L'analisi critica delle "Confessioni di Kurt Gerstein" di Henri Roques

"Le Confessioni di Kurt Gerstein" è un'opera accademica rara, un'analisi testuale pubblicata come libro divulgativo. Il lavoro di Henri Roques, originariamente la sua tesi di dottorato, si propone di stabilire il "testo di riferimento comune" per le diverse testimonianze di Gerstein, che sono state spesso utilizzate da storici e scrittori senza un'adeguata considerazione del loro contenuto effettivo.

Copertina del libro

Contesto e importanza delle "Confessioni di Gerstein"

Le "confessioni" dell'ufficiale delle SS Kurt Gerstein, redatte alla fine della Seconda Guerra Mondiale, hanno rappresentato per decenni il pilastro su cui l'ortodossia storiografica dell'Olocausto ha costruito la narrazione di ciò che presumibilmente accadde in un campo vicino alla città polacca orientale di Belzec. Nei suoi testi, Gerstein descrisse di aver assistito, durante una visita di due giorni al campo nell'estate del 1942, all'internamento di migliaia di ebrei in piccole camere a gas, con una densità di 30 persone per metro quadrato. Dopo quasi tre ore di attesa, sarebbero stati giustiziati utilizzando gas di scarico di motori diesel. Queste e altre incongruenze, oltre al fatto che gli studiosi tradizionali citavano Gerstein in modo diverso, hanno indotto lo studioso Henri Roques a raccogliere tutti i documenti originali disponibili e a sottoporli a un'indagine critica. Il suo lavoro ha l'obiettivo di "sfatare la testimonianza chiave dell'Olocausto" dell'ufficiale delle SS Kurt Gerstein, il funzionario enigmatico e contorto del Terzo Reich che affermò di aver assistito a gassazioni di massa di ebrei nel 1942. Questa tesi non è stata scritta per negare l'Olocausto ebraico nella Seconda Guerra Mondiale, ma per condurre un'analisi testuale delle sei diverse versioni della "confessione".

La tesi di dottorato di Henri Roques: struttura e metodologia

La tesi di dottorato di Henri Roques fu difesa nel 1985 all'Università di Nantes, in Francia. Roques presenta i testi completi delle sei diverse versioni delle "confessioni" di Gerstein conosciute fino ad oggi, oltre a una vasta gamma di documenti correlati. Egli rintraccia l'autenticità di questi documenti, evidenzia le differenze tra le sei versioni delle "confessioni" e ne valuta la veridicità. Il cuore del libro (pp. 18-168) si compone di quattro capitoli. Nel primo, "Accertamento dei Testi" (pp. 18-119), Roques presenta le sei (non cinque, come si credeva in precedenza) versioni dei testi in cui Gerstein narra le sue presunte osservazioni a Belzec e Treblinka (con menzione di Sobibor e Majdanek) in Polonia nel 1942. Ci sono quattro testi in (piuttosto scarso) francese, a cui Roques dà i numeri T I, T II, T IV e T V, e due in tedesco (T III e T VI). Le traduzioni di questi sei testi occupano la prima metà del Capitolo I (pp. 19-89). Riproduzioni fotografiche dei documenti originali sono fornite, per T I fino a T VI, in un'appendice (pp. 210-287), ma per le "Aggiunte e Bozza" che occupano il resto del capitolo (pp. 89-119), sono intercalate nel corpo della discussione, una procedura seguita anche nei capitoli successivi. In una sezione molto importante contenente undici tabelle comparative (A-K), Roques confronta e valuta le affermazioni di Gerstein nei testi T I fino a T VI.

Tabelle comparative delle diverse versioni delle testimonianze di Gerstein

Autenticità e veridicità dei testi

Il Capitolo II, "L'Autenticità dei Testi" (pp. 121-142), si concentra sulla questione se Gerstein fosse l'autore di tutte e sei le versioni o solo di alcune. Sulla base del loro contenuto, stile e battitura, Roques conclude (p. 137) che i due testi in tedesco (T III e T VI) non furono scritti da Gerstein, ma furono fabbricati dopo la sua morte sulla base di vari documenti lasciati da lui. Il confronto delle versioni dattiloscritte mostra che devono essere state utilizzate almeno tre diverse macchine, una con tastiera francese e due con tastiere tedesche leggermente varianti.

Il Capitolo III tratta de "La Veridicità dei Testi" (pp. 143-156). Poiché le asserzioni di Gerstein sono state ampiamente accettate come una delle principali pietre angolari nella prova dell'esistenza di camere a gas omicide nei campi di concentramento nazisti, Roques osserva (p. 143): "Una tale pietra angolare dovrebbe avere la qualità, accettata da tutti, di un documento storico" e si chiede "Le 'confessioni' di Gerstein hanno questa qualità indiscutibile?". La sua risposta è fortemente negativa, basata su un riassunto delle Confessioni" (pp. 144-146) e su un'analisi delle improbabilità e peculiarità che contengono (pp. 147-153). Ci sono, suggerisce Roques (pp. 153-156), gradi di improbabilità, in qualche modo diminuiti nei testi tedeschi (T III e T VI), il che rafforza l'ipotesi che questi siano stati fabbricati per ridurre lo scetticismo dei loro lettori.

Documenti originali delle

La ricezione delle "Confessioni" e le critiche agli storici

La ricezione postuma della storia di Gerstein è l'argomento del Capitolo Quattro, "Le 'confessioni' di Gerstein e le opinioni dei loro lettori" (pp. 157-168). Prima della loro pubblicazione, erano accessibili solo alle autorità militari alleate, che non furono sufficientemente impressionate da usarle come prova a Norimberga o in altri tribunali, sebbene non dubitassero dell'esistenza delle camere a gas e dei fenomeni correlati (p. 167). Dopo la loro pubblicazione, le reazioni dei lettori variarono, e Roques divide coloro che ne hanno discusso in tre gruppi. Tra coloro che "non dubitano" (pp. 158-159), Roques nomina Pierre Joffroy, "agiografo di Gerstein". Tra "coloro che non credono" (pp. 159-161), il leader fu il compianto Paul Rassinier, seguito in tempi più recenti da Robert Faurisson. La grande maggioranza degli attuali discussori rientra nella categoria di "coloro che credono ai punti essenziali" (pp. 162-166), cioè ammettono che alcune delle dichiarazioni di Gerstein e in particolare le sue statistiche sono esagerate, ma considerano che egli abbia effettivamente visto gli eventi che descrive.

La conclusione di Roques evidenzia le "incoerenze, improbabilità e incongruenze" (p. 174) riscontrate nei racconti di Gerstein, sottolineando la loro totale inaffidabilità. In particolare, viene citato un esempio di Martin Gilbert, il quale nel suo libro "Final Journey" attribuisce a Gerstein il titolo di "dottore", lo presenta come "esperto di gas velenosi" al soldo di Eichmann e descrive dettagli fantasiosi come la scritta "Ingresso allo Stato ebraico" all'entrata del compound delle SS a Belzec e le "tende da sinagoga" sulle porte delle camere a gas. Roques dimostra che queste affermazioni non trovano riscontro in nessuna delle versioni delle "confessioni" di Gerstein. Le "favole ridicole di Gerstein" sfidano il buon senso e le leggi della fisica, e quindi sono state "modificate" da molti commentatori per conformarsi alla realtà. Altre parti delle dichiarazioni di Gerstein, come gli ebrei costretti a salire lunghe scalinate per gettarsi nelle fornaci delle acciaierie, sono state completamente omesse da tali commentatori.

Roques identifica 29 elementi "impossibili o altamente improbabili" nelle confessioni di Gerstein. Ad esempio, la descrizione di 750 persone stipate in una camera a gas di 25 metri quadrati (30 persone per metro quadrato), una cifra chiaramente impossibile. Lo studioso dimostra come alcuni storici abbiano arbitrariamente aumentato l'area a 93 metri quadrati o ridotto il numero di vittime a 175, distorcendo i fatti per supportare una particolare teoria storica. Questo approccio eclettico alla prova, dove la testimonianza viene "selezionata come un piatto di antipasti" per includere solo gli elementi plausibili, viene criticato da Roques come intellettualmente disonesto.

La vita di Kurt Gerstein: un profilo complesso

Kurt Gerstein nacque a Münster l’11 agosto 1905, in una famiglia borghese prussiana dominata dalla figura paterna, un giudice fervente nazionalista. L’educazione ricevuta fu rigida e punitiva. Kurt, il più ribelle dei sette figli, nonostante l’indisciplina, completò gli studi e si laureò in ingegneria mineraria nel 1931. Sebbene vicino al nazionalismo del padre, cercò un significato esistenziale nella fede religiosa, divenendo dirigente del movimento giovanile protestante.

Foto di Kurt Gerstein in uniforme delle SS

Adesione al Nazismo e conflitto interiore

Nel 1933, Gerstein aderì al partito nazista, un segnale di ambiguità nella sua personalità. Tuttavia, non condividendo la politica antireligiosa del Reich, si unì alla "Chiesa confessante", una fazione minoritaria di opposizione. Questa posizione lo portò all'attenzione della Gestapo: fu arrestato, espulso dal partito e licenziato dopo il ritrovamento di opuscoli antinazisti. Le pressioni familiari e il dilemma tra lealtà patriottica e fedeltà alla Chiesa lo spinsero a una domanda di riammissione, un'abiura che acconsentì solo per volere paterno. Trasferitosi a Tubinga per studiare medicina, non abbandonò l'impegno religioso, attirando nuovamente l'attenzione della Gestapo che lo arrestò nel luglio 1938 con l'accusa di complotto per la restaurazione della monarchia. Seguirono sei settimane tra prigione e campo di concentramento, esperienze che lo provarono fisicamente e spiritualmente, portandolo persino a considerare il suicidio. La sua preoccupazione per il futuro della nazione e la consapevolezza della natura "totalitaria" del regime crebbero, come testimoniato in una lettera allo zio negli Stati Uniti.

La decisione di arruolarsi nelle SS e la missione segreta

Un dramma familiare, la morte della cognata Bertha Ebeling nell'ospedale psichiatrico di Hadamar, probabilmente vittima del programma di soppressione dei disabili, spinse Gerstein alla decisione più controversa della sua vita. Convinto che fosse stata uccisa perché "non degna di vivere", decise di arruolarsi nelle SS per "vedere e combattere le cose dall'interno", come affermò nel suo rapporto del 1945. La sua formazione in chimica e medicina lo destinò al servizio sanitario delle Waffen-SS, incaricato della disinfezione e dei filtri dell'acqua. Promosso tenente, nell'agosto 1942 gli fu affidata una missione segreta: l'acquisizione di 100 kg di acido prussico (Zyklon B). A Belzec, assistette all'uccisione di numerosi gruppi di ebrei con ossido di carbonio, un metodo lento. L'organizzatore dei campi, Odilo Globočnik, gli spiegò il nuovo compito: "migliorare il servizio delle nostre camere a gas, occorre un gas più tossico e di più rapido effetto". Gerstein scelse di rimanere in servizio per sabotare e denunciare dall'interno lo sterminio. La sua missione lo portò a ordinare Zyklon B, gestendo personalmente le fatture per non lasciare tracce. Nonostante i suoi sforzi per destinare il gas a fini di disinfezione, parte delle sue ordinazioni potrebbe essere stata utilizzata per lo sterminio, una consapevolezza che lo rendeva complice del male.

I tentativi di denuncia e l'epilogo tragico

Dopo il ritorno da Belzec, Gerstein iniziò un'azione segreta di denuncia. Contattò funzionari di legazioni di paesi neutrali, inclusi il barone von Otter, segretario della legazione svedese, e l'addetto stampa della legazione svizzera Hochstrasser. Informò anche amici e pastori della Chiesa confessante, come Otto Dibelius. I suoi contatti con la Chiesa cattolica, in particolare la nunziatura, furono infruttuosi, probabilmente a causa del sospetto di una provocazione delle SS e della neutralità ufficiale del Vaticano. Nessuna delle parti contattate da Gerstein intervenne, poiché erano già informate tramite altre fonti di ciò che accadeva agli ebrei. La posizione di Gerstein era ormai precaria, considerata alto tradimento. Il 21 aprile 1945, Gerstein si consegnò ai francesi, presentando un rapporto dettagliato in tre lingue (tedesco, inglese, francese) di tutto ciò che sapeva. Nonostante la sua fiducia, il suo sacrificio si rivelò inutile. Considerato criminale di guerra e indagato per complicità nello sterminio, fu trasferito in un carcere militare. Il 25 luglio 1945, il suo corpo senza vita fu ritrovato nella sua cella del carcere di Cherche-Midi, con la causa di morte refertata come suicidio per impiccagione. Pochi giorni prima, aveva scritto a un amico, esprimendo la speranza che la sua denuncia avesse contribuito a "far scoppiare quell'ascesso che si era formato sul corpo dell'umanità".

Controversie e revoca del dottorato di Roques

La tesi di Roques, che ha esposto le distorsioni e le manipolazioni delle "confessioni" di Gerstein da parte di numerosi storici, ha generato uno scandalo in Francia durato circa tre anni. Questo ha portato alla revoca del titolo di dottorato di Roques, un evento senza precedenti nella storia quasi ottocentenaria delle università francesi. Michel de Bouard dell'Institut de France, tuttavia, dichiarò: "Se fossi stato membro della giuria, avrei probabilmente dato un voto di 'molto buono' alla tesi del signor Roques". Il parlamento francese ha poi proibito lo scetticismo sull'Olocausto nel 1990. Lo studio di Roques non nega che l'Olocausto sia accaduto, ma critica l'uso e l'abuso di una testimonianza chiave. Lo storico britannico Hugh Trevor-Roper (Lord Dacre) ha elogiato questo studio come "un lavoro di Quellenkritik [critica delle fonti] del tutto legittimo, accademico e responsabile su un argomento limitato ma importante".

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