Il Cardinale Pietro Parolin, figura di spicco della diplomazia vaticana e Segretario di Stato, è stato al centro di diverse vicende e speculazioni che hanno animato le dinamiche interne alla Santa Sede. Tra voci su possibili malori e presunte manovre politiche, la sua figura si è trovata spesso in discussione sia in contesti di possibile successione papale sia in relazione a complesse riforme finanziarie.
Voci e Smentite sulla Salute del Cardinale Parolin
In un periodo di fermento, con il Conclave che si sta per aprire - secondo quanto riportato da alcune fonti, con data fissata per il prossimo 7 maggio - i Cardinali sono quasi in "campagna elettorale". In questo contesto, sono soprattutto i movimenti collaterali a cercare di influenzare le votazioni prima che i porporati facciano il loro ingresso in Cappella Sistina, vivendo isolati fino all'elezione del nuovo Papa.
Dagli Stati Uniti sono arrivate voci insistenti secondo le quali il Cardinale Pietro Parolin, nelle ultime ore, avrebbe sofferto un malore dovuto a uno sbalzo pressorio, come riferito da Nico Spuntoni su "Il Tempo". Se fosse confermato, questo episodio gli farebbe perdere la fiducia dei cardinali elettori, poiché portare sul Soglio Pontificio un cardinale con problemi di salute non sarebbe un buon inizio per il nuovo corso della Chiesa. La voce è rimbalzata con insistenza soprattutto negli USA, mentre in Italia non ci sono state rilevanze di questo tipo sulla salute del Cardinale.
Secondo alcune fonti internazionali, il Cardinale avrebbe avuto un lieve malore il 30 aprile pomeriggio al termine della Congregazione Generale in Vaticano. Citando fonti interne alla Santa Sede, catholicvote.org ha riferito che "è svenuto alla fine della sessione, suscitando immediata preoccupazione tra i suoi confratelli cardinali e il personale vaticano". Poco dopo l'incidente, i funzionari vaticani hanno chiarito che il Cardinale Parolin aveva avuto un episodio di pressione alta.
Tuttavia, non sono arrivate conferme o smentite dal Vaticano in merito a questa indiscrezione, che va quindi considerata come tale e nulla di più. Ma nel caso non venisse confermato il malore di Parolin, potrebbe trattarsi di un episodio di depistaggio e di delegittimazione del Cardinale più "papabile" del Conclave, quello con maggiori possibilità di succedere a Francesco.

Il Ruolo di Parolin nei Conclavi: "Chi entra Papa, esce Cardinale"
La saggezza dei proverbi spesso ritorna e si dice che "chi entra in Conclave Papa, esce cardinale". Questo proverbio si è tramutato in sentenza anche di recente, e il caso di Pietro Parolin sembra rientrare in questa dinamica. Era già successo nel marzo del 2013, quando il favorito per il "dopo Ratzinger" era il cardinale Angelo Scola, al tempo arcivescovo di Milano, poi superato da Jorge Mario Bergoglio.
Il già Segretario di Stato vaticano, fedele "braccio destro" di Papa Francesco, era considerato, durante l'interregno, come il grande favorito a succedergli al Soglio di Pietro. Molti si attendevano di vederlo affacciarsi da protagonista dalla Loggia di San Pietro, almeno fino a quando alla parola «Dominum», pronunciata dal cardinale protodiacono Mamberti, ha fatto seguito il nome di «Robertum Franciscum» (in un ipotetico Conclave che ha portato all'elezione di Leone XIV). A quel punto è stato chiaro per tutti: Parolin non era il nuovo Papa.
Il "Ribaltone": Cosa è Successo?
Il "Corriere della Sera" ha provato a ricostruire, tra spifferi di voci all'interno delle mura leonine e ipotesi, cosa abbia portato in così poche ore tanti voti a spostarsi da un cardinale all'altro. Il tutto con i guanti del condizionale e le pinze, soprattutto in merito ai numeri, perché sul Conclave vige il più assoluto segreto, pena la scomunica per chi tra i partecipanti dovesse riferirne all'esterno.
La situazione sul mezzogiorno di una delle giornate cruciali, dopo tre votazioni e due fumate nere, sarebbe stata quella di un Parolin in vantaggio di una decina di voti rispetto al cardinale Robert Francis Prevost. «Per sapere misure e quantità ci vorrà un po’ di tempo», scrive lo storico Alberto Melloni, autore dell'articolo. Poi, nel pomeriggio, il vento è cambiato e i voti si sono spostati sul candidato statunitense, poi eletto con il nome di Leone XIV. Voti ceduti da chi sosteneva Parolin? O voti ceduti da chi sperava in un nuovo vescovo di Roma proveniente da un luogo ancora più remoto rispetto alla Buenos Aires di Bergoglio? Tutto possibile, anche se difficile da decifrare in questo momento.
Parolin ha Fatto un Passo Indietro?
Tra le ricostruzioni, però, c'è anche quella di un possibile passo indietro proprio del già Segretario di Stato. Vedendo una maggioranza di voti a suo favore ma non tale da garantire compattezza di fronte alle sfide future, fuori e dentro la Chiesa, Parolin avrebbe così optato per un passo indietro. Un «generoso» passo indietro - come riportato da un articolo a firma di Virginia Piccolillo - per dare un segnale importante, con i voti pilotati così su quel candidato che già più addetti ai lavori avevano segnalato come in ascesa.
Perché Proprio Prevost?
Ci sono più fattori che potrebbero aver convinto i cardinali elettori a convergere sul nome di Prevost. È una figura trasversale, con grande esperienza come missionario sul campo (in Perù), e proviene da una famiglia che rappresenta un piccolo melting pot culturale (lui, statunitense, con passaporto peruviano e origini italo-francesi e spagnole). Gli sono riconosciute importanti capacità di mediazione, di cui ha dato dimostrazione durante l'ultimo sinodo. Tutto questo in un uomo, duplice laureato in matematica e in teologia e diritto canonico, che oltre a essere un seguace di Papa Francesco è altresì una persona capace di portarne avanti e realizzarne le riforme, ma in modo più pacato e con meno strappi.
Le Manovre Politiche e la "Guerra" alla Papabilità
La smentita della Santa Sede sulla «fake news» circolata sui siti americani, relativa a un improvviso stato di malessere che avrebbe colpito il cardinal Parolin durante la Congregazione di mercoledì scorso, è stata netta. Questa smentita autorizza a parlare di manovre per escludere il segretario di Stato della Santa Sede, voluto da Bergoglio, dai vertici della classifica dei papabili. La strategia è apparsa chiara: insinuare il dubbio che le condizioni di salute non gli consentano di guidare la Chiesa.
Non c’è dubbio che tra i favoriti ci sia proprio Parolin che, secondo i suoi sostenitori, unisce l’aplomb diplomatico alla capacità di governare, mediando fra spinte e controspinte che in questo momento scuotono la Chiesa. Parolin, figlio di una maestra elementare e di un ferramenta - morto in un incidente stradale quando lui aveva appena dieci anni - è entrato a 14 anni in seminario a Vicenza, ordinato a 20 sacerdote e, tre anni dopo, entrato nella Pontificia Accademia ecclesiastica per una carriera diplomatica che lo ha visto protagonista in Nigeria, Messico, Venezuela e poi nelle relazioni tra la Santa Sede e i Paesi asiatici, soprattutto la Cina.
In questo quadro, le bordate arriverebbero dalla fronda americana. A dimostrarlo, i sostenitori del cardinale sottolineano come i primi rumors sul malore che lo avrebbe colpito alla Congregazione di mercoledì sarebbero partiti dal sito conservatore americano Catholicvote.org (e rimbalzati su molti account social). Molti analisti fanno notare che questo settore di influenza contrasterebbe Parolin, ritenendolo troppo aperto alle istanze progressiste. E questo nonostante l’ala Bergogliana più estrema lo giudichi invece troppo conservatore.
Ma c’è anche chi legge quei «siluri» come la vendetta degli estimatori del cardinal Becciu, escluso dal Conclave proprio dopo la presa di posizione di Parolin che gli ha mostrato, di fronte ai cardinali riuniti, le due lettere siglate con la «F» da papa Francesco per estrometterlo dal Conclave quando ancora era ricoverato al Gemelli.
Una cosa è certa, per capire se davvero Parolin sia il superfavorito occorrerà aspettare la prima votazione del 7 maggio (o di un futuro Conclave). Lì emergeranno i rapporti di forza tra le varie anime del Conclave. Difficilmente - in quella prima consultazione - il segretario di Stato riuscirà ad arrivare al quorum richiesto, che mai è stato così alto, 89 voti. Ma in quella sede si capirà se già emerge un altro candidato forte, o più di uno, con cui duellare. Di nomi in campo ce ne sono molti, dai candidati dalla vocazione più pastorale, come Matteo Zuppi, a quelli di formazione più conservatrice, come lo statunitense Robert Prevost. Ma c’è anche Anders Arborelius, il super bergogliano Mario Grech, il filippino Luis Antonio Tagle, il francese Jean Mark Aveline.
Il cardinale Parolin: la solidarietà è la chiave per combattere la povertà e l'esclusione
Allontanamento dalla Commissione di Controllo dello IOR
Dalla commissione cardinalizia di controllo dello Ior è uscito un pezzo da novanta. Papa Francesco ha deciso di rinnovare la composizione dell'organismo di vigilanza, togliendo dal ruolo il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato. In Vaticano spiegano che si tratta di un normale avvicendamento, tuttavia nel chirografo papale dell'anno scorso si legge che i cinque cardinali che fanno parte del team sono in carica per cinque anni e confermabili per un successivo mandato.
Ad accorgersi di questo avvicendamento è stato il giornale cattolico "l'Avvenire". L'uscita di Parolin - per tempistica - fa riflettere poiché arriva a ridosso dello scandalo dell'immobile a Londra e dello scontro tra Ior e Segreteria di Stato per il controllo dei fondi riservati del Papa. Uno scontro che ha portato all'avvio dell'inchiesta sulla gestione delle finanze vaticane.
La Nuova Composizione dell'Organismo
Dei cinque membri del precedente mandato allo Ior rimangono lo spagnolo Santos Abril y Castelló, 85 anni, già arciprete di Santa Maria Maggiore, che mantiene la carica di presidente, e l'austriaco Christoph Schönborn, 75 anni, arcivescovo di Vienna. Accanto a loro arrivano le new entry:
- il filippino Luis Antonio Gokim Tagle, 63 anni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli;
- il polacco Konrad Krajewski, 56 anni, elemosiniere apostolico;
- l’italiano Giuseppe Petrocchi, 72 anni, arcivescovo de L'Aquila e membro della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano.
Non fanno, invece, più parte della Commissione Parolin, 65 anni, il canadese Thomas Christopher Collins, 73 anni, arcivescovo di Toronto, e il croato Josip Bozanic, 71 anni, arcivescovo di Zagabria. La notizia, ha spiegato "l'Avvenire", si trovava dentro un comunicato pubblicato sul sito dello Ior - nel silenzio generale - il 21 settembre. Una notizia che stranamente non è stata affidata ai media vaticani.
Nel comunicato in questione si spiega che la Commissione cardinalizia, «nella sua nuova composizione» ha approvato «ad experimentum per due anni, il regolamento attuativo dello Statuto a cui è demandata inter alia la descrizione particolareggiata dei poteri e delle competenze» del Consiglio di sovrintendenza, il board laico di sette membri che governa l’Istituto, e della direzione. La precedente commissione era stata nominata da Francesco nel 2014. In quella occasione era stato nominato anche il cardinale Tauran, deceduto nel 2018. Il cardinale Bozanic era stato aggiunto, come sesto membro, nel luglio 2014.
La Commissione cardinalizia vigila sulla fedeltà dell’Istituto alle norme statutarie e svolge le altre attività previste dallo Statuto. Nomina e revoca poi i membri del Consiglio di sovrintendenza e, su proposta di quest’ultimo, i relativi presidente e vicepresidente. La Commissione inoltre approva la nomina e la revoca del direttore e del vice direttore fatta dal Consiglio di sovrintendenza. E verifica infine con cadenza almeno annuale che i membri del Consiglio e della direzione siano in possesso dei requisiti di competenza e onorabilità prescritti dalla legge e dettagliati nel regolamento e non versino in condizioni di conflitto di interessi né siano interessati da altri impedimenti.

L'Intervento di Parolin nel Processo sui Fondi della Santa Sede
Con una lettera, il cardinale Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, è intervenuto per la prima volta nel processo per la gestione dei fondi della Santa Sede, giunto ormai dopo due anni e mezzo agli sgoccioli con la sentenza prevista per la fine di questa settimana. È stato il promotore di Giustizia aggiunto, Gianluca Perone, a leggere nell’Aula polifunzionale dei Musei Vaticani la “dichiarazione” del segretario di Stato, datata 6 novembre ma comunicata il giorno dell'udienza all’Ufficio del Promotore, in risposta a una richiesta del medesimo Ufficio circa la mancanza di querela da parte della Segreteria di Stato e la conferma se ci fosse la volontà di procedere.
«Facendo seguito a posizione già assunta dalla Segreteria di Stato, confermo l’istanza di perseguire e punire tutti i reati su cui si agisce su istanza di parte e di cui la Segreteria di Stato è considerata parte offesa».
La missiva di Parolin ha concluso le oltre 9 ore dell'ottantaquattresima udienza, dedicata alle repliche del promotore Alessandro Diddi e delle quattro parti civili: Asif, Ior, Apsa, Segreteria di Stato e monsignor Alberto Perlasca, ex capo dell’ufficio amministrativo. Un’udienza che si è aggiunta dopo la conclusione del dibattimento il 6 dicembre scorso, in cui Diddi, in un’intera mattinata, ha ribattuto punto per punto alle arringhe delle difese che, all’unanimità, hanno affermato che proprio la fase dibattimentale avrebbe sgretolato il quadro accusatorio, facendo emergere non prove ma “false accuse” e “pregiudizi”. Tutte “contumelie aggressive nei confronti del Promotore di Giustizia”, ha affermato Diddi: “È la dimostrazione che in molti casi le difese non hanno avuto altri argomenti che attaccarci”. "Ci sono difensori, però - ha aggiunto - che la requisitoria scritta non l’hanno neppure considerata”.
Ribattendo ad altri rilievi difensivi, Diddi ha bollato come “eresia sul piano giuridico” l’accusa che “sul piano del diritto internazionale la Città del Vaticano non ha recepito la Cedu” (la Convenzione europea dei diritti dell’uomo) per i principi del giusto processo. “Il contraddittorio è stato totalmente rispettato, è stata data ampia voce a tutte le difese, mai c’è stato il minimo ostruzionismo… Sono falsi problemi”.
Ancora, Diddi si è soffermato sul noto memoriale depositato il 31 agosto 2020 da monsignor Perlasca, dal quale provenivano gran parte delle accuse contro Becciu e la cui genesi - come emerso - è stata condizionata da una “triangolazione” tra Perlasca, la sua amica Genoveffa Ciferri e la pr Francesca Immacolata Chaouqui. “Qualcuno ha detto che il memoriale è stata la ‘pietra angolare della indagine’. Non lo è… A parte che sul caso Marogna (la manager sarda che avrebbe usato i soldi forniti dalla Santa Sede per la liberazione di una suora per spese personali e per questo imputata, ndr), Perlasca non ha dato nessuno spunto investigativo, ma sul palazzo di Londra il monsignore ha una posizione che non ha avuto nessuna incidenza su truffa, peculato ecc”.
Nella sua replica Diddi ha poi toccato il tema dei rescripta del Papa sopraggiunti nel corso delle indagini e che ne avrebbero modificato le modalità; un punto criticato da tutti i legali delle difese perché, tra le altre cose, avrebbero permesso al promotore di selezionare a suo piacimento gli atti da consegnare alle difese. “Capisco che nel fare le difese bisogna stressare i dati…”, ha replicato Diddi, ma i rescripta “hanno avuto la funzione di normare attività altrimenti non disciplinate”. Sono stati quindi "una garanzia nei confronti di tutti coloro che hanno subito questo tipo di attività”.
Spazio nelle quattro ore di intervento anche alle altre accuse nei confronti del cardinale Becciu, cioè la “vicenda Sardegna” (la difesa “non si è confrontata con gli esiti dell’indagine della Gdf di Oristano” sulla diocesi di Ozieri e la cooperativa Spes) e la "vicenda Marogna" (“Se fosse vero che Becciu è stato raggirato, perché non ha fatto denuncia? Perché la incontra ancora nel 2021? Perché la ospita a casa sua?”). Ma soprattutto Diddi ha evidenziato “il Papa non ha autorizzato i soldi alla Marogna, perché di lei non sapeva nulla, ma alla società britannica Inkerman”, incaricata di una mediazione per liberare la suora colombiana rapita in Mali. Ha quindi ribadito le sue conclusioni e richieste.
Altrettanto hanno fatto anche le parti civili sui risarcimenti. In particolare lo Ior si è soffermato “sulla restituzione e sul danno”: “Quello dello Ior è un danno autonomo, dimostrato in modo rigoroso”, ha detto l'avvocato Roberto Lipari che ha puntato il dito contro l’ex direttore dell’allora Aif, Tommaso Di Ruzza, che “sapeva bene i problemi legati alla vicenda Londra” ma ugualmente ha spinto perché si portasse avanti l’affare: “Lo Ior è vittima della slealtà di Di Ruzza”. Come pure di quella di Renè Brüllhart, ex presidente “che prendeva De Franssu (presidente Ior) sotto braccio e diceva: ‘Perché sei così testardo?’ Un riferimento al finanziamento richiesto dalla Segreteria di Stato per chiudere quella che la legale Paola Severino, parte civile della SdS, ha definito una “dolorosa vicenda” dove i primi ad essere “ingannati” sono stati il cardinale Parolin e il sostituto monsignor Edgar Peña Parra. Severino ha anche parlato di una "riqualificazione" dei capi di imputazione e ha ringraziato il Tribunale per “l’ampiezza del dibattimento” che ha permesso di “mettere a posto alcune questioni e chiarire in che vesti e posizioni si trovavano soggetti di questa dolorosa vicenda”.
Entrambi gli spunti sono stati ripresi dal professor Giovanni Maria Flick, parte civile Apsa, che ha parlato invece di “penosa vicenda” al centro di un processo durante il quale “sono stati difesi i diritti di tutti”. Da parte sua l'avvocato di parte civile Asif, Anita Titomanlio, ha sottolineato i principi di autonomia e indipendenza dell'Authority da lei rappresentata, alla luce dei quali gli ex vertici dell'allora Aif non avrebbero potuto prestare la collaborazione allora richiesta dalla Segreteria di Stato rendendosi di fatto complici di gravi reati. Il 12 dicembre, si pronunceranno gli avvocati delle difese.
Riforme Finanziarie e Trasparenza in Vaticano
Nel frattempo, è stato pubblicato il Decreto del Presidente del Governatorato, il cardinale Giuseppe Bertello, con il quale sono state apportate modifiche alla Legge XVIII, dell'8 ottobre 2013, in materia di trasparenza, vigilanza e informazione finanziaria. I cambiamenti si inseriscono nel processo di riforma voluto da Papa Francesco perché la gestione delle risorse economiche vaticane sia sempre più corretta e trasparente. La nuova legge arriva al termine dell'ispezione di Moneyval che si è conclusa alcuni giorni fa. Le normative vaticane introdotte recepiscono le leggi europee in materia di anti riciclaggio, in particolare la quinta Direttiva dell’Unione Europea in materia. Un passaggio resosi necessario per rimanere nella White List di Moneyvall.