Plutarco di Cheronea fu uno degli scrittori più prolifici e una delle figure di maggior rilievo tra i prosatori del I secolo d.C., ammirato per la vastità dei suoi interessi e la mole delle sue opere. Il suo pensiero influenzò innumerevoli autori e pensatori, da Michel de Montaigne a Francesco Petrarca, e la sua fortuna perdura fino ai giorni nostri.
La Vita di Plutarco: Tra Cheronea, Atene e Roma
Plutarco nacque a Cheronea, in Beozia, attorno al 50 d.C. (secondo altre fonti, tra il 45 e il 50 d.C.), da una famiglia agiata e colta, legata alle antiche tradizioni. Le notizie sulla sua vita derivano in massima parte da riferimenti autobiografici presenti nelle sue stesse opere, a eccezione di qualche indicazione sparsa proveniente dal lessico Suda. Si suppone che il padre sia identificabile con uno degli interlocutori del De sollertia animalium, un certo Autobulo, anche se la maggior parte degli studiosi ritiene indimostrabili tali ipotesi.

Gli anni della sua giovinezza furono dedicati agli studi. Si stabilì ad Atene intorno al 60 d.C., dove frequentò la scuola del filosofo platonico Ammonio, divenendone il più brillante discepolo. Qui imparò ad ammirare Platone e si formò una solida cultura filosofica, scientifica, storica e letteraria, studiando retorica, matematica e filosofia platonica. Nel 66 d.C. Plutarco aveva circa vent’anni, quando l'imperatore Nerone si recò in visita in Grecia, verso il quale fu sostanzialmente benevolo, probabilmente poiché l'imperatore aveva esentato la Grecia dai tributi. Nello stesso periodo, si pensa abbia acquisito la cittadinanza ateniese e che sia entrato a far parte della tribù Leontide. Tornato ad Atene, fu nominato arconte eponimo, sovrintendente all'edilizia e ambasciatore presso la provincia romana di Acaia.
Plutarco compì numerosi viaggi: si recò ad Alessandria, a Corinto, a Sparta, Tespie, Tanagra, Patre, Delfi e visitò l'Asia, tenendo conferenze a Sardi e ad Efeso. Successivamente, si recò anche in Italia e soggiornò a Roma, presso la corte imperiale, dove strinse amicizia con importanti uomini politici e filosofi. Nonostante non conoscesse bene il latino - un suo grande rammarico, come riportato nella Vita di Demostene -, tenne molte lezioni ed ebbe il sostegno delle autorità, divenendo presto un convinto sostenitore della politica estera romana.
Durante il suo soggiorno romano, gli venne concessa la cittadinanza romana, assumendo il nomen di Mestrio in onore del suo amico Lucio Mestrio Floro, console e proconsole d'Asia. Conobbe a Roma anche il filosofo e retore greco Favorino di Arelate. Grazie all’imperatore Traiano ottenne la dignità consolare e sotto Adriano gli fu conferita la carica di legatus Augusti (ambasciatore) in Grecia.
Nonostante gli impegni politico-amministrativi e i numerosi viaggi, Plutarco trascorse la maggior parte della sua vita nella sua patria, in Beozia. Passata la quarantina, ritornò definitivamente a Cheronea, dove si dedicò agli affetti familiari - molto importanti per lui, avendo allevato personalmente i suoi cinque figli con la moglie Timossena -, agli studi letterari, alla ricerca antiquaria e alle conversazioni filosofiche con amici e discepoli. A Cheronea ricoprì anche le cariche di arconte eponimo, sovrintendente dell’edilizia pubblica e telearco, con mansioni di funzionario di polizia. Plutarco amava la sua patria e desiderava restarvi, affinché essa, che già era un piccolo borgo, non diventasse ancora più piccola e insignificante senza la sua presenza. Morì intorno al 127 d.C., all'età di circa ottant'anni, anche se Eusebio indica il 119 d.C. come possibile data di morte.

Il Sacerdozio di Apollo a Delfi
Molto significativa e sentita fu la sua carica di sacerdote nel santuario di Apollo a Delfi, alla quale fu eletto intorno al 90 d.C. In questo ruolo, che esercitò per circa un ventennio insieme a un altro collega, Plutarco ricoprì anche altre cariche minori, come quella di arconte. Si dice che sua moglie Timossena, una donna colta e di grande virtù, molto legata al marito, lo affiancò nelle pratiche liturgiche che il suo ruolo di sacerdote gli imponeva.
Il santuario di Delfi, che fino a poco tempo prima era stato un importante centro per la vita religiosa della Grecia, all’epoca si trovava in una fase di inarrestabile decadenza. Plutarco, uomo di spirito profondamente religioso, dedicò tutte le sue cure e i suoi sforzi alla rinascita del tempio. Grazie anche all’intervento dei Romani, il santuario conobbe effettivamente una grande ripresa. Per Plutarco, il santuario di Apollo rappresentava il simbolo di una religiosità semplice e tradizionale, caratterizzata da feste e riti. Egli non avvertì mai come irriducibile o traumatica la contrapposizione tra la ricerca razionale e la devozione sincera.

Le Opere di Plutarco
Plutarco fu uno scrittore estremamente prolifico, con una produzione monumentale che, secondo il "Catalogo di Lampria" (erroneamente attribuito al figlio e riportante 227 titoli, ai quali se ne aggiungono altri 33), ammonta a circa 260 opere. Non tutte sono autentiche, ma la maggior parte sì. Purtroppo, a noi è pervenuto solo circa un terzo della sua produzione, con 83 opere integre (in 87 libri) e 144 opere perdute (in 191 libri).
PLUTARCO – LA VITA E L’OPERA
Le "Vite Parallele" (Βίοι παράλληλοι)
Le "Vite Parallele" sono la sua opera più famosa, composta nella maturità, all’incirca tra il 96 e il 120 d.C. La biografia, come genere autonomo, si sviluppò a partire dal IV secolo a.C., e gli studiosi distinguono tra la biografia peripatetica - elaborata, dedicata a uomini di stato e condottieri, nella quale si inserisce Plutarco - e la biografia alessandrina - più schematica e disadorna, incentrata su scrittori e pensatori. Le "Vite Parallele" consistono in cinquanta biografie di uomini illustri del mondo greco e romano, delle quali quarantacinque sono ordinate in ventitré coppie. L'originalità plutarchea risiede proprio in questo accostamento, dove alla biografia di un personaggio greco (es. Teseo, Alessandro Magno, Pericle, Licurgo) viene affiancata quella di un romano (es. Romolo, Giulio Cesare, Fabio Massimo, Numa Pompilio). Questo dimostra sia come l'Ellade avesse prodotto valenti uomini d'azione, sia come i Romani non fossero tutti barbari. L'unica eccezione è rappresentata dalla vita del persiano Artaserse, il quale figura anche tra le quattro vite singole pervenuteci, insieme ad Arato, Galba e Otone. Queste ultime due facevano parte di una serie di vite singole di imperatori ("Vite dei Cesari"), che si configurano come un ibrido tra biografia e annalistica. La coppia databile è quella di Lisandro e Silla; per le biografie di Alessandro e Cesare si crede che siano tra le più tarde, datate tra il 110 e il 115 d.C.
Plutarco intendeva presentare, attraverso le biografie di personaggi esemplari, modelli etici di comportamento cui tutti potessero uniformarsi, con una forte implicazione religiosa. Come egli stesso afferma all'inizio delle Vite di Alessandro e Cesare: «Io non scrivo un’opera di storia ma vite». Il suo intento era prettamente biografico, concentrandosi sull'interesse per il personaggio, l'uomo e il suo carattere (l'ethos), piuttosto che sulle imprese famose (le praxeis). Ogni personaggio viene trattato dalla nascita (con studi e attitudini) fino all'età adulta e alla fine della sua vita. Da qui la moltitudine di aneddoti, episodi e detti che costellano i suoi racconti, utili a delineare le virtù e i vizi. Sebbene non fosse il suo obiettivo primario essere storiografo, le sue biografie contengono molte informazioni utili alla ricerca storiografica, fornendo notizie fondamentali senza distorcere la realtà, ma interpretando i fatti in base ai suoi interessi etici e alla sua impostazione morale. Quasi tutte le coppie biografiche si chiudono con un confronto riassuntivo finale (synkrisis), che tende a trovare similitudini o divergenze tra i personaggi. In alcuni casi, come nel parallelo tra Demetrio e Antonio, Plutarco presenta modelli negativi, offrendo al lettore la possibilità di conoscere il male e distinguerlo dal bene.
Lo stile delle Vite Parallele si impronta ai moduli della storiografia drammatica di età ellenistica, con una narrazione avvincente e un linguaggio che, pur se per il biografo i termini "tragico" e "teatrale" hanno valenza negativa, li utilizza nella presentazione di personaggi tragicamente atteggiati. Le sue biografie si basano su due elementi fondamentali: l’ethos (il carattere) e le praxeis (le azioni). La composizione delle Vite Parallele si colloca nella maturità di Plutarco.
I "Moralia" (Ethika)
Sotto il titolo di "Moralia" (o Ethika, "cose morali", denominazione che passò a designare l'intero corpus ma è impropria, poiché solo una parte degli scritti è di argomento morale), sono riunite un’ottantina di opere in forma di trattato o di dialogo. Questo gruppo è il più numeroso ed eterogeneo della sua produzione, comprendendo una serie di trattati di diversa impostazione letteraria in cui l'autore spazia dalla filosofia alla storia, dalla religione alle scienze naturali, dall'arte alla critica letteraria. Molte di queste opere sono integre, di altre si hanno solo alcuni frammenti, e di molte si conosce solo il titolo.
All'interno dei Moralia, Plutarco si mostra un convinto seguace dell'Accademia e ammiratore di Platone, esprimendo un marcato antidogmatismo e ricorrendo spesso alla sospensione del giudizio di fronte a tesi che aspirano a verità assolute. Il gruppo più numeroso dei Moralia è costituito da scritti di divulgazione filosofica, di varie forme letterarie (diatribe, dialoghi, epistole) e con un fine etico e pedagogico. Tra questi ricordiamo scritti sull’amore, sull'amicizia e sul matrimonio (come i Coniugalia praecepta, che rivestono particolare interesse per l'importanza attribuita alla figura femminile, ormai assunta a un grado di dignità pari a quello dell'uomo).
Numerose sono poi le opere di argomento teologico, tema molto caro all’autore. Tra questi vanno ricordati i cosiddetti "dialoghi pitici", ambientati a Delfi e connessi col santuario delfico, che contengono profonde riflessioni sul cambiamento delle religioni e sulla consapevolezza dell'anima. Nel trattato Sulla superstizione, Plutarco scrive che essa produce un timore distruttivo, consistente nel credere che Dio esista, ma sia ostile e dannoso, e la definisce una malattia piena di errori e suggestioni. Di particolare rilievo è anche il De Iside et Osiride, un dialogo che esplora il mito egizio e le sue implicazioni filosofico-religiose.
Di argomento pedagogico sono gli scritti che illustrano come avviare e guidare i giovani nella lettura dei poeti. In questa sezione rientra anche la Consolatio alla moglie (Moralia 608c), una lettera che Plutarco indirizzò a Timossena per consolarla della perdita della figlia omonima, morta a due anni. Molto vicini agli scritti divulgativi di filosofia sono quelli di argomento etico-politico: riflessioni, considerazioni e istruzioni pratiche per coloro che si dedicano alla vita pubblica. Nei Precetti politici, Plutarco esprime le sue valutazioni sulla considerazione della Grecia sottomessa a Roma e la sua visione del rapporto Grecia-Roma. Una parte importante è anche quella dedicata alla discussione di problemi filosofici e all’interpretazione e al commento di filosofi anteriori, tra cui la polemica contro l'epicureismo e gli stoici.
Plutarco non mancò di occuparsi anche di letteratura e poesia, come testimoniato da frammenti dedicati a Omero ed Esiodo. Un altro esempio notevole è rappresentato dagli opuscoli di carattere scientifico, come quelli che riguardano il comportamento degli animali e la loro intelligenza. Nel dialogo Sull'intelligenza degli animali (De sollertia animalium e Bruta animalia ratione uti), Plutarco afferma che gli animali, essendo esseri animati, sono dotati di sensibilità e di intelligenza come gli umani, scrivendo numerose pagine contro l'uso del mangiar carne e le crudeltà sugli animali. Sosteneva che all'uomo dall'animo gentile si addice dar nutrimento ai cavalli fiaccati dall'età e ai cani, non solo quando sono cuccioli, ma anche quando in vecchiaia hanno bisogno di essere nutriti.
Il gran numero e la diversità degli argomenti trattati nei Moralia, se da un lato testimoniano l’ampiezza degli interessi di Plutarco e il suo vivo entusiasmo per ogni manifestazione dello spirito e della cultura umani, dall’altro costituiscono un innegabile limite alla possibilità di approfondimento e all’esattezza nello sviluppo dei singoli temi. Più che un ricercatore attento e minuzioso, Plutarco appare uno spirito aperto e pronto ad analizzare in termini di umanità e di moralità i valori più significativi del mondo greco, quelli che suscitarono vivissimo in lui il senso della "filantropia", intesa come attenzione e rispetto per la persona in quanto tale.
Stile di Plutarco
Lo stile di Plutarco è piuttosto equilibrato; egli è lontano dai rigori del purismo atticista ma è anche alieno agli artifici della retorica. Allo stile degli anni giovanili, influenzato dalle regole dell'atticismo e ancora un po' immaturo, subentrò più tardi un linguaggio più personale, in cui comparivano, accanto alle forme attiche, anche parole della koinè. La sua narrazione risulta avvincente.
L'Eredità e la Fortuna di Plutarco
La fortuna di Plutarco, dai suoi contemporanei fino a oggi, è stata immensa, rappresentando un aspetto particolarissimo della cultura europea. Nonostante per un periodo la sua opera sia stata quasi dimenticata nell'occidente cristiano, i suoi scritti cominciarono a riaffiorare nel XIV secolo, con la ripresa dei contatti tra intellettuali latini e orientali, e furono tradotti in latino o in volgare tra il Quattrocento e l'inizio del Cinquecento con l'Umanesimo (XIV e XV secolo).
Il Cristianesimo intravide in lui uno degli "intellettuali naturaliter Christiani", apprezzandone la filantropia e la purezza morale. Gli Umanisti esaltarono Plutarco per il valore etico della sua opera, tanto che Erasmo da Rotterdam ne raccomandava caldamente la lettura. L'epoca d'oro dello storico fu soprattutto l'età dei Lumi, quando fu esaltato come profeta della libertà e i suoi personaggi come nemici del dispotismo, influenzando profondamente Michel de Montaigne (che nei suoi Essais cita e commenta molti passaggi) e Francesco Petrarca, che in un passo delle Familiarium rerum libri sostiene che Plutarco mise a confronto Marco Terenzio Varrone con Platone e Aristotele, e Virgilio con Omero, anche se di questi due scritti non si ha nessuna notizia.