Pio XII e la sua difficile posizione durante l'occupazione nazista di Roma

Durante l'occupazione nazista di Roma, Pio XII si trovò ad essere l'unica autorità a non fuggire dalla città, subendo un marcato isolamento politico da parte delle potenze coinvolte nel secondo conflitto mondiale.

I tentativi diplomatici e la tutela di Roma

Dopo aver inutilmente cercato di mantenere l'Italia neutrale, Pio XII si adoperò per preservare contatti costanti con le nazioni belligeranti tramite le Nunziature e le rappresentanze diplomatiche presenti in Vaticano e a Roma, incluse quelle dei Paesi neutrali. Questa sua azione, discreta ma incessante, mirava a minimizzare le decisioni di morte e le sofferenze inflitte ai civili.

Tra le molteplici iniziative, il Pontefice pose una particolare attenzione all'incolumità di Roma. Questa scelta non fu dettata da preferenze personali, ma da una valutazione realistica della situazione. L'Urbe, oltre al suo inestimabile valore religioso e storico, rappresentava la capitale di un Paese in guerra contro gli Anglo-Americani e i loro Alleati. Nel 1943, Roma divenne inoltre un crocevia per le colonne militari tedesche dirette verso il sud Italia e la linea Gustav, ospitando comandi tedeschi, centri di intelligence e l'ambasciata della Germania nazista presso la Santa Sede.

mappa di Roma con evidenziate le zone colpite dai bombardamenti del 1943

I bombardamenti su Roma

L'analisi dei documenti più recenti relativi al periodo precedente l'arrivo degli Alleati a Roma (4 giugno 1944) rivela che le iniziative di Pio XII a favore della città furono costantemente ostacolate da eventi dirompenti. Roma subì il suo primo bombardamento il 19 luglio 1943. I piloti alleati, in diversi casi, mancarono i bersagli, colpendo zone densamente abitate e ospedali. Il quartiere di San Lorenzo fu il più devastato, insieme a Tiburtino, Prenestino, Casilino, Labicano, Tuscolano e Nomentano. I bombardamenti causarono circa 3.000 morti e 11.000 feriti, con 1.500 decessi e 4.000 feriti nel solo quartiere di San Lorenzo.

Le incursioni aeree proseguirono il 13 agosto, causando tra le altre vittime padre Raffaele Melis, parroco di Sant’Elena, che era accorso per offrire conforto religioso ai feriti. I bombardamenti si intensificarono in date successive, con un totale di 51 incursioni sulla città.

La divisione dell'Italia e la gestione delle comunicazioni

Il 25 luglio 1943, con la firma dell'"armistizio breve", l'Italia si ritrovò divisa in due zone. I soldati della Repubblica Sociale Italiana combatterono al fianco della Wehrmacht contro gli italiani inquadrati nelle forze alleate che risalivano la penisola o nelle formazioni partigiane. In questo scenario critico, Pio XII dovette mantenere aperti tutti i canali di comunicazione possibili con entrambi gli schieramenti all'interno del territorio italiano, attraverso fiduciari e organismi umanitari. Questo era fondamentale per accedere ai campi di internamento, mitigare le condanne dei tribunali, prevenire azioni militari distruttive, sostenere la distribuzione di beni di prima necessità, accogliere gli sfollati e assistere le categorie più vulnerabili.

Roma "Città Aperta" e l'occupazione tedesca

Il 15 agosto 1943, il governo Badoglio dichiarò Roma "città aperta", una decisione comunicata ufficialmente ai governi di Londra e Washington con l'appoggio della Santa Sede, della Svizzera e del Portogallo.

Con l'occupazione tedesca di parte del territorio italiano, la situazione nella diocesi di Roma divenne sempre più grave. Il 13 settembre 1943, Berlino, in accordo con i comandanti della Wehrmacht e delle SS, decise di posizionare sentinelle naziste in Piazza San Pietro, lungo il confine con il Vaticano. Questo avvenne nonostante il Vaticano non riconoscesse la Repubblica di Salò. La presenza militare tedesca in Piazza San Pietro rappresentò l'aspetto visibile di una manovra occulta volta al controllo dell'area vaticana tramite spionaggio nazista e fascista. Gli agenti del Terzo Reich arrivarono persino a seguire i movimenti del Pontefice, sebbene non sempre riuscissero a individuarne le decisioni più riservate.

Piazza San Pietro con soldati tedeschi

La deportazione dei carabinieri e il rastrellamento degli ebrei

Il 7 ottobre 1943, i comandi nazisti ordinarono la deportazione in Germania di 2.000 carabinieri reali presenti a Roma. L'ordine, impartito dal generale Rodolfo Graziani e celato dal tenente colonnello Herbert Kappler, considerava i carabinieri un pericolo per la loro fedeltà al re, il sostegno ai partigiani a Napoli e il possesso di armamenti. Il treno partì dalla Stazione Ostiense, e il Vaticano ricevette notizie dettagliate solo a operazione conclusa.

Dopo l'eliminazione di parte dei carabinieri (molti dei quali si unirono ai partigiani), le forze occupanti attuarono la razzia degli ebrei a Roma il 16 ottobre 1943, deportandone oltre 1.000. Alcuni tentarono di avvisare gli ebrei del pericolo imminente, ma non furono ascoltati. Gli Alleati, pur essendo a conoscenza del dramma imminente grazie alla decrittazione dei dispacci nazisti, non rivelarono le loro informazioni.

Nonostante queste evidenze, in tempi successivi si concentrò l'attenzione su Pio XII, accusandolo di "passività". Tuttavia, numerosi documenti attestano l'attivazione di una rete di contatti per fermare l'operazione nazista a Roma e salvare i perseguitati. Particolare rilievo ebbero i collegamenti tra Carlo Pacelli, padre Pancrazio Pfeiffer e il generale Rainer Stahel, e i contatti tra Stahel e Heinrich Himmler. Le testimonianze del colonnello Dietrich Beelitz e del tenente Nikolaus Kunkel confermano l'azione che portò Berlino a ordinare la cessazione del rastrellamento, comportando per Stahel un trasferimento punitivo a Vilnius.

Si tentò, fino all'ultimo, di sottrarre prigionieri all'internamento e alla deportazione. È importante sottolineare che il numero degli ebrei salvati include anche coloro che si nascosero prima del 16 ottobre grazie all'avvertimento di molti cattolici, quelli che sfuggirono alla cattura quel giorno, e quelli protetti da istituzioni e ambienti cattolici in seguito. Esponenti delle forze dell'ordine cattoliche, come il maresciallo di PS Gennaro Lucignano sull'Isola Tiberina, protessero ebrei con la loro autorità e il loro silenzio.

La Battaglia di Cassino e i bombardamenti su Castelgandolfo

Il 12 gennaio 1944 iniziò la Battaglia di Cassino, dove gli Alleati furono momentaneamente bloccati dai tedeschi. Pio XII intervenne immediatamente informato delle tragedie. Il 10 febbraio 1944, a Castelgandolfo, i bombardieri alleati colpirono il Collegio di Propaganda Fide e Villa Barberini, in zona extra-territoriale, causando circa 500 vittime. Questo evento segnò profondamente Papa Pacelli, che tuttavia continuò a emanare direttive di carattere assistenziale.

L'attentato di Via Rasella e le rappresaglie

Il conflitto tra oppositori e occupanti si radicalizzò. Il 22 marzo 1944, i partigiani comunisti (G.A.P.) compirono un attentato in Via Rasella, causando la morte di 33 soldati tedeschi e 2 civili italiani. Prima di tale azione, il delegato della D.C. Giuseppe Spataro si era sempre opposto a scontri armati all'interno di Roma per evitare ritorsioni. In risposta all'attentato, i nazisti attuarono la rappresaglia delle Fosse Ardeatine, dove morirono 335 persone, tra cui don Pietro Pappagallo.

La fame, i delatori e la protezione dei perseguitati

La situazione a Roma precipitava. Pio XII era informato dei drammi legati alla fame, alla borsa nera e alle manifestazioni di protesta. Era altresì a conoscenza delle contro-testimonianze: persone che lucravano sulle sofferenze dei perseguitati, delatori che denunciavano ebrei nascosti (causando 747 arresti) e civili che collaboravano con lo spionaggio nazista.

In più occasioni, Papa Pacelli, tramite propri fiduciari, ebbe la possibilità di proteggere coloro che difendevano i perseguitati a Roma. Il 3 aprile 1944, al Forte Bravetta, venne fucilato il religioso vincenziano don Giuseppe Morosini, assistito spiritualmente da mons. Luigi Traglia.

Il rastrellamento del Quadraro e l'incontro con Karl Wolff

Il rastrellamento del Quadraro, avvenuto il 17 aprile 1944, segnò la deportazione di circa 700 persone. In quel frangente emerse la figura del parroco, don Gioacchino Rey, che si offrì inutilmente come ostaggio al posto di alcuni abitanti.

Nell'ora più buia per Roma, il generale delle SS Karl Wolff chiese un'udienza a Pio XII, presentandosi come uomo desideroso di pace. Papa Pacelli, tuttavia, comprese il suo doppio gioco e agì di conseguenza.

La liberazione di Roma e il ringraziamento a Pio XII

La sera del 3 giugno 1944, le forze tedesche iniziarono a lasciare Roma, e il 4 giugno le forze alleate entrarono nell'Urbe.

Nonostante le continue rappresaglie che ostacolarono le azioni di pace di Pio XII, è doveroso ricordare che nel marzo 1946 il 3° congresso dei delegati delle Comunità israelitiche italiane approvò una mozione di ringraziamento a Pio XII, che dovrebbe essere esposta presso il Museo della Liberazione di Roma.

Riflessioni sulla documentazione storica

È importante notare che i documenti ufficiali a volte utilizzano un linguaggio protocollare che può ingannare. Ad esempio, per legge era proibito usare il termine "ebreo", e si ricorreva all'espressione "non ariano". Pertanto, ogni analisi storica deve essere ponderata, soprattutto in presenza di eventi sgradevoli.

Si fa riferimento all'uso di selezionatrici, tabulatrici e stampanti dell'IBM a sostegno del III Reich, con applicazione nei centri direttivi della Shoah e nei campi di sterminio, come illustrato nel lavoro di Edwin Black.

Guardando a un Pontefice che visse in mezzo a tragedie colossali, dalla Shoah allo scoppio di due bombe atomiche, milioni di morti civili e eccidi tremendi, non si può che esprimere profondo rispetto per Pio XII.

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