze e dei doni della prostituzione per un dono più grande, quello della relazione. In questo contesto, Dio dichiara: "In quel giorno mi chiamerai: 'Marito mio', e non mi chiamerai più: 'Mio padrone'. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore." Questi linguaggi di radicalità e totalità si contrappongono ai linguaggi della prostituzione, portando a riconoscere e chiamare per nome, tanto che i figli cambieranno nome in Amata e Popolo mio. Così, il Popolo mio potrà chiamare per nome il suo Dio, ascoltarlo e lasciarsi guidare come da uno sposo, e non da un padrone.
Nel Antico Testamento, la prostituta non era condannata solo da un punto di vista morale-religioso, ma anche perché la sua condotta generava danno sociale. La prostituta era elencata tra le proprietà dell'uomo come altri oggetti, e non era considerata nella Bibbia, anche se ampiamente praticata. Le prostitute erano considerate persone ai margini della società. La prostituzione era un male, un peccato, in quanto lede un bene altrui (come l'adulterio) e spesso rappresentava l'allontanamento del popolo da Jahvè, acquisendo così una ulteriore accezione negativa. Non potevano portare offerte al Tempio (Dt. 23,19) e la donna adultera o la figlia del sacerdote che si prostituisce veniva punita con la morte non tanto per la prostituzione in sé, ma in quanto profanava il nome del padre (Lv. 21,9).

Il Nuovo Testamento: Misericordia e Redenzione
Nel Nuovo Testamento, la figura della prostituta assume nuove sfumature. Due donne famose nelle genealogie di Gesù sono state indicate come prostitute: Tamar (Mt 1,3; cfr. Gen 38), nuora del patriarca Giuda, e Raab o Racab (Mt 1,5; cfr. Gs 2; 6,22-25), una prostituta di Gerico che nascose gli esploratori israeliti e per questo ebbe salva la vita nell'assedio della città. Queste figure sono esempi di fede.
Gesù mostra una prospettiva diversa: "È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto" (Mt. 21,31). Questo indica che la fede della prostituta di Gerico è riconosciuta nel Nuovo Testamento. Gesù non condanna le prostitute, ma condanna il peccato che è conosciuto fin dai tempi del Nuovo Testamento. Il suo insegnamento essenziale si manifesta nel suo atteggiamento verso le donne considerate "peccatrici", come la donna che lava i piedi a Gesù (Lc. 7,36-50), che non viene chiamata "peccatrice" in quanto prostituta, ma "colei che lo tocca". In tali episodi, Gesù non evidenzia i peccati della donna, ma l'accoglienza e il perdono. Egli insegna a non giudicare, ricordando la scena del Vangelo a proposito della donna adultera (Gv 8,1-11), dove si chiede "chi è senza peccato scagli la prima pietra".
L'Apostolo Paolo, pur inserito nella cultura greco-romana, condanna la prostituzione. Egli esorta a non frequentare i "pòrnos" (soggetti o il soggetto maschile) e critica "tutti quelli che vanno con le prostitute!" (1 Cor. 5,9-10; 6,9; Ef. 5,5; Ap. 21,8; 22,15). Per San Paolo, la prostituzione è un male. Tuttavia, il Nuovo Testamento presenta anche la prostituta come una persona forzata dalla miseria a fare quel lavoro.

Prostituzione: Prospettive Storiche e Teologiche
Il "rapporto" della Chiesa con la prostituzione, o meglio con le prostitute, è stato sempre caratterizzato da una certa tolleranza, come dimostrato da diverse citazioni e pratiche storiche.
Sant'Agostino, voce autorevole in fatto di morale cattolica, scriveva in De Ordine II: “Che cosa di più sconcio, di più vuoto di dignità, di più colmo d’oscenità delle meretrici, dei ruffiani e simile genia? Eppure togli via le meretrici dalla vita umana e guasterai tutto col malcostume. Mettile al posto delle donne oneste e disonorerai tutto con la colpa e la vergogna.” Questa affermazione suggerisce che la prostituzione, nella logica del peccato, possa funzionare come valvola di sfogo della sessualità maschile, prevenendo mali maggiori.
San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologica, sostiene che la prostituta «è nella società ciò che la sentina è in mare e la cloaca nel palazzo», suggerendo che, pur essendo intrinsecamente negativa, la sua esistenza possa prevenire peggiori disordini sociali. Egli affermava che "togliendo le prostitute dal mondo, lo si riempirebbe di libidine".
Nello Stato Pontificio, quando il Papa era anche il Re, le prostitute, chiamate “donne curiali” perché dipendevano da una licenza rilasciata dalla Curia romana, esistevano. Nel 1500 si calcolava fossero circa 13 mila. Lo Stato pontificio investiva i soldi ottenuti con le tasse sulle prostitute in opere pubbliche, finanziando così molti monumenti. Ciò dimostra una certa tolleranza storica, non una liceità, ma una gestione pragmatica del fenomeno.
L'approccio della Chiesa è evoluto. Il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Gaudium et Spes (n° 27), condanna "le incarcerazioni arbitrarie, delle condizioni di vita infraumana" e tutte le violazioni dell'integrità della persona umana. L'attuale Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la prostituzione come una "piaga sociale", sottolineando che spesso le persone si prostituiscono perché ridotte allo stato di schiavitù o di miseria, non per libera scelta. Questa visione tiene conto non solo dell'aspetto morale-moralistico, ma anche di quello pastorale, riconoscendo le diverse finalità dietro l'atto.
Storia della prostituzione in Italia fino alla legge Merlin: regole e vita delle case di tolleranza
Lo Stigma Sociale e Linguistico della Parola "Prostituta"
La parola ‘prostituta’ - e ancor di più altri sinonimi usati per indicare la donna che vende servizi sessuali - è avvolta da un tale stigma da impedire a chiunque di usarla in maniera neutra. Tanto che si deve far ricorso a neologismi - escort, sex worker, lavoro sessuale - per poter affrontare l’argomento senza tema di risultare offensivi. Questo stigma deriva dal fatto che le prostitute vendono il proprio corpo come fosse una merce, ma il vero scandalo della prostituzione sta nel fatto che si tratta di sesso fuori da legami impegnativi. La parola prostituta viene usata con una tutt’altro che laica connotazione negativa da così tanto tempo, e tuttora da così tanta gente, che la sua funzione derogatoria non può essere facilmente evitata. Anche coloro che vorrebbero con essa designare soltanto e semplicemente una persona che esercita un mestiere, pronunciandola rischiano di risultare spregiativi perché la parola viene comunque compresa come spregiativa.
Il termine puttana designa una donna che si prostituisce, associandovi più volontariamente di prostituta un giudizio morale negativo e una certa componente derisoria e di vergogna. In altre parole, prostituta è detto con più serietà, mentre puttana si usa con più effetto in espressioni di dileggio. Anche prostituta non è esente da un alone negativo; ad esempio, non è termine che uno userebbe volentieri se dovesse dire che la propria sorella fa quel lavoro. Per rendersene conto basta considerare come suona diversamente il recente imprestito escort, che è segno dei tempi sia perché viene dall’inglese, sia perché cerca di ovviare alle connotazioni negative. Ma escort, prima di essere reclutato a questo scopo, significava qualcosa di diverso dalla prostituta vera e propria, cioè un’accompagnatrice per lo più non disponibile sessualmente. Similmente, il termine gay è stato adottato per superare le connotazioni negative associate a termini precedenti.
Il contenuto derogatorio associato a questi termini non è esplicito, ma implicito, e proprio per questo va così efficacemente a segno. Esso trasmette l'idea che gli omosessuali appartengono ai «cattivi» e sono sbagliati. Allo stesso modo, quando si sentono usare termini come puttana, troia o prostituta nel loro senso traslato, per designare una donna che ha una vita sessuale libera, si coglie che è presente una componente dispregiativa e la si accetta senza rendersi conto che un simile giudizio di condanna è quanto meno discutibile.
L'abitudine di molti di usare il termine "prostituta" annettendogli un senso negativo priva di fatto tutti quanti della possibilità di adoperarlo tranquillamente in modo neutrale. Per questo motivo, coloro che si occupano di questi problemi hanno cominciato a usare l'inglese sex worker, che non avendo alcuna storia nell’uso italiano non è gravato da connotazioni negative, sebbene non abbia circolazione nell'uso comune.
Da un punto di vista laico, la connotazione negativa associata a "prostituta" appare ingiustificata, poiché la componente di significato spregiativo è essenzialmente di natura morale. Questa condanna è discutibile perfino entro il sistema di giudizi adottato da coloro che condannano. Le prostitute non sono le uniche persone che offrendo disponibilità sessuale ricevono un ritorno economico; molte altre vivono praticando scambi simili in forme meno esplicite. Il confine tra la donna sposata e la prostituta è netto sul piano del rapporto con le norme sociali. La categoria "prostituta" non è delimitabile per un proprio contenuto concreto, ma è una funzione delle regole di proprietà sulla persona delle donne nelle differenti società, rappresentando una trasgressione di tali regole.
Inoltre, ci si può domandare perché vendere il proprio corpo sia degno di condanna, mentre vendere altre parti di sé no. Un avvocato, un manager o un operaio vendono la loro abilità, creatività, intelligenza e impegno a chi li paga. La tradizione ebraico-cristiana, specie dopo l’insegnamento di San Paolo, ha svalutato il corpo rispetto all’anima. La prostituta viola, vendendolo, non l'anima immortale, ma il "vile corpo corruttibile". La connotazione negativa della parola "prostituta" traccia confini troppo netti, fingendo che questa sia radicalmente diversa dalla prestazione d’opera intellettuale offerta a chiunque paghi. Una mentalità che esalta l’anima come superiore al corpo, e poi tratta la prostituta come più colpevole dell’avvocato, è ipocrita. L'ipocrisia sta nel fingere che a rendere colpevole la prostituta sia il vendersi, mentre sotto sotto la condanna è il discredito che colpisce il fare sesso, in particolare fuori del patto monogamico. La vera colpa della prostituta, agli occhi della società, è di aumentare in maniera esplicita e visibile il volume complessivo dell’attività sessuale non «riscattata» da legami impegnativi.
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