La parola presepe, o il termine non toscano presepio, deriva dal latino “Praesepe”, che significava letteralmente "stalla" o "mangiatoia". Essa rappresenta una raffigurazione rievocativa e realistica della natività di Gesù, simboleggiando la rappresentazione plastica di questo evento sacro.

Le Origini Bibliche della Natività
L'ispirazione per il presepe affonda le radici nei racconti della Natività descritti dagli evangelisti Luca e Matteo, che furono i primi a descrivere l'evento. Le fonti storiche a cui gli artisti si sono ispirati sono i Vangeli, sia nel testo originale sia nelle interpretazioni successive degli scrittori sacri.
I Racconti di Matteo e Luca
I due evangelisti che hanno tramandato il racconto della nascita del Redentore sono stati Matteo e Luca.
- Il racconto di Matteo, il pubblicano che esigeva il pedaggio sul Lago di Tiberiade, è succinto e mette in evidenza il mistero della maternità di Maria, avvenuta per opera dello Spirito Santo. Senza fornire ulteriori informazioni sui giorni del parto, Matteo passa all’episodio dei Re Magi, che, guidati dalla stella cometa e annunciati dai prodigi del cielo come già re, erano diretti alla grotta di Betlemme per adorare Gesù, re dei Giudei.
- Maggiore ricchezza di particolari sono forniti da Luca, medico e pittore di Antiochia, il quale, come tramanda una credenza cristiana, sembra abbia saputo dell’evento direttamente da Maria. Luca narra che Maria e Giuseppe erano scesi da Nazaret a Gerusalemme per ottemperare agli obblighi del censimento disposto da Roma, sotto il governatore della Siria Quirinio. Non trovando un posto dove alloggiare, essendo affluita in città una massa imponente di gente, furono costretti a rifugiarsi in una grotta, dove Gesù, appena nato, fu deposto sul fieno nella mangiatoia. I particolari riportati da Luca, inclusa la presenza dell'asino che con il suo alito riscaldava l'umile culla, hanno ispirato pittori e artisti nella rappresentazione iconografica della nascita di Gesù.
San Francesco d'Assisi e il Primo Presepe Vivente
La prima ricostruzione della scena del presepe si attribuisce a San Francesco d'Assisi nel 1223. Al suo ritorno da un viaggio in Palestina nel 1220, Francesco preparò a Greccio un presepio con un'iconografia tridimensionale. La visita alla grotta di Betlemme lo aveva profondamente toccato, al punto che il suo pensiero spesso correva al modo di onorare il Redentore, nato povero in una misera e gelida grotta.

Decise di allestire un presepio in una grotta simile a quella visitata in Terra Santa, popolandola con persone e animali vivi e oggetti della vita quotidiana. Espose la sua idea a Giovanni Vellita, un uomo di buona fama della zona reatina che possedeva dei boschi. Giovanni condivise l'idea e condusse Francesco a Greccio, poco distante da Rieti, per visitare una grotta adatta. Francesco ne rimase soddisfatto, ritenendola molto simile a quella di Betlemme. Insieme la ripulirono, vi trasportarono la mangiatoia col fieno e stesero una lettiera per sistemare il bue e l'asinello, animali di cui nei Vangeli non è fatto cenno ma che sono divenuti parte integrante dell'iconografia del presepe, accostandosi all'idea del bambino e della verginità di Maria. Sulla mangiatoia posero una lastra di pietra per servire da altare portatile, un dettaglio innovativo per l'epoca.
Per la notte di Natale del 1223, tutto era pronto. Le campane dei villaggi della zona suonarono più a lungo del solito, attirando una grande moltitudine di gente alla grotta, a portare doni come avevano fatto i pastori a Betlemme. Nella grotta di Greccio, Francesco volle una scenografia semplice, povera e umile, che avesse al centro soltanto il Bambino, senza Maria e Giuseppe.
Un incremento della celebrazione del presepe, nel modo mostrato da Francesco, si ebbe dopo il Concilio di Trento, indetto da papa Paolo III. Il Concilio promuoveva le riforme della Chiesa dopo la frattura luterana, e la tipologia di rappresentazione proposta da San Francesco fu riconosciuta come un valido supporto per trasmettere la fede in modo semplice ed efficace, molto vicina al mondo religioso popolare. Ancora oggi, ogni anno, come da tradizione, viene fedelmente rievocato l'Evento di Greccio.
Evoluzione Storica del Presepe
Le Prime Rappresentazioni
La raffigurazione della Natività più antica a noi pervenuta è un affresco scoperto nelle catacombe di Priscilla, sulla via Salaria a Roma, risalente al III secolo. Il dipinto fu eseguito sul soffitto di una nicchia che ospitava una tomba, e mostra come le rappresentazioni della Natività esistessero in ambiente cristiano ben prima dello stesso presepe. È importante notare che tutte le Natività anteriori al 1200 furono dipinte su superfici piane: muri, tavole, tele o cartoni. Solamente alla fine del Duecento iniziarono ad apparire le prime rappresentazioni artistiche tridimensionali della Natività.
Un documento che parla per primo del presepe lo colloca nella Chiesa di Santa Maria del Presepe nel 1025. Ad Amalfi, già nel 1324, esisteva una “cappella del presepe di casa d’Alagni”. Nel 1340, la regina Sancia d’Aragona (moglie di Roberto d’Angiò) regalò alle Clarisse un presepe per la loro nuova chiesa, e la statua della Madonna di quel presepe è oggi esposta nel museo di San Martino. A Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, è conservato un presepe risalente alla fine del 1300, le cui statue ad alto rilievo sono di marmo. L’opera è attribuita ad Arnolfo di Cambio, architetto e scultore toscano, il quale nel 1291 scolpì le statue, rifinendo solo la parte visibile dal visitatore, mentre il lato opposto fu semplicemente abbozzato.

Diffusione e Trasformazione
La consuetudine di allestire presepi nelle chiese si diffuse nel 1400, a partire dal Regno di Napoli, allargandosi poi in tutto il meridione. Intorno al 1500, con l'opera di San Gaetano di Thiene, nasce la cultura del presepe popolare, che diede un decisivo impulso all’ammissione di personaggi secondari vestiti sia secondo le fogge antiche sia dell’epoca a lui coeva.
Il passaggio più importante avvenne nel Cinquecento, quando compaiono per la prima volta dei cambiamenti nei personaggi e nel paesaggio. Oltre all'asino e al bue, da sempre presenti nella grotta, si aggiungono cani, pecore e capre. In un documento notarile del 1532, vi è la descrizione di un presepe, con pastori in terracotta dipinta, realizzato per il nobile Matteo Mastrogiudice da Sorrento. Queste innovazioni si ritrovano anche negli altri presepi coevi, costruiti per le chiese di Sant'Eligio e dell’Annunziata, e in quelli successivi, in particolare nel famoso presepe di Giovanni Merliano da Nola (Giovanni da Nola), detto del Sannazaro.
Nei paesi di missione, nel presepe vengono esposti oggetti, personaggi e animali dei luoghi in cui vengono allestiti, come dimostra un esempio di presepe raffigurante un paese della Cina settentrionale sepolto sotto la neve, con Giuseppe vestito come un contadino locale nell'atto di bussare a una porta per chiedere asilo.
Il Presepe Napoletano: Splendore e Tradizione
La Stagione d'Oro del Settecento
Nel Settecento, il presepe napoletano visse la sua stagione d’oro. Il re Carlo III aveva una vera passione, tanto da partecipare personalmente e coinvolgere famiglia e corte nella realizzazione e vestizione dei pastori e nel montaggio dell’enorme presepe del palazzo reale. Sotto il suo regno, inoltre, nacque la figura del “Figurinaio”, il creatore di statuette.
A Napoli, l'allestimento del presepe divenne una vera arte, a cui si dedicarono soprattutto gli artigiani di Via San Gregorio Armeno, nel cuore della città. Fu nella prima metà del Seicento che iniziò a nascere la figura dell'artista specializzato nella creazione di pastori. Michele Perrone fu uno di questi, noto per le sue sculture lignee, e anche i suoi fratelli Aniello e Donato si dedicarono con successo a questa attività.

Accanto al legno, nella seconda metà del secolo, comparvero altre innovazioni, come pastori in cartapesta più piccoli e manichini di legno con arti snodabili e vestiti di stoffa. Questi manichini snodabili segnarono la svolta verso il presepe del Settecento, sebbene le due tipologie convivessero spesso. Il committente, con queste nuove figure, divenne protagonista e parte attiva, potendo far assumere ai pastori le posizioni desiderate e arricchire la scena a proprio piacimento. I manichini snodabili potevano disporre di un incavo per alloggiarvi la “pettiglia” della testa, o avere la testa tutt'uno con il corpo; nel caso di figure femminili, potevano essere calvi per portare parrucche intercambiabili.
Sotto l’influsso del re, nobili e ricchi borghesi gareggiarono nell’allestire impianti scenografici giganteschi e spettacolari. In questi presepi, il gruppo della Sacra Famiglia fu spesso sopraffatto da un tripudio di scene profane che riproducevano ambienti, situazioni e costumi della Napoli popolare dell’epoca. Le statuette realizzate dai migliori artigiani arrivarono a costare vere fortune, talvolta l'equivalente di un mese di stipendio di un funzionario di corte. Famiglie nobili giunsero a rovinarsi pur di realizzare presepi che potessero competere in magnificenza con quello reale, e meritare la visita del sovrano nel periodo natalizio.
Scene di Vita Quotidiana e Tradizione Popolare
Il presepe napoletano raggiunse il suo più alto splendore, trasformandosi in una nuova forma di spettacolo. Al suo interno troviamo spaccati di vita quotidiana che riflettono la cultura dell’epoca: gli storpi e i diseredati rappresentati non senza sarcasmo, l’opulenza dei nobili orientali e delle loro corti a simboleggiare i privilegi, e l’osteria con l’avventore e l’oste a rappresentare la bonomia del popolo. Tutto ciò era reso con una ricchezza inaudita, attraverso sete e stoffe, gioielli, ori e argenti che dovevano dimostrare lo status socio-economico delle famiglie.
I luoghi di queste rappresentazioni non furono solo le chiese, ma anche le stanze dei privati, chiaramente i più facoltosi, che attiravano un pubblico numeroso di ogni estrazione sociale. Tra le collezioni private più importanti, si ricordano quella del principe Emanuele Pinto, che ricevette perfino la visita della Viceregina austriaca, e il principe di Ischitella, anch'egli un grande collezionista che esponeva presepi di ogni materiale in ogni stanza del suo palazzo, sommandoli a quello principale. Il Napoli-Signorelli ci descrive la magnificenza del corteo dei Re Magi in questi presepi.
A San Martino, sul Colle Sant’Elmo, fu istituito un museo per custodire rarità artistiche e intere scene della Natività, divenute oggetto di studi e ricerche. Il Museo del Presepio della Certosa di San Martino è un punto di riferimento per ammirare molti capolavori di quest’arte, dove i confini della grotta si sono ampliati fino a rappresentare il mondo profano esterno: taverne, banchi delle carni, dei salami, dei formaggi, della frutta e verdura, della pescheria, del panettiere, ecc.
Il presepe napoletano divenne "il Vangelo tradotto in dialetto partenopeo", come affermò Michele Cuciniello, il collezionista napoletano che fece dono al Museo di San Martino della sua collezione di pastori, animali e accessori del XVII e XIX secolo. Per l’occasione, Cuciniello ideò e fece costruire nel museo uno splendido presepe, inaugurato con grande successo il 28 dicembre 1879.
Declino e Trasformazione
Nella prima metà dell’Ottocento, la moda e la passione per i presepi tramontarono. Il presepe stava perdendo la sua sacralità e misticità per trasformarsi sempre più in una rappresentazione profana, diretta ad affermare il prestigio della famiglia. Alla fine del secolo, le collezioni private incominciarono a smembrarsi, come testimoniato da Napoli-Signorelli. Lo stesso principe Emanuele Pinto fu costretto ad impegnare i gioielli dei Re Magi e gli ori delle popolane per far fronte a una momentanea carenza di liquidità.
Cinque curiosità da scoprire sul presepe napoletano
La Vita Quotidiana all'Epoca della Natività: Informazioni sul Contesto
Per comprendere appieno l'ambientazione dei presepi e la vita della Sacra Famiglia, è utile conoscere il contesto quotidiano dell'epoca, che in gran parte rifletteva quello delle regioni come la Galilea e la Giudea, inclusa Nazaret e Betlemme.
Clima, Agricoltura e Insediamenti
L’estate in quelle regioni era calda e secca, mentre l’inverno era umido. Le prime piogge irroravano il terreno cotto dal sole in ottobre/novembre. D’inverno a Gerusalemme poteva nevicare, mentre a Gerico, distante una trentina di chilometri, il clima rimaneva più mite. Città e villaggi sorgevano vicino a fiumi, sorgenti o pozzi, in grado di fornire acqua per tutto l’anno. Venivano coltivati fagioli, lenticchie, orzo, grano, miglio, spelta, lino, papiro, cinnamomo, cumino, aneto, issopo e senape.

Abitazioni e Arredamento
Le case erano costruite con mattoni di fango piuttosto grandi (circa 53x25x10 cm), fabbricati con stampi di legno. La maggior parte dei mattoni veniva seccata al sole cocente; quelli cotti nelle fornaci, più resistenti, erano usati per le fondamenta. Sulle alture, dove si disponeva di calcare e basalto, e in alcune zone con sedimenti di arenaria, si usavano pietre grossolanamente squadrate per le fondamenta, su cui si erigevano muri di pietre o mattoni di circa 90 cm di spessore. Le finestre, a causa del clima, erano poche, piccole e collocate in alto.
Il tetto era costruito con travi che andavano da una parete all’altra ed erano collegate tra loro da travicelli. Il legno usato dai poveri era il sicomoro; i ricchi utilizzavano travi di cipresso o di cedro. Le case più importanti, dei mercanti e dei ricchi, potevano avere al loro interno un patio con giardino o, a volte, una cupola che poggiava su pilastri robusti. Alcune case avevano un piano superiore, accessibile con una scala esterna. Il tetto era una parte molto importante della casa e i poveri vi accedevano con una scala a pioli addossata al muro.
Non esisteva un focolare vero e proprio; il fuoco ardeva sotto le ceneri in un buco scavato nel terreno, e non c'erano camini. In una nicchia del muro, o su un sostegno, ardeva sempre una lampada, al lato opposto della porta, per illuminare il buio. Il pozzo, circoscritto da un basso muretto, era munito di un’asta basculante che facilitava l’attingere acqua, e una vasca era a fianco del pozzo per abbeverare il bestiame. I punti di ricovero per i forestieri (caravanserragli) erano costruzioni quadrangolari a porticato aperto, con un secondo piano su un solo lato, dotato di alcune stanze. Il letto era un sottile materasso di lana disteso a terra ogni sera e riposto al mattino. Le coperte erano preziose, e la coperta dei più poveri era il mantello.
Alimentazione e Usanze Sociali
Di stoviglie vi era gran quantità e varietà. Il pane era l’alimento base, e quello di farina d’orzo era probabilmente il più comune. Il burro era conosciuto ma non molto usato a causa del clima. Non si poteva mangiare carne di ruminante con l’unghia divisa, e il porco era proibito. La carne doveva essere dissanguata e non poteva essere cucinata né mangiata insieme al latte. Come dolcificante veniva usato il miele di api selvatiche o uno sciroppo ottenuto dall’ebollizione di datteri e carrube. Il sale (salgemma o ottenuto per evaporazione) era usato per condimento e soprattutto per la conservazione tramite salatura. Le bevande più usate erano il latte di capra, il succo d’uva (al tempo della vendemmia) e il vino.
I pasti della giornata erano due: a mezzogiorno, durante il lavoro, uno spuntino di pane, olive e frutta; la giornata finiva al tramonto, quando tutta la famiglia si riuniva per il pasto principale. Il lavoro nei campi, fonte essenziale di sostentamento, era riservato soprattutto agli uomini. I bambini giocavano, e il sabato gli adulti non potevano compiere i lavori usuali. I giochi dei bambini non sono cambiati di molto: disponevano di giocattoli rumorosi come sonagli, raganelle e zufoli. Si giocava a dama, dadi (piramidi a quattro facce), scacchi, ludo, mancala, solitario. Erano popolari biglie, birilli, giochi di lancio con palle di cuoio, e il tiro in buca di pietre da diverse distanze. Piccoli e grandi maneggiavano fionde e sassi. La musica e la danza hanno sempre fatto parte della vita dell’uomo, con strumenti a corda, a fiato (fatti con canna, legno, osso, muniti di ancia) e a percussione.
Famiglia, Nascita e Sepoltura
La famiglia era di tipo patriarcale, e una famiglia numerosa era segno della benedizione di Dio. Le ragazze imparavano i mestieri domestici dalla madre. Il neonato veniva lavato e frizionato con sale per irrobustire la pelle, quindi avvolto in un panno quadrato e poi fasciato con bende che serravano anche le braccia. Diverse volte al giorno veniva lavato, massaggiato con olio d’oliva e cosparso con polvere di foglie di mirto. La vita terrena si concludeva con la sepoltura, che avveniva in aperta campagna, in fosse poco profonde, con un muretto tutt'intorno e una lastra di pietra al di sopra.
Abbigliamento
L'abbigliamento tipico comprendeva:
- Una camicia o tunica di lana o di lino, fatta con un lungo pezzo di stoffa piegato al centro e cucito ai lati con l’apertura per la testa e le braccia. Quella dell’uomo arrivava al polpaccio ed era colorata di solito in rosso, giallo, nero o a strisce. Quella della donna scendeva fino alle caviglie ed era spesso blu.
- Una sopravveste in lana spessa o mantello per ripararsi dal freddo. Questo indumento era confezionato con due pezzi di stoffa, spesso a strisce chiare e nere, uniti tra loro, cuciti sulle spalle e aperti ai lati.
- Un copricapo per proteggere dal sole anche il collo e gli occhi. Di solito si usava un pezzo di stoffa quadrato, sistemato con la piega sulla fronte. Un cerchio di lana intrecciata lo teneva fermo sulla testa, mentre le estremità proteggevano il collo.
- Le calzature. Molti poveri andavano a piedi nudi. Comunque, le calzature normali erano i sandali, fermati da lacci di pelle che passavano tra l’alluce e il secondo dito ed erano avvolti e fermati attorno alla caviglia. La suola doveva essere per lo più di foglia di palma o di giunco, piuttosto leggera e in alcuni casi di cuoio.
Apparentemente, salvo la lunghezza e il colore della tunica, uomini e donne vestivano in modo simile, ma qualche differenza doveva pur esserci, se la legge di Mosè vietava agli uomini di vestire come le donne e viceversa. Le pelli di animali venivano a volte trasformate in camicie o mantelli per i più poveri, mentre i ricchi usavano tessuti, anche finissimi, di lino o cotone. Queste note stringatissime offrono un’idea del contesto del Presepio orientale.
Simbolismo e Personaggi del Presepe Napoletano
Una caratteristica distintiva del presepe napoletano è la presenza di personaggi simbolici, spesso legati alla smorfia napoletana per il gioco del lotto:
- Benito, il pastore indolente che gli angeli devono svegliare per avvertirlo della nascita di Gesù, è associato al numero 57.
- L’oste Cicci Bacco, che richiama l’eucaristia per il pane e il vino, ha avuto attribuito il numero 45.
- Il pescatore, simbolicamente "pescatore di anime", è legato al numero 81.
- Un’altra statuina è il monaco, figura dissacrante che unisce il sacro e il profano, contraddistinto dal numero 37.
- Non manca la meretrice, antitetica alla purezza della Vergine, contraddistinta dal numero 78.
- La maschera napoletana, Pulcinella, a cui è stato attribuito il numero 75.
- Infine, i Re Magi, guidati dalla stella cometa fino alla grotta, anch'essi con la loro simbologia cristiana del presepe.

La Natività di Caravaggio: Un Capolavoro Scomparso
Concludiamo con una breve digressione sulla Natività di Caravaggio, un’opera splendida trafugata nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai ritrovata. In quest'opera, l’artista espresse tutta la drammaticità dell’avvenimento con un gioco magistrale di luci e colori, che l'aveva dipinta circa 350 anni prima del furto. È stato possibile riprodurla attraverso fotografie o copie realizzate da altri pittori prima del trafugamento.
Ogni personaggio è rappresentato in atteggiamento spontaneo. San Francesco, vestito con un saio marrone, adora il Bambino, adagiato sulla paglia. Il volto del Bambino e quello della madre sono illuminati da un raggio di luce proveniente dall’alto. Accanto a San Francesco, di spalle, è posto San Giuseppe, piegato sulle ginocchia e avvolto in un mantello verde, che sembra dialogare con un frate raffigurato dietro San Francesco, inghiottito dal buio. A sinistra è posto San Lorenzo, al cui oratorio era dedicata l’ancona. Accanto a San Lorenzo è visibile a stento solo la testa del bue. Sono tutte persone emarginate, che forse l’artista aveva notato nella Kalsa, l’antico mercato arabo al centro di Palermo, brulicante di gente in un caotico disordine.