San Charbel Makhlouf: La Vita e il Messaggio Eremitico

L’intera Chiesa, dall’Oriente all’Occidente, è invitata oggi a una grande gioia. Il nostro cuore si rivolge al Cielo, dove sappiamo ormai con certezza che San Charbel Makhlouf è associato alla felicità incommensurabile dei Santi, nella luce di Cristo, lodando e intercedendo per noi.

Il Libano, luogo di incontro tra l'Oriente e l'Occidente, è diventato patria di diverse popolazioni che si sono aggrappate con coraggio alla loro terra e alle loro feconde tradizioni religiose. Oggi, si venera insieme un figlio di cui tutto il Libano, e specialmente la Chiesa maronita, possono essere fieri: Charbel Makhlouf. Un figlio assai singolare, un artigiano paradossale della pace, poiché l'ha cercata lontano dal mondo, solo in Dio, di cui era come inebriato.

La sua lampada, accesa sulla cima della montagna del suo eremo nel secolo scorso, ha brillato di uno splendore sempre maggiore, e l'unanimità si è creata rapidamente intorno alla sua santità. Era già stato onorato con la beatificazione il 5 dicembre 1965, alla chiusura del Concilio Vaticano II.

Ritratto di San Charbel Makhlouf in stile tradizionale

Infanzia e Vocazione

Nato a Beqaa-Kafra l'8 maggio 1828, il piccolo Youssef Antoun Makhlouf era il quinto figlio dei contadini Brigitte Chidiac e Antun Makhlouf. Fin da subito dimostrò la sua grande spiritualità. La sua infanzia si concluse presto: suo padre morì quando lui aveva soltanto tre anni e la madre, dopo un po' di tempo, si risposò con un uomo molto religioso che, secondo l'usanza orientale, divenne diacono.

Il milieu cristiano della sua infanzia radicò profondamente il giovane Youssef nella fede e lo preparò alla sua vocazione. La sua famiglia, composta da contadini modesti, laboriosi e uniti, era animata da una fede robusta, assidua alla preghiera liturgica del villaggio e alla devozione mariana. I suoi zii erano dediti alla vita eremitica, e sua madre era ammirevole, pia e mortificata fino al digiuno continuo. Per Youssef fu sempre una gioia ascoltare il patrigno e parlare dei suoi due zii eremiti nella Valle dei Santi.

Le parole riportate dalla madre dopo la separazione dal figlio rivelano la profondità della loro fede: «Se non dovessi essere un buon religioso, ti direi: Torna a casa. Ma so ora che il Signore ti vuole al suo servizio. E nel mio dolore di essere separata da te, gli dico, rassegnata: Che ti benedica, figlio mio, e ti faccia un santo» (P. PAUL DAHER, Charbel, un homme ivre de Dieu, Monastère S. Maron d’Annaya, Jbail Liban, 1965, p. 63).

A ventidue anni, il giovane Youssef, spinto da una vocazione che comporta una decisione molto personale e un irresistibile richiamo della grazia che si unisce alla sua tenace volontà di diventare un santo («Lascia tutto, vieni! Seguimi!» - Ibid. p. 52; cfr. Marc. 10, 32), senza dire nulla a nessuno, si recò al convento della Madonna di Mayfouq.

Vita Monastica e Sacerdozio

Nel 1851, all'età di 23 anni, Youssef lasciò il suo villaggio di Géga-Kafra e la sua famiglia per non farvi più ritorno. Al convento della Madonna di Mayfouq, si ritirò in preghiera e ricevette l'ordine del noviziato, adottando il nome di Charbel, che in siriaco significa «il racconto di Dio». In pochi mesi divenne monaco dell’Ordine libanese maronita. Dopo essersi trasferito al convento di Annaya, emise i voti perpetui diventando monaco nel 1853.

La sua formazione monastica era rigorosa, secondo la regola dell'Ordine libanese maronita di Sant'Antonio. Dopo la professione solenne, seguì studi teologici a San Cipriano di Kfifane e ricevette l'ordinazione sacerdotale il 23 luglio 1859. Frate Charbel fu poi rimandato dai suoi superiori al monastero di Annaya, dove trascorse sedici anni di vita comunitaria tra i monaci.

Interno del Monastero di San Marone ad Annaya, Libano

L'Eremo e l'Ascetismo

Nel 1875, Charbel maturò la volontà di ritirarsi in un eremo, un permesso che gli fu accordato il 13 febbraio. Per lui fu come una seconda nascita: poté lavorare, pregare, osservare la penitenza, il digiuno e il silenzio. Trascorse ventitré anni di vita completamente solitaria nell'eremo dei Santi Pietro e Paolo, dipendente da Annaya.

Questa vita, apparentemente strana, era caratterizzata dalla pratica assidua, spinta all'estremo, dei tre voti religiosi, vissuti nel silenzio e nello spogliamento monastico. Egli osservava la più stretta povertà per quanto riguardava l'alloggio, l'abbigliamento, l'unico e frugale pasto quotidiano, e i duri lavori manuali nel clima rigido della montagna; una castità che circondava di un'intransigenza leggendaria; e infine, e soprattutto, un'obbedienza totale ai suoi superiori e persino ai suoi confratelli, nonché al regolamento degli eremiti, traducendo la sua completa sottomissione a Dio.

La chiave di questa vita era la ricerca della santità, cioè la conformità più perfetta a Cristo umile e povero, il colloquio quasi ininterrotto con il Signore, la partecipazione personale al sacrificio di Cristo attraverso una celebrazione fervente della Messa e attraverso la sua rigorosa penitenza unita all'intercessione per i peccatori. Le testimonianze lo descrivono come un monaco zelante, spesso sorpreso a pregare con le braccia aperte, in una cella poverissima, che lasciava solo per celebrare la Messa o quando gli veniva espressamente ordinato.

Questa enumerazione, che gli agiografi possono illustrare con numerosi fatti concreti, mostra il volto di una santità austera, che lascia il mondo moderno perplesso, persino irritato. Anche i cristiani si chiederanno: Cristo ha davvero richiesto un tale rinnegamento? La risposta risiede nella comprensione della potenza dell'anima e dell'amore di Dio che ispira tale ascesi. Come disse Cristo stesso: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato in aggiunta» (Matth. 6,33).

24 Luglio - La Vita MIRACOLOSA di San Charbel

La Santità e i Miracoli

La Fama in Vita e Dopo la Morte

Fin dalla vita di Charbel Makhlouf, la sua santità irradiava, i suoi compatrioti, cristiani e non, lo veneravano, accorrendo a lui come al medico delle anime e dei corpi. Dopo la sua morte, la luce ha brillato ancora di più sulla sua tomba. Quante persone, in cerca di progresso spirituale, o lontane da Dio, o in preda alla disperazione, continuano ad essere affascinate da quest'uomo di Dio, pregandolo con fervore.

È proprio durante la Messa, a Natale, che Charbel si sentì male, al momento dell'elevazione. Dopo un'agonia di otto giorni in cui gli altri monaci lo sentirono pregare e in cui continuò ad osservare la Regola - rifiutando, ad esempio, del cibo più nutriente - si spense. Pochi mesi dopo la sua morte, una luce abbagliante fu vista intorno alla sua tomba, situata nel Monastero di Annaya.

Processo di Beatificazione e Canonizzazione

Dopo qualche mese dalla sua morte, iniziarono a verificarsi prodigi. Molti monaci giurarono di vedere la tomba di frate Charbel, di notte, illuminata da luci non naturali. Così, un giorno, la tomba fu aperta e il suo corpo fu ritrovato intatto, con la temperatura corporea di un vivente. Il corpo del santo trasudava sangue misto ad acqua, bagnandone le vesti, e fu trasferito in una speciale bara. Questo fenomeno si verificò altre due volte, in particolare durante i periodi del 1927 e del 1950.

Nel 1925 la sua beatificazione e canonizzazione furono proposte a papa Pio XI. Nel 1950 la tomba fu aperta in presenza di una commissione ufficiale composta da medici, che verificarono lo stato del corpo. Dopo l'apertura e l'ispezione della tomba, è stato constatato che gli episodi di guarigione si moltiplicavano. Nuovamente, una moltitudine di pellegrini di differenti religioni iniziò a radunarsi presso il monastero di Annaya, chiedendo l'intercessione del santo. Durante l'ultima ricognizione, nel 1950, il suo volto rimase impresso su un panno e si verificarono molte guarigioni istantanee tra i presenti.

Nel 1954 papa Pio XII firmò il decreto accettando la proposta di beatificazione di Charbel Makhlouf l'eremita. Il 5 dicembre 1965 papa Paolo VI celebrò la cerimonia di beatificazione del mistico libanese durante la chiusura del Concilio Vaticano II. Nel 1976 sempre papa Paolo VI firmò il decreto di canonizzazione del beato Charbel.

Cerimonia di beatificazione di San Charbel in Piazza San Pietro

Miracoli Riconosciuti

Un gran numero di miracoli sono stati attribuiti dai fedeli a San Charbel dopo la sua morte. Uno tra i più famosi è quello di Nohad El Shami, una donna di 55 anni che guarì da una paralisi parziale. Essa racconta che durante la notte del 22 gennaio 1993 vide in sogno due monaci maroniti fermi accanto al suo letto. Quando si svegliò, la donna si accorse di avere due ferite sul collo, una per ogni lato. Nohad da quel giorno fu completamente guarita e recuperò la sua abilità a camminare. Essa credette che fu San Charbel ad averla operata, ma non riconobbe l'altro monaco, che lei stessa identificò come, molto probabilmente, San Marone. Charbel le disse: «Ti ho operato perché tutti ti vedano e la gente torni alla fede. Molti si sono allontanati da Dio, dalla preghiera, dalla Chiesa».

La Rilevanza della Vita Eremitica Oggi

Il genere di santità praticato da Charbel Makhlouf ha un grande peso, non solo per la gloria di Dio, ma per la vitalità della Chiesa. Come ha detto San Paolo (Cfr. Rom. 12, 4-8), i carismi sono numerosi e diversi nel Corpo mistico di Cristo, corrispondono a funzioni differenti, ognuna con il suo posto indispensabile.

È necessario che ci siano persone che si offrono come vittime per la salvezza del mondo, in una penitenza liberamente accettata, in una preghiera incessante di intercessione, come Mosè sulla montagna, in una ricerca appassionata dell'Assoluto, testimoniando che Dio merita di essere adorato e amato per Sé stesso.

Lo spirito della vocazione eremitica che si manifesta nel nuovo Santo, lungi dall’appartenere a un tempo ormai passato, ci appare molto importante, per il nostro mondo, come per la vita della Chiesa. La vita sociale di oggi è spesso contrassegnata dall’esuberanza, dall’eccitazione, dalla ricerca insaziabile del conforto e del piacere, unita a una crescente debolezza della volontà: essa non riacquisterà il suo equilibrio se non con un accrescimento del dominio di sé, di ascesi, di povertà, di pace, di semplicità, di interiorità, di silenzio (Cfr. Paolo VI, Discorso ai Monaci di Monte Cassino, del 24 ottobre 1964: AAS 56 (1964) 987). La vita eremitica ne insegna l'esempio e il gusto.

Nella Chiesa, come pensare di superare la mediocrità e realizzare un autentico rinnovamento spirituale, non contando che sulle nostre forze, senza sviluppare una sete di santità personale, senza esercitare le virtù nascoste, senza riconoscere il valore insostituibile e la fecondità della mortificazione, dell’umiltà, della preghiera? Per salvare il mondo, per conquistarlo spiritualmente, è necessario, come vuole Cristo, essere nel mondo, ma non appartenere a tutto ciò che nel mondo allontana da Dio (Cfr. SALVATORE GAROFALO, Il profumo del Libano, San Sciarbel Makhluf, Roma 1977).

Papa Paolo VI lo ricorda così: «Egli può farci capire, in un mondo affascinato dal comfort e dalla ricchezza, il grande valore della povertà, della penitenza, dell’ascetismo, per liberare l’anima nella sua ascensione a Dio».

Possano la luce di San Charbel e il suo esempio continuare a brillare sopra Annaya, unendo gli uomini nella concordia e attirandoli verso Dio, che egli contempla ora nella felicità eterna.

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