La Patria Socialista e la Critica all'Imperialismo Contemporaneo: Un'Analisi di Sebastiano Isaia

Nel dibattito contemporaneo, le sorti del Paese e di ciò che resta della sinistra italiana sono al centro di accese discussioni. Mimmo Porcaro, definito "buon sinistrorso", si occupa tanto del «bene comune» nazionale quanto di «quel che resta della sinistra italiana», mirando a evitare un'uscita «da destra» dalla grave crisi economico-sociale che affligge il Vecchio Continente. Tuttavia, la sua prospettiva suscita profonde critiche da parte dell'autore.

La Critica al Socialnazionalismo e il Riemergere degli Stati Nazionali

Secondo Porcaro, la sinistra italiana e continentale non sarebbe all'altezza della situazione attuale, perché «non è capace di prendere atto della fine della globalizzazione e del riemergere degli stati nazionali (o meglio degli stati nazionali più forti) come attori principali della politica». Egli sostiene che l'Europa è ancora fatta di nazioni, dove «le nazioni più forti dettano la direzione di marcia» e che, a causa della crisi economica, questo porta a un gioco «in cui il nord vince ed il sud perde». Pertanto, una «coerente difesa dei lavoratori italiani si identifica, oggi, con la costruzione di un discorso che sappia legare in maniera inedita questione di classe e questione nazionale» (da Che fare dell’euro?, Sinistrainrete).

Questa posizione viene definita dall'autore come la «vecchia cacca ideologica» della tradizione "comunista" (stalinista-togliattiana) che ha legato i lavoratori «al carro delle classi dominanti». L'opposizione tra la globalizzazione (espansione del Capitale) e l'esistenza delle nazioni è considerata risibile, poiché la tensione dialettica tra la tendenza del Capitale a recidere ogni legame nazionale e la dimensione nazionale-statale del Dominio sociale borghese è un dato permanente nella società vigente.

La Prospettiva di Marx sulla Patria e la Lotta di Classe

Dopo il massacro dei comunardi parigini, Karl Marx affermò che nei Paesi a Capitalismo avanzato solo i «sicofanti» della classe dominante potevano parlare di patria e sentimento nazionale. Nel 1871, scrisse: «Il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale; e oggi è dimostrato che questa è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi … Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti … I governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe» (La guerra civile in Francia). Cento cinquant'anni dopo, l'idea che la questione nazionale conservi un carattere progressivo viene definita «cose dell’altro mondo» o «cose del loro mondo» dai "marxisti" contemporanei.

Le «incertezze» di molti compagni di sinistra, ancora legati all'europeismo, sono comprensibili, come osserva Porcaro: «da Crispi a Mussolini, per tacere degli epigoni minori, in Italia nazionalismo fa rima con avventurismo autoritario». L'autore aggiunge che può anche far rima con socialnazionalismo, una posizione «ultrareazionaria almeno quanto quella fascista e nazionalsocialista». Il recupero della questione nazionale in chiave progressista caratterizzò anche la posizione interventista del futuro Duce, Mussolini, che intendeva completare il Risorgimento italiano.

Infografica sulla relazione tra nazionalismo, socialismo e imperialismo storico

Manifestazioni Contemporanee del Nazionalismo e della "Guerra"

La retorica della "guerra" non è solo metaforica. Un appello da Cipro del 25 marzo 2013, di Emmanuel Lioudakis su Phileleftheros di Nicosia, invitava i connazionali a risanare il sistema bancario per mandare via la troika e ridefinire i legami di solidarietà: «È adesso che bisogna mostrare il nostro patriottismo, bisogna mostrare che l’anima degli elleni non si sottomette così facilmente ai diktat stranieri. La nostra anima è in fermento e i nostri pugni sono serrati. Stiamo già cercando i responsabili e sono certo che li troveremo. In questo momento cruciale dobbiamo essere uniti, aiutare il nostro paese e resistere al nemico. Come se fossimo di nuovo in guerra. Perché quella che stiamo vivendo è una guerra, anche se assume altre forme.»

Altrettanto significative sono le righe attribuite a un editoriale "censurato" di El País del 25 marzo 2013: «La Merkel, come Hitler, ha dichiarato guerra al resto dell’Europa, per garantirsi il suo spazio vitale economico. Ci punisce per proteggere le sue grandi aziende e banche, ma anche per nascondere al suo elettorato la vergogna di un modello che ha fatto in modo che il livello di povertà nel suo paese sia il più alto degli ultimi 20 anni...». Questi esempi, veri o falsi che siano, mostrano il «valore sintomatico» di una «chiamata alle armi» chiara e l'assunzione di forme di conflitto, oggi virtuali, domani forse reali.

La "Indigenza Teorica" del Nazionalismo Democratico

Ritornando a Porcaro, egli afferma: «Quando il dominio di classe assume forma nazionalistica si deve essere internazionalisti, europeisti e in qualche caso autonomisti. Quando invece, come succede in Europa, quel dominio passa proprio attraverso la distruzione dello stato nazionale, si deve elaborare un nazionalismo democratico orientato verso una nuova Europa confederale». Questa posizione è considerata dall'autore «abissale» nella sua indigenza teorica e politica, un sintomo della «guerra permanente del Capitale contro le classi dominate». L'idea di «un nazionalismo democratico» è ritenuta «ridicolmente falsa», come dimostra l'auspicio di «una politica estera basata su un’autonoma proiezione mediterranea dell’Italia [e] su nuove relazioni coi Brics».

L'autore ricorda che alla fine degli anni Novanta, Fausto Bertinotti sostenne tesi analoghe, difendendo l'unità della nazione come spazio per l'articolazione democratica della società civile. Porcaro conclude che «sarà necessario rielaborare in fretta tutto il nostro orientamento degli ultimi decenni, e riscoprire un nesso tra classe e nazione che in Italia ha avuto rari, benché importanti, momenti di emersione: nella Resistenza, nella difesa delle fabbriche contro l’invasore, nelle lotte postbelliche per il lavoro, nelle, e forse anche nel contraddittorio e perdente itinerario di Berlinguer. Si può fare. E soprattutto si deve fare».

L'America come Potenza Imperiale

Un'analisi interessante del momento attuale della superpotenza americana è offerta dalla monografia di Limes dedicata agli Stati Uniti (America contro tutti). Dario Fabbri, citato nell'articolo, sostiene che «gli Stati Uniti sono passati dalla fase imperialista a quella compiutamente imperiale. Sfidando il resto del mondo». Questa «fase compiutamente imperiale» è interpretata come l'imperialismo americano nel XXI secolo, persistendo nonostante la retorica nazionalista di Trump.

L'America è descritta come «imperiale, inquieta, contro tutti», resa aggressiva dalla «cogenza della condizione egemonica, unita alla fatica percepita dalla cittadinanza». Nonostante una vulgata che la vuole in ritirata, ha aumentato il contingente militare dispiegato in ogni continente, l'attività di compratore sistemico e il numero di immigrati. Ha continuato ad accollare agli altri il suo benessere attraverso il mostruoso debito pubblico e a controllare le rotte marittime del pianeta. Questa architettura imperiale, «nata spontaneamente, impossibile da estinguere col solo arbitrio», si scontra con la volontà della popolazione che, provata dal mantenimento della primazia, vorrebbe «tornare nazione».

Secondo Fabbri, l'America di Trump è «la medesima che aveva promesso Obama, sebbene con una narrazione molto diversa». L'impero americano è un «impero globale loro malgrado», costretto a difendere, consolidare ed espandere le sue posizioni per perseguire i suoi interessi sistemici (economici, finanziari, tecno-scientifici, militari, ideologici).

La Dimensione Militare e Spaziale dell'Impero Americano

La politica estera di Trump è vista come meno originale di quanto sembri, basata su specifiche interpretazioni elaborate nel corso dei decenni. Il presidente Donald Trump ha persino firmato la legge che istituisce le forze spaziali, la sesta branca delle forze armate statunitensi, con il segretario alla Difesa Usa, Mark Esper, che ha sottolineato come «lo spazio è diventato un campo di battaglia per il suo dominio». Questo è un esempio lampante dell'imperialismo spaziale.

Federico Petronisi si è occupato della «dimensione militare dell’impero americano», evidenziando che «nella storia non è mai esistito un impero mondiale così esteso dal punto di vista militare, non è mai esistita una Rete di basi militari così estesa». Le almeno ottocento installazioni militari all’estero sono «l’impronta della postura imperiale», frutto delle lezioni della Seconda Guerra Mondiale e della priorità di contenere l'Eurasia. Queste basi sono «l’espressione più manifesta della natura imperiale del primato degli Stati Uniti», sottraendo terreni alla sovranità altrui e mettendo «a nudo lo squilibrio dei rapporti di forza tra Numero Uno e resto del mondo».

Mappa delle basi militari statunitensi nel mondo

Il conteggio esatto delle basi è difficile per motivi strategici, per non dare informazioni ai nemici, e per la riluttanza di alcuni Paesi ospitanti e di parte dell'opinione pubblica americana. La mappa della presenza militare statunitense nel mondo «rappresenta plasticamente la strategia geopolitica degli Stati Uniti», che mira a impedire la nascita di un rivale o una coalizione di rivali in Eurasia. La presenza militare in Europa serve a mantenere in condizione imbelle la Germania e l'Europa intera, oltre a tenere la pressione sulla Russia. Analogamente, in Medio Oriente, l'Iran è il principale nemico strategico da tenere sotto assedio. La conclusione è che gli Stati Uniti non si stanno ritirando, poiché la loro sicurezza «non si gioca più nel Golfo del Messico, sulle coste atlantiche o sulle coste del Pacifico ma si gioca a casa degli altri».

La Cina: Capitalismo e "Tangping" (Sdraiarsi)

Il Partito Capitalista Cinese (PCC), nonostante l'acronimo, mostra una sostanza differente, occupandosi del fenomeno sociale noto come tangping (躺平), traducibile con "sdraiarsi" o "lying flat". Questo fenomeno, che esprime una reazione di disgusto per la competitività lavorativa (neijuan o "involuzione"), è oggetto di preoccupazione politica per il PCC. Con la disoccupazione giovanile al 21,3%, cresce il movimento contro le pressioni sociali. Il Ministero della Sicurezza dello Stato di Pechino lo interpreta come una «cospirazione contro la Cina da parte di potenze straniere», che «finanziano media e blogger con l’intento di promuovere la narrazione secondo cui il duro lavoro equivarrebbe allo sfruttamento, mentre la rigidità delle classi sociali del Paese renderebbe inutile ogni sforzo di miglioramento da parte dei giovani».

Il regime teme che l'enorme esercito di lavoratori estremamente "flessibili" e precari (non meno di 80 milioni di persone) supersfruttati nella cosiddetta gig-economy possa diventare un fattore di instabilità sociale. Il pessimismo, l'apatia e la disperazione tra i giovani cinesi potrebbero trasformarsi in rabbia sociale o ribellione. Il regime risponde con propaganda nazionalista, che mira soprattutto ai "ribelli" di Taiwan e ai "nuovi militaristi" del Giappone, e promuove riforme del mercato del lavoro e del welfare. Tuttavia, si sottolinea la natura capitalistica della società cinese, dove «struttura» e «sovrastruttura» si corrispondono perfettamente.

Infografica sul fenomeno del

Luciano Canfora, in un'intervista sul potere, è tentato di definire la realtà cinese come un «gigantesco nazionalsocialismo», osservando che «un miliardo e mezzo di persone si sono organizzate in un grande Stato con criteri che grosso modo ricordano il nazionalsocialismo tedesco. Capitalismo sotto controllo, ma al tempo stesso posto in condizione di fare profitti molto elevati; disciplina ferrea; militarizzazione delle masse; partito unico con dirigenza ideologizzata; massimo pragmatismo nel perseguire obiettivi di potenza». Di fronte a questo scenario, la risposta del "sdraiarsi" appare come un atto di resistenza: «Sdraiarsi è giusto!»

La Guerra Russia-Ucraina: Un Conflitto Imperialista su Entrambi i Fronti

La natura imperialista della guerra di aggressione russa all'Ucraina appare evidente. Tuttavia, la stessa cosa «appare più problematica» per quanto riguarda il Paese aggredito. La guerra di difesa nazionale che l'Ucraina combatte è considerata dall'anticapitalista di carattere «essenzialmente e radicalmente ultrareazionario», poiché «ostile agli interessi delle classi subalterne di quel Paese».

Il disfattismo rivoluzionario, praticato dagli anticapitalisti, si applica sia alla Russia che all'Ucraina, e domani anche all'Italia. Si assiste a una guerra imperialistica da ambo le parti, con i proletari di entrambi i Paesi che pagano il prezzo più salato. L'orientamento dell'Ucraina verso l'Unione Europea e gli Stati Uniti conferma l'illusione dell'autodeterminazione delle nazioni nel XXI secolo, nell'epoca del «dominio totalitario e planetario dei rapporti sociali capitalistici, o, detto altrimenti, nell'epoca dell'Imperialismo Unitario». Il fatto che anche le classi subalterne ucraine abbiano sostenuto tale tendenza non cambia la sostanza del problema.

Il conflitto russo ucraino. L'imperialismo USA alla conquista dell'Europa: una discussione. Parte 2

Paesi come l'Italia, la Germania e il Giappone godono di un grado di autonomia nazionale acquisito attraverso la crescita economica, ma rimangono nella sfera d'influenza statunitense. La stessa Russia deve confrontarsi con il capitalismo più sviluppato di Cina, Stati Uniti ed Europa, rischiando di diventare un Paese vassallo. L'aggressione all'Ucraina va letta anche alla luce di questa considerazione. L'alternativa geopolitica per l'Ucraina (sfera d'influenza russa o occidentale) è estranea agli interessi delle classi subalterne, e l'opzione neutralista è priva di credibilità.

I comunisti dei tempi di Marx e Lenin parlavano di guerra di liberazione nazionale come fatti storicamente progressivi pensando a Paesi come l'India o le nazionalità oppresse dalla Russia zarista. Lenin stesso sostenne il diritto dell'Ucraina a separarsi completamente dalla Russia, bollendo i dirigenti bolscevichi contrari come «sciovinisti grandi-russi». Tuttavia, l'Ucraina dei tempi di Putin e Zelensky non è quella dei tempi di Nicola II, e l'imperialismo odierno è diverso da quello di un secolo fa.

La Patria Capitalistica non va Difesa, ma Combattuta

In Ucraina, come in Russia e in tutti i Paesi coinvolti, la difesa della patria equivale alla difesa dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. La patria capitalistica non va difesa, ma combattuta in vista del suo superamento rivoluzionario. Dire «patria», è bene ribadirlo sempre di nuovo, significa dire società capitalistica. Il conflitto totale tra le grandi nazioni si svolge all'interno di un sistema sociale che oggi ha le dimensioni del nostro pianeta. Esiste un solo sistema sociale, quello dominato dai rapporti sociali capitalistici, che si oppone unitariamente alle classi subalterne di tutto il mondo. L'imperialismo mondiale si manifesta come lotta tra le diverse potenze imperialistiche, escludendo una pacifica convivenza.

Tutti i Paesi del mondo hanno in comune la dittatura sociale del Capitale, il dominio totalitario del rapporto sociale capitalistico di produzione della ricchezza, la forma merce, la forma denaro, la forma salario, la divisione classista della società e lo Stato come strumento di oppressione. In questo contesto, la guerra nazionale, che in Europa ebbe un carattere storicamente progressivo ai tempi di Marx (fino alla guerra franco-prussiana del 1870-71), ha oggi una natura «profondamente e radicalmente reazionaria», perché rafforza il dominio di classe capitalistico. Già Lenin scrisse che parlare di parità fra le nazioni è una menzogna intesa a ingannare il proletariato delle nazioni più deboli. Per tutte queste ragioni, la guerra di difesa nazionale combattuta dall'Ucraina contro la Russia si configura anch'essa come una guerra imperialista. L'anticapitalista deve sempre e comunque ribadire che «il proletariato non ha patria».

Critica alle Posizioni "Estremiste di Sinistra" sull'Anti-Imperialismo

Molti analisti di «estrema sinistra», appellandosi all'ortodossia marxista, negano il sostegno al Venezuela bolivariano, aggredito dall’imperialismo, sostenendo che «il Venezuela è un paese capitalistico e, per fronteggiare la destra, il governo ha mutuato metodi dittatoriali». Questi «ambigui politicanti, trotskisti, anarchici, liberal e radical di “sinistra”», arrivano a negare il ruolo degli Usa come potenza imperialistica egemone responsabile del sottosviluppo dei paesi sottoposti a dominazione neocoloniale. Sebbene il Venezuela non sia un paese socialista, il PSUV lo ha reso indipendente dalla Dottrina Monroe, staccando progressivamente le nazioni sudamericane dalla morsa imperialistica USA. Le nazionalizzazioni di Chavez, come spiegò Trotsky per il caso di Lazaro Cardenas, furono necessarie per trasformare uno Stato vassallo in una nazione sovrana. Chavez, un antimperialista eclettico, sfidò Washington quando il Pentagono teorizzava la distruzione dei paesi del sud del mondo nel 2004, un merito riconosciuto anche da James Petras.

Esiste una gerarchia imperiale, con gli Usa al vertice, ma anche una gerarchia delle Resistenze all'Impero. Il Venezuela, pur non essendo marxista rivoluzionario, si colloca tra gli Stati indipendenti che mettono in discussione l'egemonia Usa. La sua ideologia bolivariana, sebbene eclettica, ha lasciato spazio a partiti e teorici marxisti-leninisti. Il «sottosviluppo», o sviluppo distorto, è il prodotto di un'azione imperialista che ha distorto l'economia dei paesi coloniali, semicoloniali o vassalli, costringendoli a specializzazioni pericolose nelle materie prime.

Il governo chavista ha cercato di sopperire al «sottosviluppo» imposto dagli Usa, portando avanti la prima fase della rivoluzione «patriottica ed antimperialistica». Il riformismo di Maduro, che ha una base operaia, vede nell'Assemblea Costituente una misura necessaria per proteggere il popolo venezuelano dall'imperialismo. Al contrario, i «trotskisti moderni» che affermano che il mondo è retto da conflittualità inter-imperialistiche, mettendo sullo stesso piano Usa, Russia e Cina, o Israele, Colombia e Venezuela, commettono una «sciocchezza», poiché Russia e Cina non hanno raggiunto la fase imperialistica e il Venezuela è un paese in fase di modernizzazione con il diritto di svilupparsi autonomamente. Israele è visto come una minaccia alla pace mondiale, mentre Iran e Corea del Nord non sono un pericolo per nessuno.

Lo storico «marxista libertario» Dino Erba, riprendendo le tesi di Toni Negri, attacca Edward Said proclamando la fine dell’antimperialismo, e sprofonda nell’«italocentrismo» nell'analizzare le esperienze di Welfare State in America Latina, arrivando a un «vergognoso attacco» al "Che", sostenendo che il limite intrinseco di tutte queste esperienze fu il «conclamato nazionalismo: la Patria Socialista!». L'autore, tramite Nestor Kohan, smonta queste posizioni eurocentriche, evidenziando come le correnti politiche più radicali che hanno utilizzato le categorie della teoria della dipendenza contestino allo stesso tempo le borghesie latinoamericane e gli Stati Uniti, «baluardo dell’imperialismo». Il sion-imperialismo è definito la faccia più aggiornata e violenta del padronato internazionale.

Gli «estremisti di sinistra» vengono criticati per mantenere una posizione di equidistanza tra aggressori e aggrediti, bollando come «complottismo» la controinformazione dei giornalisti antimperialisti e omettendo che gli Usa hanno monopolizzato i mezzi di produzione e i media. La loro analisi è «antimarxista e a tratti apologeta del colonialismo», non appoggiando le Resistenze antimperialiste ma piuttosto i «rivoltosi post-moderni» e le «Organizzazioni non governative». Questo «trotskismo capitalistico» è assimilato a un braccio armato di Soros, con conseguenze devastanti in Serbia, Libia e Siria. Il governo venezuelano, nonostante i suoi limiti, si sta dimostrando un resistente con la schiena dritta, coraggioso e non disposto a svendere il suo paese.

Foto di manifestazioni anti-imperialiste in America Latina

Pagine di Storia Avverse al Socialnazionalismo: La Guerra del Golfo

La storia offre numerosi esempi contrari al socialnazionalismo. L'invasione dell'Iraq del Kuwait il 2 agosto 1990, che sfociò nella Prima guerra del Golfo, vide una coalizione di 35 Stati «sotto l’egida dell’Onu» e guidata dagli Stati Uniti. Un opuscolo intitolato Guerra alla guerra. Crisi del Golfo e ruolo dei comunisti, pubblicato all'epoca, esprimeva lo spirito polemico e ironico degli anticapitalisti, che si opponevano a tutte le forme di imperialismo.

Durante la crisi, posizioni del «popolo della sinistra», come quelle de Il Manifesto e dell'ala ingraiana del PCI, esibirono una forte simpatia per il governo francese, che sembrava orientato a non spedire navi nel Golfo. L'obiettivo era mostrare la possibilità di una politica autonoma dagli Stati Uniti, ignorando il fatto che la Francia fosse «un feroce imperialismo». Il servilismo nei confronti dell'Unione Sovietica di Gorbaciov da parte de Il Manifesto viene definito «vomitevole», presentando Mosca come il «protagonista buono dei film western». Mosca aveva condannato l'invasione irachena, aderito all'embargo economico e cercato una soluzione diplomatica, ma era pur sempre una potenza imperialista, che fino a pochi anni prima aveva massacrato i mujaheddin in Afghanistan e sostenuto militarmente Hussein.

Il Ruolo dell'ONU e le Illusioni Pacifiste

La "perestrojka" gorbacioviana era vista come un tentativo disperato di salvare lo Stato sovietico da una profonda crisi economica, sociale e nazionale, non come un «orientamento fondamentalmente pacifico». La parola d'ordine del «popolo della sinistra» era «Tutto il potere all’ONU!», con Ingrao che sosteneva che l'ONU dovesse assumere un ruolo sostanziale nel governo dei conflitti mondiali. Tuttavia, per i comunisti autentici, gli organismi politici internazionali (tranne quelli organizzati dai proletari) sono sempre stati considerati «covi di briganti».

Nessuna Conferenza Internazionale «per la pace» ha mai evitato una guerra quando questa è stata necessaria per gli obiettivi di una nazione o coalizione più forte. Il diritto di veto nell'ONU, di esclusiva pertinenza del gruppo imperialista vincitore della Seconda Guerra Mondiale, dimostra che l'ONU riflette i rapporti di forza interimperialistici. Ogni «ingenua illusione pacifista» sugli organismi politici mondiali è un «vero e proprio tradimento» degli interessi dell'umanità e delle classi sfruttate e oppresse. L'autore invita i pacifisti a riflettere sul «governo mondiale», che sia a guida americana o europea e russa, poiché ai proletari non importa essere sfruttati e spediti in guerra da un padrone piuttosto che da un altro.

Le ritorsioni economiche decise dall'ONU contro l'Iraq, considerate «buone e giuste» dalla maggioranza della "sinistra", sono criticate dall'autore. L'embargo economico non è uno strumento non-violento alternativo all'uso delle armi, ma «una misura violenta» e «un momento del conflitto armato». Anche l'attività diplomatica non è estranea al conflitto armato, come dimostra la storia. Clausewitz non si sbagliò affatto quando ebbe a definire la guerra come la continuazione della politica con altri mezzi. Non si devono vendere illusioni pacifiste alla gente.

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