La storia della Russia nel XX secolo è stata segnata da un violento scontro tra il potere bolscevico e la Chiesa Ortodossa. Questa tensione, culminata in persecuzioni sistematiche, ha trovato uno dei suoi aspetti più cruenti e simbolici nella profanazione delle reliquie dei santi, una pratica utilizzata dal regime per tentare di eradicare la fede cristiana dalla coscienza popolare.

L'inizio delle persecuzioni e l'anatema di Tichon
La violenza antiecclesiastica si scatenò immediatamente dopo il colpo di Stato bolscevico del 25 ottobre 1917. Il 19 gennaio 1918, il patriarca Tichon lanciò un drammatico anatema contro il bolscevismo, denunciando le atrocità compiute contro la Chiesa e i fedeli. Tuttavia, la risposta del governo di Lenin fu immediata: il 23 gennaio 1918 entrò in vigore il decreto sulla separazione della Chiesa dallo Stato, che sanciva l'esproprio delle terre e il divieto dell'insegnamento religioso, dando il via a una serie di arresti ed esecuzioni di vescovi, sacerdoti e monaci, tra cui il metropolita Vladimir di Kyïv e l'arcivescovo Andronik.
La profanazione delle reliquie come strumento politico
A partire dal 1918, il regime sovietico decise di sferrare un attacco frontale ai simboli della santità ortodossa. La campagna di profanazione, ufficializzata da un'ordinanza del Commissariato del Popolo della Giustizia, mirava a dimostrare che i "corpi incorrotti" dei santi fossero solo imitazioni, accusando la Chiesa di sfruttare la credulità popolare a fini economici. Articoli di propaganda, come quello della Pravda intitolato "I santi impagliati", documentarono l'apertura forzata delle urne, tra cui quella di Sergij di Radonež. Il 29 luglio 1920, il Soviet dei commissari del popolo deliberò ufficialmente la "liquidazione" delle reliquie in tutto il paese.

Il caso di San Serafino di Sarov
Il destino del monastero di Sarov, che custodiva le reliquie di San Serafino, è emblematico. Nel 1920, le reliquie furono confiscate e il monastero trasformato in una base segreta per lo sviluppo nucleare sovietico (Arzamas-16). Solo con la perestrojka e il 1991, il patriarca Alessio II riuscì a riportare le reliquie nel monastero in una solenne processione, un evento che segnò un punto di svolta nel rapporto tra Stato e Chiesa, sebbene il legame tra la figura del santo e la "teologia nucleare" russa rimanga un capitolo controverso e affascinante della storia moderna.
Politica e martirio: il caso dei Romanov
Parallelamente alla repressione anticlericale, la figura dello zar Nicola II, giustiziato nel 1918 a Ekaterinburg, ha assunto un ruolo centrale nella memoria religiosa post-sovietica. La canonizzazione dei Romanov, avvenuta nel 1981 (Chiesa fuori dalla Russia) e nel 2000 (Chiesa Ortodossa Russa), è stata interpretata da molti storici come un'operazione dal forte intento politico e anticomunista. Luoghi come la "Cattedrale sul Sangue", costruita dove sorgeva la Casa Ipat’ev, sono diventati centri di un'adorazione che talvolta sfiora l'estremismo, come nel caso dei cosiddetti Carebožniki.
| Evento chiave | Data | Significato |
|---|---|---|
| Esecuzione della famiglia Romanov | 17 luglio 1918 | Fine della dinastia e futuro simbolo di martirio |
| Decreto sulla separazione Stato-Chiesa | 23 gennaio 1918 | Inizio formale della persecuzione sistematica |
| Decreto di liquidazione delle reliquie | 29 luglio 1920 | Tentativo di scristianizzazione radicale |
Le repressioni contemporanee e la memoria storica
La persecuzione religiosa in Russia non è un fenomeno confinato al passato. Studi recenti denunciano la scomparsa di centinaia di comunità religiose nei territori occupati in Ucraina e gravi violazioni della libertà religiosa, confermando una continuità preoccupante nelle dinamiche di controllo del potere statale sulle istituzioni confessionali.
La persecuzione dei cristiani durante il regime sovietico.
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