L'analisi del testo poetico di Giovenco, in particolare dei versi dedicati al Padre Nostro, rivela un'interessante commistione di fonti bibliche e influenze letterarie classiche. La discussione critica si concentra sull'autenticità di un verso specifico (324*), la cui collocazione e interpolazione sono state oggetto di dibattito tra gli studiosi.
Il Dibattito sull'Autenticità del Verso 324*
Il verso in questione, che secondo alcune edizioni dovrebbe precedere il verso 1.325, è stato espunto da diversi studiosi, tra cui Marold, Kievits e Ch. Gnilka. Tuttavia, E. Colombi ha recentemente espresso una posizione più possibilista riguardo alla sua autenticità. Nonostante le difficoltà metriche, che potrebbero non essere insormontabili, Gnilka stesso ammette la possibilità che il verso supplementare sia un'aggiunta posteriore dell'autore, forse per integrare il particolare delle locuste.
Colombi suggerisce che questa aggiunta potrebbe essere stata fatta dallo stesso autore, che si accorse di aver omesso il dettaglio delle locuste. Questa ipotesi, tuttavia, potrebbe anche spiegare un tentativo di interpolazione da parte di uno scriba successivo. Le ragioni addotte a favore dell'autenticità del verso non appaiono del tutto convincenti, mentre quelle contrarie, presentate da Gnilka, sono considerate molto persuasive.
Particolarmente rilevante per l'analisi delle reminiscenze letterarie è il confronto proposto da Gnilka con la descrizione del Precursore operata da Paolino di Nola. Paolino allude al passo di Giovenco, omettendo il dettaglio delle locuste e innovando con l'aggiunta del particolare dell'acqua come esemplificazione.

Riflessi dei Testi Evangelici nel Padre Nostro di Giovenco
I versi 1.309-320 di Giovenco riflettono più probabilmente il testo di Luca (3,2-6) rispetto a quello di Matteo (3,1-3). Seguono due versi (1.321-322) che anticipano l'arrivo delle folle per ricevere il battesimo purificatorio. Altri tre versi descrivono l'abbigliamento "spartano" di Giovanni, un dettaglio presente in Matteo (3,4) e Marco (1,6), ma assente in Luca.
La collocazione di questi versi introduttivi merita un'attenta discussione. Essi non trovano riscontro né nel testo di Matteo né in quello di Luca. Si posizionano subito dopo il racconto dell'inizio del ministero del Battista, in conformità con la profezia di Isaia, e prima della descrizione fisica del profeta. In Matteo, questi momenti corrispondono ai versetti 3,1-3 e 3,4; in Luca, la prima parte corrisponde ai vv. 3,1-6, mentre la seconda, relativa all'abbigliamento e alle abitudini alimentari del profeta, è assente, seguita immediatamente dall'apostrofe di Giovanni.
Inoltre, si osserva una parziale ridondanza rispetto ai versi 1.326-327. La frase "passimque hinc inde ruentes / complebant ripas" (1.321-322), pur essendo più generica, può indicare lo stesso referente di "diversis sedibus ortos / irruere ad fluvium" (1.326-327). Data l'attenzione con cui il poeta elabora la parafrasi, secondo le regole della riscrittura metatestuale, una pura ripetizione non giustificata dall'ipotesto biblico salta all'occhio.
Si ritiene, invece, che si tratti di un'aggiunta di Giovenco, volta a perseguire una precisa finalità evocativa e contrastiva rispetto alla tradizione poetica pagana. L'apparenza di ripetitività è dovuta al tessuto di rimandi interni, appositamente creati per realizzare coesione. Segue l'apostrofe, che in Matteo è introdotta da due versetti (3,5-6), corrispondenti ai versi di Giovenco 1.326-327. Matteo, a differenza di Giovenco, specifica chiaramente al v. 3,7 il destinatario della predica: i Farisei e i Sadducei. In Luca, l'apostrofe inizia immediatamente dopo.

Interpretazione Spirituale della "Stirpe di Abramo"
Il riferimento a "stirpe di Abramo" nei testi evangelici, in particolare in Giovanni 8,39, viene contrapposto alla necessità di una "liberazione dal peccato". Il tema centrale dei versetti 8,37-47 è la contrapposizione tra la presunzione di avere Abramo o Dio come padre e l'accusa di Cristo ai suoi interlocutori di avere il diavolo per padre. Questo linguaggio metaforico del Battista, che contrappone una "razza di vipere" a una vera stirpe di Abramo, sembra trovare eco in Giovenco.
In Luca, la connotazione degli ebrei come "razza di vipere" non esclude un valore realistico, presente nella coeva letteratura di Qumrân, per indicare una "stirpe avvelenata" da Satana. Questa interpretazione, legata al serpente della Genesi, assume importanza per il passo di Giovenco.
Le contrapposizioni presenti sia nell'episodio del Battista che nel passo giovanneo invitano a un'interpretazione "spirituale" della "stirpe di Abramo", già presente negli scritti di Paolo e legata alla contrapposizione tra "antico" e "nuovo Israele". Questa "spiritualizzazione" della discendenza abramitica divenne un tema centrale nella controversia tra Cristiani ed Ebrei, come attestato nel "Dialogus cum Triphone Iudaeo" di Giustino, ma già riconoscibile negli scritti di Paolo e nel Vangelo di Giovanni.
Un uso particolare del verbo dokein, presente negli scritti di Paolo, stigmatizza l'atteggiamento di "vantarsi di / confidare in qualcosa" per ottenere riconoscimento pubblico, definendolo come "vanteria" e "fiducia" false e ingannevoli davanti a Dio. Questo uso, insieme agli elementi esegetici, potrebbe aver spinto alcuni traduttori latini a forzare la lettera del versetto di Matteo, enfatizzando il peccato di "superbia" in connessione alla contrapposizione tra una discendenza puramente "etnica" da Abramo e una di tipo "spirituale".
Influenze Classiche e Contraltari Pagani
Il fiume del Padre Nostro può essere interpretato in relazione al primo fiume attraversato dalle anime per accedere agli inferi, l'Acheronte. Questa scena, analoga a quella dell'accorrere di anime sulle rive di un fiume in attesa di attraversarlo, intrattiene rapporti con passi di Ovidio e Lucrezio, entrambi attestanti un influsso sui versi 1.321-322 di Giovenco.
Un lettore del VI canto dell'Eneide potrebbe aver colto un collegamento interno fornito dal parallelismo delle due similitudini che accompagnano le descrizioni delle folle: le "innumerevoli schiere" che si affollano sulle rive del fiume Lete sono paragonate alle api che sciamano nei campi d'estate, così come le anime che si affollano sulle rive dell'Acheronte sono paragonate a foglie che cadono in autunno o ad uccelli marini che si raccolgono dal mare sulla terra spinti dal freddo.
Ai due "passaggi", segnati dalle acque dei fiumi infernali, fanno da contraltare i due "battesimi" che Giovanni, nella sua veemente arringa, vuole distinguere. I versi 1.321-322 presentano analogie lessicali e di senso con il passo ovidiano (A 6,305), che descrive la folla che si riversa sulle rive, in attesa di attraversare il fiume, desiderosa di raggiungere la riva opposta.
L'immagine delle anime "bramose" di passare all'altra riva dell'Acheronte per raggiungere la dimora assegnata e trovare pace può essere letta analogicamente alla "bramosia" con cui le folle cercano i lavacra di Giovanni, cui evidentemente attribuiscono grande importanza. Giovenco, conformemente al suo modello, inserisce la descrizione fisica del Battista, la cui "selvatichezza" d'aspetto può essere messa in rapporto con quella di Caronte. L'apostrofe con cui il traghettatore infernale mette in guardia Enea dal varcare un limite proibito ai vivi può fungere da contraltare all'ammonimento di Giovanni agli astanti dal cercare una "salvezza" automatica, come una "guarigione magica".
Il parallelo con il traghettatore infernale è rafforzato non solo in direzione analogica, ma anche contrastiva. Il poeta cristiano cerca di precisare la distanza dallo squallore di Caronte, salvando al contempo un'immagine "romana" di misura anche nell'ascetismo, attraverso un'allusione alla satira oraziana sul tema del "vivere parvo". Il sintagma "tenuem victum" (1.325) ricorre prima di Giovenco solo due volte nella satira oraziana (Hor. sat. 2,2,53 e 70). In particolare, il verso 53 distingue sinteticamente tra frugalità e squallore della sporcizia.