Giovanni Scoto Eriugena: Omelia e Commento sul Vangelo di Giovanni

La figura di Giovanni Scoto Eriugena, intellettuale irlandese del IX secolo, continua a esercitare un fascino profondo grazie alla sua erudizione, alla sua speculazione teologica di altissimo livello e alla sua rara padronanza del greco nel contesto della cultura carolingia. Le sue opere, che spaziano dalla teologia all'esegesi biblica, sono state oggetto di studio e ammirazione per secoli.

Una figura centrale negli studi sull'Eriugena è quella di Padre Ignace de la Potterie, gesuita belga e professore presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma, scomparso l'11 settembre 2003 all'età di 89 anni. Questa antologia di brani di Padre de la Potterie si propone come un omaggio alla sua attività di ricerca scritturistica, con particolare attenzione ai suoi studi sul Quarto Vangelo.

La presente raccolta è stata preparata in vista di un pellegrinaggio a Efeso della parrocchia di S. Melania in Roma nell'anno 2004, e mira a presentare alcune delle riflessioni più significative di Padre de la Potterie sul Vangelo di Giovanni. Al centro di queste riflessioni vi è la rivelazione centrale dell'Evangelo giovanneo, ovvero la compresenza del divino e dell'umano nella vicenda di Gesù.

Il Vangelo di Giovanni: La Pedagogia del Vedere

Secondo Padre de la Potterie, il Vangelo di Giovanni non si limita a presentare una realtà storica, sensibile e terrena, ma sa cogliere in essa la presenza divina ed eterna. Questo approccio è reso esplicito attraverso la pedagogia del vedere, un tema centrale nel Quarto Vangelo, particolarmente evidenziato nel capitolo 20.

"Nell'ultima cena Gesù dice: 'Chi ha visto me ha visto il Padre' (14,9). È il versetto centrale del quarto Vangelo," sottolinea Padre de la Potterie. Vedere fisicamente Gesù era la via d'accesso al Mistero, ma non bastava da sé. Era necessario un progressivo passaggio dal "vedere" un uomo di carne al riconoscere in lui, con l'occhio della fede, il Figlio di Dio, il Verbo fatto carne.

La dinamica della prima fede cristiana, secondo i Vangeli, è un percorso che va dall'accorgersi di qualcosa al riconoscimento del Mistero di Dio nella realtà visibile. Questa progressione si esprime attraverso diversi verbi greci che descrivono il vedere:

  • βλέπω (blepo): scorgere, notare qualcosa.
  • θεωρειν (theorein): guardare attentamente, osservare.
  • οράω (orao), nel suo perfetto greco: vedere perfettamente, contemplare il senso profondo di ciò che si vede.
Illustrazione schematica dei tre verbi greci che descrivono la progressione del vedere nel Vangelo di Giovanni.

L'evangelista Giovanni si impegna a descrivere l'approfondimento progressivo dello sguardo dei primi testimoni della risurrezione. Il semplice βλέπειν dell'inizio si trasforma in uno sguardo attento e scrutatore, fino alla pienezza della fede pasquale espressa dal verbo al perfetto: "Ho visto il Signore".

La Struttura del Capitolo 20 del Vangelo di Giovanni

Il capitolo 20 del Vangelo di Giovanni presenta una struttura concentrica che sottolinea la fede in Cristo risorto basata sulla testimonianza di chi ha visto il sepolcro vuoto e il Signore vivo:

  • Primo episodio: I due apostoli, Pietro e Giovanni, al sepolcro (vv. 1-10).
  • Secondo episodio: L'apparizione alla Maddalena (vv. 11-18).
  • Terzo episodio: L'apparizione ai discepoli senza Tommaso (vv. 19-25).
  • Quarto episodio: L'apparizione in presenza di Tommaso (vv. 26-29).

Il primo episodio è parallelo al quarto, e il secondo al terzo, evidenziando la solidità della testimonianza che fonda la fede pasquale.

Le Apparizioni Pasquali secondo Giovanni

Concentrandoci sulle apparizioni pasquali, il primo episodio vede Pietro e Giovanni al sepolcro vuoto. Giovanni "cominciò a credere" (non "credette" nella traduzione comune, poiché subito dopo si precisa che non avevano ancora compreso la Scrittura), manifestando una fede iniziale.

Anche per la Maddalena, il suo sguardo viene progressivamente purificato. Inizialmente, riconoscendo l'uomo nel giardino, dice: "Maestro, sei tu!". Maria è ancora legata all'immagine precedente di Gesù. Tuttavia, accetta il riconoscimento della fede quando Gesù stesso glielo dice: è il Signore risorto.

Nell'apparizione ai discepoli senza Tommaso, questi sono "pieni di gioia alla vista del Signore". Lo riconoscono prima ancora che parli, avendo accettato la testimonianza della Maddalena. Questo sottolinea l'importanza di saper accettare una verità sulla base della testimonianza, cosa che Tommaso inizialmente non fa, diffidando dei suoi amici.

La Croce in Giovanni: Trionfo e Regalità

Lo sguardo di Giovanni coglie in profondità ciò che si realizza nell'evento della croce. Non è solo resurrezione e glorificazione di Gesù, ma la sua stessa crocifissione partecipa dello splendore della gloria.

A differenza dei Sinottici, che riportano le predizioni di Gesù sulla sofferenza, la flagellazione e la crocifissione, Giovanni presenta la passione come una "esaltazione". Nei capitoli 3, 8 e 12 del suo Vangelo, Gesù annuncia che "quando io sarò innalzato da terra attirerò tutti a me".

Giovanni non nega la realtà materiale degli eventi, ma ne mette in rilievo l'aspetto di regalità, trionfo e vittoria sul male. Questo emerge chiaramente durante la crocifissione:

  • "Ecce homo" (Gv 19,5): Pilato presenta Gesù, che indossa i simboli della regalità, la corona di spine e il mantello.
  • Parallelismo tra il Pretorio e il Golgota: In entrambi i casi, Giovanni pone l'accento sul tema della regalità, con Pilato che rende onori a Gesù.
  • "Il vostro re" (Gv 19,14) e "Il re dei Giudei" (Gv 19,19): Proclamazioni della regalità di Cristo in ebraico, greco e latino.
Raffigurazione di Gesù con la corona di spine e il mantello rosso, come descritto nel Vangelo di Giovanni.

Giovanni scrive che Gesù esce dalla città "baiulans sibi crucem", che non significa solo "portando la croce", ma "portandola per sé", come strumento della sua vittoria. San Tommaso d'Aquino e San Giovanni Crisostomo interpretano questo gesto come il portare la croce come un re porta il suo scettro, segno di gloria e sovranità.

La croce in Giovanni non è più solo un patibolo, ma "la croce di Gesù", una formula che rimanda al mistero salvifico di Cristo. Anche la centralità di Cristo tra i due ladroni sottolinea la sua dignità.

Maria ai Piedi della Croce e la Nascita della Chiesa

La presenza di Maria ai piedi della croce è un elemento significativo. Gesù la chiama nuovamente "donna", come a Cana, richiamando la figura biblica della "Figlia di Sion". Maria, ricevendo il discepolo come figlio, realizza questa immagine, diventando simbolo della Chiesa-Madre. Il discepolo amato da Gesù rappresenta tutti i discepoli, che diventando figli di Maria, diventano figli della Chiesa.

In Giovanni, la croce è vista in una prospettiva ecclesiale, il momento in cui nasce la Chiesa nelle figure della madre di Gesù e del discepolo amato.

Il Sangue e l'Acqua dal Costato di Cristo

Un altro dettaglio esclusivo di Giovanni è il sangue e l'acqua che escono dal costato di Gesù morto, perforato dalla lancia. L'acqua simboleggia lo Spirito Santo donato da Cristo alla Chiesa, mentre il sangue attesta la realtà del sacrificio e il dono della vita di Cristo, con il quale "tutto è compiuto".

Anche la sepoltura di Cristo presenta un dettaglio "regale": i circa trenta chili di balsamo utilizzati eccedono una misura media, una quantità che poteva essere destinata a un re. Questo apre la prospettiva sulla Pasqua.

La Verità in San Giovanni

Al centro del pensiero di Padre de la Potterie vi sono le sue considerazioni sul concetto di "verità" in San Giovanni. Per il gesuita belga, dalla verità - che è Gesù stesso - discendono gli unici due precetti che San Giovanni sembra avere in mente: la fede e l'amore.

"Io sono la via, la verità e la vita; nessuno va al Padre se non attraverso di me," afferma Gesù. L'unicità dell'incarnazione del Figlio di Dio è la ragione fondamentale dell'unicità della verità cristiana.

Il Prologo del Vangelo di Giovanni afferma: "La grazia della verità avvenne in Gesù Cristo" (Gv 1,17). L'incarnazione è un evento unico nella storia delle religioni, dove l'uomo Gesù era il Figlio di Dio venuto dal Padre.

La verità cristiana è un evento rivelatore, un mistero che necessita dell'azione dello Spirito Santo. Come afferma San Giovanni: "Lo Spirito è la verità" (1 Gv 5,6). Lo Spirito della verità ci fa ricordare tutto ciò che Gesù ha detto, insegnandocelo dall'interno e facendoci entrare "in tutta intera la verità" (Gv 16,13).

Monsignor Luigi Giussani, nel libro "Il cammino al vero è un'esperienza", sottolinea che "Ha veramente incontrato Cristo solo chi possiede il suo Spirito: 'Se uno non ha lo Spirito di Cristo non è dei suoi'".

Dio è Amore: La Trasformazione della Morale Cristiana

Un altro celebre testo giovanneo è "Dio è amore" (1 Gv 4, 8.16). Il cristianesimo insegna che "Dio ha tanto amato il mondo che ha mandato il suo Figlio unigenito affinché chiunque crede in lui... abbia la vita eterna" (Gv 3,16).

Questa rivelazione trasforma la morale cristiana. Gesù ci ha lasciato un solo comandamento, un comandamento nuovo: amarci gli uni gli altri come lui ha amato noi (Gv 13,34). Tutta la morale giovannea è, in sostanza, una morale della verità.

Cristo e il Cosmo: La Visione di Giovanni Scoto Eriugena

Le meditazioni di Avvento, ispirate anche agli scritti di Giovanni Scoto Eriugena, si propongono di rimettere la persona divino-umana di Cristo al centro del cosmo e della storia. Cristo, nonostante il gran parlare che si fa di lui, è spesso emarginato nella cultura contemporanea.

Secondo la comprensione cristiana della realtà, il destino dell'intera creazione passa attraverso il mistero di Cristo, presente fin dall'origine: "Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui" (Col 1,16).

Il Prologo del Vangelo di Giovanni (1,1-18) mostra l'attività creatrice di Cristo come Parola divina (Logos). L'affermazione che questa Parola "si fece carne" (Gv 1,14) indica che una Persona della Trinità si è inserita nel cosmo creato, condividendone il destino fino alla croce.

Schema che illustra la relazione tra creazione, incarnazione e redenzione in Cristo.

Dall'inizio del mondo, e in modo particolare a partire dall'incarnazione, il mistero di Cristo opera in modo nascosto nell'universo, senza ledere la sua autonomia.

Il Ruolo Cosmico di Cristo

I testi biblici sul ruolo cosmico di Cristo, come quelli di Paolo (Col 1,16) e Giovanni, sono fondamentali. Paolo afferma: "Egli è l'immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui sono state create tutte le cose... tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui".

Per Giovanni, la cerniera che unisce creazione e redenzione è il momento in cui "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi". Per Paolo, è piuttosto il momento della croce. Per il primo è l'incarnazione, per il secondo è il mistero pasquale.

La riflessione patristica, per contrastare le eresie, ha valorizzato principalmente la persona di Cristo e la salvezza dell'uomo, trascurando la sua portata cosmica. La domanda sul "perché" dell'incarnazione è stata tradizionalmente risposta con un'ottica antropologica: "Per noi uomini e per la nostra salvezza".

Duns Scoto e l'Incarnazione

Nel Medioevo, il Beato Duns Scoto propose una visione diversa, sciogliendo l'Incarnazione dal suo legame essenziale con il peccato. Il motivo dell'Incarnazione, secondo Scoto, risiede nel fatto che Dio desidera avere, fuori di sé, qualcuno che lo ami in modo sommo e degno di sé. Cristo è voluto per sé stesso, come il solo capace di amare il Padre con un amore infinito.

Teilhard de Chardin e la Cristogenesi

Nel XX secolo, Teilhard de Chardin, attraverso le sue conoscenze scientifiche, vede un parallelismo tra l'evoluzione del mondo (Cosmogenesi) e la progressiva formazione del Cristo totale (Cristogenesi). Egli propone una visione positiva del rapporto tra cristianesimo e realtà terrene, componendo un "Inno alla materia" e un "Inno dell'universo".

Questa visione ha influenzato documenti del Concilio Vaticano II, come la costituzione "Gaudium et spes", portando a una rivalutazione delle attività terrene, in particolare del lavoro umano.

Teilhard de Chardin vede l'Eucaristia estendere la sua azione all'intero cosmo attraverso il lavoro e la vita quotidiana del credente. Tuttavia, alcuni studiosi segnalano una lacuna nella sua visione: la difficoltà di integrare l'aspetto negativo del peccato e la visione drammatica della croce e della morte di Cristo come riconciliazione.

Lo Spirito Santo e la Creazione

La domanda su come sfuggire al rischio di vedere Cristo come "un intruso o uno spaesato nell'universo" trova una risposta nell'attenzione allo Spirito Santo e al suo rapporto con il Cristo risorto.

Lo Spirito Santo è la forza misteriosa che spinge la creazione verso il suo compimento. Il Concilio Vaticano II afferma che "lo Spirito di Dio che, con mirabile provvidenza, dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, è presente a tale evoluzione".

Lo Spirito Santo è colui che fa passare il creato dal caos al cosmo, rendendolo bello, ordinato e pulito. Come afferma un anonimo autore del II secolo, ciò che "lo Spirito di Dio" operò al momento della creazione, lo opera ora "lo Spirito di Cristo" nella redenzione.

Lo Spirito Santo

Cristo e la Sfida Ecologica

Cristo svolge una funzione decisiva anche sui problemi concreti della salvaguardia del creato, operando sull'uomo e, attraverso l'uomo, sul creato. Il suo Vangelo, ricordato dallo Spirito Santo, rivela il vero senso del "dominio" come servizio.

"Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore," afferma Gesù (Mt 20,25-26).

Cristo agisce nel creato come nell'ambito sociale, con il suo precetto dell'amore del prossimo. In rapporto allo spazio e al tempo, il "prossimo" include coloro che verranno dopo di noi, i bambini e i giovani a cui stiamo togliendo la possibilità di vivere su un pianeta abitabile.

La cura del creato richiede di pensare globalmente e agire localmente ("Think globally, act locally"). La conversione deve iniziare dall'individuo. San Francesco d'Assisi invitava a non essere "ladri di elemosine"; oggi, dovremmo proporci di non essere ladri di risorse, usandole con sobrietà e parsimonia, come dimostra il Natale, dove il Creatore stesso si è accontentato di una stalla.

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