Loreto. L'altra metà di Nazareth: Un'Analisi Storica e Archeologica della Santa Casa

Il volume "Loreto. L'altra metà di Nazareth" del sacerdote cappuccino Giuseppe Santarelli, direttore della Congregazione Universale della Santa Casa di Loreto e autore di numerosi studi in ambito letterario, artistico e storico, offre un contributo decisivo alla comprensione della "questione lauretana". Con queste parole, "Cuore mariano della cristianità" e "primo santuario internazionale dedicato alla Vergine", san Giovanni Paolo II descriveva Loreto, la cui peculiarità risiede in una reliquia straordinaria: la porzione in muratura dell’abitazione di Maria a Nazaret, dove risuonò l’annuncio dell’angelo.

Il libro ripercorre l’affascinante viaggio di queste mura che, nel 1291, lasciarono la Terra Santa per giungere infine nelle Marche. Tra la suggestiva tradizione del trasporto angelico e le moderne scoperte archeologiche che ipotizzano un trasferimento via nave promosso da una nobile famiglia bizantina, il volume svela perché Loreto sia diventata “l’altra metà di Nazaret”. Santarelli identifica tre nodi principali da sciogliere per fare piena luce sulla storia della Santa Casa:

  1. La casa di Maria a Nazaret era solo una grotta o anche un edificio in muratura?
  2. La parte in muratura può essersi conservata tanto a lungo fino alla traslazione nel XIII secolo?
  3. La narrazione della traslazione per mezzo di angeli o crociati.

Le Origini a Nazareth e le Rivelazioni Archeologiche

Gli scavi condotti a Nazareth hanno fornito dati importanti riguardo l'abitazione di Maria. La Casa di Maria a Nazaret non era solo una grotta, ma anche un edificio in muratura. La costruzione più recente, la basilica crociata che inglobava quella bizantina del V secolo, venne distrutta nel 1263 da un sultano, ma la chiesa bizantina non era la prima ad essere stata costruita sul luogo.

Gli studi di Padre Bellarmino Bagatti rivelano che la grotta non era l'intera Casa di Maria, ma un locale parte della costruzione in muratura, corrispondente a Nazareth alla bocca della Grotta. Questa tradizione, pur non essendo una certezza assoluta, ha il suo peso nella fede popolare. Le antiche fonti letterarie confermano che il pellegrinaggio a Nazaret era vivo fin dai primissimi secoli.

Mappa comparativa scavi Nazareth e Loreto con evidenziazione connessioni archeologiche e posizioni della Casa

Qualche anno dopo gli scavi di Nazaret, anche a Loreto si iniziò a studiare in modo moderno la Casa, confermando due importanti elementi: la presenza di una strada e la mancanza delle fondamenta della Casa. Il raffronto tra gli scavi di Nazaret e quelli di Loreto evidenzia con chiarezza che grotta e casa sono state collegate. Lo confermano anche i graffiti che attestano l’origine nazaretana delle pietre della Casa. Gli studi hanno evidenziato anche la scomparsa di uno dei due altari di Nazareth e che era uso segnalare la presenza di un solo altare e porre attenzione all'altare della Santa Casa, probabilmente in riferimento alle striature trasversali.

La Tradizione della Traslazione Angelica: Testimonianze e Narrativa

La storia della Santa Casa di Nazaret, la cui traslazione a Loreto si crede sia avvenuta nel 1292, è già menzionata in un documento del 1312, che attesta il furto di oggetti preziosi posti come ex voto (collane, orecchini, spille, braccialetti) in Santa Maria di Loreto. I ladri vennero presi e processati nel tribunale di Macerata, come risulta dal documento relativo del 1315.

Il primo documento a noi pervenuto circa la traslazione per mezzo di angeli è del 1440 ed è di Santa Caterina de’ Vigri, nel suo “Rosarium, versetti 73-103”. Sebbene non si tratti di una rivelazione diretta, ma di una meditazione-preghiera indirizzata a Gesù, la santa, che ebbe un’accurata formazione nella corte Estense di Ferrara, dimostra di essere informata dello scritto dello Pseudo Girolamo e degli opuscoli loretani che il clero della corte Estense doveva conoscere.

La notizia di questi opuscoli è data da Giacomo Ricci, autore dello scritto “Virginis Mariae Loretae Historia” (1468/1469), pubblicato da padre Giuseppe Santarelli (Loreto, 1987). A seguito dello scritto di Ricci, il rettore del santuario di Loreto, Tolomei Pietro di Giorgio detto il Teramano, scrisse (ca. 1472) il testo che diventerà quello di base e ufficiale, “Historia Virginis Loretae”. Seguì, sulla stessa scia, l’opera “Historia ecclesiae Lauretanae” (Bologna, 1489) del beato Giovanni Battista Spagnoli.

Iconografia tradizionale della traslazione angelica della Santa Casa sopra il mare

Ricci, il Teramano e il beato Spagnoli affermano la traslazione per mezzo di angeli. La narrazione della traslazione angelica presenta la Casa già in forma di Chiesa, con tetto spiovente, secondo l’iconografia ricorrente che prevede anche, in moltissime iconografie, una piccola vela campanaria. Questa configurazione a Chiesa venne giustificata narrando che gli apostoli vollero fare della Santa Casa una Chiesa. La quarta parete, necessaria per risolvere il vuoto dello spazio grotta, per la narrazione era già esistente a Nazareth. Nella narrazione della traslazione per mezzo di angeli, la Chiesa risulta senza fondamenta, e in effetti la Santa Casa venne collocata sul colle Prodo senza fondamenta.

I due testimoni principali di questa narrazione furono Paolo di Rinalduccio e Francesco detto Priore. Quando il Teramano fece la stesura del testo, i due testimoni erano già morti. Entrambi riferirono quanto udirono da “un nonno dei nonni”, senza fornire alcuna precisazione del grado di ascendenza. Il racconto vuole che la Casa fosse inizialmente deposta nella selva di Loreta, vicino a Porto Recanati. Il bisavolo di uno dei testimoni la andò a visitare. Poi la vide sollevata dagli angeli fino al "Monte dei due fratelli", che sarebbe ubicato vicino all’attuale lato sud-est del Palazzo Apostolico. Il Monte dei due fratelli è però problematico da individuare e va identificato in modo generico con un’area di proprietà privata sul colle Prodo, dove si può credere venisse depositato il materiale della Santa Casa, in attesa della ricomposizione.

La narrazione dice che i due fratelli proprietari dell’area litigarono per gli introiti provenienti dalla presenza della Santa Casa nel loro territorio e gli angeli allora la trasportarono sul colle Prodo, sulla strada pubblica e non più su di una proprietà privata, diventando così un bene non soggetto a diritti privati. Il fatto è che era legge che non si potesse costruire su di una strada e quindi la Santa Casa avrebbe dovuto essere subito demolita, senza altri accertamenti. Solo una concessione preventiva poteva risolvere il problema e fare deviare la strada per ricongiungerla al tratto più a valle, come risulta essere stato fatto.

La Contestazione del Trasporto Angelico e le Nuove Ipotesi

La questione della traslazione per mezzo di angeli o crociati ha origini lontane. Il francescano Francesco Suriano, custode della Terra Santa e Delegato Apostolico per tutto l’Oriente, circa tredici anni dopo la composizione dell’opera del Teramano, contestò in maniera stroncante il trasporto angelico, ritenendolo irragionevole e privo di elementi di base, elementi che invece ora si possiedono grazie all’indagine archivistica e archeologica.

Riguardo a Caterina Emmerick (1774 - 1824), la beata vide la Santa Casa, in formato Chiesa, trasportata dagli angeli al di sopra del mare (sette angeli: tre sostenevano la casa posizionati davanti e tre di dietro, e uno precedeva come una guida). La Santa Casa era senza fondamenta, secondo la narrazione tradizionale. Caterina Emmerick risultò uno strumento di difesa dell’autenticità della Santa Casa di Loreto contro i contestatori, il cui capolista fu Pietro Paolo Vergerio (1496 - 1565).

Con l’Illuminismo subentrò l’esigenza di un’accurata ricerca documentale, complessa e che richiedeva di non affrettare conclusioni senza consultare il primo documento: la Reliquia stessa. La ricerca documentale ha visto nomi importanti come il vescovo di Recanati-Loreto Felice Paoli (1738 - 1806), il sacerdote Joseph Anton Vogel (1756 - 1817) e mons. Stefano Bellini (1740 - 1828). Anche Monaldo Leopardi (1776 - 1847), padre dello scrittore Giacomo, fu sostanzialmente favorevole alla tradizione lauretana. Provocatorio fu il lavoro approssimativo del barnabita Leopoldo De Feis (1844 - 1909), il cui merito fu solo quello di aver avviato una intensa stagione di studi sull’argomento. Un altro studioso di valore, pur con pregiudizi gratuiti, fu il canonico francese Ulisse Chevalier (1841 - 1923).

Nella lettera del 26 agosto 1852, che Pio IX (1846 - 1870) scrisse al Rettore della Santa Casa, si legge un passo relativo alla traslazione: “La venerata Casa di Nazaret, fabbricata nella Galilea, fu più tardi divelta dalle fondamenta e, per divino volere, trasportata per lungo tratto di terra e di mare, prima in Dalmazia e poi in Italia.”

La questione della traslazione per opera della famiglia Angeli o De Angeli, come venne chiamata più tardi, viene già indicata, quale autrice del trasporto, da Porfirij Uspenskij (1804 - 1885), grande studioso dell’Oriente cristiano che visitò Loreto nel 1854. Lo studioso citò la famiglia Angeli come parte della storia della Santa Casa, anche se all'epoca il suo nome non era ancora divulgato. Questo potrebbe derivare da qualche voce proveniente dall’archivio vaticano o dalla consultazione del foglio 181 del “Chartularium Culisanense” della famiglia Angeli o De Angeli di Collesano (Palermo), conservato gelosamente a Formiello di Napoli.

La famiglia Angeli entra veramente in campo attraverso un diario del Vescovo di Digione, Maurizio Landrieux, che in data 17 maggio 1900 registrava come Giuseppe Lapponi, archiatra pontificio di Leone XIII, gli aveva confidato di aver trovato nell’archivio vaticano il plico su Loreto. In tale plico si presentava come la famiglia Angeli, ramo della famiglia imperiale di Costantinopoli, aveva grandi possedimenti in Palestina. Quando poi nel XIII secolo ci fu l’attacco massiccio delle milizie di Al-Asharaf Khalil, sultano dell’Egitto, la famiglia dispose, con intervento finanziario, che dei crociati mettessero in salvo la Santa Casa di Nazareth, trasportandola a Loreto. Per il Vescovo di Digione ciò significava l’emergere di un frainteso storico tra gli angeli trasportatori in volo e gli Angeli che ordinarono e finanziarono il trasporto eseguito dai crociati.

Una scoperta analoga, forse nello stesso plico, la fece Henry Thèdenat, che confidò nel 1905 al prof. Larquat di aver trovato nell’archivio vaticano le note delle spese di trasferimento della Santa Casa, fatto per mezzo di una nave ad opera della famiglia Degli Angeli. Le pietre erano state smantellate e raccolte con cura e numerate per la ricostruzione fedele. Questa notizia apparve solo nel 1962 in una rivista francese. Le ricerche successive nell’archivio vaticano per i documenti consultati da Lapponi e Thèdenat non hanno avuto risultato. Le voci contrarie a quanto il Lapponi aveva comunicato privatamente non si fecero attendere, e l’ufficialità zittì il Lapponi. Nel 1906, Albert Battandier, prelato di sua santità, e due direttori della biblioteca vaticana, affermarono l’esistenza in Vaticano di documenti favorevoli alla traslazione angelica.

Tra le numerose monete ritrovate nel sottosuolo, che attestano un’affluenza già agli inizi del XIV secolo di pellegrini da Ancona, da Ascoli Piceno, da Camerino, ma anche dalla Germania, ci sono due denari tornese che riportano la scritta "Gui Dux Atenes", risalenti al tempo della reggenza di Guido II de La Roche, Duca di Atene dal 1280 al 1287.

Le Indagini Scientifiche e le Caratteristiche Costruttive della Santa Casa

La ricerca documentale fu indubbiamente importante, ma era fondamentale ascoltare il documento più eloquente: la Santa Casa stessa, e questo lo poteva fare l’archeologia. Già al momento delle sottomurazioni di fondazione si era visto che la Santa Casa mancava di fondamenta. Questo fatto venne verificato ancora nel 1531, 1672 e 1751, durante lavori di manutenzione del pavimento, e dopo l’incendio scoppiatovi nel 1921. L’assenza di fondamenta della Santa Casa rendeva possibile il trasporto, e ne seguiva quindi il trasporto angelico.

L’architetto Federico Mannucci, negli "Annali della Santa Casa" (1932), aggiunse che “è sorprendente e straordinario il fatto che l’edificio della Santa Casa, pur non avendo alcun fondamento, situato sopra un terreno di nessuna consistenza e disciolto e sovraccaricato, si conservi inalterato, senza il minimo cedimento e senza una benché minima lesione sui muri”. Anche Nereo Alfieri, studiando la statica della Santa Casa, scrisse, esagerando, che “La Santa Casa sta, parte appoggiata sopra l’estremità di un’antica strada e parte sospesa sopra il fosso attiguo”. In seguito, fu disposta la costruzione di un pilastro per sostenere “la parte sospesa”.

Schemi sezione trasversale Santa Casa di Loreto con evidenza assenza fondazioni e sottomurazioni

Tra il 1955 e il 1960, furono fatte accurate indagini archeologiche a Nazareth dallo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme e guidate da padre Bellarmino Bagatti. A Loreto (1962 - 1965) i lavori furono diretti dall’archeologo Nereo Alfieri, con la collaborazione di padre Floriano Grimaldi, archivista del santuario, e di Edmondo Forlani, geologo. I lavori consistettero nella realizzazione di due tunnel intersecantesi sotto la Santa Casa. Il risultato fu che si poterono vedere le sofisticate opere di sottomurazione, e altri preziosi dati, come i lavori di sottomurazione e di contenimento della cedevole ripa nord, pre-recanatesi rispetto alla costruzione del muro “bono et grosso” dei primi del XIV secolo. Importantissima fu la constatazione di graffiti nelle pietre della Santa Casa. La presenza di graffiti venne percepita per la prima volta dalla signora Gugliemina Ronconi (1864 - 1936), ma non ne seguì nessuno studio approfondito all'epoca.

La Santa Casa sul colle Prodo venne posta senza fondamenta per rispettare il dato di Nazareth, poiché a Nazareth la Casa poggiava direttamente sulla roccia, e non ci sono sul posto tracce specifiche di fondamenta. Si deve aggiungere che i grossi muri a sacco della Casa erano più che sufficiente fondazione. I muri a nord e a sud misurano 80/90 cm, quello ad ovest circa 100 cm: sono i tre muri “nazareni”. Le carenze del terreno si rivelarono subito nel lato nord, che dava su di una ripa, per cui si dovettero fare in fretta delle sottomurazioni. Poi, a seguito dell’innalzamento delle pareti oltre l’altezza originale “nazarena” (oscillante tra i 2,90 m e i 3 m), si dovettero aggiungere altre sottomurazioni per il contenimento della ripa sul lato nord della Casa. Da questi lavori di sottomurazione si ricavò, in maniera tangibile, che la Santa Casa non aveva fondazioni, e ciò entrò nella narrazione.

Seguì poi la costruzione di un muro “bono et grosso”, di mattoni foggiati secondo il modulo del medioevo (30/33 cm x 14 x 6/8 cm), spesso circa 60 cm e compatto per l’uso di malta di calce. Tale muro cinturava la Santa Casa per proteggerla dalle intemperie e rafforzare i punti di sfiancamento presenti nel lato nord. Il muro “bono et grosso” è aderente al muro della Santa Casa.

Nella Basilica bizantina, costruita nel V secolo, e poi in quella crociata, costruita nell'XI secolo, la Santa Casa, connessa alla grotta, si trovava nella cripta, alla quale si accedeva per mezzo di due piccole porte. La cripta nel 1291, tempo della traslazione, non era stata ancora distrutta, a differenza della basilica sovrastante quasi del tutto abbattuta nel 1263. Con ciò gli angeli, per fare uscire la preziosa reliquia dalle due piccole porte, avrebbero dovuta smontarla, poiché gli angeli non hanno il potere della compenetrazione dei corpi. Così, gli angeli avrebbero dovuto fare quello che fecero i crociati. Queste due semplici osservazioni teologiche poggiano sui risultati dei lavori di archeologia a Nazareth e a Loreto.

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