La figura di Papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli, si distingue non solo per il suo pontificato in un'epoca turbolenta, ma anche per la sua profonda sensibilità verso le espressioni culturali del popolo italiano, inclusa la poesia dialettale. Il suo interesse per i dialetti non fu un mero apprezzamento folcloristico, ma un riconoscimento del loro valore come "magica arpa" della coscienza nazionale.
Pio XII e la Valorizzazione dei Dialetti
Il 13 ottobre 1957, in occasione di un discorso dedicato ai poeti dialettali italiani, Papa Pio XII definì l'insieme dei dialetti italiani come «una magica arpa, vibrante bensì in differenti tonalità, ma sprigionante un’unica mirabile sinfonia». In quell'occasione, Papa Pacelli, eletto al soglio pontificio nel 1939 e attento al nuovo mondo della comunicazione, sollevò una domanda più che attuale: «Ma quali sono gli elementi costitutivi di questo comune tesoro, da voi detto coscienza nazionale, al cui arricchimento debbono concorrere le regioni?». Questo intervento sottolineava l'importanza dei dialetti non solo come espressione artistica, ma anche come pilastri della cultura e dell'identità nazionale.
Inoltre, l'attenzione di Pio XII per la cultura e la tradizione si manifestò anche in altri ambiti, come la musica sacra. In occasione dell’Anno Santo del 1950, volle che la “Marcia Pontificia” di Charles Gounod divenisse l’«Inno Pontificio», un segno della sua cura per il patrimonio culturale religioso.

La Stima per Trilussa e l'Apprezzamento Papale
Uno dei poeti dialettali che godette della particolare stima di Pio XII fu Carlo Alberto Salustri, celebre per i suoi versi in romanesco con lo pseudonimo di Trilussa. Il poeta fu ammirato da diversi Papi. Ceccarius (Giuseppe Ceccarelli), nel suo articolo “Trilussa credente” sulla “Strenna dei Romanisti” del 1951, menziona l’udienza del 4 luglio 1943, quando Trilussa, settantaduenne, fu accolto in Vaticano da Pio XII, che festeggiava il 25° anniversario della sua ordinazione episcopale. Trilussa, che aveva contribuito con due poesie - “La Stella” e “Er Ragno bianco” - al volume miscellaneo regalato per l’occasione a Pacelli, visse un momento di particolare intensità.
Una foto dell'epoca lo ritrae in ginocchio in segno di omaggio davanti a Pio XII, che gli stringe amichevolmente la mano guardandolo negli occhi. Il Papa chiese a Trilussa con una punta di dispiacere come mai da tempo non leggesse più i suoi versi e lo incitò a rimettersi all’opera, dicendo: «Si rammenti che lei può far tanto bene!». Questa frase rievocata testimonia la profonda considerazione che il Pontefice nutriva per l'arte del poeta romanesco.
Anche ben prima di Pacelli, le rime trilussiane avevano affascinato i Papi. Ceccarius cita l’abitudine, descritta dai biografi, che Pio X aveva di ritagliare dal Messaggero (dove Trilussa pubblicò le sue opere agli inizi del Novecento) i versi del poeta per poi divertirsi a leggerli e commentarli in compagnia, durante i momenti di riposo. L'efficacia delle rime trilussiane, con la verve delle loro trovate ironiche e satiriche, era tale da colpire il segno più di uno scritto spirituale, come testimoniò anche l’arcivescovo di Teramo, Gilla Vincenzo Gremigni (1891-1963), che scelse di citare il poeta romano in una lettera pastorale del 1949.
Trilussa: Il Poeta Romanesco e la Fede
Il 26 ottobre 1871 a Roma nasceva Carlo Alberto Salustri, che diventerà celebre come Trilussa. Fu un poeta che rese il "romanesco" una lingua nazionale, un dialetto semplificato e godibile, superando i confini regionali. Questa operazione gli valse un successo intramontabile, pur attirando strali velenosi dai suoi detrattori che lo sbeffeggiavano per il suo anticonformismo stilistico.
Un aspetto meno sondato, se non dalla filigrana di qualche suo verso, è il rapporto di Trilussa con la fede. Un articolo di Ceccarius intitolato “Trilussa credente”, menzionava una poesia come “La Stella”, che evocava una ricerca spirituale:
«
La Pecorella vidde ch'er Pastore
guardava er celo pe' trovà una stella.
- Quale cerchi? - je chiese - forse quella
che porterà la Pace, che porterà l'Amore?
- La stella c'è, ma ancora nun se vede...
- je rispose er Pastore - Brillerà
appena sarà accesa da la Fede,
da la Giustizzia e da la Carità.
»
Nonostante la sua riservatezza («nun faccio er cantastorie de me stesso», affermava in un componimento autobiografico), Trilussa decise di condividere qualcosa della sua vita interiore con un pubblico di bambini. Su un numero del Corriere dei Piccoli del 1935, si riportano queste sue parole: «Fin da bambino per un istinto profondo ed invincibile ho avuto una fede assoluta in una Provvidenza che regna sugli uomini, in una bontà e saggezza supreme che governano il mondo: in Dio. Mi piace soprattutto dirlo ai ragazzi perché in questo argomento la mia fede è rimasta assoluta, intatta e semplice come quando ero ragazzo».

Il Contesto della Poesia Dialettale in Italia
L'attenzione papale verso i dialetti si inserisce in un contesto di rinnovato interesse per queste forme linguistiche. L’A.N.PO.S.DI. (Associazione Nazionale Poeti Scrittori Dialettali), fondata a Roma nel 1952 dall'incontro di poeti dialettali come Turno Schiavoni, Renata Sellani, Guido Cesare Zenari, Gino Cucchetti, Luigi Olivero e Alfredo Lucani, testimoniava la vivacità del movimento. L'associazione si propone di essere un motore e promotore di istanze atte alla diffusione del dialetto nelle scuole, sostenendo l'idea che la scuola media debba considerare la presenza dei dialetti e di altri idiomi o lingue minoritarie accanto all'italiano, come già sottolineato nei programmi del 1979.
Regioni come il Piemonte (1970) e la Sicilia (1998) hanno dimostrato attenzione alla tutela delle tradizioni locali, incoraggiando ricerche storico-linguistiche e promuovendone la valorizzazione e lo studio nelle scuole. Similmente, vanno ricordate la Valle d’Aosta, la Sardegna e le comunità delle minoranze etnico-linguistiche. L'importanza della "dialettalità", intesa come immissione di termini dal vivaio dialettale nella lingua della letteratura italiana, è riconosciuta in autori che vanno da Folengo a Verga, da Gadda a Pavese e Fenoglio, fino ad Andrea Camilleri, dimostrando come le forme di italiano che risentono del dialetto rappresentino una testimonianza viva della lingua.
Il Concetto di Neodialetto e le Nuove Generazioni
Dalla seconda metà del Novecento, si è diffuso il concetto di neodialetto, che implica l’abbandono di vecchi stilemi bozzettistici e macchiettistici, impregnati di passatismo e realismo comico. Questa evoluzione ha lasciato spazio a una poesia dialettale tematicamente più evoluta, che non teme di confrontarsi con la modernità e si basa su un linguaggio rinnovato. Un esempio di questo studio è l'opera "Poeti neodialettali marchigiani" (2018), a cura di Jacopo Curi e Fabio Maria Serpilli, che ha analizzato i poeti marchigiani nati tra gli anni Trenta e Novanta. Gli autori hanno evidenziato come il dialetto, pur subendo mutamenti dovuti alla scolarizzazione di massa e alla diffusione dei linguaggi massmediatici, mantenga la sua caratteristica prosodia e il recupero di termini tradizionali, dando vita a un'ibridazione con l'italiano. Ogni autore, in questo contesto, contribuisce con il suo personale idioletto a un nuovo genere di linguaggio parlato. Tra i temi affrontati si riscontrano il dialogo con la realtà domestica, l'astrazione metafisica, il ricordo, gli spazi cittadini e naturalistici, l'intimismo esistenziale e la satira sociale.

Figure e Studi nel Panorama Dialettale
La ricerca e la documentazione della poesia dialettale continuano ad essere attività vitali. Un esempio è il libro "Le parole recuperate. Poesia e dialetto nei Monti Prenestini e Lepini" (2007) di Vincenzo Luciani, che riporta i risultati di una ricerca sulla tipologia dei testi dialettali (vocabolari, proverbi, teatro, poesia) di comuni nella provincia di Roma. L'autore, fondatore e direttore del Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”, ha promosso la valorizzazione di numerosi poeti locali.
Tra i poeti e gli studiosi che hanno contribuito a preservare e innovare la poesia dialettale nel Lazio e non solo, si possono citare figure come Nicolino Amici, autore di "Gorga", o i sacerdoti Ferdinando Renato De Angelis e Angelo De Prosperis, che hanno dedicato opere alla poesia dialettale con intento educativo o descrittivo del paesaggio e dei personaggi locali. Anche poeti come Filippo (Pippo) Fagiolo, detto Peperone, e Remo Fagiolo hanno descritto con maestria il loro territorio e le sue tradizioni. Emanuele Lorenzi, profondo cultore del dialetto lepino, ha contribuito enormemente all'affermazione del Premio Biennale Letterario Internazionale dei Monti Lepini e alla pubblicazione di vocabolari e studi critici. Questi esempi dimostrano l'ampia e diffusa attività che continua a mantenere vivo il patrimonio della poesia dialettale in Italia.
La riscoperta della poesia religiosa in dialetto è un ulteriore segno di questa vitalità. A Bagnara Calabra, ad esempio, è stata presentata una raccolta di venti poesie religiose dedicate a Santa Cecilia, opera unica nel suo genere che ha visto la partecipazione di autori calabresi, pugliesi e laziali, sottolineando la devozione verso la Santa dei musici, cantori e poeti. Questo lavoro, curato da Vincenzo Laurendi, dimostra come la poesia dialettale continui a essere un veicolo potente per l'espressione di fede e tradizioni culturali.
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