La Pinacoteca Tosio Martinengo e le Natività: Un Percorso Tra Capolavori

La Pinacoteca Tosio Martinengo, completamente rinnovata nel 2018, accoglie nell’elegante sede di Palazzo Martinengo da Barco una preziosa e scelta collezione d’arte a Brescia.

Il percorso espositivo prende avvio dal Trecento e affianca ai dipinti mirabili oggetti di arte decorativa. Attraverso testimonianze di assoluta fama come l’Angelo e il Redentore di Raffaello e l’Adorazione dei pastori di Lorenzo Lotto, si arriva al cuore della collezione, costituito dalla pittura bresciana del Rinascimento con Savoldo, Romanino e Moretto. Si manifesta qui una peculiare attenzione per la realtà, che arriva poi fino all’umanissima stagione dei “pitocchi” di Giacomo Ceruti.

Veduta esterna di Palazzo Martinengo da Barco, sede della Pinacoteca Tosio Martinengo

Storia e Fondazione della Pinacoteca

La Pinacoteca civica bresciana nacque ed ebbe inizialmente sede in palazzo Tosio, essendo formata dalle ricche collezioni di dipinti, sculture, stampe, disegni e objects d’art che nel 1832 il conte Paolo Tosio volle legare al Comune. Uomo di vasta cultura letteraria e poeta egli stesso, il conte Tosio ospitava nel suo palazzo un salotto assiduamente frequentato dai protagonisti della cultura bresciana del primo Ottocento.

Nel suo testamento, redatto il 12 marzo 1832 e divenuto esecutivo dopo la morte della moglie Paolina nel 1846, Paolo Tosio donò le sue collezioni d’arte e la sua biblioteca al Comune, “onde siano conservati perpetuamente in Brescia stessa a pubblico comodo”. Nel 1851 la galleria Tosio fu aperta al pubblico, rispettando l’originaria disposizione delle opere d’arte e degli arredi di palazzo e registrando un progressivo incremento delle opere esposte, grazie soprattutto all’aggiunta di quadri donati o legati da collezionisti privati e di dipinti di proprietà comunale, incluse grandi pale provenienti da chiese demolite o soppresse.

Ritratto di Paolo Tosio, mecenate e fondatore delle collezioni

La Fusione delle Collezioni: Nascita della Pinacoteca Tosio Martinengo

Il continuo afflusso di opere determinò la necessità di aprire una seconda Pinacoteca. Quando nel 1884 Francesco Leopardo Martinengo da Barco lasciò alla città il proprio grande palazzo, fu possibile trovare una più razionale distribuzione per gli oltre 600 oggetti che affollavano le sale di palazzo Tosio.

In palazzo Martinengo da Barco fu quindi aperta nel 1889, dopo imponenti lavori di adeguamento condotti dall’architetto Antonio Tagliaferri, la Pinacoteca Comunale Martinengo, costituita con le opere estranee al legato Tosio. Nel 1903 l’amministrazione cittadina, spinta da ragioni di economia, decise la fusione delle due pinacoteche comunali in una sola, presso palazzo Martinengo da Barco.

Capolavori e Influenze Artistiche

All’epoca della sua costituzione, la collezione Tosio - che pur poteva vantare notevoli capolavori di pittura antica - era nota soprattutto per la massiccia presenza di quadri e sculture di acclamati artisti contemporanei. Formata attraverso acquisti e commissioni dirette, questa parte della raccolta comprendeva opere di protagonisti del neoclassicismo quali Andrea Appiani, Antonio Canova, Berthel Thorvaldsen, Pelagio Palagi e Luigi Basiletti, documentato da numerosi quadri di paesaggio. La stessa predilezione per le espressioni artistiche più fortemente legate alla tradizione classica connotava anche le scelte del conte in fatto di pittura antica.

Nell’arco di due anni, tra il 1821 e il 1822, Tosio si assicurò tre dipinti presentati sul mercato con il riferimento a Raffaello: il Redentore, la Madonna dei garofani (pur attribuita con qualche riserva, e oggi ritenuta opera della bottega dell’Urbinate) e un “ritratto di giovane” che gli studi novecenteschi hanno rivelato essere uno degli angeli della distrutta pala di San Nicola di Tolentino, prima opera documentata del Sanzio. Gli ideali di purezza, armonia e dolcezza incarnati dall’opera di Raffaello si possono riscontrare anche in buona parte delle più importanti opere della collezione Tosio, dalla Madonna con Bambino e san Giovannino di Francesco Francia all’Adorazione dei pastori di Lorenzo Lotto. Tra i pittori bresciani, l’attenzione di Tosio si concentrò esclusivamente su Moretto, che già Vasari aveva avvicinato all’Urbinate creando i presupposti per l’epiteto di “Raffaello bresciano”.

Le origini di questo sviluppo risiedono nell’opera di Vincenzo Foppa, la cui opera è illustrata nella sala 2 della Pinacoteca. Qui è conservata fra l’altro la sua ultima opera, lo Stendardo di Orzinuovi, esito estremo della sua ricerca pittorica, che Roberto Longhi riconobbe come vero e proprio manifesto di quella pittura di realtà che persegue un naturalismo estremo. La generazione successiva a quella di Foppa, che vede una consistente apertura d’interesse verso la pittura veneziana e in particolare verso il magistero di Tiziano, è dominata da tre protagonisti assoluti: Savoldo, Romanino e Moretto, che fecero della scuola bresciana, sempre secondo le parole di Longhi, “la più ricca di intelligenze che vanti in quel tempo l’Italia settentrionale”.

Nel Flautista di Savoldo le figure, austere nell’essenzialità degli atteggiamenti e delle espressioni raccolte in meditazione, sono avvolte in solidi panneggi sui quali la luce crea effetti preziosi. La pittura di Romanino alterna i cromatismi preziosi delle tele, come nel grande manto argenteo della Vergine della Natività, al modernissimo linguaggio degli affreschi, come attestano le due Cene provenienti da Rodengo ed esposte nel salone della Pinacoteca. La celebre Lavandaia di Ceruti condensa il mondo poetico dell’artista, dominato dalla ricerca della verità e dalla rappresentazione del dolore e della monotonia del vivere quotidiano.

Il Tema della Natività e la Figura di San Giuseppe

La spiritualità gesuata di orientamento francescano ha sempre privilegiato il tema della humilitas del Figlio di Dio fatto uomo. I temi della luce nella notte, della mamma con il bambino, della culla vegliata dal bue e l'asinello e della visita dei Re Magi colpiscono l'immaginazione dell'uomo, nello specifico la creatività degli artisti, che hanno trattato il soggetto secondo la loro sensibilità.

Il Salone d'onore della Pinacoteca Tosio-Martinengo accoglie le massime opere dei più importanti pittori bresciani in gara nel rappresentare questo evento.

La Natività Attribuita a Paolo da Caylina il Vecchio

Nella collezione si trova una Natività il cui affresco, datato 1490, è attribuito a Paolo da Caylina il Vecchio, cognato di Vincenzo Foppa. L'affresco si trova a sinistra sull'arco trionfale con la sovrastante Pietà. Si accompagna fuori scena a un San Pietro Apostolo, e in stile devoto tardogotico colpisce la somiglianza della testa di San Pietro con quella di San Giuseppe: canizie incipiente conclusa dalla bianca barba riccia nel volto raccolto, gli occhi bassi. Queste figure si possono accostare alle tempere della Pinacoteca Tosio-Martinengo raffiguranti Paolo predicante e Paolo che scrive le epistole, resti del polittico di Gardone V.T., attribuite allo stesso autore.

Al centro della scena della Natività sta la Madonna in raccoglimento china sul bambinello alla presenza del bue (si vede un corno solo, ormai cancellato l'altro insieme all'asinello) sullo sfondo di una macchia brunastra attorno all'angelo nunziante, in un restauro pasticciato. Si nota la presenza di una montagna nella cima degradante dietro San Giuseppe. Sul lato sinistro la parete in ombra di una casa si pone angolarmente vicino alla figura di San Pietro in una luce rarefatta e irreale, quasi una astrazione metafisica sottolineata dalla presenza della finestrella. Nel colore brunastro dello sfondo spiccano l'azzurro del cielo e il blu del manto della Vergine. Splendono gli ori delle tre aureole e il drappo purpureo dell'infante, simboli di divinità e di regalità.

Dettaglio della figura di San Giuseppe nella Natività attribuita a Paolo da Caylina il Vecchio

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L'Adorazione dei Pastori di Lattanzio Gambara

Tra le opere che illustrano la versatilità di Lattanzio Gambara, si menziona un'Adorazione dei Pastori dove la luce emanante dal Bambino illumina i volti degli astanti sullo sfondo di un paesaggio inquadrato dalle colonne del tempio in rovina. In primo piano sulla destra emerge il maestoso pastore nel gesto rustico del levarsi il cappello sul profilo barbuto in controluce. Alla sinistra dietro San Giuseppe sono il bue e l'asinello, oltre i quali si intravede confusamente un movimento di cavalli, forse preannuncio dell'arrivo dei Re Magi. La madre si pone naturalmente al centro, le braccia allargate in adorazione nel chiarore della culla. L'affresco, attribuito da vari autori a Lattanzio Gambara, è un saggio della sua abilità nel creare prospettive, giochi di luce e colore.

Un raffronto interessante è offerto dalla Natività posta in capo alla navata destra della chiesa dei SS. Faustino e Giovita, ritenuta un suo capolavoro, dove l'impianto strutturale è dato dalle due figure di primo piano che conferiscono profondità alla scena. Qui, al centro si pone la Vergine con le braccia aperte, attorniata dai pastori e da San Giuseppe sempre in posizione discosta. In quest'opera si avverte più naturalezza e scioltezza nelle immagini, originalità nella ricerca luministica vicina ai temi del Correggio.

La Natività o Adorazione dei Pastori di Pier Maria Bagnadore

La terza Natività o Adorazione dei Pastori è opera di Pier Maria Bagnadore (1548? - 1627?) e fa parte del trittico con le tele dell'Adorazione dei Magi e della Circoncisione, nella cappella laterale di centro dedicata alla devozione di Gesù Bambino. Anche gli affreschi delle quattro sibille e altrettanti profeti nella cupola, che prefigurano la venuta del Salvatore, sono opera del Bagnadore, così come i pennacchi della calotta con i quattro evangelisti. L'Adorazione dei pastori di Bagnadore ha subito cambiamenti per essere adattata a cornici in tempi diversi, come il taglio del piede e della gamba ai due lati e una centina sulla sommità. Le fonti di luce sono due: quella in cielo, che avvolge un gruppo di tre angioletti, e l'altra in basso che irradia vivissima dall'Infante riverberandosi sul volto degli astanti. La ricerca luministica trae origine dalla scuola del Correggio.

L'Adorazione dei Pastori di Lorenzo Lotto

Una delle Natività più iconiche e non convenzionali presenti alla Pinacoteca Tosio Martinengo è l'Adorazione dei Pastori di Lorenzo Lotto (Venezia, 1480 - Loreto, 1556/1557). Quest'opera, del 1530 e risalente al periodo maturo dell'artista durante il suo secondo soggiorno a Venezia, si distingue per l'inusuale e spontaneo gesto che lega il Bambino Gesù all'agnello sorretto da un pastore, dono dei pastori e simbolo del Sacrificio Pasquale.

L'Adorazione dei Pastori è ambientata all'interno di una capanna, dove una finestra con un'anta aperta e vetro diviso in quattro parti evoca la croce. L'apertura sulla sinistra mostra uno scorcio di cielo illuminato da bagliori dorati e la tettoia esterna della capanna, costruita con travi di legno. La Vergine, San Giuseppe, due pastori e due angeli circondano adoranti Gesù Bambino, adagiato in una cesta di vimini e intento a giocare teneramente con l'agnello. Le notevoli dimensioni della tela (182 x 164 cm) suggeriscono che fosse destinata alla parete di un palazzo privato. È molto probabile che i volti dei due pastori siano i ritratti dei committenti, verosimilmente due fratelli, come suggerisce il loro particolare abbigliamento, che rivela una condizione sociale decisamente elevata sotto le giubbe da pastori.

Il capolavoro costituisce un punto nodale nel percorso del Lotto, che trasforma il tema della "Sacra Conversazione dei veneti in una riunione confidenziale che accomuni sullo stesso terreno e distribuisca la stessa indole ai personaggi divini e umani" (Roberto Longhi). Il restauro del 2004 di quest'opera ha portato alla luce, insieme alla firma, anche la data di realizzazione (1530), recuperando l'originario splendore cromatico.

L'Adorazione dei Pastori di Lorenzo Lotto, opera simbolo della Pinacoteca

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Un Capolavoro per Milano: L'Esposizione della Natività di Lorenzo Lotto

L'Adorazione dei Pastori di Lorenzo Lotto è stata scelta per la settima edizione dell'iniziativa culturale "Un Capolavoro per Milano", promossa dal Museo Diocesano e da Bipiemme Gestioni, dove è stata ospitata fino a gennaio 2010. Questa iniziativa, intrapresa con gran successo anche dal Comune di Milano, consente una maggiore concentrazione e comprensione del singolo bene culturale. L'allestimento dell'opera a Milano era davvero singolare, non esposta al pian terreno, ma negli ambienti ipogei dove trova posto la sezione di oreficeria. Tra antichi arredi liturgici, preziose capselle e manoscritti, l'opera di Lorenzo Lotto si trovava quasi incastonata come il più risplendente dei capolavori. Alcuni filmati in flat screen introducevano la visita, proponendo un'inedita chiave di lettura storica e stilistica del dipinto.

Informazioni Pratiche per i Visitatori

La Pinacoteca Tosio Martinengo offre un’innovativa guida multimediale gratuita, semplice e fruibile direttamente dal proprio smartphone. Per eventuali prenotazioni o informazioni, si consiglia di contattare il CUP - Centro Unico Prenotazioni (lunedì - sabato, dalle 10 alle 18).

Nella Pinacoteca vige il divieto di introdurre cani, anche nelle aree all’aperto, con la sola eccezione dei cani guida per persone non vedenti.

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