L'Integrità della Confessione e il Ruolo del Sacerdote
La questione se un sacerdote possa assolvere dai peccati "che non ricordi o che ti vergogni a confessare" è un interrogativo frequente nella pratica sacramentale. A supporto di questa, e delle relative risposte, si trova il magistero della Chiesa.
Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1456), "La confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento della Penitenza: «È necessario che i penitenti enumerino nella confessione tutti i peccati mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame di coscienza, anche se si tratta dei peccati più nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti del Decalogo, perché spesso feriscono più gravemente l’anima e si rivelano più pericolosi di quelli chiaramente commessi»". Il Catechismo prosegue: "«I cristiani [che] si sforzano di confessare tutti i peccati che vengono loro in mente, senza dubbio li mettono tutti davanti alla divina misericordia perché li perdoni. Quelli, invece, che fanno diversamente e tacciono consapevolmente qualche peccato, è come se non sottoponessero nulla alla divina bontà perché sia perdonato per mezzo del sacerdote. "Se infatti l’ammalato si vergognasse di mostrare al medico la ferita, il medico non può curare quello che non conosce"»".
Giovanni Paolo II, in un messaggio alla Penitenzieria Apostolica (22.3.1996), ha ribadito che "la confessione deve essere integra, nel senso che deve enunciare tutti i peccati mortali". Pertanto, di per sé, il sacerdote non potrebbe pronunciare un'assoluzione generica che copra consapevolmente peccati taciuti.
Dall’esperienza, il sacerdote sa che molti individui, specialmente giovani, possono provare vergogna nel confessare un determinato peccato. In questi casi, un'espressione del sacerdote potrebbe essere intesa come un incoraggiamento a non avere timore e a confessare apertamente il peccato la prossima volta, poiché il confessore è consapevole delle difficoltà che i penitenti possono incontrare.

I Peccati Dimenticati Involontariamente
Il medesimo Catechismo Romano afferma che "le lacune della confessione, non volute di proposito ma provenienti da involontaria dimenticanza o da manchevole esplorazione della propria coscienza, pur sussistendo l’intenzione di confessare tutte le proprie colpe, non impongono che tutta la confessione sia ripetuta". Pertanto, senza allarmismi, nella successiva confessione il penitente confesserà i peccati gravi che aveva involontariamente dimenticato.
La Natura del Peccato: Mortale e Veniale
Premesso che tutti i peccati sono un’offesa a Dio, c’è una differenza fondamentale tra il peccato mortale e quello veniale. Il peccato in senso proprio è quello mortale, mentre il peccato veniale è un’applicazione analogica della nozione di peccato.
Per comprendere la differenza, si può usare questa immagine: il peccato veniale è come quando, durante il cammino per raggiungere una meta, ci si ferma un po’ ma si conserva la direzione giusta. Vale a dire, nel linguaggio teologico, la volontà rimane fissa sull’ultimo fine che è Dio stesso. Invece il peccato mortale è quando si cambia direzione e se ne imbocca una sbagliata. In questo caso, il fine ultimo non è più Dio.
La Memoria di Dio e il Perdono Divino
Quando si parla di peccato dimenticato, sorge la domanda sulla memoria di Dio. Come potrebbe un Dio onnisciente "dimenticare" i nostri peccati? La Parola rivela che Dio è immutabile; non acquisisce né perde sapere, e la sua conoscenza è sempre perfetta. La Bibbia parla spesso di Dio che ricorda o non ricorda, ma non nello stesso modo in cui gli umani intendono il ricordare o il dimenticare.
Quando Dio "smette di ricordare" il nostro peccato, non si tratta di un’amnesia volontaria. Piuttosto, nella sua misericordia, Egli non agisce contro di noi secondo il nostro peccato. Quando il Signore perdona, non richiama alla mente i nostri peccati per punirci o rimproverarci. Invece, Dio allontana da noi il nostro peccato "come è lontano l’oriente dall’occidente" (Sal 103:12). "Non mi ricorderò più dei loro peccati" (Eb 8:12) significa che il nostro peccato non gli è sfuggito di mente, ma che non ce l’ha con noi. E così l’onniscienza di Dio rimane intatta: Egli sa, ma non richiama alla mente; vede, ma non rimprovera.
La giustizia divina non viene abbandonata per amore della misericordia. Papa Francesco nella bolla Misericordiae vultus ha scritto: «Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono». La misericordia viene per prima, però suppone la giustizia e non le va mai contro. Dio certamente punisce ogni peccato, ma, se siamo in Cristo, quell’ira cade su di lui. La croce mostra in modo sorprendente, e in armonia, aspetti del carattere divino che altrimenti potrebbero apparire inconciliabili: giustizia implacabile e generosa misericordia. Non serviamo un Dio la cui memoria viene cancellata al suono della confessione umana, ma un Dio che vede il peccato che si nasconde negli angoli più oscuri del nostro cuore eppure sceglie di offrirci misericordia in Cristo.

Preparazione alla Confessione e Esame di Coscienza
La preparazione è essenziale per una buona confessione. Non si tratta solo di enumerare i peccati, ma di un processo di riflessione profonda.
L'Importanza dell'Esame di Coscienza
Ci si deve preparare prima di tutto vivendo la liturgia, ad esempio nel Venerdì Santo, mettendosi davanti al mistero di Cristo che dà la propria vita per i nostri peccati. Non c’è modo migliore che mettersi di fronte alle grandi verità della fede e guardare la propria vita alla luce di queste, ad esempio durante la Domenica delle Palme, pensando a ciò che Cristo ha fatto per noi.
Poi c’è la preparazione più personale che ognuno può fare a modo suo, magari con l’aiuto di alcuni libri. Ci sono messali ben fatti con un elenco di domande che aiutano a fare bene la confessione. Ci si può aiutare anche con la Scrittura per fare un buon esame di coscienza e dunque rispondere a domande sulla vita di preghiera, la relazione con gli altri, la padronanza di sé. Per esempio, per i giovani, possono essere utili delle liste per identificare i peccati che spesso non ritengono tali, come il non confessarsi per lungo tempo.
Altri, invece, anziché dai peccati, preferiscono partire dalle beatitudini per fare l’esame di coscienza: Sono stato povero di spirito? Sono stato puro? Ho accettato le contraddizioni a nome di Cristo? Anche questo è un buon metodo; ognuno ha il suo, ma l’importante è che si faccia, perché bisogna sempre essere preparati prima di recarsi al confessionale. L’educazione necessaria è un’educazione al senso del bene e del male. Spesso, molte persone non sanno cosa dire al confessionale, il che significa che non hanno riflettuto sulla loro vita e sui passi sbagliati. La confessione è quando si è pronti ad inginocchiarsi e dire: "Ho peccato".

Il Proposito di Cambiamento e i Tipi di Contrizione
Il sacerdote, nel discernimento, valuta se c’è il proposito di cambiare e di evitare le occasioni di peccato. Normalmente, ci sono casi in cui il sacerdote deve rifiutare l’assoluzione: deve farlo quando la persona rifiuta di pensare a cambiare. Se, invece, c’è il proposito di cambiare, l'assoluzione va data, anche se non si può sempre chiedere un cambiamento radicale immediato. Se la persona dichiara di non essere assolutamente disponibile, il rifiuto è necessario.
Normalmente, ci si dovrebbe pentire dei propri peccati per amore di Dio (contrizione perfetta), ma se qualcuno si confessa perché ha paura di andare all’inferno, è sempre un primo passo, anche se non è l’ideale. C’è un termine tecnico per la contrizione imperfetta dei peccati: attrizione. È l’atto di rimpiangere i propri peccati per ragioni meno nobili, come il desiderio di purezza basato sull’orgoglio o la paura di una punizione. Eppure, questa è una disposizione sufficiente per ricevere il perdono di Dio nella confessione sacramentale.
Il Perdono nella Vita e al Momento della Morte
La questione del perdono, la remissione dei debiti nel senso simbolico che abbiamo gli uni verso gli altri, è fondamentale per il cristianesimo. Insegnando il Padre Nostro, Gesù ha chiarito che per ricevere il perdono di Dio, bisogna perdonare i propri fratelli e sorelle (Mt 6,14-15). È importante avere l’abitudine di perdonare, di discutere con chi ci ha ferito per poter chiedere o concedere perdono e per riequilibrare i rapporti.
L’avvicinarsi della morte è il momento per regolare davvero i conti. Poiché tutti siamo orgogliosi e testardi, a volte ci rifiutiamo di perdonare. Ed è solo all’estremo che finalmente lo si accetta e si capisce che si devono perdonare certe cose e chiedere perdono. Tuttavia, si può presumere che in molti casi il rifiuto di perdonare non sia totale, se non altro per il desiderio di obbedire a Dio, ma assomigli piuttosto a una forte resistenza interiore. In questo caso, il purgatorio sarà un’occasione per essere purificati da questi rancori e peccati dello stesso tipo. Ma tanto vale risparmiarsi sofferenze inutili e perdonare prima della morte o chiedere perdono.
Lo scopo della confessione prima della morte è soprattutto quello di avere il retto atteggiamento del cuore, di essere nella giusta disposizione verso Dio, di avere un vero rammarico per le proprie colpe per amore di Dio. Il sacramento dona un cuore contrito e umile, e questa è la cosa più importante. Possiamo aver dimenticato i peccati, ma il Signore li conosce e può perdonare anche ciò che abbiamo dimenticato. Una confessione poco prima della morte si concentrerà sui peccati essenziali, cercando la radice del peccato, che non è solo nelle azioni, ma anche nelle disposizioni dell’essere. Dobbiamo dire degli atti compiuti, poiché gli atti mostrano la disposizione interiore.
La contrizione perfetta può essere data anche senza confessione sacramentale. Pensiamo, ad esempio, al Buon Ladrone, crocifisso accanto a Cristo. Non si confessò, ma andò dritto in paradiso. È lungo tutta la nostra vita che "lavoriamo" sul nostro rapporto con Dio, che cerchiamo di avere il cuore dei poveri necessario per ricevere la salvezza. Ogni volta che ci confessiamo, apriamo il nostro cuore. Può far male, ma ci aiuta anche ad avere il giusto atteggiamento verso Dio, ad essere pronti a ricevere la sua misericordia. Al contrario, chi ha il cuore chiuso, duro, che non perdona gli altri e che non ha nemmeno l’abitudine di chiedere perdono, avrà difficoltà, con l’avvicinarsi della morte, ad aprire il proprio cuore. Più si è abituati a confessarsi e a perdonare, più si è nel giusto atteggiamento verso Dio, quello del bambino che il Signore ci chiede di essere per accedere al Regno dei cieli.
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Il sacramento della penitenza ha conosciuto un’evoluzione molto complessa. La confessione per come la conosciamo oggi è abbastanza recente. Fino al Concilio Lateranense IV (1215), che obbligò ogni cristiano a confessarsi almeno una volta all’anno, bisognava fare la penitenza prima di ricevere l’assoluzione. Questa data fondamentale ha rappresentato una rivoluzione anche dal punto di vista della civiltà, poiché a partire da questo momento in Occidente la gente iniziò a fare l’esame di coscienza, portando a una ricerca della purificazione della coscienza in tutta Europa.
Oggi, invece, le statistiche ci raccontano una situazione diversa, in parte a causa della perdita del senso del peccato e in parte per l'idea che la confessione sia stata un mezzo di controllo del clero sulla gente. Molti laici si sentono responsabili e pensano di averne bisogno, soprattutto dopo aver incontrato confessori che non sono sempre stati discreti. La confessione è un momento per confessare i propri peccati e individuarli, senza cadere negli scrupoli, piuttosto che per raccontare la propria vita come si farebbe con uno psicologo. Prevenire ciò fa parte del discernimento del sacerdote, e un’adeguata catechesi è fondamentale per insegnare il vero senso e la pratica di questo sacramento che ci dona il perdono, la contrizione del cuore e la gioia di essere liberati dal peccato.
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