Il Contesto Storico e Religioso di Vedelago, Fanzolo e Barcon

La storia del territorio di Vedelago, con le sue frazioni di Fanzolo e Barcon, è un intreccio di evoluzioni geografiche, insediamenti umani e profonde vicende religiose, spesso caratterizzate da dinamiche complesse tra le comunità e le loro istituzioni ecclesiastiche. Dalle antiche origini pre-romane alla bonifica delle paludi, dalla devozione mariana del Santuario di Caravaggio alle battaglie per l'autonomia parrocchiale, questi luoghi raccontano cinque secoli di storia che hanno plasmato l'identità locale.

Il Territorio di Vedelago: Storia e Morfologia

Origini e Sviluppo del Comune

Il comune di Vedelago si estende nella parte centro-meridionale della provincia di Treviso, al confine con quella di Padova. Le sue sette frazioni sono Vedelago (capoluogo e sede municipale), Albaredo, Barcon, Casacorba, Cavasagra, Fanzolo e Fossalunga. Il territorio è interamente pianeggiante, con altitudini che variano dai 78 metri sul livello del mare a nord in località Caravaggio ai 25 metri al confine sud con Torreselle.

I primi insediamenti umani documentati in questo comune si trovano nella zona delle sorgenti del Sile, tra Albaredo-Casacorba e Cavasagra. Palificazioni sub-fossili e un cospicuo numero di utensili in selce e vasellame d’argilla rivelano una lunga occupazione della zona, databile tra il Mesolitico (VIII-metà V millennio a.C.) e il Bronzo medio e recente (XVI-XIII secolo a.C.). Citato per la prima volta in un documento del 994, il territorio fu colonizzato dai romani, dei quali ci sono pervenute numerose testimonianze, tra cui la Via Postumia, risalente al 148 a.C.

Nei secoli medievali, e certamente dal X-XII, in questo territorio si strutturò una rete di villaggi, ognuno raccolto intorno alla propria chiesa, assetto che si confermerà nelle epoche successive. Nel 1339, e definitivamente nel 1388, il territorio vedelaghese fu occupato dalla Repubblica di Venezia, rimanendo nel Dominio veneziano di Terraferma sino al 1797. Nel corso della dominazione veneziana, l’espansione fondiaria di grandi famiglie patrizie lagunari (Barbarigo, Emo, Corner, Pisani, Condulmer, Dolfin) e della nobiltà trevigiana (Pola, Ravagnin Dal Corno) favorì la valorizzazione agraria del territorio, grazie soprattutto alla rete irrigua della Brentella, avviata nel 1444. Dal secolo XV si costruirono le prime rustiche case di villeggiatura, alcune delle quali si trasformarono tra il ‘500 e il ‘700 in splendide ville, come Villa Emo di Fanzolo e Villa Corner di Cavasagra.

Il Toponimo di Vedelago

Il nome del comune, con il suffisso -ago assai frequente in Veneto, potrebbe derivare dal nome di un colono romano, Vitellius, proprietario di terreni o di allevamenti di bovini (indicati, nel loro complesso, come fundus Vitellianus o simili).

La Gestione delle Acque e la Bonifica

La morfologia del territorio, in particolare nella zona delle sorgenti del Sile, presentava sfide significative. Dal confine settentrionale sino alla strada provinciale Corriva, i terreni sono coperti da uno spesso strato di ferretto sovrapposto a un profondo materasso di ghiaie alluvionali trasportate dal Piave. A sud della strada Corriva si estende la fascia delle risorgive, caratterizzata da suoli alluvionali dove permangono i fenomeni di risorgenza spontanea, i “fontanazzi”.

Queste condizioni, soprattutto la presenza di paludi e l'umidità perenne, rendevano vaste aree inutilizzabili per l'agricoltura e causavano gravi problemi di salute alla popolazione (asma, bronchite, tubercolosi, reumatismi, zanzare). Era chiaro che l'acqua sorgiva, pur fonte di vita, era anche un nemico. I corsi d'acqua principali in questo settore erano i residui canali della Brentella, gradualmente dismessi e sostituiti dalla rete di irrigazione del Consorzio Piave.

La necessità di una bonifica era evidente. Con un Regio Decreto del 1927, si costituì il Consorzio di Bonifica “Destra Sile Superiore”. Tuttavia, nacque uno storico contrasto tra la zona delle sorgenti e quelle successive, tra i comuni di Vedelago e Morgano, a causa di interessi contrapposti. In attesa di soluzioni istituzionali, i proprietari terrieri agirono privatamente. Camillo Frova, insieme ad altri, costruì verso il 1927 la società dei padroni con lo scopo di ottenere un nuovo canale Corbetta, più diritto e a sud, per prosciugare le terre a nord. Era anche necessario ridimensionare i mulini che tenevano alto il livello delle acque; il Mulino Munaron fu ridimensionato nel 1937, e l'eliminazione del mulino di Morgano l'anno successivo portò ai primi soddisfacenti risultati con l'abbassamento dell'acqua di un metro in alcuni punti.

Nel 1940 fu annunciato l’arrivo di un’imponente macchina per una grande battaglia finale contro l’acqua, con l'intento di spostare il Sile più a sud, raddrizzarlo e allargarlo. La draga, piazzata su due barconi, iniziò a scavare un nuovo letto per il Sile e ad alzarne gli argini. I lavori, iniziati dalle “case rosse” vicino alla fornace, furono interrotti dalla Seconda Guerra Mondiale, per poi riprendere fino al fontanasso dea Coa Longa, per un totale di tre chilometri. Anche durante la guerra, il palù fu teatro di eventi, come l’incendio del Munaron appiccato dai fascisti e il ruolo del terreno inzuppato dalle piogge primaverili nell’ostacolare la ritirata tedesca nel 1945.

Mappa storica delle bonifiche o sezione geologica del territorio di Vedelago

Fanzolo: Il Santuario della Madonna del Caravaggio

Le Origini del Santuario e la Devozione Mariana

I festeggiamenti per la Madonna del Caravaggio, a cui è dedicato il santuario di Fanzolo, sono meta di numerosi pellegrini. Questo luogo di culto affonda le sue radici in un capitello cinquecentesco, trasformato in santuario nel 1839 dalla famiglia Agostini, nelle forme in cui lo conosciamo oggi. Da allora, ogni 26 maggio - anniversario dell’apparizione della Vergine a Giannetta nel 1432 nelle campagne di Caravaggio (BG) - migliaia di persone, anche più di diecimila dal Triveneto, giungono in pellegrinaggio per rendere grazie alla Vergine.

Il Fenomeno degli Ossessi e la Fama del Santuario

Il Santuario della Madonna del Caravaggio in Fanzolo è divenuto un centro di spiritualità reso famoso dal potere taumaturgico attribuito alla Vergine di liberare gli ossessi dalla presunta possessione diabolica, fenomeno che si sviluppa rapidamente dal 1854. Come spiega il parroco di Fanzolo don Ivan Feltracco, «sebbene siano passati diversi decenni dalle ultime manifestazioni, nell’immaginario collettivo il santuario viene ancora associato agli episodi di isteria e di liberazione da presunti spiriti maligni, che si verificavano specialmente il 26 maggio». Questo fenomeno, incontenibile, si è codificato in riti evolutisi nel tempo, attirando persino l'attenzione della stampa locale e nazionale dagli anni ’60, che spesso ha relegato il 'fenomeno' Caravaggio alla stregua di una festa popolare e folkloristica, ma anomala nel panorama delle ricorrenze mariane.

Foto storica o contemporanea del Santuario della Madonna del Caravaggio a Fanzolo

La Nuova Pubblicazione sul Santuario

La storia del santuario è stata recentemente approfondita nel volume “Il Santuario della Madonna del Caravaggio in Fanzolo - Storia e devozione mariana” dello studioso Paolo Miotto. Quest'opera di 300 pagine a colori, voluta dalla Parrocchia di Fanzolo e patrocinata dalla Provincia di Treviso, racconta cinque secoli di storia. La ricerca si fonda su un’approfondita analisi di documenti inediti rinvenuti nell’Archivio parrocchiale e in archivi storici locali, oltre che sullo studio di articoli di stampa e saggi. Il volume, strutturato in tre parti, ricostruisce la vicenda storica, affronta la peculiarità del potere taumaturgico e la presenza degli ossessi, e include un'appendice documentaria.

Don Ivan Feltracco ha espresso profonda gratitudine per il lavoro del professor Miotto, sottolineando come «queste pagine non raccontano solo la storia di un edificio, ma anche la storia di una comunità che ha continuato a custodire e conservare la spiritualità e la devozione a Maria». Il libro è disponibile presso il Santuario e la Parrocchia, e il ricavato sarà devoluto alla ristrutturazione e alla cura del Santuario.

SPECIALE: Il Santuario di Caravaggio - L'Apparizione e la Fonte Miracolosa del 1432

Il Ruolo dei Parroci di Fanzolo

La figura del parroco di Fanzolo è centrale nella gestione e conservazione della devozione legata al Santuario. Oltre a don Ivan Feltracco, che ha promosso la nuova pubblicazione, anche in passato i parroci hanno guidato la comunità nelle celebrazioni e nella custodia della fede. La celebrazione del 26 maggio, con sette messe eucaristiche tutte precedute dalla recita del rosario, testimonia la continuità di questa tradizione. Alcuni ospiti del Centro Diurno, insieme a volontari e personale della residenza, hanno potuto rivivere l’esperienza del pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Caravaggio, un'esperienza che fa parte della tradizione locale promossa anche con la collaborazione della Parrocchia di Fanzolo.

Albaredo: Tra Antiche Pievi e Dimore Storiche

La Chiesa Arcipretale e le Sue Testimonianze Artistiche

Il toponimo Albaredo deriva dalla voce latina "arbor" (albero) o "albulus" (pioppo), richiamando la natura boscosa del luogo in epoca medievale. La sua chiesa pievana antica, l'arcipretale di Albaredo dedicata all’Annunciazione della Beata Vergine Maria, è citata il 3 maggio 1152 in una bolla di papa Eugenio III. La sua ricostruzione avvenne tra il 1679 e il 1692, molto probabilmente sui luoghi dell'antica chiesa. Una pregevole testimonianza artistica della chiesa vecchia è la pala dell’altar maggiore con l’Annunciazione della Beata Vergine Maria, dipinta tra il 1615 e il 1623 da Pietro Damini. L’affresco sul soffitto, opera del pittore castellano Melchiore Melchiori (1641-1686), firmato e datato 1685, raffigura l’Annunciazione, documentando il completamento della chiesa seicentesca. Sopra la porta d’ingresso sud si trova il monumento funebre del pievano Giacomo Cesari in marmo di Carrara, datato 1692.

Villa Grimani Morosini Gatterburg Zambon Pozzobon

Praticamente annessa alla parrocchiale di Albaredo si trova Villa Grimani Morosini Gatterburg Zambon Pozzobon. Si tratta di una villa del XVII secolo, ristrutturata nel XIX secolo e considerata una delle principali testimonianze delle proprietà dei patrizi veneziani in questi luoghi. La dinastia Grimani Morosini Gatterburg terminò nel 1884 con la morte di Loredana e la loro proprietà di Albaredo fu divisa in due: la fattoria dei Grimani andò ai Marcello, poi ai Marcon e la villa con la barchessa andò ai Tassoni, quindi ai Pozzobon e nel 1984 fu acquistata dagli attuali proprietari Zorzato-Pozzobon che iniziarono la ricerca storica, lo studio e il restauro della dimora. La villa, costruita in parte su strutture preesistenti, conserva al suo interno le “quattro stagioni” (o età della vita) di A. Thorvaldsen, scultore neoclassico danese. È da segnalare i disegni a rombo rossi che ne caratterizzano la facciata, un uso tipico nelle dimore dei veneziani del tempo per richiamare la fastosità del Palazzo Ducale di Venezia. Una casa del 1400, dotata sul retro di una colombera, fu sede di ospedale da campo nella Prima Guerra Mondiale.

Foto di Villa Grimani Morosini Gatterburg Zambon Pozzobon

La Storia della Parrocchiale di Vedelago Capoluogo

Ampliamenti e Ricostruzioni

L’arcipretale di Vedelago, sull'originario impianto settecentesco, fu ampliata nel 1906-1907 dal parroco don Luigi Brusatin. Tuttavia, già nel 1922 era divenuta insufficiente per le esigenze di culto della popolazione. Fu così che tra il 1924 e il 1925, don Giuseppe Mattara affidò la progettazione di una nuova chiesa all’architetto Luigi Candiani. La prima pietra del nuovo tempio, con pianta basilicale a tre navate, abside e transetto, fu posta domenica 5 aprile 1926. Del tempio precedente, che i vedelaghesi non avevano dimenticato, furono recuperati vari elementi ed arredi, tra cui l’altare maggiore in marmo bianco e il fonte battesimale con piramide lignea datata 1599.

Le Decorazioni Interne

Negli anni successivi al completamento delle strutture architettoniche si procedette con le decorazioni degli interni. Nel 1933 fu realizzato l’affresco dell’abside con il sogno di S. Martino del pittore Gino Borsato (1905-1971). Nel 1940 vennero posati i pavimenti lapidei a tessera veneziana. Tra il 1941 e il 1947 fu eseguita l’imponente decorazione a forma di mosaico della navata, transetto, presbiterio e abside (Apostoli, Santi, Evangelisti, simboli eucaristici e cristologici), opera di mosaicisti muranesi e veneziani.

Foto della chiesa arcipretale di Vedelago capoluogo o dettaglio dei mosaici

Barcon: La Lunga Via all'Autonomia Parrocchiale

Il Giuspatronato e la Difficile Situazione nel Cinquecento

La storia della comunità di Barcon è strettamente legata alla sua chiesa e al lungo percorso verso l'indipendenza parrocchiale da Fanzolo. In passato, il giuspatronato, un istituto giuridico, regolava la relazione tra un beneficio ecclesiastico e chi ne aveva costituito la dote patrimoniale, consentendo a chi dotava un altare o una cappella di disporre anche del beneficiato. Le visite pastorali del XVI secolo descrivono una chiesa di Barcon rinnovata e ampliata, ma in sostanziale stato di abbandono. I priori dell'epoca, dalla dubbia condotta morale, amministravano la chiesa disinteressandosi dell'edificio sacro e utilizzandolo come magazzino per botti e granaglie, limitandosi a celebrare la messa domenicale e quella del santo patrono, San Michele Arcangelo.

Le Prime Richieste di Indipendenza

I rapporti con i parroci di Fanzolo non dovevano essere idilliaci, tanto che a metà del XIX secolo tra la gente di Barcon cominciò a crescere l'idea di rendersi indipendenti. L'idea di promuovere il priorato in curazia si concretizzò, e il vescovo di Treviso autorizzò il priore alla celebrazione della messa quotidiana, ma dichiarò che l'oratorio necessitava urgentemente di interventi di manutenzione. Naturalmente, il parroco di Fanzolo non vedeva di buon occhio queste concessioni, consapevole che avrebbero potuto pregiudicare i suoi diritti parrocchiali. Autotassandosi e con offerte spontanee, i fedeli di Barcon riuscirono in pochi mesi a completare i restauri.

In occasione della sua visita del 7 maggio 1857, il vescovo impartì una particolare benedizione all'oratorio, interpretata dai fedeli come una consacrazione, sebbene non furono redatti documenti ufficiali. Incoraggiati, i barconesi intrapresero ulteriori opere di miglioramento, aspirando al conseguimento della curazia. Parallelamente, veniva chiesto al parroco di Fanzolo il permesso di custodire l'Eucarestia permanente e l'insegnamento settimanale della dottrina cristiana. Il parroco dichiarò la propria contrarietà al vescovo, affermando che tali richieste non erano mai state avanzate nei quasi tre secoli di annessione del priorato alla parrocchia. Le richieste di indipendenza di Barcon erano rese possibili dalla disponibilità dimostrata dal vescovo fin dal suo insediamento in diocesi nel 1850. Il parroco informò il vescovo che i fedeli di Barcon, "i quali in tutti giungono appena a 3cento", lo avevano "importunato a causa della soverchia connivenza del Suo Venerabile Antecessore, avendo tentata ogni via per affrancarsi dalla mia spirituale giurisdizione". Forse delusi dal protrarsi della vicenda e dall'uscita di scena della famiglia Pola, i fedeli persero l'entusiasmo iniziale, e durante la visita pastorale del 1868, l'oratorio di Barcon si trovava in una situazione di inaspettata trascuratezza, con la raccomandazione di eseguire lavori di sistemazione. Attorno al 1887 venne introdotto il culto devozionale a San Biagio e fatta realizzare una pala centinata dal giovane pittore castellano Vittorio Tessari.

Il Sostegno Vescovile e le Ostilità

Nel 1878 il cancelliere vescovile mons. Giuseppe Sarto, futuro papa Pio X, riconfermò il decreto del 1858, contribuendo ad alimentare nuove richieste e a rafforzare l’identità della frazione. Ad inizio 1889, i barconesi tornarono alla carica col vescovo di Treviso per parlare dei "Bisogni ocorrenti per fare le Funzioni nella propria frazione, senza recarsi a Fanzolo", accusando il parroco di negligenze. Ricordando le concessioni del 1858, fu chiesto di superare il priorato, argomentando l'aumento della popolazione, la lunghezza della strada per Fanzolo e la presenza di un priore diligente. La richiesta non fu accolta, ma la curia di Treviso permise una serie di nuove e importanti concessioni. Nello stesso anno, il vescovo di Treviso, durante una visita pastorale a Barcon, si sincerò personalmente della situazione con l'intenzione di favorirne l'autonomia e il distacco da Fanzolo. Trovò l’oratorio mancante di tutto e in condizioni materiali non buone, esortando i barconesi a migliorarne la manutenzione.

Documento storico o lettera relativa alla disputa tra Fanzolo e Barcon

Dalle Mani ai Battesimi: L'Aumento della Tensione

Ad inizio del 1890 a Barcon si insediò la prima fabbriceria con il compito di provvedere alla conservazione e al mantenimento dell’oratorio. Nel giugno dello stesso anno, il vescovo ventilava la possibilità di erigere la curazia "nei debiti modi e quando ciò sarà possibile". I fabbricieri esultarono. In quell’anno, la disputa accese gli animi con un costante scambio di accuse tra il parroco di Fanzolo e i fedeli di Barcon. Il parroco scriveva al vescovo della necessità di insegnare al priore di Barcon "la creanza ed il rispetto dovuti al proprio Parroco poiché rifiuta l’invito di venire nella mia Canonica ed evita di salutarmi e mi fugge". Chiedeva inoltre una promozione o una pensione di 400 lire e il ritorno all’adempimento del decreto di Monsignor Vescovo Farina, riguardante i doveri di quel Priore, poiché ciò che fu concesso dopo di funzioni od altro, per una deferenza, e non costituiva né l’obbligo da una parte, né diritto dall’altra. I barconesi, d'altro canto, accusavano il parroco di "seminare discordie, corrompendo persone, e per mezzo di queste, pervertire i Fabbricieri a danno di questa popolazione e del reverendo Signor Priore". Affermavano che il parroco di Fanzolo non visitava mai gli infermi della frazione e si presentava ai soli funerali per ricevere il compenso di "stola nera", a danno del priore, che si prestava alla cura pastorale, mentre in cambio si cercava di calpestarlo e tendergli tranelli per gelosia. La situazione divenne sempre più insostenibile, causando sofferenze all'intera popolazione.

Nel maggio del 1896, dalle parole si passò ai fatti: fanzolesi e barconesi vennero alle mani, costringendo il sindaco e il prefetto a inviare i gendarmi per sedare il tumulto. Il motivo della questione erano i battesimi, poiché il parroco di Fanzolo "non acconsentirà che i neonati vengano battezzati a Barcon se Mons. Vescovo non lo obbliga".

Da Priorato a Curazia: Verso il Riconoscimento

Nel 1903, alla notizia della rinuncia del parroco di Fanzolo, i fabbricieri fecero giungere una lettera di Angelo Toffolo, priore di Barcon, al vicario capitolare. Nel testo, il priore chiedeva risposte riguardo alla loro situazione, sollecitando lo stato di curazia o almeno la concessione di altri privilegi, minacciando altrimenti l'incapacità di trattenere la rabbia dei fedeli. Su richiesta della curia vescovile di Treviso, nel 1904 il priore forniva dettagliate informazioni sui conflittuali rapporti con i fanzolesi. Mons. Beccegato ritenne fondate le pretese dei barconesi per diversi motivi:

  • La distanza di circa 5,5 km dai confini di Barcon alla parrocchiale di Fanzolo;
  • I molti sacrifici messi in campo dai barconesi per l’ampliamento e il mantenimento della loro chiesa;
  • La presenza della canonica in buono stato e l’esistenza di un beneficio più che sufficiente al mantenimento del sacerdote, che garantiva la rendita annua netta di 1.000 lire;
  • L’appartenenza della località alla circoscrizione amministrativa e censuaria di Vedelago, diversa da quella di Fanzolo che dipendeva da Castelfranco;
  • La presenza di un cimitero comunale che a breve sarebbe stato costruito a spese dell’amministrazione comunale di Vedelago.

Approfittando della sede parrocchiale vacante a Fanzolo, l’iter ebbe un’accelerazione e della questione fu messo al corrente il neo vescovo Andrea Giacinto Longhin, non ancora insediato a Treviso. La situazione divenne sempre più tesa con il priore e i suoi fedeli che, allarmati dalle voci di un possibile nulla di fatto, cercarono di forzare la mano. Il 6 aprile 1904, prima ancora di aver ottenuto la conferma dell’elevazione della chiesa, giunse da Padova il nuovo timbro curaziale con l’iscrizione rotondeggiante "S. Nicolai di Barcon, Curazia autonoma della Parrocchia di S. Andrea di Fanzolo".

Finalmente Parrocchia: Il Decreto Reale del 1923

Nel 1920 don Massimino Pellizzari subentrò a don Angelo Toffolo come curato a Barcon. Durante una precedente visita pastorale, il vescovo Longhin aveva constatato "la edificante compostezza del popolo, che a differenza di altri paesi di questi dintorni si mantiene in devoto silenzio". Nel dicembre 1922 arrivò il parere positivo all’elevazione in parrocchia della curazia di Barcon, e il vescovo notificò al curato la separazione ufficiale dalla parrocchia di Fanzolo. Nel febbraio 1923 il priore Pellizzari fu invitato in curia per l’esame canonico di parroco. Finalmente, il 2 settembre 1923, Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, visto il decreto vescovile dell’8 dicembre 1922, concedeva il Regio Assenso all’erezione in parrocchia autonoma del Priorato di S. Nicolò di Barcon.

Ritratto del parroco don Massimino Pellizzari o del vescovo Andrea Giacinto Longhin

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