Pio XIII e la Storia Papale: Tra Finzione e Realtà

La figura di Pio XIII ha catturato l'attenzione del pubblico, sebbene egli sia un personaggio di finzione, il primo pontefice americano della storia e il più giovane di sempre, interpretato da un immenso Jude Law nella serie televisiva "The Young Pope". Il suo pontificato, caratterizzato da una svolta aggressiva e reazionaria, è in netto contrasto con l'immagine iniziale di Lenny Belardo, che era un cardinale mite e ubbidiente. La sua elezione è risultata inaspettata, sia per la giovane età sia per lo scarso peso politico. Secondo alcuni, però, sono proprio questi i motivi per cui è stato eletto. Lenny, grazie a una svolta aggressiva e reazionaria del suo Pontificato, dimostrerà di sapersi affrancare da chi vorrebbe manovrare la mano del Santo Padre: il suo mentore, il Cardinal Michael Spencer e il Segretario di Stato, Angelo Voiello.

La più grande ferita di Lenny, quella dell'essere stato abbandonato da piccolo, lo rende un Papa diverso dagli altri: prima ancora di essere un Pontefice conservatore, è un uomo tormentato e abbandonato da chi l’ha messo al mondo. Nel corso della serie, Belardo sarà confrontato con la perdita delle persone a lui più vicine e con la costante paura di essere abbandonato, anche da Dio. Ciò che però non gli impedirà di prendersi a carico la missione di difendere questo stesso Dio e il mondo che Lo rappresenta.

Ritratto del personaggio di Pio XIII (Lenny Belardo) interpretato da Jude Law

L'Interpretazione di Jude Law e la Visione di Paolo Sorrentino

Jude Law ha raccontato il "suo" Papa affermando: "Ho avuto l'istinto iniziale di capire, di studiare la storia del Vaticano e dei papati. Ho studiato gli effetti dei papati sulla fede cattolica. Ho avuto un'enorme quantità di materiale a disposizione. Inizialmente, ho avuto un po' di panico. Non ho avuto nessuna indicazione chiara su come dovesse essere questo Papa in questo mondo creato da Paolo. Mi sono girato più verso il mondo creato da Paolo, mi sono fatto guidare dalla sua regia, questa è stata la strada più chiara. Ho seguito le indicazioni di Paolo per interpretare un uomo credibile, stabilendo una serie di regole che ho seguito." Riguardo la gestualità e la postura, tutto "è dipeso dall'abito che ho indossato." Ha aggiunto: "Per quanto riguarda il linguaggio del corpo, ho lavorato sull'essenziale, un'impostazione minimalista." Ha ascoltato Papa Francesco ma è stato impossibile prendere lezioni di italiano a causa dei troppi impegni. Law ha proseguito: "Il rapporto tra regista e attore dipende dal regista. Siamo stati tutti estremamente fortunati. Siamo tutti ammiratori di Paolo e abbiamo avuto una sceneggiatura chiarissima e netta. Essere in armonia con il regista è meglio del rapporto conflittuale. Il compito di un attore è quello di capire cosa vuole un regista. Lavorare con Paolo ha significato per me capire la sua visione. Ho i miei tormenti personali, nessuno in comune con il mio Papa! Nel corso di quest'esperienza, ho aperto gli occhi riguardo il mio percorso con la fede. L'ho riesaminato. Non è necessario capire le contraddizioni del personaggio ma semplicemente interpretarle. Il mio compito non è stato quello di scavare nel profondo. Lenny non è un bugiardo e quindi dovevo capire il modo dei suoi cambi di opinioni."

Paolo Sorrentino ha commentato così il ruolo interpretato da Jude Law in "The Young Pope": "Partiamo dalla scelta. L’avevo visto qualche anno fa in Era mio padre di Sam Mendes e mi aveva incantato per la camminata. In quel film Jude camminava in un modo che rivelava tutto il mondo interiore del suo personaggio. Un attore che attraverso un movimento del corpo è in grado di dire così tanto su un personaggio è un attore fuori dal comune. È qualcosa di fenomenale. Quell’andatura stanca e inevitabile mi aveva totalmente strabiliato. Ho pensato che si potesse partire da lì, ovvero da un talento sterminato." Prosegue poi il cineasta: "Tra il personaggio del Papa giovane e Jude Law c’erano molti punti di contatto. L’età, l’aspetto fisico, il fascino e la capacità di impersonare quella doppiezza che volevo dare al personaggio. Desideravo dirigere un attore capace di mettere in scena un aspetto della vita e il suo contrario e Jude si è rivelato quel tipo di attore. Ha avuto eccezionali capacità di concentrazione e resistenza."

The Young Pope Official Trailer (2017) | HBO

Collaborazioni e Tematiche della Serie

Nella serie "Il giovane Papa", Jude Law è affiancato dalla vincitrice dell’Academy Award Diane Keaton, che interpreta il ruolo di Suor Mary, una monaca statunitense che vive nella Città del Vaticano. Il personaggio di Pio XIII, Lenny Belardo, è descritto come un individuo complesso, talmente conservatore nelle sue scelte da sfiorare l’oscurantismo, e allo stesso tempo estremamente compassionevole nei confronti dei più deboli e dei poveri.

Nel descrivere la serie, Sorrentino parla di "chiari segni dell’esistenza del Signore, ma anche della sua assenza", e di "come la fede possa essere trovata, ma anche persa".

Informazioni Storiche: L'Elezione di un Pontefice e la Figura di Leone XIII

Mentre la figura di Pio XIII è frutto della narrazione televisiva, la storia della Chiesa è costellata da pontefici che hanno lasciato un'impronta indelebile, come Leone XIII. Alla morte di Pio IX, avvenuta il 7 febbraio 1878, la diplomazia europea non mancò di esercitare una forte pressione sul Collegio cardinalizio per indirizzarlo verso una scelta moderata, che avrebbe dovuto stemperare gli atteggiamenti intransigenti che avevano segnato gli ultimi anni del pontificato di Pio IX. I cardinali pensarono che fosse meglio eleggere un anziano.

Sin dalla prima votazione al conclave, apertosi il 18 febbraio, emerse un chiaro orientamento in favore del cardinale camerlengo Vincenzo Gioacchino Pecci, vescovo di Perugia, dalla salute cagionevole e per quei tempi di età avanzata (68 anni). La sua candidatura fu sostenuta principalmente dal cardinale D. Bartolini, dal cardinale H.E. Manning e dall'arcivescovo di Malines cardinale V.A. Dechamps. Incontrò invece dei veti significativi a livello internazionale la candidatura del cardinale L.M. Bilio, contro il quale si erano espressi i governi francese, spagnolo e austro-ungarico. In particolare il ministro degli esteri francese W.-H. Waddington non mancò, tramite il vescovo di Orléans, monsignor Dupanloup, di sostenere la candidatura del Pecci. Il 20 febbraio, con quarantaquattro voti a favore, contro i cinque di Bilio, il cardinale Pecci fu eletto sommo pontefice, con il nome di Leone XIII.

Si racconta che la fumata bianca fu vista da pochi, poiché erano tutti a desinare compreso il governatore il principe Chigi. Nella vecchia Roma il mangiare era sacro; noto è il detto del XVI secolo: "O Franza o Spagna abbasta che si magna". Dall'interno del conclave si bussava alle porte, ma dall'esterno nessuno sentiva, allora divelta una porta i conclavisti poterono uscire. Prospero Caterini, cardinale protodiacono, s’avviò verso la loggia interna della basilica per dare l’annuncio al popolo che si accalcava. "Habemus papam", ma la voce debole non arrivava, a quel tempo non c’erano i microfoni ed a fare "il trombone" si prestò un cerimoniere.

Illustrazione storica dell'elezione di un Pontefice o di un Conclave

La Giovinezza e la Carriera Ecclesiastica di Vincenzo Gioacchino Pecci

Vincenzo Gioacchino Pecci nacque il 2 marzo 1810 a Carpineto Romano, alle pendici dei monti Lepini, a sud di Roma. Il giovane Pecci fu avviato agli studi sotto la guida di precettori nella casa paterna. Nel 1818 entrò nel collegio dei padri gesuiti di Viterbo, dove rimase, insieme con il fratello Giovanni, per sei anni, conseguendo ottimi risultati. Nel luglio 1824 indossò l'abito ecclesiastico e, dopo aver perduto la madre (5 agosto 1824), si trasferì a Roma, presso il Collegio romano, dove nel 1830 venne nominato maestro assistente.

Nel 1832 ebbe, grazie all'interessamento di monsignor N.M. Nicolai, la possibilità di entrare nell'Accademia dei nobili ecclesiastici, importante istituzione che raccoglieva una quindicina di giovani, i quali "avevano ciascuno un piccolo appartamento con libertà quasi completa, frequentavano i corsi del Collegio romano o della Sapienza, e seguivano nell'interno lezioni di diplomazia, economia politica e lingue straniere, che li preparavano alla loro destinazione" (G. Fraikin, Infanzia e giovinezza di L. XIII, Grottaferrata 1914, p. 376). Il 31 dicembre 1837 il Pecci ricevette l'ordinazione sacerdotale dal cardinale B. Odescalchi.

Delegato Apostolico e Nunzio

Nel febbraio 1838, Gregorio XVI lo inviò delegato apostolico a Benevento. La situazione di Benevento, territorio della Chiesa chiuso all'interno del Regno delle Due Sicilie, appariva particolarmente difficile e delicata, in quanto sin dal 1815 la corte di Napoli aveva richiesto con insistenza alla Santa Sede la cessione della città al Regno borbonico. Il clima politico della città era fortemente influenzato dalla presenza di nuclei di carbonari e di numerosi aderenti alla Giovine Italia, che, secondo il delegato apostolico, turbavano l'ordine pubblico, creando "spirito di sette e di fazioni". Rivolgendosi con una lettera del 1° luglio 1838 al segretario di Stato cardinale L. Lambruschini, monsignor Pecci prospettava la possibilità di procedere all'arresto degli esponenti più compromessi, inviandoli a Roma per sottoporli a giudizio. La risposta di Lambruschini, del 12 luglio, fu molto prudente, invitando monsignor Pecci a sospendere qualsiasi iniziativa ed eventualmente a fornire ulteriori informazioni. Monsignor Pecci abbandonò l'iniziativa, ma continuò a dedicarsi con molto impegno al suo incarico, intensificando la lotta contro il brigantaggio, grazie alla riorganizzazione del presidio militare, e la lotta contro prepotenze e soprusi operati da alcuni nobili locali. Favorì anche l'apertura di nuove vie di comunicazione con Campobasso e Avellino e il riordinamento delle leggi doganali e amministrative. Il Pecci, nonostante qualche ingenuità iniziale, nella sua breve esperienza beneventana mostrò buone qualità di amministratore.

L'8 giugno 1841 Gregorio XVI lo nominò delegato apostolico a Spoleto, dove rimase soltanto un mese, in quanto, essendo risultata vacante la sede di Perugia, il 12 luglio divenne delegato apostolico del capoluogo umbro. Nella nuova sede si adoperò principalmente a riordinare l'amministrazione della giustizia e quella comunale, dedicando una particolare cura alla viabilità della provincia, realizzando, tra l'altro, la nuova e ampia strada (prese il nome di "Gregoriana") che consentì di salire in città.

Nel dicembre 1842, il segretario di Stato Lambruschini decise di affidargli l'incarico di nunzio apostolico in Belgio; il 2 gennaio 1843 il Pecci ricevette anche l'ordinazione arcivescovile con il titolo di arcivescovo titolare di Damietta. La nunziatura di Bruxelles non era facile, poiché in Belgio la rivoluzione del 1830 aveva favorito il successo di un sistema costituzionale ispirato alla separazione tra Stato e Chiesa e all'affermazione della libertà di culto e di insegnamento. Una particolare attenzione da parte del Pecci fu dedicata all'applicazione della legge sull'insegnamento primario e al progetto di legge sull'insegnamento superiore. Il nunzio si schierò al fianco dei vescovi contro la modifica che stabiliva che la Commissione per l'esame di Stato dovesse essere composta da membri nominati in parte dal governo e in parte dal Parlamento. Tali pressioni convinsero, nel marzo 1844, il Parlamento ad adottare un provvedimento favorevole alle istanze cattoliche.

L'Episcopato a Perugia e le Sfide del Tempo

Le pressioni da Bruxelles e Vienna convinsero la segreteria di Stato a richiamare il Pecci, affidandogli, il 19 gennaio 1846, la sede vescovile di Perugia. L'esperienza in Belgio, sebbene difficile e irta di ostacoli, fu una scuola importante nella formazione della personalità del giovane ecclesiastico. In quegli stessi giorni moriva Gregorio XVI e cominciava il lungo pontificato di Pio IX, un pontificato destinato a creare non pochi problemi al Pecci che, soprattutto con il segretario di Stato il cardinale G. Antonelli, mai riuscì a stabilire un rapporto di sincera collaborazione.

Nella sua diocesi non mancavano ambienti che si distinguevano per un atteggiamento ostile alla Chiesa: nuclei massonici, gruppi liberali favorevoli al regime costituzionale e all'unificazione nazionale, associazioni mazziniane e anticlericali. Egli cercò di evitare gli atteggiamenti duri e repressivi. La sua azione pastorale apparve prevalentemente orientata a operare su un piano religioso, evitando di misurarsi sul terreno politico. La sua preoccupazione principale sembrò essere la ricerca di quelle iniziative in grado di rispondere ai bisogni religiosi dei fedeli e di preparare un clero capace di affrontare i nuovi compiti che i mutamenti politici e sociali imponevano. Il suo giudizio sulla realtà religiosa della diocesi era molto critico. In una sua allocuzione non nascose la presenza nella sua diocesi di un "indifferentismo nelle cose religiose e negl'interessi spirituali", della "inosservanza dei giorni festivi", della "nausea ed infrequenza ai Sacramenti", della "licenza del vivere e immoralità" (Allocuzione pastorale recitata nella chiesa cattedrale di S. Lorenzo di Perugia nella domenica 11 settembre 1853, nell'apertura della 2a visita pastorale, Perugia 1853, pp. 5-11). Per porre rimedio a questi problemi occorreva, a suo avviso, un clero preparato. Sin dai primi anni del suo episcopato a Perugia, il Pecci ebbe particolarmente a cuore i problemi della cultura del clero, giudicando necessaria la formazione non soltanto religiosa ma anche scientifica, storica e filosofica dei sacerdoti della diocesi.

Mappa storica della regione Umbria con evidenziata Perugia

Egli dovette anche misurarsi con aspetti più strettamente amministrativi, e in particolare con l'inefficienza e la corruzione di cui si resero protagonisti i numerosi delegati pontifici che si alternarono in quegli anni nell'amministrazione della città: otto delegati in quattordici anni, la maggior parte dei quali, se si eccettuano i futuri cardinali D. Consolini e L. Randi, incapaci di guidare con correttezza e moralità l'amministrazione perugina. Del resto la cattiva amministrazione pontificia aveva finito per rafforzare, soprattutto nel capoluogo, le correnti liberali e massoniche e l'adesione alla causa nazionale e alla politica del Piemonte. Queste componenti della società perugina fecero sentire il loro peso nel 1859, allorché, il 14 giugno, i gruppi liberali, sostenuti anche da buona parte degli ambienti studenteschi della città, si sollevarono contro le autorità pontificie, dando vita a un governo provvisorio che rimase in carica soltanto una settimana. Le truppe pontificie, infatti, riorganizzatesi, riuscirono a riconquistare la città il 20 giugno, dopo violenti e sanguinosi combattimenti, noti come le "stragi di Perugia". Il vescovo, pur non nascondendo la sua soddisfazione per il ritorno del governo pontificio a Perugia, non mancò di lamentare la severità di alcuni provvedimenti e in particolare la decisione di chiudere l'Università, con l'obiettivo di punire gli studenti che avevano partecipato all'insurrezione. Il governo pontificio era comunque destinato ad avere ormai vita breve nel capoluogo umbro. Il 14 settembre 1860, l'esercito piemontese guidato dal generale M. Fanti pose fine al governo pontificio nella città.

Rispetto alla questione nazionale il Pecci non aveva mai manifestato particolari accenti di simpatia per le istanze patriottiche presenti anche in molti settori della Chiesa italiana. Giudicava, inoltre, il potere temporale come una esigenza necessaria per consentire alla Chiesa il libero esercizio della sua funzione spirituale. Lentamente, tra il 1846 e il 1878, il vescovo di Perugia, nonostante il suo isolamento, aveva attirato l'interesse di alcuni autorevoli ambienti, per la sua maturità e una relativa apertura. Tale atteggiamento, che rifuggiva dai toni violenti della polemica cattolica contro lo Stato liberale, gli meritò lusinghieri giudizi da parte di qualificati esponenti della classe dirigente liberale (Soderini, I, cit., pp. 185 s.). Del resto, il vescovo di Perugia non aveva mai mancato di assumere posizioni autonome nei confronti di alcuni aspetti della politica di Pio IX. In particolare aveva giudicato intempestiva l'adesione nel 1848 alla causa italiana e altrettanto intempestivo il successivo disimpegno. Non aveva manifestato la sua piena convinzione in occasione della proclamazione dell'Immacolata Concezione. Di fronte al Sillabo, aveva sostenuto, in sintonia con il vescovo di Orléans, F.-A.-P. Dupanloup, che le varie proposizioni del documento potevano essere interpretate correttamente solo se inserite nel loro contesto storico. Infine, in seno al concilio Vaticano I, aveva assunto una posizione di equilibrio tra le correnti ultramontane e il gruppo degli antinfallibilisti.

Verso il Soglio Pontificio

Dopo circa trent'anni di permanenza nella diocesi perugina, cominciò a maturare in lui il desiderio di un trasferimento e in tal senso ne scriveva sin dal 3 ottobre 1874 al cardinale P. Caterini, prefetto della congregazione del Concilio, ma dovette attendere ancora alcuni anni prima di vedere esaudito un desiderio che sembrava incontrare molte resistenze in seno alla Curia romana. Il 22 aprile 1877, scrivendo al cardinale G. Simeoni, nuovo segretario di Stato, chiedeva che il pontefice avesse "in qualche considerazione" la sua persona "dopo trentadue anni di esercizio episcopale" e "ventiquattro nel Sacro Collegio". Chiedeva, in particolare, una sistemazione a Roma e una "posizione meno travagliosa ed un clima meno aspro specialmente nei mesi invernali" (O. Cavalleri, Documenti dell'Archivio Vaticano sull'episcopato Pecci a Perugia, in Studi sull'episcopato Pecci a Perugia (1846-1878), a cura di E. Cavalcanti, Napoli 1986, p. 217). La risposta di Simeoni fu incoraggiante. Si proponeva il trasferimento a Roma, mantenendo tuttavia la guida della diocesi, da affidare a un vescovo ausiliare. Su proposta dello stesso Pecci fu nominato il suo provicario generale monsignor C. Laurenzi. Il 4 giugno 1877 Pio IX lo autorizzò a risiedere in Roma e il 21 settembre lo nominò camerlengo di Santa Romana Chiesa, preludio alla sua ascesa al soglio pontificio.

Il Pontificato di Leone XIII: Sfide e Innovazioni

Leone XIII raccolse la difficile eredità di una Chiesa da poco uscita da un'aspra contesa e che si era scontrata con la nuova realtà degli Stati nazionali borghesi, che non le riconoscevano più l'antico ruolo in seno alla società civile, anzi, manifestavano la loro totale estraneità alla fede professata dai cittadini e, in molti casi avversione e ostilità nei confronti del fenomeno religioso e dei suoi valori. Lo stesso pontefice nella sua prima enciclica Inscrutabili Dei consilio (21 aprile 1878) descriveva la nuova realtà che aveva sconvolto gli antichi equilibri sociali e politici, con precisi riferimenti alla questione romana e alla rivendicazione dei diritti e della libertà della Santa Sede. La questione romana diventò uno dei nodi più complessi e il contrasto più lacerante nella storia italiana del XIX secolo. La Chiesa si ritenne vittima di una vera e propria usurpazione e si vide costretta ad arroccarsi su posizioni difensive nei confronti del nascente Stato.

Una fra le più significative novità che Leone XIII introdusse nel governo politico della Santa Sede fu il tentativo di ridimensionare la figura del segretario di Stato, concepito come semplice esecutore della linea politica tracciata dal pontefice. A tal fine egli intese costituire un gruppo di consiglieri, composto in gran parte da collaboratori provenienti dal clero perugino, come C. Laurenzi, G. Boccali, F. Foschi, L. Rotelli, R. Angeli e N. Marzolini. Si trattava di un gruppo di fedeli collaboratori, animati da un atteggiamento moderato, favorevole anche alla ricerca di una pacificazione tra la Chiesa e la nuova realtà politica italiana e internazionale.

Leone XIII fu un pontefice saggio, spiritoso e dalle non comuni doti diplomatiche; fu arbitro tra Spagna e Germania per le isole Caroline e tra Spagna e Stati Uniti per Cuba. Nella biografia di questo pontefice vengono ricordati alcuni gustosi aneddoti. Papa Leone e monsignor Tarozzi, segretario delle lettere latine, sono impegnati a scrivere un importante documento. Arriva la notte ed il monsignore non ha ancora terminato di dire il breviario, sommessamente lo ricorda al papa che lo invita a continuare il lavoro non ancora terminato. Un'altra volta Papa Leone chiese ad un noto pittore di fargli un ritratto da mandare ai parenti. Ancora un aneddoto. Durante un'udienza in sala Clementina, tra i tanti c'era anche un corpulento giudice napoletano; nel sedersi gli si sgarrarono i pantaloni nel didietro. Oltre l'imbarazzo ci fu una risata generale. Con prontezza di spirito Leone citò un versetto del Dies Irae che in italiano suona così: "quando il giudice si siederà/tutto ciò che è nascosto svelato sarà/niente impunito sarà". Durante la visita "ad limina" un vescovo americano con scarso garbo, riferendosi agli anni del papa gli disse: "dato che non ci rivedremo più su questa terra, addio, santità addio". Si racconta che le ultime parole prima di morire Leone le pronunciasse nel suo amato latino. Ai prelati che erano vicini al suo capezzale disse: "Valete omnes", arrivederci a tutti e, detto ciò, spirò. Correva l'anno 1903.

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