Predicazione nella Chiesa: Differenze tra Sacerdoti e Laici e la Riforma del Ministero

Le dinamiche e le aspettative all'interno della comunità ecclesiale sono spesso oggetto di riflessione e talvolta di preoccupazione. Due lettere, emblematiche di queste inquietudini, mostrano come problematiche apparentemente simili possano essere percepite da angolazioni diverse. Una lettera firmata esprime profonda tristezza e amarezza per l’assenza dei parroci, soprattutto nei confessionali, e per la loro presunta inclinazione al non ascolto. L'autrice osserva che i parroci «sembrano essere presi dalla fretta, dalla pigrizia e indolenza». Pur riconoscendo l'importanza della Messa, ella sente «tanto bisogno di presenza da parte dei preti che, ahimè, vedo sempre più diminuire».

Per lei, il parroco «è colui che deve spingere ad andare in chiesa, a sposarsi in chiesa» ma, al contrario, «alcuni fanno di tutto per farti scappare dalla chiesa». La sua speranza è quella di «vedere più zelo nell’attirare a Dio da parte di alcuni sacerdoti», concludendo con l'affermazione di amare Dio e gli uomini e di comprendere che «sacerdoti e non, sbagliamo tutti».

Un'altra prospettiva giunge da un «sacerdote molto stagionato, che ha passato i 90», il quale, ragionando «come quelli dei tempi andati», si sfoga sul disimpegno della gioventù. Egli lamenta che «tutta la nostra gioventù non va più in chiesa, non si confessa, non ha leggi morali da osservare». Per i giovani, «tutto è lecito» per quanto riguarda il rapporto con Dio. Il sacerdote attribuisce la «prima colpa, io penso, è dei loro genitori, disimpegnati, che hanno lasciato correre...».

Queste due testimonianze, pur nelle loro apparente contrapposizione, rivelano un problema comune, visto da angolazioni diverse, con esigenze e richieste differenti. Entrambi i firmatari «hanno ragioni da vendere, perché parlano per esperienza e non per sentito dire», e si aspettano un cambiamento da parte della controparte. Forse è proprio in questo spazio tra parroci e parrocchiani, tra pastori e fedeli, che «qualcosa si è incrinato» o «addirittura forse spezzato».

illustrazione di due persone, un sacerdote e una laica, che si parlano ma con un muro invisibile tra loro, simbolo di incomprensione

La questione non è solo attuale, ma ha radici nel passato, coinvolgendo sia i genitori delle nuove generazioni che i preti formati anni fa. Tuttavia, «senz’altro, ora molto più di allora: perché il mondo è cambiato, anche quello religioso», diventando semplicemente diverso. Da questa consapevolezza, forse, conviene ripartire, «con tutte le nostalgie e le rivendicazioni del caso, ma con fiducia in Dio».

C’è forse bisogno di «rifare un patto tra credenti, tra chi ha il ministero della conduzione di una comunità e chi dovrebbe esserne comunque corresponsabile e non mero utente di servizi religiosi». Ciò implica che ognuno impari «a conoscere e a stimare l’altro: le sue esigenze e le sue risorse», impegnandosi tutti ugualmente a «testimoniare il regno di Dio». Questo non è «solo questione di anagrafe parrocchiale, ma di adesione a Cristo con la vita intera».

Definire l'Identità Presbiterale: Dal "Prete Sacrale" al "Prete Secolare"

Il termine "prete secolare", di per sé, è una formula tecnica usata nel Diritto canonico per distinguere i preti che fanno parte del presbiterio diocesano da quelli inseriti in un ordine religioso. Tuttavia, è possibile intravedere un senso assai più profondo e intrigante in questa espressione.

Un prete secolare è «nel mondo ma non del mondo», per citare le parole di Gesù in Giovanni 17,16. Egli è dunque «un prete presente alla storia e, insieme, testimone di una maniera singolare di abitarla». Questo implica una «maniera alternativa di rappresentare e di attuare l’identità presbiterale, rispetto alla figura del “prete sacrale”» che si è affermata nell’epoca della cristianità.

Il “prete sacrale” è il modello del “sacerdote” come uomo del sacro; «una sorta di essere angelicato sospeso tra cielo e terra, custode di riti arcaici, depositario di tradizioni immutabili e maestro di dottrine indiscutibili». Ma se la perfezione della fedeltà allo stile di Gesù - lo stile dell’incarnazione - fosse proprio da ricercare nell’esperienza di chi si impegna a portare avanti il corso ordinario della vita secondo l’ispirazione evangelica? Questa prospettiva aprirebbe dibattiti non solo sull’obbligo del celibato ecclesiastico, bensì, a mio avviso, anche l’impedimento per le donne di accedere al ministero ordinato.

La riflessione attuale si concentra sul ripensare la figura del presbitero guardando nella direzione del “prete secolare”, verificando quanto ciò sia possibile già adesso, con le attuali disposizioni dottrinali e canoniche. L'attenzione si concentra in particolare su due punti: lo stile testimoniale del presbitero per una Chiesa in uscita e la relazione presbiteri-laici fra clericalismo e corresponsabilità.

La Visione di Papa Francesco per il Sacerdozio

Nel magistero di Papa Francesco dedicato alla figura del prete, non si trova una preoccupazione di offrire una definizione dottrinale e sistematica del presbitero secondo la prospettiva cattolica. Questo, tuttavia, «non rende affatto l’insegnamento di Francesco semplicemente aneddotico, improvvisato», nonostante le critiche. Il suo approccio si concentra sullo stile presbiterale, riassunto in due triadi concettuali.

Lo Stile del Presbitero: Cercare, Includere, Gioire

La prima triade richiama le forme dello stile presbiterale: cercare, includere, gioire. Quando Papa Francesco parla della Chiesa in uscita, non propone «un’etichetta da appiccicare su di un contenitore, senza cambiare in nulla il suo contenuto». Il movimento dell’uscire dovrebbe caratterizzare l’essere e l’agire del prete. «Se il pastore non rischia, non trova. [Il pastore] non si ferma dopo le delusioni e nelle fatiche non si arrende; è, infatti, ostinato nel bene, unto della divina ostinazione che nessuno si smarrisca».

Per questo, il pastore «non solo tiene aperte le porte, ma esce in cerca di chi per la porta non vuole più entrare». Egli è «sempre in uscita da sé. L’epicentro del suo cuore si trova fuori di lui: è un decentrato da sé stesso, centrato soltanto in Gesù». Questa immagine, sebbene abbia suscitato commenti ironici, non è banale. Ricorda che per i presbiteri «non basta più assumere l’atteggiamento delle sentinelle, che, rimanendo dentro la fortezza, osservano dall’alto e giudicano ciò che accade attorno».

I pastori «con l’odore delle pecore» sanno che l’uscita non è un’occhiata curiosa senza coinvolgimento, né una strategia di proselitismo per riportare tutti dentro tramite strategie di proselitismo. Oggi, culturalmente e socialmente, tende a ottenere più approvazione la scelta dell’escludere piuttosto che quella dell’includere. Per l’immaginario collettivo, spesso l’altro «sembra avere il volto minaccioso dell’antagonista o addirittura del nemico, piuttosto che il volto promettente dell’alleato o del fratello». Secondo Papa Francesco, il presbitero prima di tutti dovrebbe sentirsi chiamato a questo atto di fiducia.

Cei, Papa Francesco:"Sacerdote, uomo di forte appartenenza al Signore, alla Chiesa, al Regno"

«Il sacerdote di Cristo è unto per il popolo, non per scegliere i propri progetti, ma per essere vicino alla gente concreta che Dio, per mezzo della Chiesa, gli ha affidato. Nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua preghiera e dal suo sorriso. Con sguardo amorevole e cuore di padre accoglie, include e, quando deve correggere, è sempre per avvicinare; nessuno disprezza, ma per tutti è pronto a sporcarsi le mani. Il Buon Pastore non conosce i guanti. Ministro della comunione che celebra e che vive, non si aspetta i saluti e i complimenti degli altri, ma per primo offre la mano, rigettando i pettegolezzi, i giudizi e i veleni. Con pazienza ascolta i problemi e accompagna i passi delle persone, elargendo il perdono divino con generosa compassione. Non sgrida chi lascia o smarrisce la strada, ma è sempre pronto a reinserire e a comporre le liti».

L'incontro per testimoniare la buona notizia della salvezza, per non rimanere superficiale, «deve accadere sempre volta per volta, e volto per volto».

La gioia del Buon Pastore «non è una gioia per sé, ma è una gioia per gli altri e con gli altri, la gioia vera dell’amore». Questa è anche la gioia del sacerdote. Egli «viene trasformato dalla misericordia che gratuitamente dona». Per questo «è sereno interiormente, ed è felice di essere un canale di misericordia, di avvicinare l’uomo al Cuore di Dio».

In secondo luogo, è una gioia «incorruttibile», perché il suo fondamento «non è legato ad uno stato d’animo, ma al dono di un’unzione che penetra fino alle ossa», ed è frutto del rimanere in comunione con Cristo (cf. Gv 16,22). Infine, è una gioia «missionaria», che si esprime in particolare quando il prete «sta in mezzo al Popolo di Dio per annunciare e confermare, per benedire e consolare».

Le Condizioni dello Stile Sacerdotale: Pregare, Camminare, Condividere

La seconda triade puntualizza le condizioni che rendono possibile questo stile: pregare, camminare e condividere. Papa Francesco insiste sul fatto che «il prete non ha bisogno di cercare una spiritualità diversa da quella che prende forma nell’esercizio del ministero», come se il servizio fosse solo una funzione da cui attingere esternamente la linfa vitale. Cadere in questa trappola porta a passare da un metodo spirituale all’altro, rischiando di diventare «pelagiani», ossia confidare più sulle tecniche che sulla grazia.

Il dono e il compito di presiedere l’Eucaristia definisce maggiormente il ministero del presbitero, pur non esaurirlo. «Un prete non è mai “arrivato”. Resta sempre un discepolo, pellegrino sulle strade del Vangelo e della vita, affacciato sulla soglia del mistero di Dio e sulla terra sacra delle persone a lui affidate. Mai potrà sentirsi soddisfatto né potrà spegnere la salutare inquietudine che gli fa tendere le mani al Signore per lasciarsi formare e riempire. Perciò, aggiornarsi sempre e restare aperti alle sorprese di Dio!»

La fede cristiana prende sul serio il “da dove” veniamo, la memoria. Tuttavia, questo «non significa ridurre la Tradizione ad un museo immutabile da conservare e da restaurare».

«La vita presbiterale non è un ufficio burocratico né un insieme di pratiche religiose o liturgiche da sbrigare». Si è parlato tanto del “prete burocrate”, che è «chierico di Stato» e non pastore del popolo. Gesù interpella i suoi ad «essere memoria» di un amore che è novità, e che «non ammette di essere soltanto predicata, ma richiede prima ancora di essere praticata».

Solo una vita con il sapore di una dedizione «sino alla fine» è in grado di mostrare in maniera credibile la forma di un’esistenza secondo l’intenzione di Dio. Non basta ripetere retoricamente che il ministro ordinato è un «alter Christus». Il tema del condividere si riallaccia a quello del pregare: affinché la vicinanza del presbitero sia testimonianza efficace della presenza di Cristo, «è indispensabile che il prete si lasci sul serio definire e plasmare da quel mistero più grande, che gli viene incontro ogni volta nel memoriale dell’eucaristia».

Presbiteri e Laici: Corresponsabilità e Superamento del Clericalismo

È fondamentale considerare il rapporto tra presbiteri e laici nell’ambito della comunità ecclesiale. La Lumen gentium ispira la prima sottolineatura, che riguarda la comune vocazione battesimale, la quale unisce profondamente i ministri ordinati e i fedeli laici. «La nostra prima e fondamentale consacrazione affonda le sue radici nel nostro battesimo. Nessuno è stato battezzato prete né vescovo. Ci hanno battezzati laici ed è il segno indelebile che nessuno potrà mai cancellare. Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è un’élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formano il Santo Popolo fedele di Dio».

rappresentazione della comunità ecclesiale come un unico corpo con diverse membra (sacerdoti, laici, religiosi) che collaborano

I rischi e le deformazioni a cui Francesco si riferisce trovano nel clericalismo una sintesi emblematica. Il risvolto più problematico di questo fenomeno patologico è la «rimozione della consapevolezza che “la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio” (cf. Lumen gentium, n. 9-17)». L’esercizio della presidenza autorevole, che spetta ai vescovi e ai presbiteri, implica di per sé il compito di abilitare e discernere un’attività testimoniale, la quale «richiede di essere portata avanti da una molteplicità di soggetti».

Il Vaticano II ha chiesto con forza il superamento del modello della supplenza. Papa Francesco, inoltre, rimarca che la collaborazione e la corresponsabilità non si riferiscono solo all’impegno nella catechesi, nell’animazione liturgica o nell’attività caritativa. Un’altra maniera ancora più fondamentale di essere corresponsabili della missione della Chiesa è quella che si gioca nell’impegno di testimonianza evangelica che ognuno vive al di beyond degli ambienti strettamente ecclesiali: «in famiglia, nella scuola, sul lavoro, nelle varie forme della vita civile, nel tempo a disposizione».

«Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana; su come, nella sua attività quotidiana, con le responsabilità che ha, s’impegna come cristiano nella vita pubblica».

In fondo, il limite principale del clericalismo è presumere che «l’evangelizzazione e l’umanizzazione costituiscano di per sé due realtà destinate a nascere e a rimanere distinte». Papa Francesco, nel capitolo quarto di Evangelii gaudium (n. 87), cerca di superare questo limite. Per Francesco, la missione evangelizzatrice non solo fa spazio alla dimensione umanizzante, ma «la implica in modo costitutivo». Da questo punto di vista, si può affermare che «l’evangelizzazione autentica è umanizzazione integrale, nel senso più profondo di questa espressione».

La Competenza Teologica nella Presidenza Pastorale

Ancora oggi, sono diffusi due pregiudizi: una concezione intellettualistica della teologia e una visione attivistica della pastorale. Un esercizio della teologia privo della sua dimensione pastorale (o ecclesiale) rischierebbe di ridursi «alla costruzione artificiosa di un sistema chiuso in sé stesso». Parallelamente, «un’attuazione della pastorale che fosse privata della sua dimensione teologica finirebbe di esaurirsi in una pura ripetizione di operazioni» usurate.

L’epoca attuale sollecita «a investire risorse qualificate di intelligenza e di impegno per attivare una testimonianza che interpella, inquieta, suscita domande e alimenta speranze». Mettersi a servizio come ministri ordinati di questo dinamismo di uscita richiede «l’acquisizione di una competenza nel campo del sapere teologico, che sia adeguata al compito della presidenza ecclesiale». Questa competenza non è, di norma, quella specialistica del teologo di professione. Un ministro ordinato capace di operare l’incontro tra Scrittura e cultura eserciterà la sua presidenza, venendo riconosciuto «come punto di riferimento autorevole per raccogliere e interpretare la provocazione più formidabile, che la nostra epoca lancia al compito dell’evangelizzazione».

Questo presbitero deve saper riconoscere «con realismo non solo gli inconvenienti, ma anche le buone possibilità che ogni momento storico offre per l’annuncio e l’accoglienza del Vangelo». P. Sequeri afferma che «la teologia dunque non è la fede dei sapienti: è, più semplicemente, il sapere dei credenti. In questo senso si può certamente dire che la fede, in quanto implica un sapere formulabile ed argomentabile, è incoativamente “teologica”».

Predicazione nella Chiesa: Ruoli e Distinzioni tra Laici e Sacerdoti

Nella Chiesa, la predicazione è un elemento essenziale della missione evangelizzatrice, ma i ruoli e le modalità differiscono tra sacerdoti e laici, con specifiche normative canoniche che ne regolano l'esercizio. A tutti i fedeli viene richiesto di testimoniare il vangelo. Questo avviene in diverse situazioni, sia in una chiesa, in un luogo di culto, in una casa o in una piazza.

Il Ruolo dell'Omelia e la sua Specificità Liturgica

Fin dall’antichità, la predicazione è stata al centro dell’annuncio del regno di Dio e del mistero pasquale, basandosi sull'effusione dello Spirito Santo (Lc 24,49; Gv 14,25‑26; 16,12‑14; At 1,4‑8). Questo mandato apostolico di predicare e «fare discepoli in tutte le nazioni» è stato dato da Gesù a coloro che aveva scelto.

Il legame indissolubile tra la proclamazione della Parola di Dio nella messa e l'Eucaristia è sottolineato. I fedeli sono «al tempo stesso nutriti dalla tavola della Parola di Dio e della tavola del corpo del Signore» (SC 48). L’omelia liturgica, in particolare, è riaffermata come «parte integrante della liturgia e momento culminante della Parola di Dio» (can. 767 § 1). Essa deve nutrire spiritualmente i fedeli, esplicando la Parola di Dio contenuta nelle letture. L'omelia è obbligatoria in tutte le liturgie domenicali e nei giorni festivi.

Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che il compito di predicare è un dovere proprio dei pastori della Chiesa, e che i presbiteri e i diaconi sono idonei ad esercitarlo, anche in chiese e oratori altrui. La responsabilità di nutrire il popolo di Dio con la Parola durante l’omelia ricade sui pastori (can. 767 § 4; cfr. can. 528). La natura stessa dell'omelia rende questo genere specifico di predicazione proprio dei chierici e non dei membri laici del popolo di Dio. Si tratta di una responsabilità che «incute timore».

La Predicazione dei Laici: Possibilità e Limiti Canonici

La questione non è se i laici, in determinate circostanze, possano essere chiamati a predicare, poiché questa possibilità esiste ed è prevista precisamente dai canoni (can. 766). La riflessione, invece, riguarda la differenza fra la predicazione clericale e quella dei laici, che non è dovuta a «capriccio, anche se non lo è affatto».

Il Decreto sull’apostolato dei laici (AA 6) afferma: «Di tale ufficio e carisma i laici non sono in alcun modo privi, in quanto sono fatti partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo e perciò hanno la loro parte molto importante da compiere, per essere “cooperatori... verità” (3 Gv 8)».

I documenti del Concilio Vaticano II (Lumen gentium, n. 28; Christus Dominus, n. 15; Presbyterorum ordinis, n. 4) e la Lumen gentium (n. 28) sottolineano che «il compito di predicare il vangelo» spetta innanzitutto ai vescovi e ai presbiteri, non solo durante la messa, ma anche nelle missioni popolari e nei giorni festivi. L’Eucaristia è considerata come «fonte e culmine della vita cristiana» (LG 11).

Il Codice di Diritto Canonico del 1983 (cann. 762-772) ha stabilito con chiarezza che l’omelia è riservata al sacerdote o al diacono. Il Directory for Homiletics (n. 25) ribadisce che «l’omelia è un genere specifico di predicazione riservato al clero». La motivazione non è data dalla loro maggiore competenza, ma dalla loro natura sacramentale. La possibilità per i laici di tenere l'omelia non è considerata un ampliamento del loro stato, ma «un privilegio eccezionale» in circostanze particolari, richiedendo «disposizioni della locale conferenza episcopale». Ciò può avvenire in caso di «mancanza di ministri sacri o per esigenze linguistiche oppure una particolare competenza». Tuttavia, il Directory ammonisce: «Concedere l’omelia a un laico non sarebbe né un vantaggio per i fedeli né un’autentica promozione dei laici» (art. 25).

In sintesi, mentre il compito di annunciare la Parola di Dio spetta a tutti i fedeli per mezzo del battesimo (can. 756 § 2), e l’apostolato dei laici si manifesta nel «testimoniare Dio» (Mt 5,16), di norma la predicazione liturgica e omiletica è riservata al clero. Questo significa che tutti i fedeli hanno il compito di predicare il Vangelo, anche alla stregua di San Francesco d’Assisi, attraverso l'esempio della loro vita.

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