Il Ruolo dei Non Ebrei nel Santuario e le Visioni Teologiche Post-Templari

La questione della partecipazione dei non ebrei al culto ebraico e, più specificamente, l'accesso al Santuario, è un tema complesso che affonda le sue radici nella Torah e si sviluppa attraverso interpretazioni rabbiniche, eventi storici e mutamenti teologici. Per comprendere il motivo per cui i non ebrei non potevano entrare nel Santuario, è necessario analizzare il concetto di sacerdozio, la centralità del Tempio e le diverse posizioni ebraiche nei confronti delle religioni non ebraiche, specialmente il Cristianesimo.

Il Sacerdozio e la Centralità del Tempio nell'Ebraismo Antico

Nella Torah, il sacerdozio si ottiene per nascita, non per scelta o per vocazione. I profeti hanno sempre affermato che non sarebbe mai venuto meno in mezzo ad Israele. Tuttavia, negli ultimi due millenni, l'Ebraismo si è ritrovato senza Tempio, cioè senza quel luogo centrale di adorazione e comunione con la Divinità in cui i sacerdoti svolgevano i loro riti. Questa argomentazione non è affatto nuova e ha portato molti pensatori, in particolare cristiani, a vedere la mancanza di un Santuario e di un sacerdozio operativo come un segno della perdita di valore della religione ebraica per l'Altissimo.

«Possiamo dunque vedere che, dopo l’avvento di Gesù, i Giudei furono del tutto abbandonati, e non posseggono ora nulla di quelle che erano considerate le loro antiche glorie, così che non vi è alcun segno che una Divinità dimori [ancora] tra loro.»

Tuttavia, quella che agli occhi dei pensatori cristiani appare come una difficoltà immane per l’Ebraismo è in realtà una condizione già contemplata dalla Bibbia ebraica. Cosa dovrebbe fare la nazione ebraica in una simile condizione, trovandosi priva del nucleo fondamentale della sua vita religiosa? Secondo Salomone, pur essendo in esilio e senza il Tempio, il popolo d’Israele può trovare grazia agli occhi di Dio attraverso il ravvedimento sincero e la preghiera, ottenendo così il perdono di qualsiasi trasgressione.

«Una volta, Rabban Yochanan ben Zakkai lasciò Gerusalemme, e Rabbi Yehoshua lo seguì. E videro il Tempio distrutto. [Rabbi Yehoshua disse: Guai a noi, perché questo era] il luogo dove tutti i peccati di Israele erano perdonati! La bontà qui menzionata è un “mezzo di espiazione” perché si contrappone all’odio e alla discordia che avevano causato la rovina della nazione e del Tempio, ed è quindi una forma di ravvedimento, un antidoto alle colpe del passato.»

Al contrario, descrivendo la sua visione dettagliata sulla Gerusalemme futura dei tempi messianici, il profeta Ezechiele parla dei «sacerdoti che prestano servizio nel Tempio» (40:45), precisando poi che essi sono «figli di Tzadok, figli di Levi» (40:46). A loro spettano ancora le primizie, le offerte sacre e la gestione del Santuario (44:30; 45:4; 48:10), proprio come stabilito dalla Torah. Secondo lo stesso profeta, in questa epoca ideale che oggi è chiamata “era messianica”, il popolo d’Israele sarà governato da un re di stirpe davidica denominato nassì (“principe“): «E io, HaShem, sarò il loro Dio, e il mio servo David sarà principe in mezzo a loro.»

Ricostruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme

La Proibizione dell'Ingresso dei Non Ebrei nel Santuario Pagano e le Sue Implicazioni

Per comprendere il contesto, è utile fare un parallelo con i templi pagani. Immaginate di trovarvi alcuni metri più in basso di dove siamo ora e di assistere al culto che si svolgeva un tempo nel tempio di Antonino e Faustina. Quando questo tempio era in attività, la gente si radunava dalla parte del Foro, sotto la gradinata; i credenti negli dèi pagani e nel culto imperiale degli anni 141-160, se volevano venerare l’imperatore o sua moglie, si mettevano in basso. Sull’altare i cui resti sono ancora visibili sulla scalinata venivano offerti in sacrificio alcuni animali. Il sacerdote entrava da solo nella cella; ai ‘laici’ non era permesso accedere all’interno del tempio. Il popolo restava fuori. Il tempio era fatto con delle colonne proprio perché così era possibile vedere da fuori ciò che succedeva all’interno; il tempio non era il luogo dei credenti, ma solo del sacerdote che vi poteva entrare e portare la preghiera a nome degli offerenti. Probabilmente le enormi statue raffiguranti le divinità erano visibili dall’esterno, ma non si poteva accedere. Questo ci aiuta a fare un raffronto con il nuovo culto cristiano annunciato dalla lettera agli Ebrei.

Il tempio di Cesare.

Il Cristianesimo e il Concetto di Sacerdozio Rinnovato

Paolo ha scritto (2000 anni fa) che il vecchio sacerdozio sarebbe sparito per sempre sostituito contestualmente dal nuovo. Su quale base, allora, nel Nuovo Testamento, l’autore dell’Epistola agli Ebrei afferma che «mutato il sacerdozio, muta necessariamente anche la Legge» (7:12)? Fin qui nulla di controverso: il Cristianesimo, come l’Ebraismo, crede nel Messia «figlio di David» come colui che regna sul popolo di Dio. Tutto ciò fa nascere in noi una curiosità: che cosa avrebbe detto Gesù di Nazareth davanti a simili insegnamenti contrari all’Ebraismo, predicati dai suoi stessi discepoli?

La Lettera agli Ebrei e la Sua Interpretazione

La Lettera agli Ebrei è un’omelia sul nuovo culto cristiano e, soprattutto, su Cristo unico vero sacerdote. Questa lettera, inviata alla comunità cristiana di Roma, fu probabilmente scritta prima dell’anno 70 d.C., l’anno della distruzione del Tempio, perché si parla del Tempio e di quello che vi avviene come di una realtà tuttora esistente. Gli eventi dell’anno 70 d.C. portarono alla distruzione di Gerusalemme e alla fine del culto nel Tempio. La rivolta giudaica del 66 d.C. fu guidata dagli Zeloti, mentre i cristiani fuggirono a Pella, in Giordania, indicando che la loro visione della purezza, del culto, del sacerdozio e di Dio non aveva nulla a che fare con quella lotta politica.

Mappa delle città antiche in Giordania, con enfasi su Pella

Il Divieto di Contatto con Rituali Pagani e Idolatria nell'Ebraismo

Le fonti ebraiche dicono in più passaggi che la vicinanza con i rituali pagani e l’idolatria deve essere evitata. Nella Bibbia e nel Talmud è detto chiaramente che ogni contatto con i rituali pagani e l’idolatria deve essere evitato, addirittura al punto di cambiare lato della strada per tenersene il più lontano possibile. Tuttavia, gli ebrei si sono sempre mescolati ai pagani, a scopo di affari e di buoni rapporti di vicinato, specialmente quelli che si sparsero per gli imperi greco, persiano e romano, vivendo sotto dominio pagano.

Il Problema del Cristianesimo per l'Ebraismo

Il Cristianesimo pose un problema fondamentale agli ebrei, che vedevano le chiese piene di immagini e sculture che a loro sembravano idoli. All’interno dello stesso Cristianesimo emersero diversi gruppi, specie durante la Riforma Protestante, che per primi mossero obiezioni a queste rappresentazioni. C’era anche la faccenda della Trinità; a molti ebrei sembrava che i cristiani credessero in tre dei. Per l’Islam il problema non si pose, perché non aveva rappresentazioni, e Maimonide accettò che un giuramento su Allah fosse valido per gli ebrei. Entrare in una moschea non era considerato un problema.

I Tosafisti che nel Medioevo vivevano in Francia e in Renania commerciavano con i vicini cristiani, soprattutto vino. Nella prima pagina del Trattato del Talmud Avodah Zarah, essi schierano una serie di argomentazioni per la loro indulgenza a trattare coi vicini cristiani in faccende proibite dal protocollo sull’idolatria, anche se questo non vuol dire che approvassero l’ingresso nelle chiese, a meno di non esserne costretti.

Rabbi Menachem Ben Shlomo, conosciuto come il Meiri (1249-1306), visse a Perpignano, in Francia. Commentando il Talmud (Bava Kama 113b), dice: «È proibito rubare anche agli idolatri senza morale. In generale, una persona che abbia un codice di comportamento morale e religioso e adora una Divinità, anche se in modo diverso dal nostro, è uguale agli ebrei in tutto ciò che pertiene alle leggi civili.» E continua ripetendo il noto principio che agli ebrei non è permesso sfruttare o ingannare chiunque abbia un codice morale. Tutto quanto menzionato nei nostri testi sacri a proposito dell’idolatria o in deroga a ciò non si può e non si deve applicare a nessuno, cristiani, musulmani, altre religioni, o appunto codici morali. Nonostante tutto ciò, oggi nel mondo tradizionale e haredi c’è chi usa queste antiche leggi contro i cristiani e i musulmani (e incidentalmente contro gli ebrei laici).

Illustrazione di Maimonide

Dibattito Contemporaneo sull'Ingresso nelle Chiese

Esiste anche una tradizione di non discutere di questioni teologiche con non ebrei a causa della loro tendenza al proselitismo e della loro convinzione di essere gli unici depositari della vera fede. Tuttavia le stesse autorità che sostengono questa posizione, come Rav J.B. Soloveitchik nella sua dichiarazione del 1964, concordano tutte che ci si può e ci si deve incontrare per discutere di questioni politiche e sociali di interesse comune. Tale atteggiamento fu anche una risposta al Cristianesimo evangelico e alla lunga, dolorosa storia delle dispute pubbliche cristiane designate per convertire gli ebrei. Poiché ci sono molta ruggine e una storia terrificante di persecuzioni, omicidi e rapimenti associati alle chiese, molti movimenti interni all’ortodossia, in particolare quelli predominanti, si fanno ancora troppi problemi per visitarle.

In pratica, ci sono numerose voci autorevoli, andando indietro di centinaia d’anni, che hanno permesso l’entrata nelle chiese per ogni sorta di motivazione, inclusa la riscossione dei debiti o, chiaramente, l’omaggio a sovrani o governanti. Su questa base, spesso i rabbini capo del Regno Unito sono entrati all’abbazia di Westminster per occasioni politiche e anche per i matrimoni della famiglia reale. Oggigiorno in Europa la Chiesa batte in ritirata. Molte chiese fungono da musei, sale da concerto, e attrazioni turistiche, più che da case di preghiera. Molte non hanno nemmeno più il servizio religioso. La paura che entrandovi potremmo rendere omaggio a un’altra divinità non ha più senso. Così come la paura che i nostri figli possano essere rapiti, convertiti a forza, o corrotti.

«Non posso più pensare che andare a visitare una chiesa sia peggio di andare a visitare un castello che un tempo fu abitato da un feroce monarca o governante antisemita.»

Proprio come visitare antichi siti pagani a scopo archeologico è oggi considerato normale, e un sacco di turisti ortodossi lo fanno senza pensieri. Come per la musica, c’è una lunga tradizione per la quale essa «non può essere contaminata». Tutta la musica ebraica ha subìto l’influenza di culture esterne, e molti dei nostri motivi più popolari hanno un’origine non ebraica. Non mi faccio problemi nemmeno con le opere di scrittori antisemiti. Sono certo che molti hanno letto i libri per l’infanzia di Roald Dahl senza sapere quanto fosse antisemita.

Fotografia di un'antica chiesa convertita a museo o sala concerti

La Halakhà e le Diverse Interpretazioni del Cristianesimo

Un soggetto regolare di discussione e di polemica all’interno della comunità ebraica è quello sull’opportunità o meno di visitare luoghi religiosi non ebraici. Molti, come è avvenuto ancora di recente, criticano la scelta di non far visitare le chiese ai ragazzi in occasione delle gite scolastiche della scuola ebraica. Non è affatto chiaro che la Halakhà proibisca l’ingresso in chiese e in luoghi di culto non ebraici. Ciononostante, è evidente che per buona parte dell’ebraismo talmudico i cristiani erano considerati idolatri. Ora, il problema è il fatto di considerare o meno le chiese come luogo di idolatria.

Maimonide proibisce l’entrata in una chiesa, considerando che «è un luogo di culto idolatra, senza dubbio». Ma va detto che, volendo seguire la stessa fonte maimonidea, sarebbe proibito anche abitare in una città dove vi sia una chiesa, o attraversarla. È evidente che un uomo dal rigore filosofico di Maimonide non poteva che essere disturbato, e non senza ragione, dal discorso teologico cristiano, dalla fede nella Trinità e dall’uso delle immagini. Senza contare che per Maimonide, che viveva in terra musulmana, la differenza fra l’Islam (molto più vicino all’ebraismo dal punto di vista teologico e pratico) e il Cristianesimo doveva essere evidente, accentuando la visione del Cristianesimo come culto idolatra. Infatti, nella lettera a Ovadià il Proselita, che lamentava di essere trattato come idolatra dal suo maestro, Maimonide scrive che il suo maestro sbaglia, perché l’Islam non è idolatria.

È interessante notare che invece, un maestro molto illustre, Menachem haMeiri, che visse nel Medioevo nella Provenza cristiana, sviluppa un’idea rivoluzionaria in senso etico. Siccome i cristiani dei suoi tempi seguivano (o meglio, tentavano di farlo, i risultati, lo sappiamo, erano discutibili) le norme etiche richieste ai figli di Noach, egli non li considera per nulla idolatri, e li inserisce nel gruppo che lui chiama «popoli che si trovano all’interno dei confini della legge», ovvero di una norma che garantisca un minimo di moralità generale (Beit haBechira l’Avoda Zarah, 46 ; ibid.53 ; Beit heBachira l’Gittin 246). In questo caso, le convinzioni teologiche sono messe in secondo piano, e anche l’uso di forme di culto che certamente dal punto di vista ebraico erano problematiche. L’accento è posto sulla comunanza del disegno morale, che chiaramente esiste, se non altro perché tutte queste culture derivano, in modo più o meno diretto, dalla Torà.

«È lecito [far fare un giuramento a un Gentile in un litigio con un collaboratore non ebreo perché], oggi tutti giurano nel nome di santi ai quali non è stata attribuita alcuna divinità. Anche se menzionano il nome di Dio e hanno in mente un’altra cosa [Gesù], in ogni caso non viene detto alcun nome idolatrico, e hanno in mente il creatore del mondo. Anche se associano (shituf) il nome di Dio a “qualcos’altro”, non troviamo che sia vietato far associare (shituf) gli altri, e non vi è alcun problema di porre un ostacolo davanti al cieco (vedi Lev.19: 14) [entrando in contenzioso con il socio d’affari non ebreo, facendolo quindi prestare giuramento] perché i Noachidi non hanno ricevuto divieto al riguardo.»

I cristiani in parte sarebbero da considerare monoteisti e in parte no, perché uniscono la fede in un Dio uno a quella nella Trinità, e tale unione è chiamata shituf, parola che suggerisce l’amalgama di elementi religiosi diversi, o una forma di sincretismo. Tale amalgama sarebbe proibita agli ebrei, ma permessa ai non ebrei. Questa ultima posizione è molto sfumata e di non facile interpretazione. Peraltro i Tossafot (commentatori medievali francesi del Talmud) applicano l’idea al fatto di permettere a queste persone di fare un giuramento unendo al Divino anche altre entità, ma non tutti i commentatori sono d’accordo sul fatto che i Tossafot intendessero che lo shittuf è permesso ai gentili anche a livello di adorazione e vita religiosa.

«Oggi è permesso [formare un partenariato con i cristiani], perché quando giurano sulle loro sacre scritture chiamate Evanghelion, non lo ritengono divino. Anche se quando menzionano Dio intendono Gesù, non menzionano l’idolatria poiché in realtà intendono il Creatore del cielo e della terra.»

Queste diverse posizioni, di cui possiamo osservare ed ammirare la varietà e la fondatezza, sono alla base di molti atteggiamenti rabbinici più moderni nei confronti del Cristianesimo e quindi della possibilità di entrare, specie a scopo culturale, nei suoi luoghi di culto. Nel 1891 il rabbino Mordechay haLevy Horowitz, a Frankfurt Main, autorizzò gli ebrei a contribuire finanziariamente alla costruzione di chiese cattoliche, dimostrando nel suo responsum che il Cristianesimo non è idolatria, e che è lodevolissimo mostrare pubblicamente il sostegno per i giusti di ogni religione (Teshuvot Mate Levy Yorè deà 28). Questo tipo di atteggiamento ha portato molti rabbini a essere permissivi al riguardo.

Più di recente il rabbino americano Haskel Lookstein ha avuto una disputa con il Rabbinical Council of America, organizzazione dei rabbini ortodossi, perché aveva partecipato a un servizio di preghiera tenuto in chiesa dopo l’elezione del presidente Obama. Rav Ovadia Yossef, che in linea di massima non permette l’ingresso nelle chiese, racconta che quando era in servizio in Egitto, il rabbino capo gli chiese di sostituirlo come rappresentante ebraico al funerale cattolico di un diplomatico, e che l’uso consueto era quello che i rabbini partecipassero a questo tipo di cerimonie, che sono vere e proprie messe (Yabia Omer 7, Yore Deà 12). E infatti i rabbini hanno sempre partecipato a cerimonie funebri cattoliche per grandi personaggi. La ragione che il rabbino capo forniva era mipnè darchè shalom, ossia per i cammini della pace.

Il tempio di Cesare.

L'Evoluzione dei Rapporti Ebraico-Cristiani

La Halakhà ha sempre tenuto conto infatti della possibilità che alcuni atteggiamenti provocassero un discredito del popolo ebraico, e che creassero divisione e attrito nei confronti del mondo non ebraico. Fra gli argomenti classicamente usati per proibire l’ingresso nei luoghi cristiani vi è il pericolo dell’atteggiamento di proselitismo spesso dimostrato dai cristiani, e il timore di essere sedotti dal Cristianesimo. Non è falso che vi è una differenza notevole fra il caso di un rabbino, persona preparata e rigorosa nella propria vita ebraica, che in più partecipa a una cerimonia in veste di rappresentante dell’ebraismo, e il caso di un ebreo qualsiasi, in generale meno preparato, e che si trova in visita privata in una chiesa durante le vacanze. L’atteggiamento psicologico è chiaramente differente. Ma è altresì vero che raramente si è potuto osservare in tempi moderni un proselitismo attivo da parte cristiana senza che vi sia una domanda reale, ossia che dei preti o altri si aggirassero per le chiese in cerca di proseliti.

Vediamo quindi che, al di là dell’applicare facili slogan come «bisogna seguire la halachà», è necessario discutere meno e studiare di più per comprendere che molti aspetti della halachà sono controversi, perché si riferiscono ad atteggiamenti filosofici e teologici profondamente differenti fra loro. In epoca moderna appare evidente che la situazione richiede una grande buona volontà per mantenere un rapporto equilibrato e corretto con i membri delle diverse comunità religiose, nel rispetto delle differenze, e con occhio vigile. Per questo, i principi talmudici di mipnei darchè shalom (per i cammini dello Shalom) e mishum eivà (per evitare inimicizia) devono essere tenuti in conto.

Gli argomenti precedentemente citati spesso usati per proibire, ovvero il pericolo dell’atteggiamento di proselitismo spesso dimostrato dai cristiani, e il timore di essere sedotti dal Cristianesimo, sono oggi difficilmente accettabili. Sta a noi ebrei ad essere sufficientemente forti, preparati e convinti del nostro ebraismo, senza bisogno di chiudersi dietro muri che in ogni caso sono fittizi, perché, grazie a Dio, non possiamo evitare di misurarci con la cultura non ebraica, comprese le sue componenti religiose.

Nel caso di visite culturali, il problema halachico di fatto non sussiste, e in un mondo aperto sarebbe errato privarsi della ricchezza artistica che è uno degli ingredienti del progresso umano. Dobbiamo imparare ad amare e conoscere la nostra cultura e la nostra specificità senza che questo ci impedisca di dialogare, scambiare, e ammirare lo splendore dell’arte cristiana.

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