Il pellicano è, nella storia dell’arte cristiana, accanto al pane e al pesce, un simbolo eucaristico per eccellenza. La sua immagine è diventata celebre, in particolare a causa di San Tommaso, che lo definì il «pie pellicane», il Cristo pellicano che nutre i suoi piccoli, cantato nell’inno eucaristico Adoro te devote. Spesso l’immagine del pellicano compare nelle crocifissioni o con il Cristo sofferente, attestando così che Eucaristia e passione di Cristo sono un'unica realtà.
L'Origine della Leggenda: Tra Mito e Realtà
La Leggenda del Pellicano che Nutre i Piccoli
Un'antica leggenda, diffusasi ampiamente nel Medioevo, narra che il pellicano, per conservare in vita i suoi piccoli durante i periodi di carestia, si lacerasse il petto per nutrirli con il proprio sangue. In un'altra variante della leggenda, se i suoi piccoli giacevano morti nel nido, la madre pellicano si apriva il petto, li cospargeva con la sua linfa vitale e li riportava in vita, a costo della propria. Questa narrazione, forse originata dall'atto con cui il pellicano curva il becco sul petto per estrarne più comodamente cibo per la nidiata, contribuì a generare l’idea che il volatile nutrisse i piccoli con la sua stessa carne.
Un'altra versione di questa leggenda descrive i piccoli che colpiscono gli occhi del padre il quale, adirato, prima li uccide, ma poi pentito e addolorato per la loro morte, dopo tre giorni li fa ritornare in vita grazie al sacrificio di sé, squarciandosi il petto e inondandoli del suo sangue.

Il Comportamento Reale e l'Interpretazione
Il pellicano si ciba di pesce e, quindi, pesca per i suoi piccoli al largo, trattenendo la preda nella sacca inferiore del suo becco. Una volta raggiunto il nido, apre il becco tenendo la punta dello stesso rivolta al suo petto, onde facilitare ai piccoli la presa del pesce. Spesso, in questa delicata operazione, il pellicano si ferisce e rimane con il petto sanguinante, o le sue piume si tingono di rosso per il sangue delle prede. Questo particolare ha probabilmente diffuso la credenza che si lacerasse il corpo pur di conservare in vita i piccoli, inducendo all'idea che i genitori si lacerino il torace per nutrire i pulcini col proprio sangue, fino a diventare "emblema di carità". È bene però ricordare che il collegamento tra il pellicano e Cristo è stato principalmente costruito su un malinteso di epoca medievale.
Il "Physiologus" e la Sua Influenza
L'autore cristiano del Physiologus, un manuale didattico redatto ad Alessandria d'Egitto tra il II e il IV secolo d.C. da autore ignoto, riporta per la prima volta la leggenda del pellicano che fa ritornare in vita i suoi piccoli. Quest'opera, che ebbe una straordinaria diffusione per circa undici secoli, contiene citazioni bibliche, leggende popolari e informazioni derivanti da naturalisti antichi, come Plinio. Il Physiologus presenta animali la cui “natura” offre il pretesto per interpretazioni simboliche, solitamente mistico-teologiche o morali. Il termine stesso "fisiologo" indicava un mezzo per spiegare, attraverso la natura degli animali, “l’economia terrena del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo”. Già nel secolo successivo alla sua comparsa, l'immagine del pellicano riferita al Redentore era utilizzata come ornamento di lampade votive a Cartagine.
Sviluppo del Simbolismo nella Tradizione Cristiana
L'Interpretazione Teologica
Il simbolismo cristiano vide nei piccoli morti il genere umano morto per il peccato alla vita spirituale. Il sangue che il pellicano sparge è interpretato come il sangue che Cristo effonde dalla croce, purificando dal peccato tutti gli uomini. L'interpretazione simbolica si fondava anche su un versetto dei Salmi: “Similis factus sum pelicano solitudinis” (Salmo 101,7), compreso come se il suo autore parlasse profeticamente in persona di Gesù Cristo. Da questi primi significati di purificazione, redenzione e risurrezione, dal tardo Medioevo si aggiunse un'interpretazione estensiva che divenne prevalente: il pellicano che offre il suo sangue per nutrire i piccoli, diventa l’emblema dell’amore di Cristo per le anime, espresso dal dono del suo sangue nell’Eucarestia. Come il pellicano nutre con il suo corpo i suoi piccoli, così Gesù ci nutre con il suo corpo e il suo sangue, in un supremo atto d’amore.
Il Pellicano della Solitudine
La solitudine in cui versa il Pio pellicano, tradito da Pietro e da Giuda, è ricondotta alla Scrittura che nel salmo 101 afferma: «Sono simile a un pellicano nel deserto». I padri della Chiesa e Rabano Mauro, riconoscevano due tipi di pellicani: uno che predilige le zone desertiche, e l'altro che vive presso corsi d’acqua. Se il secondo è immagine di Cristo che nutre i suoi, il primo è segno della sua solitudine. In questo contesto, il salmista prende a simbolo della sua solitudine dolorosa quella del pellicano. Questa analogia riflette la solitudine di Cristo: il solo nato da una Vergine, solo nell’orto degli ulivi, solo sulla croce.
Sant'Agostino, nel suo commento al salmo 101, riferisce la leggenda tramandata, pur invitando alla cautela. Egli aggiunge: “può darsi che tutto questo sia vero come può darsi che sia falso; tuttavia se è vero, voi vedete come si adatta in maniera appropriata a colui che con il suo sangue ci ha ridato la vita.”
I Bestiari Medievali e la Diffusione del Simbolo
L'analogia del pellicano si trova in quasi tutti i Bestiari medievali, diffusisi ampiamente nel XII secolo, derivati dalle numerose traduzioni del Physiologus, soprattutto attraverso le Etymologiae di Isidoro. Queste opere aiutavano i lettori a comprendere il significato recondito che si trovava nel mondo animale, considerato specchio di verità spirituali o di insegnamenti morali. L’universo appariva all’uomo antico come un enorme repertorio di simboli e di continua manifestazione di Dio. In un bestiario attribuito a Ugo di San Vittore, si legge che “il nostro spirito limitato non può impadronirsi della verità che per mezzo di rappresentazioni materiali”. A esemplificazione del modulo interpretativo caratteristico dei Bestiari, riportiamo la parte conclusiva riguardante il pellicano di uno dei più importanti, il Bestiaire di Philippe de Thaün (composto tra il 1121 e il 1135):
- “Questo uccello significa / Il figlio di Maria, / e noi siamo i suoi piccoli / in sembianza di uomini; ci siamo rialzati, / siamo risuscitati dalla morte / grazie al sangue prezioso / che Dio versò per noi, come fanno gli uccelli / che per tre giorni restano morti.”
- “Ora udite secondo autorità / Cosa significa questo, / perché l’uccellino / becca l’occhio al padre / e il padre è afflitto / quando li uccide in quel modo: / chi nega la verità / vuole trafiggere l’occhio di Dio, / e Dio di tali uomini si vendicherà.”
Il Pellicano nella Liturgia e nell'Arte
San Tommaso d'Aquino e l'Inno "Adoro te devote"
La leggenda del pellicano fu accolta da numerosi predicatori e mistici medievali, da Vincenzo di Beauvais ad Alberto Magno. San Tommaso d'Aquino la citò nel suo De animalibus e, soprattutto, nell'Adoro te devote, uno dei cinque inni eucaristici dedicati al Corpus Domini e composto nel 1264. In esso, San Tommaso invoca la misericordia di Gesù con le parole:
«Pie pelicane, Jesu Domine / me immundum munda tuo sanguine / cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere.»
(«Pellicano pieno di bontà, Signore Gesù, / lava le mie colpe col tuo sangue/ di cui una stilla sola basta a rendermi tutto puro da ogni peccato.»)
Con queste parole, San Tommaso esalta l’azione purificatrice mediante il sangue del pellicano mistico, Gesù Cristo.
Riferimenti Letterari: Dante Alighieri
Anche Dante Alighieri, nella Divina Commedia, si riferisce a Cristo come "nostro Pellicano" (Paradiso, XXV, 113), in riferimento all’episodio dell’ultima cena in cui l’apostolo Giovanni reclinò il capo sul petto di Gesù: “Questi è colui che giacque sopra ‘l petto / del nostro Pellicano, e Questi fue / di su la croce al grande officio eletto”.
Iconografia: Esempi e Rappresentazioni
Molto spesso, durante gli ultimi secoli del Medioevo e anche in seguito, la figura del pellicano conclude la croce, spesso sopra l’iscrizione INRI, per sottolineare l’azione purificatrice del sangue di Cristo sparso per i peccati degli uomini. Nelle opere d'arte, il pellicano viene spesso raffigurato eretto sopra il suo nido, con le ali spalancate in un tenero abbraccio, nell'atto di nutrire i suoi piccoli.
- Nell'opera di Lorenzo Monaco, il pellicano campeggia alla sommità della croce, tra la luna e il sole, fra il tradimento di Pietro e quello di Giuda.
- Nella cripta di Sant’Ugo, sottostante la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo a Montegranaro, un ciclo pittorico di affreschi del XIV secolo raffigura la “Crocifissione con Santi e Cherubini”. Al centro, sulla sommità, all’interno di un tondo, è rappresentato un pellicano che nutre i suoi piccoli, nell'atto di lacerarsi il petto con il becco per sfamare con il proprio sangue i suoi figli.
- Nel Convento di San Domenico di Fiesole, una imponente cimasa dorata che sovrasta l’altare presenta, a coronamento, la figura di un uccello con le ali aperte e con il becco ripiegato verso i suoi piccoli.

Il Pellicano Oggi: Riconoscimento e Continuazione
Simbolismo Moderno
Il Pie pellicane ha raggiunto davvero i confini del mondo: la Louisiana, ad esempio, l’ha scelto come bandiera ed è chiamata "Pelican State". Anche in tempi recenti, come in occasione del Giubileo Eucaristico di Orvieto, è comparso un simbolo creato appositamente per le celebrazioni, in cui si vede un pellicano con le ali alzate che nutre due piccoli pellicani, ribadendo il suo ruolo di simbolo eucaristico.
Messaggio Duraturo
Il pellicano rendeva concreto agli occhi dei fedeli il messaggio d’amore del Cristo crocifisso che si dona agli uomini, divenendo così emblema dell’Eucarestia. La carne e il sangue offerti dal pellicano per i suoi “piccoli” hanno rappresentato, fin dai primi secoli ma soprattutto a partire dal Medioevo (influenzato anche dalla predicazione degli Ordini Mendicanti, come nel caso di Giotto e la sua scuola), la Carne e il Sangue di Cristo offerti in sacrificio per la vita degli uomini. Chi lo guarda nelle nostre chiese con gli occhi della fede vi può scoprire ancora oggi il messaggio più profondo di Cristo: donare se stesso per i fratelli, perché rende visivamente quanto Giovanni ha scritto dell’amore di Gesù Cristo: “Nessuno può avere maggiore amore di chi dà la propria vita per i suoi amici” (Giov. 15, 3).
La favola del pellicano, che ha resistito nei secoli, ci ricorda che bisogna camminare nell’amore come anche Cristo ci ha amato e offerto se stesso per noi “come oblazione e sacrificio a Dio” (Ef 5, 2).