Giovanni Santi: Pittore, Poeta e Umanista alla Corte di Urbino

Giovanni Santi (Colbordolo, 1440/1445 - Urbino, 1° agosto 1494) è stato un pittore italiano, poeta e scenografo, ricordato principalmente come padre e primo maestro del celebre Raffaello Sanzio. La sua figura, a lungo oscurata dalla fama del figlio, è stata ampiamente rivalutata dalla critica moderna, che ne ha riconosciuto l'importante ruolo come precursore dell'arte rinascimentale e la sua significativa personalità di umanista.

Origini e Formazione

Nascita e Trasferimento a Urbino

Giovanni Santi nacque a Colbordolo, un'umile terra dello Stato di Urbino, tra il 1440 e il 1445, da Sante di Peruzzolo, mercante di grano, ed Elisabetta di Matteo di Lomo. La famiglia del Santi non interruppe mai i suoi atavici legami con Colbordolo, come testimoniano numerosi atti notarili di compravendita di beni e terreni. Su decisione del nonno Peruzzolo, dopo il sacco malatestiano del 1446, la famiglia si trasferì a Urbino nel 1450 per sfuggire alle scorrerie del Malatesta.

A Urbino, all'età di circa dieci anni, Santi entrò in contatto con una delle più raffinate corti del Rinascimento, quella di Federico da Montefeltro. Questo ambiente culturale fu cruciale per la sua formazione artistica e umanistica, e la sua vicinanza alla corte fu di rilevanza anche per il futuro sviluppo del figlio Raffaello, la cui formazione è legata a Urbino.

Giovanni Santi a colloquio con il Duca Federico da Montefeltro nel contesto della corte urbinate

Apprendistato e Influenze Iniziali

Giovanni Santi dovette svolgere il suo apprendistato artistico in una bottega urbinate, riuscendo a raggiungere lo status di maestro negli anni compresi tra il 1465 e il 1475. Nel 1469 è attestato in un documento concernente l’attività di Piero della Francesca per la "Comunione degli apostoli", commissionata dalla confraternita del Corpus Domini: l’8 aprile Santi ricevette dieci bolognini «per fare le spese a maestro Piero del Borgo ch’era venuto a vedere la taula per farla a conto della fraternita».

Fra il 1474 ed il 1480, Santi non è documentato nelle Marche; si può ragionevolmente ipotizzare la sua presenza a Roma, Venezia e Firenze. Questa nuova esperienza gli fece riconoscere i limiti della civiltà "cortese" e lo rese partecipe della cultura prospettica e dei risultati raggiunti dal Brunelleschi e dall'Alberti.

Carriera Artistica: Stile e Opere

Caratteristiche Stilistiche

Lo stile pittorico di Giovanni Santi si distingue per la sua capacità di assimilare diverse influenze, pur mantenendo una qualità mediana e costante nel tempo. Fu affascinato in un primo tempo dalla luminosità di Piero della Francesca, attratto in seguito dal senso monumentale di Melozzo da Forlì e negli ultimi anni dallo stile del Perugino. La sua pittura integrava elementi della matrice fiamminga, del veneto-padovano e le suggestioni di artisti come Signorelli e Giovanni Bellini (come nella "Pala di Gradara") e Piero della Francesca (per la "Pala Oliva"). Santi creò il suo stile pittorico guardando alle opere di artisti fiamminghi, veneti e ferraresi, attivi nelle Marche. È comunque il primo pittore urbinate in quanto non ne esiste un altro prima di rilevanza tale da passare alla storia.

Insieme di influenze pittoriche su Giovanni Santi (schematico)

Opere Principali e Commissioni

Definire un corpus ragionato delle opere pittoriche di Santi presenta difficoltà a causa dello scarso numero di dipinti datati e della qualità mediana del suo stile, che si mantenne quasi invariata negli anni. Tale stile è evidente in una serie di tavolette dedicate al tema della Vergine con il Bambino che la critica gli ha ricondotto: la tavola della National Gallery di Londra con Gesù dormiente, quella di medesimo soggetto della Cassa di risparmio di Fano e quella con Maria in preghiera, in parte ridipinta, del Museo Albani di Urbino. A questo gruppo possono essere collegati altri due dipinti: rispettivamente la "Madonna col Bambino" del Museo nazionale di Poznań e quella già al Kaiser Friedrich Museum di Berlino, distrutta durante la seconda guerra mondiale.

La bottega di Santi si cimentò con un altro tema di ampia fortuna, il Cristo in Pietà. Nel gruppo di opere interessato rientrano la tavoletta con il Cristo come ‘uomo dei dolori’ della Galleria nazionale delle Marche, a volte identificata come una delle prime opere del pittore poiché discesa stilisticamente dall’arte di Pedro Berruguete; e quella con il Cristo in pietà depositata alla Pinacoteca civica di Pesaro, il cui «prototipo, sia cronologicamente che formalmente, pare essere il Cristo della tomba Tiranni in Cagli».

La Cappella Tiranni a Cagli

Alla morte della moglie Battista nel 1481, Pietro Tiranni commissionò per la chiesa di San Domenico a Cagli un degno monumento funebre, la cui decorazione fu affidata a Santi, che la dovette terminare entro l’anno successivo. L’opera, caposaldo del suo catalogo, è costituita da un affresco con la Pietà di Cristo tra i Santi Girolamo e Bonaventura che corona un sarcofago marmoreo.

A una data di poco posteriore è stato ricondotto l’altare della cappella Tiranni nella medesima chiesa: i suoi affreschi, con la "Sacra conversazione" e, nella soprastante lunetta, la "Resurrezione di Cristo", palesano interessanti dinamiche spaziali, che fondono le propensioni toscaneggianti con la tradizione pierfrancescana; parimenti, la volta con Cristo e i putti si caratterizza per l’omaggio ai modi melozziani. Opera emblematica dei rapporti con Melozzo è la tela firmata con "San Girolamo in trono".

Affresco della Pietà di Cristo nella Cappella Tiranni a Cagli

Le Pale d'Altare

La prima pala firmata da Santi e datata 1484 è la nota "Sacra conversazione", già nella pieve di S. Sofia a Gradara e oggi nella Pinacoteca comunale della stessa località. Il dipinto è un chiaro esempio di una produzione con caratteristiche seriali, in cui il pittore media la cultura cortese - si noti l’attenzione botanica - con «una articolazione spaziale che riprende [...] suggestioni da Piero e da Melozzo, ma lo fa liberamente senza ricalchi». A questo gruppo appartengono sia la pala Mattarozzi (già a Berlino, ma distrutta nella seconda guerra mondiale), sia quella di Fano con la "Visitazione" nella chiesa di S. Croce. La "Sacra conversazione" della Pinacoteca civica di Fano, proveniente dalla chiesa di S. Croce, presenta diversi brani desunti da cartoni e disegni che ricalcano pedissequamente modelli precedenti, come la pala di Gradara.

Un punto fermo del catalogo del pittore è la "Pala Oliva", firmata e datata 1489, commissionata dal nobile Carlo Oliva per la cappella di famiglia nella chiesa dei frati minori di Montefiorentino presso Frontino. La Sacra conversazione, la tavola "Madonna con Bambino in trono fra i Santi Elena, Zaccaria, Sebastiano e Rocco", completa tuttora il mausoleo affidato all’abilità progettuale di Francesco di Simone Ferrucci, che si occupò anche delle decorazioni scultoree.

Sempre nel 1489, Santi dipinse anche una pala commissionata da Gaspare Buffi per la cappella di famiglia nella chiesa di San Francesco a Urbino. La grande tavola, oggi nella Galleria nazionale delle Marche, è assurta a emblema del percorso stilistico del maestro, poiché vi trovano posto numerosi elementi del suo repertorio, «come ad esempio i due angeli reggicorona chiaramente desunti da Giusto da Gand». Dalla stessa chiesa provengono le due tele complementari con "San Rocco e Tobiolo" e l'"Arcangelo Gabriele". La monumentalità delle figure, la loro qualità e l’utilizzo di un prototipo aulico nella figura dell’arcangelo apparentano i dipinti alla "Visitazione" di Fano.

Pala Oliva, 1489, Giovanni Santi (dettaglio)

Altre Opere Notevoli

L'"Annunciazione" realizzata per la chiesa francescana di S. Maria Maddalena a Senigallia, oggi conservata a Urbino presso la Casa di Raffaello, si riscontrano chiare connessioni con la "Visitazione" fanese. Nella Galleria nazionale di Urbino sono custodite due tavolette stilisticamente affini: il "Cristo morto sorretto da angeli", dalla chiesa di S. Donato (poi di S. Bernardino), e la "Santa martire", che palesa alcuni riferimenti stilistici alla coeva cultura di Sandro Botticelli. Nella stessa galleria si conserva anche la pala commissionata dai confratelli di S. Sebastiano, un tempo nell’omonimo oratorio. L’opera sviluppa il tema del martirio con dinamiche teatrali: sulla sinistra Diocleziano impartisce ordini ai balestrieri, mentre sulla destra sono ritratti i confratelli con accenti veristici. Un problema a lungo dibattuto dalla critica è quello concernente le sette tavole con gli Apostoli, già nella cattedrale di Urbino e ora alla Galleria nazionale delle Marche.

Tra le opere che egli realizzò in un arco temporale ristretto (meno di un ventennio) sono le "Muse" eseguite per il tempietto del Palazzo Ducale di Urbino, otto tavole della Galleria degli Uffizi ricondotte al tempo della committenza federiciana. Un simile modello è rintracciabile nella Musa Clio, che deriva da un disegno oggi nella biblioteca di Windsor.

La Carriera di Umanista e Poeta

La personalità di Giovanni Santi non si limitò alla pittura; fu un valente uomo di lettere e uno storiografo della corte urbinate. Nel 1474, coinvolto nei festeggiamenti per Federico d’Aragona, sceneggiò e diresse lo spettacolo teatrale "Amore al tribunale della Pudicizia". La critica letteraria ha ricostruito la sua continuità nella scrittura e nel teatro umanistico, dove poté far dialogare le sue vaste passioni per le diverse forme d’arte. La sua fama come poeta fu alta se viene chiamato "novello Dante"; ci restano il testo di "Amore al tribunale della Pudicizia".

Il suo capolavoro letterario fu "La vita e le gesta di Federico di Montefeltro duca di Urbino", un lungo poema epico-storico in terza rima, composto tra il 1482 e il 1487, di quasi ventitremila versi. Questa "Chronaca rimata", a cui lavorò sino alla morte, è una fonte inestimabile per la ricostruzione del mondo cortese italiano dell'epoca, grazie alla sua «vastità di orizzonti d’informazioni» e ai suoi acuti giudizi sui pittori contemporanei. La cronaca è una fonte importante anche per comprendere il percorso di Santi nei suoi viaggi formativi in Italia tra il settimo e l’ottavo decennio del secolo, quando soggiornò in Toscana, per proseguire lungo la direttrice adriatica fino a Venezia e giungere nel Settentrione padano, conoscendo la cultura e l’arte dei maggiori interpreti del tempo (Donatello, Andrea Mantegna, Cosmè Tura, i Bellini e altri).

Nel 1488, organizzò gli ingressi trionfali e gli spettacoli teatrali per le nozze fra Guidubaldo da Montefeltro ed Elisabetta Gonzaga.

Urbino - Speciale Capoluoghi d'Italia (Tv2000)

Vita Personale, Bottega e Ultimi Anni

Famiglia e Bottega

Nel 1480, Giovanni sposò Magia di Battista Ciarla, figlia di un facoltoso mercante, che nel 1487 gli consegnò una dote di 150 fiorini. Nel 1483 nacque il loro figlio, Raffaello Sanzio. Sebbene Giovanni sia noto come il primo maestro di Raffaello, una parte della critica novecentesca ha evidenziato che il rapporto tra i due dovette essere limitato nel tempo: Giovanni, per l’epoca, era un padre anziano impegnato in una bottega itinerante, e Raffaello, per quanto dotato, aveva solo undici anni quando egli morì.

L'attività della bottega di Santi si dovette diversificare e moltiplicare: operò per alcune importanti chiese cittadine (cattedrale, S. Francesco, S. Sebastiano) e per la corte, acquisendo progressivamente una certa notorietà nella ritrattistica. In un documento del 1483 tra i collaboratori di Giovanni si annovera Evangelista da Pian di Meleto. Quando il capobottega firmò la pala di Gradara (1484), Santi doveva essere un uomo facoltoso, le cui fortune crebbero alla morte del padre Sante (1485). Dirimenti appaiono poi i rapporti con alcuni sodalizi laici cittadini: per esempio, ricomprò (1486) dalla confraternita di S. Maria della Misericordia una vigna e mantenne (1486-87) come membro insigne una continuità lavorativa con il Corpus Domini, benché nel 1482 per breve tempo ne fosse allontanato.

Gli Ultimi Anni e la Morte

Negli ultimi anni della sua vita, Giovanni Santi è menzionato in diverse imprese artistiche: nel 1490 dipinse un perduto ritratto della principessa milanese Bianca Maria Sforza per Elisabetta, duchessa di Urbino. Nel 1493 operò per il Corpus Domini e poco dopo, raccomandato sempre da Elisabetta, giunse alla corte mantovana dei Gonzaga, dove è citato in una lettera d’Isabella d’Este relativa a un suo ritratto. Nella città padana realizzò anche un altro ritratto scomparso di Ludovico, zio del marchese Francesco II e vescovo di Mantova, e si impegnò nel ritrarre lo stesso Francesco, senza riuscirvi a causa dei problemi di salute, come testimoniato da alcune missive marchionali tra l’aprile e l’ottobre del 1494.

Rientrato a Urbino il 27 luglio, Giovanni, davanti ai familiari, ad Ambrogio Barocci e al fido Evangelista da Pian di Meleto, fece testamento. Il successivo 1° agosto spirò e fu inumato nella chiesa di San Francesco a Urbino.

La Riscoperta Critica

Fino alla monografia di Luigi Pungileoni (1822), la principale fonte di conoscenza riguardante Santi furono le "Vite" vasariane, dissimili nelle due edizioni del 1550 e del 1568. La critica indagò la sua vicenda biografica con grande attenzione alla formazione di Raffaello e tutti i testi che si occuparono del figlio trattarono anche del padre.

Nell’Ottocento, Giovanni fu gradualmente rivalutato e gli venne «riconosciuto un dignitoso posto di precursore della grande arte del Rinascimento». In occasione della Mostra di Melozzo e del Quattrocento romagnolo (Forlì, 1938), si compì un’efficace e piena contestualizzazione di Santi, e nei successivi anni Settanta, sulla base non soltanto dell’antica letteratura artistica, ma anche di altre discipline umanistiche, la considerazione della sua opera aumentò. Nei decenni successivi i restauri, le mostre della soprintendenza e le ricerche di alcuni studiosi, come Pietro Zampetti (1990), prepararono il campo alla monografia di Ranieri Varese (1994), che ha ampiamente rivalutato la figura e l'opera di questo dotto artista. A tale più approfondita e ragionata analisi hanno contribuito anche la traduzione per la prima volta in italiano del testo di Austen Henry Layard intitolato "Giovanni Santi e l'affresco di Cagli" e, sempre nel 1994, la ristampa anastatica del volume di J.D. Passavant.

Tralasciando i lacerti e altre attribuzioni ipotetiche, si ricorda inoltre che a Santi sono stati riferiti un "San Giorgio" di collezione privata, la decorazione di alcuni codici e la celebre "Madonna col Bambino dormiente" della Casa natale di Raffaello.

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