Petrus Christus, la Natività di Washington e Zanetto Bugatto: L'Arte Fiamminga e i Suoi Legami Italiani

Tra i più interessanti dipinti sulla nascita di Gesù vi è quello di Petrus Christus, membro della “seconda generazione” della pittura fiamminga. Nella schiera dei più interessanti dipinti sulla Natività di Gesù, uno in particolare ha attirato l’attenzione, proprio per la singolarità della sua storia.

Petrus Christus: Biografia e Contesto Artistico

Iniziamo dall’autore: è il fiammingo Petrus Christus, nato a Baarle-Hertog nel 1410 circa e morto a Bruges nel 1475 circa. La biografia di Petrus Christus è alquanto approssimativa: lo si può dedurre già dall’imprecisione delle date di nascita e morte e anche le notizie sulla sua vita sono scarse. Non si conosce neanche quale fosse il suo vero nome (quello di Petrus Christus è stato dedotto dalla sua firma, “Petr. XPI”).

Anche il catalogo delle sue opere è molto incerto ed è frutto di molto lavoro di ricerca e di deduzione: è stato ricostruito in base agli otto dipinti pervenutici, datati tra 1446 e il 1457, che recano la sua firma. Le prime tracce documentali sull’artista sono reperibili nell’anagrafe della città di Bruges, dove leggiamo che l’artista e la moglie hanno acquisito la cittadinanza di quella città il 7 luglio 1444. Nei documenti storici del casato dei conti d’Estampes è menzionato il contratto che lega l’artista a questa grande famiglia nel 1454. Nel 1458 Petrus Christus risultava iscritto alla Confraternita della Madonna dell’Albero Secco, una delle più prestigiose associazioni del tempo, che contava tra i suoi membri anche i duchi di Borgogna e i banchieri italiani attivi a Bruges: Arnolfini (quelli ritratti da Jan van Eyck nel 1434) e Portinari.

Un’interessante ipotesi lo vuole autore del completamento di una Madonna di van Eyck lasciata incompiuta con la morte di quest'ultimo, oggi alla Frick Collection di New York: ma non abbiamo trovato documenti che corroborino questa supposizione. I legami di Christus con l’Italia erano molteplici, visto che aveva clienti italiani (soprattutto toscani) importanti. Dopo il 1450 i suoi dipinti assunsero un tono monumentale, ispirato alle grandi opere di van der Weyden. Christus era considerato a ragione come uno dei continuatori dell’eredità dei fratelli van Eyck e lavorò principalmente a Bruges, al tempo capitale commerciale dell’Europa settentrionale e polo artistico internazionale.

La "Natività" di Petrus Christus: Storia e Caratteristiche

La Natività è l’ultimo dipinto che l’artista esegue prima del passaggio a questa nuova fase artistica ed è una delle opere più complesse e importanti di Christus. È un dipinto ad olio su pannello di legno che misura 127,6 cm × 94,9 cm: è insolitamente grande per un dipinto a pannello singolo dei Paesi Bassi nel XV secolo. Il dipinto è oggi alla National Gallery of Art di Washington, alla quale è stato donato dal finanziere-filantropo Andrew Mellon (1855-1937) di Pittsburgh alla metà degli anni Trenta.

Dipinto

Le ricerche documentali hanno fatto scoprire che il dipinto era appartenuto alla signora O. Yturbe di Madrid, che lo vendette nel 1930 a Franz M. Zatzenstein, fondatore della Matthiesen Gallery di Berlino. E qui la storia si intreccia nuovamente con l'Italia. Un commerciante di solito, per vendere un dipinto ad un acquirente americano, ci metteva diversi mesi: doveva prima mandare le fotografie del dipinto tramite una nave transatlantica e poi attendere una risposta. La transazione per la Natività fu eccezionale perché si trattò del primo dipinto della storia la cui fotografia venne trasmessa via cavo Marconi dall’Inghilterra all’America. Per evitare le tasse di esportazione dovute se il dipinto fosse stato spedito direttamente a New York, i Duveen presero una strada tortuosa: da Madrid alla Germania, poi a Parigi e in America. Date le sue dimensioni, il pannello era probabilmente destinato a stare da solo, ma potrebbe essere stato concepito come l’ala di una pala d’altare o parte di un trittico.

Non si sa chi abbia commissionato l’opera o come sia arrivata in possesso di un proprietario spagnolo. Almeno la metà dei noti patroni di Christus erano italiani o spagnoli, e spesso l’artista modificava il suo stile per soddisfare il loro gusto. Almeno otto dei suoi dipinti provengono, infatti, dall'Italia o dalla Spagna, dando credito alla speculazione di aver trascorso del tempo in entrambi i Paesi.

Dettagli e Simbolismo nella "Natività"

La Natività dipinta da Christus avviene in uno scenario raccolto e intimo sebbene sia inserito in un contesto ricco di dettagli di grande significato simbolico. I personaggi raffigurati nel dipinto sono molto interessanti. L’uno di fronte all’altro, Maria e Giuseppe sono raffigurati come borghesi della città di Bruges, vestiti con abiti semplici, entrambi in una contemplazione pacifica e dolce degli eventi. Notate i capelli sciolti di Maria: all’epoca simbolo di verginità o di facilità di costumi. Il pittore sicuramente ha voluto suggerire la Vergine Madre con questo dettaglio, non certo il secondo significato.

I personaggi sullo sfondo sono impegnati in conversazioni e sembrano non interessarsi agli eventi. Il Bambino, simile ad una bambola, è adagiato sull’orlo della veste di Maria, che lo guarda con tenerezza. Sullo sfondo appare, dietro una verde vallata e davanti a una catena montuosa azzurra, un paese in un paesaggio disseminato di colline; sembra contemporaneo al dipinto, ad eccezione delle cupole che simboleggiano Gerusalemme e quindi prefigurano la Passione di Cristo.

In secondo piano, a sinistra, il bue guarda la scena mentre l’asinello sembra stia ragliando. San Giuseppe contempla il Figlio mentre quattro angeli di dimensioni più piccole sono in adorazione. Osservate il manto del primo angelo a sinistra vestito con uno straordinario broccato: un capolavoro che forse l’artista aveva avuto modo di vedere in qualche corte o indosso a qualche personaggio di spicco dell’epoca. Non è da escludere che la famiglia committente abbia dato un drappo di quella stoffa a Christus affinché la includesse nell’opera. Un tempo le famiglie più ricche custodivano gelosamente i disegni che usavano per far tessere le loro stoffe e quindi, da ogni disegno, si poteva risalire al nome della famiglia a cui apparteneva. Sebbene l’opera non sia così celebre, è un vero e proprio capolavoro da ammirare con attenzione soprattutto per la ricercatezza dei particolari. La cornice dipinta in cui è inserita la Natività, le sfumature colorate delle ali degli angeli, il paesaggio che si vede al di là delle rovine: un’opera straordinaria in cui vale la pena perdersi.

Alessandro Sforza e l'Acquisizione del Trittico di Rogier van der Weyden

Fra il 1457 e il 1458 Alessandro Sforza, signore di Pesaro e fratello minore del duca di Milano, si recò in Francia alla corte di Filippo il Buono di Borgogna per “vaghezza de vedere paesi, costumi, signore et altre cose notabile fora del mondo nostro me hanno tracto per tutto dove sono andato”, scriveva alla cognata Bianca Maria Visconti al suo rientro. In realtà, il viaggio avrebbe dovuto essere, almeno nelle intenzioni originarie, un pellegrinaggio a Saint-Antoine-de-Viennois per espiare il tentativo di strangolare la seconda moglie Sveva di Montefeltro.

Comunque, il soggiorno nei “paesi dellà” gli aveva verosimilmente offerto fra le altre cose l’opportunità di commissionare tre dipinti “de man de Ruzieri”: il Trittico Sforza oggi a Bruxelles (Musée Royaux des Beaux-Arts de Belgique, inv. 2407) e due ritratti “in duy ochij”, uno del duca di Borgogna Filippo il Buono e uno di se stesso (questi ultimi forse perduti). Le informazioni e l’attribuzione al grande Rogier van der Weyden, si ricavano da un inventario steso solo qualche decennio dopo lo svolgimento del viaggio.

Dibattiti sull'Autografia e l'Iconografia del Trittico Sforza

Sul piccolo Trittico si è nei decenni accumulata una cospicua bibliografia, non tutta utile. Per questo delicato dipinto, nato nella più stretta fedeltà rogieriana, salvo che per la non troppo felice composizione, si è a lungo dibattuto sull’autografia (il maestro, la bottega, il maestro con la bottega, Memling, il maestro e Memling…) e, quasi altrettanto, sull’iconografia, in modo talora confuso. Chi sono i tre personaggi sfarzosamente abbigliati, raffigurati ai piedi della croce? Perfino l’enciclopedico Catalogue of Early Netherlandish Painting del 1996 è lacunoso e non segnala studi di poco precedenti la sua uscita o perpetua incertezze laddove non dovrebbero essercene.

Trittico Sforza con i ritratti di Alessandro Sforza e dei figli

Eppure i fatti sono ben chiari. Sull’identità delle tre persone - l’adulto a destra, il ragazzo e la giovane donna a sinistra - non sussistono dubbi: sono gli Sforza signori di Pesaro intorno al 1460, l’araldica e le notizie sulla provenienza del trittico lo rendono certo. Inutile qui attardarsi a confutare le tesi di chi scambia il motivo ondato sforzesco con il ben diverso vaio della famiglia da Varano, cui apparteneva la madre dei ragazzi. Anche negli studi lombardi, del resto, le nette differenze fra l’araldica propriamente sforzesca, con l’ondato bianco e azzurro e, nei calzoni, i rossi, i bianchi e gli azzurri, e quella ducale (viscontea), con il bianco e il morello, spesso sfuggono.

Dopo la monacazione forzata di Sveva, la famiglia restò dunque composta fra il 1457 e gli inizi del 1460, anno del matrimonio di Battista, da un adulto e due adolescenti. Vestito “alla franzosa”, Alessandro fu in Francia, Borgogna, nelle Fiandre e forse anche in Inghilterra in uno dei momenti in cui Tudor e Lancaster si contendevano più aspramente il dominio. I problemi relativi al trittico sono altri, e forse più interessanti. Dato per scontato che Alessandro lo commissionò in occasione del suo viaggio (è l’ipotesi più verosimile) ma, in ragione dei tempi esecutivi non ebbe modo di portarlo con sé in Italia al rientro, si aprono vari interrogativi.

Se fu completato più tardi, com’è probabile, quando Battista era ormai sposata con Federico di Urbino (8 febbraio 1460), perché il ritratto di suo padre, dipinto su un piccolo frammento di pergamena applicato alla tavola, somiglia poco al modello, dal naso pronunciato e adunco e dal volto quasi emaciato, che campeggia nella medaglia firmata poco dopo la sua morte, circa 1475, da Gianfrancesco Enzola? Una simile metamorfosi appare poco probabile. E perché invece il ritratto di Battista può paragonarsi senza troppe difficoltà al busto di Francesco Laurana (Firenze, Bargello) cavato verosimilmente dalla sua maschera funebre (la donna morì nel 1472)? E come mai quello di suo fratello collima con l’effigie del giovane Costanzo, di rigoroso profilo numismatico, che ci ha lasciato ancora Enzola sempre nel 1475? Su quali fonti pittoriche/grafiche/scultoree si basò il pittore fiammingo?

L’inventario della biblioteca sforzesca di Pesaro, pubblicato nel 1886 ma risalente al 1500, registra le tre opere collegabili con il viaggio di Alessandro: un Cristo in croce cum li paesi (il trittico), un ritratto dello Sforza e uno del duca di Borgogna Filippo il Buono, tutti e tre attribuiti a Rogier van der Weyden. La separazione del trittico avvenne comunque entro il XVIII secolo, come dimostra un recupero letterario di grande interesse di Mauro Natale. Il trittico, comunque, era sicuramente approdato a Bologna prima del 1720 ed era in vendita. Maggiori certezze aiuterebbero anche a datare il piccolo San Girolamo dell’Accademia Carrara di Bergamo, derivato dal trittico Sforza in un modo meno banale di quanto si sia fin qui osservato. La tavoletta riprende infatti fedelmente, con l’aggiunta del colore, non solo una delle grisailles sul verso del trittico ma anche alcuni particolari del paesaggio ripresi da punti diversi del recto dell’opera.

Zanetto Bugatto: Il Pittore Milanese nelle Fiandre

Cercando maestri adeguati per la decorazione di Sforzinda per conto di Francesco e Bianca Maria - verso il 1461 - anche un campione di fiorentinità con buone conoscenze romane come il Filarete, scriveva: “si vorrebbe vedere se nelle parti oltremonti ne fosse nessuno buono, dove n’era uno valentissimo, il quale si chiamava maestro Giovanni da Bruggia, e lui ancora è morto. Parmi ci sia uno maestro Ruggieri, che è vantaggiato ancora; uno Giacchetto francioso ancora, se vive, è buono maestro, massime a ritrare del naturale”. L’architetto aveva un’idea precisa di ciò di cui parlava, in particolare sulla tecnica ad olio: “E così se ai a fare a tempera et anche a olio, si possono mettere tutti questi colori. Ma questa è altra pratica et altro modo; il quale è bello, chi lo sa fare. Nella Magnia si lavora bene in questa forma; maxime da quello maestro Giovanni da Bruggia, e maestro Ruggieri; i quali anno adoperato optimamente questi colori a olio”.

Da dove precisamente Filarete attingesse le sue conoscenze non è del tutto chiaro, anche se le frequentazioni romane l’avranno senza dubbio aiutato. C’erano del resto molte occasioni ufficiali per far circolare le notizie. La Dieta di Mantova aveva attirato in Italia molti borgognoni e nell’estate del 1459 erano passati da Milano due importanti personaggi della corte di Filippo il Buono: Jean de Croy, signore di Chimay, e Jean, duca di Clèves. Il primo è, quasi certamente, il destinatario di una delle tre copie della lettera di raccomandazione approntata nella cancelleria ducale per Zanetto in partenza per le Fiandre, scritta circa un anno e mezzo più tardi, mentre del secondo è noto un ritratto dipinto da Rogier (Parigi, Louvre).

Ritratto di Jean I, duca di Clèves, di Rogier van der Weyden

Nel 1461 l’ambasciatore milanese Prospero da Camogli, una figura le cui inclinazioni culturali andrebbero approfondite, si trovava nel Brabante per trattare faccende politiche ma non trascurava di scrivere al duca “havendo io veduto de li edifici de questo paese assai, m’hè paruto conveniente mandarne qualche insegna (…) perché l’industrio Bartholomeo, architecto de vostra Excelentia veda li designi de altre natione”. Alla fine di febbraio del 1462 giungeva a Milano Francesco Coppini, pratese, legato pontificio che aveva trascorso gli ultimi due anni facendo la spola fra Inghilterra e Fiandre, nel pieno del conflitto fra York e Lancaster, cercando di interpretare un ruolo visibile con un’improbabile mediazione tra i contendenti che gli guadagnasse crediti in Curia. Nel marzo del 1463 era nella capitale sforzesca Antonio, Gran Bastardo di Borgogna, le cui altere fattezze sono note grazie a un superbo ritratto di Rogier van der Weyden (Bruxelles, MRBAB) di cui esiste almeno una replica, forse di bottega (Los Angeles, Getty Museum).

Un caso a sé è quello dei Portinari, con la loro efficiente rete di comunicazione internazionale che aveva in Pigello il referente milanese. Fra le scene lì dipinte c’era anche una Giustizia di Traiano, tema di sapore umanistico che, su quattro grandi affreschi eseguiti verso il 1439 da Rogier van der Weyden per la Sala di Giustizia del municipio di Bruxelles affiancava la Giustizia di Herkinbald. Se si eccettua la vicenda di Zanetto Bugatto, questi fatti non sembrano comunque aver suscitato reazioni profonde nella pittura milanese, ma un bilancio è ancora prematuro: l’affresco con il Crocifisso nordico nel piccolo oratorio di Buccinasco, oggetto di riscoperta e di attenzioni solo in tempi molto recenti, è lì a dimostrarlo.

Il Soggiorno e le Commissioni di Zanetto Bugatto

Zanetto Bugatto, è bene ribadirlo, non andò nelle Fiandre per volontà dei duchi ma di propria iniziativa, o almeno così paiono dirci le carte: il salvacondotto è del dicembre 1460 e la partenza avvenne probabilmente alcune settimane dopo. Nei documenti, pubblicati da Malaguzzi Valeri oltre cent’anni fa, è detto esplicitamente che i duchi approvavano e non posero quindi ostacoli, ma la richiesta era partita dal giovane e così pure l’indicazione della bottega presso cui voleva perfezionarsi. Ciò emerge da documenti redatti in presa diretta, nei giorni stessi in cui si decidevano anche i costi del viaggio. Non è chiaro chi fosse il “Magister Guglielmus” presso il quale voleva perfezionarsi (Spicre?), ma poi le cose presero un’altra piega e si affacciò il nome di Rogier van der Weyden. In una lettera del 1461, Prospero da Camogli chiedeva a Cicco Simonetta di intercedere perché lo Sforza contribuisse con 25 ducati, metà della cifra annuale da pagare per l’apprendistato su cui alla fine Zanetto e Rogier van der Weyden erano pervenuti a un accordo: il resto, evidentemente, era a carico del pittore.

A spingere Zanetto verso nord era forse stato un contatto a Milano con “Guascono franzoso” (Gaston du Lyon), ambasciatore del Delfino, per il quale il giovane aveva dipinto un ritratto di Ippolita Sforza da portare a Genappe. Il successivo intervento dello stesso Delfino in suo aiuto sarebbe altrimenti più difficile da spiegare. Il soggiorno del milanese Zanetto Bugatto a Bruxelles si protrasse per poco più di due anni: il salvacondotto per l’uscita dai domini sforzeschi data alla fine di dicembre del 1460, momento poco propizio per mettersi in cammino sulla via delle Alpi, mentre la conferma dell’ingresso nella bottega di Rogier van der Weiden è dei primi di marzo del 1461.

Pur ammettendo che le lacune nelle nostre conoscenze sono tuttora molto ampie, possiamo comunque affermare con un buon margine di certezza che Zanetto Bugatto non fu quel mediocre pittorello in cui parte della critica vorrebbe trasformarlo. Le commissioni ducali non mancarono (alla morte di Bianca Maria, il 23 ottobre 1468, il pittore rivendicava per esempio un credito di 350 lire “pro resto”, cifra che, se riferita ad un singolo lavoro potrebbe essere il saldo del compenso, per esempio, di un polittico). Contatti più stretti e frequenti Zanetto dovette comunque avere con Galeazzo Maria, per il quale risulta impegnato con continuità almeno dal 1468 al 1474 (senza mai diventare uno stipendiato, possibilità che a Milano non esisteva).

Nel 1471, per esempio, accompagnò il duca a Mantova per vedere lo stato di avanzamento dei lavori di Mantegna in castello, naturalmente nella “Camera degli Sposi”, e colse l’occasione per mostrare al Gonzaga due di dieci medaglioni d’oro realizzati su suo disegno. Gli oggetti valevano più di 10 mila ducati ciascuno, e definirli lussuosi è senza dubbio poco: su recto e verso vi figuravano due imprese sforzesche e i due ritratti di profilo di Galeazzo e Bona: sotto il primo si trovava la firma “OPVS ZANETI PICT” come nelle medaglie di Pisanello e in particolare quella dedicata a Filippo Maria Visconti. Analoga, infatti, la valorizzazione della qualifica di “pittore”. A dimostrazione del suo status a corte sono le note reperite da Carlo Cairati - e generosamente messe a disposizione - che riguardano lavori non trascurabili eseguiti alla fine dell’estate del 1471 nella cappella della casa pavese (?) di Cicco Simonetta.

Sui possibili rapporti che Zanetto Bugatto ebbe anche con la pittura francese, al di là del breve viaggio del 1468, sappiamo poco. Nel 1461, ma probabilmente già da un decennio, Fouquet era attivo a Tours, dove continuò a lavorare fin oltre il 1475 e dove alcuni documenti lo ricordano anche come “peintre du roy” Luigi XI (lo stesso che, come Delfino, aveva aiutato Zanetto a Bruxelles). Restano le evidenze figurative, dominate sì dal gusto fiammingo ma con qualche elegante accento francese. Ci si riferisce naturalmente al polittico da cui la vicenda della riscoperta di Zanetto ha preso le mosse: un’opera veramente monumentale, anche se incompleta.

tags: #petrus #christus #nativita #washingtonzanetto #bugatto