Salve Regina: Storia, Significato e Attualità di un'Antifona Mariana

Tra le preghiere mariane, una delle più diffuse e conosciute è senza dubbio la “Salve Regina”. Si tratta di una delle quattro antifone dedicate alla Vergine, insieme a “Regina Coeli”, “Ave Regina Coelorum” e “Alma Redemptoris”. Comunemente, essa viene recitata al termine dei misteri del Santo Rosario e precede il lungo elenco delle litanie. Questo testo, un piccolo gioiello letterario e religioso, esprime insieme omaggio e invocazione, distinguendosi per la sua originalità ritmica, lo slancio dei sentimenti e una supplica piena di fiducia. La Salve Regina è un'antifona del breviario in onore della Vergine Maria, divenuta popolarissima come preghiera comune.

Origini e Autori Attribuiti della Salve Regina

La storia della Salve Regina ha origine nel Medioevo, ma le sue radici sono intricate e l'autore resta incerto. L'origine della preghiera è fatta risalire al XI secolo. Le sue origini non sono certe e sono state attribuite a diversi personaggi: a Ermanno Contratto (morto nel 1054), ad Ademaro di Puy (morto nel 1098), all'arcivescovo di Compostella Pietro di Mezonzo (morto nel 1003) e a papa Gregorio VII, o sant'Anselmo da Baggio (morto nel 1086).

La tradizione più diffusa attribuisce la stesura di quest'antifona al monaco Ermanno di Reichenau. Egli era un monaco vissuto nella prima metà dell’XI secolo nel monastero di Reichenau, sul lago di Costanza, un monastero fondato prima di Carlo Magno e già esistente da oltre duecento anni. Ermanno nacque il 18 luglio del 1013 da Eltrude, sposa di Goffredo conte di Altshausen di Svezia, e gli venne dato il nome di Ermanno. Per la sua grave malformazione fisica - non poteva stare eretto né tantomeno camminare - fu soprannominato “il Contratto” (dal latino «contractus», che significa appunto contratto, rattrappito, ma anche storpio).

All’interno del monastero, nonostante la sua grave infermità, Ermanno riuscì a studiare e a comporre questa splendida antifona. La biografia riferisce che Ermanno non era soltanto un ricercatore molto colto - conosceva la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica - ma anche un uomo contraddistinto da un’umanità appassionata, una persona «piacevole, amichevole, sempre ridente; tollerante, gaia», che scoprì in monastero la bellezza dell'amicizia e il calore di una casa. All’amico del cuore Bertoldo, che quotidianamente lo accompagnava e l’aiutava, affidò i suoi pensieri più intimi nei giorni della pleurite che lo avrebbe portato alla morte. Come scrisse il biografo Bertoldo, la vita di Ermanno era "così piena di vita pulsante che ne esce veramente vivo per il suo coraggio, la bellezza della sua anima, la sua serenità nel dolore, la sua prontezza a scherzare, la dolcezza dei suoi modi che lo resero amato da tutti".

Leggendarie sono le aggiunte ascritte a San Bernardo. Dobbiamo inoltre aggiungere che la composizione dell’ultimo verso: “O clemens o pia, o dulcis virgo Maria” sia opera di San Bernardo (1090-1153), probabilmente durante la sua permanenza all'eremo dei Santi Jacopo e Verano alla Costa d'acqua, situato a Calci, sul Monte Pisano, presso Pisa. Nei manoscritti più antichi non compare né il “Mater”, che sarebbe stato aggiunto successivamente nel XVI secolo, per cui in origine si diceva “Regina Misericordiae” (come è ancora nella versione in uso nel remoto rito mozarabico), né il “Virgo”, quest'ultimo però introdotto molto presto.

Ritratto di Ermanno il Contratto (Hermannus Contractus) in un manoscritto medievale

L'Uso Liturgico e la Diffusione

La Salve Regina, inizialmente espressione di pietà monastica, ha trovato ampia diffusione negli ordini religiosi e nella liturgia. Nell'uso liturgico, è recitata alla fine del breviario o di una sua parte, dai Primi Vespri della Trinità sino a Nona del Sabato innanzi l'Avvento, e dopo la Messa per ordine di Leone XIII (1884).

Inizialmente, l’antifona era espressione della pietà monastica. Si cantava come inno processionale a Cluny, al tempo dell’abate Pietro il Venerabile († 1156), che l’aveva stabilita durante la processione della festa dell’Assunta e nelle altre grandi feste. Gli «Statuti della Congregazione Cluniacense», redatti verso il 1135, prescrivevano: «È stato stabilito che nella festa dell’Assunzione, durante la processione, venga cantata dalla comunità l’antifona composta per la santa Madre del Signore, che inizia con le parole: Salve, Regina mater misericordiae. Lo stesso si faccia nelle processioni che dalla chiesa principale degli Apostoli si dirigono, secondo la tradizione, alla chiesa della medesima Madre Vergine […].»

La Salve era inoltre usata dai Cistercensi, e ciò spiega perché una delle attribuzioni più diffuse sia stata anche quella a san Bernardo di Clairvaux († 1153). L’Antifonario cistercense, riformato tra il 1135 e il 1145, prevedeva il canto della Salve come antifona al Benedictus o al Magnificat, e nelle quattro feste medievali di santa Maria: Purificazione (2 febbraio), Annunciazione (25 marzo), Assunzione (15 agosto) e Natività (8 settembre). I Cistercensi la utilizzano dal 1251.

Ben presto la Salve Regina fu adottata dagli Ordini mendicanti. I Domenicani hanno introdotto la Salve Regina nel 1221 come inno da cantare immediatamente dopo la compieta e mentre si va in processione al dormitorio. Questo uso si diffuse prima a Bologna e poi negli altri conventi della Provincia di Lombardia, estendendosi rapidamente in tutto l’Ordine.

Tra gli Ordini mendicanti, i Servi di Maria si distinsero per un uso frequente. Le Costituzioni antiche redatte nel 1280 prescrivevano nel Capitolo I: «Non si ometta in nessun tempo dell’anno liturgico la Salve Regina alla fine di ogni ora e dopo la mensa comune, eccetto che nel triduo della Parasceve. Ogni sera la Salve sia cantata con grande devozione dopo la terza lettura della Vigilia di Nostra Signora, quando questa è in canto; se poi la Vigilia non è cantata, la Salve Regina si canti a conclusione della compieta. Al canto della Salve i Servi inchinavano il capo e piegavano un ginocchio alle parole Salve Regina, fino al secondo salve.» Nella chiesa di Santa Maria dei Servi a Bologna si può contemplare la dolce icona della Madonna della Salve, di autore anonimo del XIII secolo. La tradizione vuole che sia stato san Filippo Benizi († 1285) a donarla ai frati del convento bolognese. Numerosissimi, poi, sono i compositori che, nel corso della storia, si sono serviti di questo testo per musicarlo.

Icona della Madonna della Salve dalla Chiesa di Santa Maria dei Servi a Bologna

Il Testo della Salve Regina e il Suo Profondo Significato

Il testo completo della Salve Regina è il seguente:

Salve, Regina, madre di misericordia,
vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
A te ricorriamo, esuli figli di Eva;
a te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime.
Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.
E mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo Seno.
O clemens, o pia, o dulcis virgo Maria.

Questa composizione latina, risalente al Medioevo, è ricca di simbolismo e di invocazioni che ne fanno un pilastro della devozione mariana.

"Salve, Regina, madre di misericordia..."

La parola "Regina" richiama il Santo Rosario e in particolare i misteri gloriosi e le litanie. Il titolo «Madre della Misericordia», presente nella Salve Regina, giustamente la celebra. Anzitutto perché è la Madre di Colui che è Misericordia, Cristo, come afferma san Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in misericordia.

"A te ricorriamo, esuli figli di Eva..."

In questa frase, è presente una particolare costruzione sintattica perché "Eva" è "Ave" letta al contrario: quasi a indicare come le due figure di Maria ed Eva si contrappongano nel destino dell'umanità. Da Eva parte la cacciata dell'uomo dall'Eden, da Maria la riconciliazione dopo il peccato originale. Come Adamo ed Eva, che Dio fece allontanare dall'Eden a causa del peccato originale, il genere umano, loro discendente, vive fino alla morte terrena il dolore e il rimpianto per una "esule lontananza" dal Padre Dio, che dimora nei cieli. I cristiani credono nella resurrezione della carne prima del Giorno del Giudizio davanti a Gesù Cristo, dove in anima e corpo saranno da Lui giudicati per le opere compiute durante la vita terrena.

"A te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime."

Ancora una volta, attraverso questa espressione, viene sottolineata la figura di Maria come ponte e salvezza tra le prove della vita terrena e la gioia della vita celeste, la vera vita a cui l'uomo deve tendere. «Valle di lacrime», così è chiamato il nostro mondo e la nostra vita. Mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, commenta: «Le lacrime sono la caratteristica più profonda della nostra vita: lacrime di angoscia, di paura; lacrime di chi è lasciato, maltrattato, deriso, colpito, violentato; lacrime di chi non ha più nessuno, di chi ha fame, di chi ha freddo, di chi ha subito ingiustizia. Le lacrime diventano invocazione di liberazione, di riscatto.» Don Luca Saraceno ha individuato sette tipologie di lacrime secondo Papa Francesco: lacrime di gioia, di perdono e di pentimento, d’inquietudine per amore, di fedeltà, di compassione, di consolazione, di beatitudine.

"Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi."

Maria intercede per i suoi figli presso il Padre e può quindi essere considerata la nostra avvocata. Gli occhi della Vergine passano dalla contemplazione della grandezza di Dio all'attenzione verso le fragilità dell'umanità. È attraverso questa dialettica di sguardi che avviene l'intercessione e la salvezza dell'umanità. È interessante notare che la traduzione approvata dalla Conferenza Episcopale Italiana l'8 marzo 1967 differisce dal testo latino nella frase "rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi" (invece di "gli occhi tuoi misericordiosi"), e per l'uso della punteggiatura.

"E mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo Seno."

È in questa frase che risiede l’essenza di tutta l’invocazione. La figura di Maria e la sua maternità sono essenziali nella storia dell'umanità, poiché è attraverso di lei che Cristo, la salvezza del mondo, è venuto a noi.

Il Re dei Re, "Salve Regina"

Commenti e Interpretazioni Storiche della Salve Regina

La Salve Regina è stata oggetto di numerosi commenti e riflessioni nel corso dei secoli. Tra i più celebri si segnalano quelli di Goffredo di Auxerre, San Lorenzo da Brindisi e Sant’Alfonso Maria de Liguori.

Il Commento di Goffredo di Auxerre

Si ritiene che il monaco cistercense Goffredo di Auxerre - amico e confidente di san Bernardo, suo segretario e compagno di molteplici viaggi - in un’omelia pronunciata per la festa della Natività di Maria, probabilmente negli anni in cui fu abate di Clairvaux (1162-1165), abbia realizzato il primo commento alla Salve Regina. Questa omelia costituì una novità di rilievo nell’ambito dell’omiletica monastica, destinata a un duraturo successo.

Nella seconda parte dell’omelia, il beato spiega i tre attributi che accompagnano il titolo di Regina misericordiae applicato a Maria: «vita, dolcezza, speranza nostra». Secondo Goffredo, Maria è nostra vita perché con gli esempi della sua esistenza santa genera ed educa alla vita. È nostra dolcezza perché portatrice di valori d’immensa amabilità, quali l’amore alla contemplazione, la gioia al suo ricordo, la fiducia che infondono i suoi occhi misericordiosi rivolti verso di noi. Maria è speranza nostra anzitutto perché è «speranza di risurrezione». Contemplando già compiuto in lei ciò che attendiamo con intimo e struggente desiderio - la vittoria sulla morte e la felicità eterna -, ci sentiamo rincuorati e pieni di fiducia.

I tre attributi richiamano il fatto misterioso dell'esistenza cristiana (vita), il bisogno di consolazione nell’amarezza (dulcedo), e la necessità di vivere in un’attesa che non deluda (spes). Goffredo, pur non ignorando che, rigorosamente parlando, vita, dolcezza e speranza sono attributi di Cristo, spiega come in Maria non vi sia luce che non sia riflesso di quella di Cristo. Il presupposto da cui parte Goffredo nel commento alla Salve è familiare alla letteratura devota del Medioevo: la coscienza della propria miseria e del proprio peccato, unita all'anelito alla liberazione e alla vita.

San Lorenzo da Brindisi e Sant'Alfonso Maria de Liguori

Oltre a Goffredo, meritano di essere ricordati almeno altri due celebri commentatori: san Lorenzo da Brindisi e sant’Alfonso Maria de Liguori.

  • San Lorenzo da Brindisi - frate cappuccino, sacerdote, dottore della Chiesa, illustre biblista - è stato uno dei più grandi devoti di Maria. È autore di 84 discorsi sulla Vergine, tra cui 6 a commento della Salve Regina. Nei suoi discorsi, san Lorenzo ripropone l’antica questione sul rapporto tra i titoli «Regina» e «Madre» attribuiti a Maria, individuandone l’origine nella somiglianza di Maria con Dio e con Cristo. Dio è sommamente potente (Re) e sommamente buono (Padre); analogamente, Maria possiede grande potenza (Regina) ed è piena di bontà (Madre).
  • Sant’Alfonso Maria de Liguori - grande missionario, vescovo zelante e celebre scrittore - è autore dell’opera Le Glorie di Maria, edita nel 1750. Il libro ebbe uno straordinario successo e fu tradotto in varie lingue, ritenuto da alcuni studiosi il capolavoro del santo. Il volume si divide in due parti: la prima comprende un ampio commento alla Salve Regina, la seconda presenta «Le virtù di Maria». Nel commento, sant’Alfonso descrive in maniera viva e a volte drammatica i molteplici interventi della Vergine nei confronti dei fedeli: Maria ottiene loro il perdono, li riporta all’amicizia con Dio, li avvicina, riconcilia e unisce, e interviene per mantenere in grazia il peccatore convertito, invitandolo alla preghiera, ottenendogli luce e forza, impedendogli di cadere ancora e donandogli la perseveranza finale.

La Salve Regina nel Tempo Presente: Un'Espressione di Misericordia

La Salve Regina è un’espressione tipica del Medioevo per il suo linguaggio, l’atteggiamento cultuale, l’ambiente sociale che riflette e la concezione teologica cui si riferisce. Per tali valori, la Salve è stata ed è amata da generazioni di fedeli. È preghiera autentica sulle labbra dei primi oranti e risuona vera, nonostante la mutata temperie culturale, sulle labbra di quelli del nostro tempo. Il popolo cristiano invoca la Madre della Misericordia perché riconosce in lei la misericordia del Padre in forma materna, fatta cioè di tenerezza, gratuità, generosità e accoglienza. Queste testimonianze acquistano talvolta un carattere pubblico.

Inviato nel mondo da Dio, Cristo si fa uomo per amore dell’umanità, per condividerne dolore, solitudine, paura e morte. Nella Bolla Misericordiae Vultus (11 aprile 2015), con cui è stato indetto il Giubileo straordinario della misericordia, Papa Francesco afferma che le sue parole sollecitano all’uso orante della Salve Regina in quest'anno dedicato alla misericordia. Il rivolgersi fiducioso alla Madre della Misericordia non è solo per il popolo devoto una richiesta di intercessione per i peccati, ma soprattutto un’implorazione del suo aiuto a divenire misericordiosi, secondo il comando del Figlio Gesù: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36).

Sollecitati da Papa Francesco, soprattutto in quest’Anno straordinario della Misericordia, possiamo domandarci cosa significhi per noi essere misericordiosi. Letteralmente, vuol dire avere un cuore sensibile alle miserie altrui, essere pronti a soccorrere. È l’atteggiamento del buon samaritano che, avendo incontrato sul ciglio della strada un malcapitato straniero, ne ha compassione (cf. Lc 10,33), sentendo cioè una stretta al cuore che gli provoca una serie di atti di soccorso. Pertanto, nel pregare o cantare alla Madre della Misericordia attraverso la Salve Regina, possiamo impegnarci a seguire Cristo, la via che la Madre di Dio ci insegna a percorrere: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Questo invito di Maria alle nozze di Cana esprime una fiducia totale nel Figlio, una fiducia che anche noi siamo chiamati a imparare e mettere in pratica, anche quando le Sue parole o le circostanze della vita ci sembrano strane o difficili.

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