Il Magistero di Papa Francesco sul Sacerdozio: Incontri, Riflessioni e Vocazioni

L'attenzione di Papa Francesco nei confronti dei sacerdoti è una costante del suo pontificato, manifestata attraverso numerosi incontri e profonde riflessioni sul ministero presbiterale.

Incontri Recentemente del Santo Padre con i Sacerdoti Romani

Dopo l'incontro del 14 maggio con i preti dai 40 anni in su di ordinazione, Papa Francesco ha continuato il suo dialogo con il clero romano. Nel pomeriggio del 29 maggio, si è recato presso la Casa delle Suore Pie Discepole del Divin Maestro, in via Portuense, per incontrare i sacerdoti con fino a dieci anni di ordinazione. A questo evento hanno partecipato una novantina di presbiteri, affiancati dal vescovo Baldo Reina, vicegerente della diocesi di Roma, e dal vescovo Michele Di Tolve, delegato dell’Ambito per la cura del diaconato, del clero e della vita religiosa.

Il vescovo Reina ha osservato che questo appuntamento «conferma l’attenzione del Santo Padre nei confronti dei sacerdoti». Ha ricordato che il Papa ha incontrato il clero in diversi settori, attraverso i prefetti, tutti insieme lo scorso 13 gennaio a San Giovanni in Laterano, e sta proseguendo con gruppi di presbiteri suddivisi in base all’anno di ordinazione. Reina ha definito questi incontri «un segno di attenzione molto bello, un atteggiamento di ascolto e di confronto sulle problematiche di natura pastorale ed esistenziale».

Monsignor Di Tolve ha spiegato che «il Papa, nell’incontro di oggi, vedrà i preti più giovani della diocesi, almeno dal punto di vista della data di ordinazione». Ha sottolineato che se è vero che un prete diventa tale nell’atto dell’ordinazione presbiterale, in realtà «“diventa” davvero prete nell’esercizio del ministero presbiterale, nel contesto ecclesiale a cui è stato assegnato». Si tratta di «un processo che si realizza nel ministero, uno sviluppo e una crescita dentro un territorio che è quello in cui vive la comunità parrocchiale».

Papa Francesco incontra un gruppo di sacerdoti, dialogando in un contesto informale

La Visione del Sacerdozio secondo Papa Francesco

Le riflessioni di Papa Francesco sul sacerdozio sono state ampiamente espresse durante il suo pontificato, delineando un profilo chiaro e coerente del sacerdote.

Un Sacerdote Radicato nell'Umanità e nella Comunità

Per il Pontefice, «il sacerdote è un uomo che nasce in un certo contesto umano; lì apprende i primi valori, assorbe la spiritualità del popolo, si abitua alle relazioni». Egli ha insistito che i preti «hanno una storia, non sono “funghi” che spuntano improvvisamente in Cattedrale nel giorno della loro ordinazione». È fondamentale che i formatori e i preti stessi ricordino questo e sappiano tenere conto di tale storia personale lungo il cammino della formazione. Il Santo Padre ha spesso ricordato ai neo-sacerdoti: «ricordatevi da dove siete stati presi, dal gregge, non dimenticatevi della vostra mamma e della vostra nonna! Questo lo diceva Paolo a Timoteo, e lo dico anch’io oggi». Ciò significa che «non si può fare il prete credendo che uno è stato formato in laboratorio, no; incomincia in famiglia con la “tradizione” della fede e con tutta l’esperienza della famiglia».

Un buon prete, dunque, «è prima di tutto un uomo con la sua propria umanità, che conosce la propria storia, con le sue ricchezze e le sue ferite, e che ha imparato a fare pace con essa, raggiungendo la serenità di fondo, propria di un discepolo del Signore». Un prete pacificato «saprà diffondere serenità intorno a sé, anche nei momenti faticosi, trasmettendo la bellezza del rapporto col Signore». Al contrario, «non è normale invece che un prete sia spesso triste, nervoso o duro di carattere; non va bene e non fa bene, né al prete, né al suo popolo». Francesco ha scherzosamente aggiunto: «Ma se tu hai una malattia, sei nevrotico, vai dal medico! Dal medico spirituale e dal medico clinico: ti daranno pastiglie che ti faranno bene, ambedue! Ma per favore che i fedeli non paghino la nevrosi dei preti!»

I sacerdoti sono chiamati a essere «apostoli della gioia», annunciatori del Vangelo, che è la «buona notizia» per eccellenza. Essi non «calano dall’alto, ma siamo chiamati, chiamati da Dio, che ci prende “fra gli uomini”, per costituirci “in favore degli uomini”». Un aneddoto raccontato dal Papa illustra l'importanza delle radici: un giovane prete in crisi, dopo aver parlato con padre spirituale e superiori, decise di andarsene. Il Papa gli suggerì di parlare con sua madre. Dopo aver passato la giornata con lei, tornò cambiato. «La mamma gli dato due “schiaffi” spirituali, gli ha detto tre o quattro verità, lo ha messo a posto, ed è andato avanti. Perché? Perché è andato alla radice». Per questo, «è importante non togliere la radice da dove veniamo».

Il Pontefice ha ribadito che «rispondendo alla vocazione di Dio, si diventa preti per servire i fratelli e le sorelle». Le tre immagini a cui guardare sono: «servire gli uomini, a far loro giungere la misericordia di Dio, ad annunciare la sua Parola di vita». I sacerdoti «non sono sacerdoti per noi stessi e la nostra santificazione è strettamente legata a quella del nostro popolo, la nostra unzione alla sua unzione: tu sei unto per il tuo popolo».

Sapere di essere «“costituiti per il popolo” - popolo santo, popolo di Dio -, aiuta i preti a non pensare a sé, ad essere autorevoli e non autoritari, fermi ma non duri, gioiosi ma non superficiali, insomma, pastori, non funzionari».

La Gioia e la Misericordia del Sacerdote

Un prete deve imparare a gioire e non perdere mai «la capacità di gioia: se la perde c’è qualcosa che non va». Il Papa ha espresso timore per i preti rigidi: «Ai preti rigidi… Lontano! Ti mordono!». Ha citato sant’Ambrogio: «“Dove c’è la misericordia c’è lo spirito del Signore, dove c’è la rigidità ci sono soltanto i suoi ministri”. Il ministro senza il Signore diventa rigido, e questo è un pericolo per il popolo di Dio».

La missione dei sacerdoti è rivolta al popolo di Dio e all’umanità intera. La formazione umana, intellettuale e spirituale confluisce naturalmente in quella pastorale. Il prete «è sempre “in mezzo agli altri uomini”, non è un professionista della pastorale o dell’evangelizzazione, che arriva e fa ciò che deve - magari bene, ma come fosse un mestiere - e poi se ne va a vivere una vita separata». Si diventa preti per stare «in mezzo alla gente: la vicinanza».

Il Papa ha esteso l'esortazione alla vicinanza anche ai vescovi nei confronti dei loro sacerdoti. Ha criticato l'eccessiva distanza di alcuni vescovi, chiedendo almeno «una telefonata» per sentire i propri preti. Ha ricordato il decreto di residenza di Trento, esortando i vescovi a rimanere nelle loro diocesi. Il bene che i preti possono fare nasce «dalla loro vicinanza e da un tenero amore per le persone. Non sono filantropi o funzionari, i preti sono padri e fratelli».

Francesco ha enfatizzato la misericordia, specialmente nel sacramento della riconciliazione. «Sempre si possono trovare strade per dare l’assoluzione. Accogliere bene». E se non è possibile assolvere, «spiega e dì: “Dio ti ama tanto, Dio ti vuole bene. Per arrivare a Dio ci sono tante vie. Io non ti posso dare l’assoluzione, ti do la benedizione. Ma torna, torna sempre qui, che ogni volta che tu torni ti darò la benedizione come segno che Dio ti ama”».

Un buon esame di coscienza per un prete è: «se il Signore tornasse oggi, dove mi troverebbe?». Ha citato Mt 6,21: «“Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”». Il cuore del prete deve essere «in mezzo alla gente, pregando con e per la gente, coinvolto con le loro gioie e sofferenze, o piuttosto in mezzo alle cose del mondo, agli affari terreni, ai miei “spazi” privati? Un prete non può avere uno spazio privato, perché è sempre o col Signore o col popolo». Ha ricordato i preti che dormivano con il telefono sul comodino per dare l'unzione a qualunque ora, anche a costo del loro riposo, come esempio di «zelo apostolico».

Stile di vita dei sacerdoti - Il Video del Papa - Giugno 2019

Contro la Mondanità Spirituale e il Clericalismo

In una delle sue riflessioni, il Santo Padre ha identificato la mondanità spirituale come «il pericolo più grande per la Chiesa». Ha citato il Padre Henri de Lubac, definendola «la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, insidiosamente, allorché le altre sono vinte». Questa mondanità «riduce la spiritualità ad apparenza: ci porta a essere “mestieranti dello spirito”, uomini rivestiti di forme sacrali che in realtà continuano a pensare e agire secondo le mode del mondo». Si manifesta attraverso le «seduzioni dell’effimero, dalla mediocrità e dall’abitudinarietà, dalle tentazioni del potere e dell’influenza sociale».

Quando la mondanità entra nel cuore dei pastori, assume la forma del clericalismo. Il Papa ha descritto il clericalismo come «sintomo di una vita sacerdotale e laicale tentata di vivere nel ruolo e non nel vincolo reale con Dio e i fratelli». Esso fa perdere «la memoria del Battesimo ricevuto», portando a vivere l’autorità «nelle varie forme del potere, senza più accorgerci delle doppiezze, senza umiltà ma con atteggiamenti distaccati e altezzosi».

Per combattere questa tentazione, il Papa ha richiamato il profeta Ezechiele: «Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza» (Ez 34,3-4).

Il rischio è quello di «nutrire noi stessi e i nostri interessi, rivestendoci di una vita comoda e confortevole». Il Papa ha citato Sant’Agostino, che ammoniva a non trascurare la debolezza delle pecore per il proprio tornaconto o per ricercare la lode degli uomini, il prestigio e la fama. «Quando siamo preoccupati solo del latte, pensiamo al nostro tornaconto personale; quando cerchiamo in modo ossessivo la lana, pensiamo a curare la nostra immagine e ad aumentare il successo». Così, ha concluso, «si perde lo spirito sacerdotale, lo zelo per il servizio, l’anelito per la cura del popolo, finendo per ragionare secondo la stoltezza mondana».

L’antidoto quotidiano alla mondanità e al clericalismo è «guardare Gesù crocifisso, fissare gli occhi ogni giorno su di Lui che ha svuotato sé stesso e si è umiliato per noi fino alla morte». Il sacerdote è chiamato a «offrire noi stessi, a farci pane spezzato per chi ha fame, a condividere il cammino di chi è affaticato e oppresso». Questo è lo spirito sacerdotale: «farci servi del Popolo di Dio e non padroni, lavare i piedi ai fratelli e non schiacciarli sotto i nostri piedi».

Il clericalismo, ha ricordato, può riguardare tutti, anche laici e operatori pastorali, quando si assume «“uno spirito clericale” nel portare avanti i ministeri e i carismi, vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri».

Discernimento Vocazionale e Salute Psichica

Papa Francesco ha anche evidenziato l'importanza del discernimento vocazionale e della salute psichica dei candidati al sacerdozio. Ha raccontato un aneddoto da maestro dei novizi nel 1972, quando una psicologa gli disse che alcuni giovani «sanno inconsciamente, non ne sono consapevoli, ma sentono inconsciamente di essere psichicamente ammalati e cercano per la loro vita strutture forti che li difendano, così da poter andare avanti. E vanno bene, fino al momento in cui si sentono bene stabiliti e lì incominciano i problemi».

La psicologa fece un paragone provocatorio: «Lei non ha mai pensato perché ci sono tanti poliziotti torturatori? Entrano giovani, sembrano sani ma quando si sentono sicuri, la malattia incomincia a uscire. Quelle sono le istituzioni forti che cercano questi ammalati incoscienti: la polizia, l’esercito, il clero…». Il Papa ha ammonito: «Quando mi accorgo che un giovane è troppo rigido, è troppo fondamentalista, io non ho fiducia; dietro c’è qualcosa che lui stesso non sa».

infografica che illustra i quattro pilastri del sacerdozio secondo Papa Francesco

Il Sacerdote: Un Pastore con "l'Odore delle Pecore"

Fin dall'inizio del suo pontificato, il 13 marzo 2013, Papa Bergoglio ha costantemente promosso una Chiesa in uscita e invitato i sacerdoti a «sporcarsi le mani», a essere uno con le comunità, a farsi custodi di gioia. Per il decimo anniversario del suo Pontificato, le sue riflessioni sul tema sono state riproposte.

Il profilo del sacerdote ideale, secondo Francesco, è quello di un «pastore con addosso l’odore delle pecore. Vicino a Dio, al vescovo, ai presbiteri e al popolo. Ministro di misericordia e compassione. Ostinato nel bene, vero “apostolo della gioia”». Un sacerdote che «non faccia “il pavone”, che non indugi al chiacchiericcio, che non pensi alla carriera».

Bergoglio, prete di strada prima di diventare vescovo, cardinale e pontefice, ha sempre avuto idee chiare sul sacerdozio: «è un dono che Dio fa ad alcuni uomini, e che questi devono poi donare a tutti gli altri, tenendo sempre “gli occhi fissi su Gesù” e prendendo come modello e riferimento Cristo, Buon Pastore».

Una sintesi del suo pensiero è stata offerta nel 2016, in occasione del Giubileo dei sacerdoti. Il Papa ha affermato che il sacerdote «non è un ragioniere dello spirito, ma un buon Samaritano in cerca di chi ha bisogno. È un pastore, non un ispettore del gregge, e si dedica alla missione non al cinquanta o al sessanta per cento, ma con tutto sé stesso. Andando in cerca trova, e trova perché rischia. Non si ferma dopo le delusioni e nelle fatiche non si arrende; è infatti ostinato nel bene».

Questa «ostinazione sana» implica che «nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua preghiera e dal suo sorriso». Con uno «sguardo amorevole e cuore di padre accoglie, include e, quando deve correggere, è sempre per avvicinare; nessuno disprezza, ma per tutti è pronto a sporcarsi le mani. Il Buon Pastore non conosce i guanti».

Il sacerdote è un «ministro della comunione» che «non si aspetta i saluti e i complimenti degli altri, ma per primo offre la mano, rigettando i pettegolezzi, i giudizi e i veleni. Con pazienza ascolta i problemi e accompagna i passi delle persone, elargendo il perdono divino con generosa compassione. Non sgrida chi lascia o smarrisce la strada, ma è sempre pronto a reinserire e a comporre le liti».

foto di Papa Francesco che accarezza una pecora, simbolo del

Omelie della Messa del Crisma e Ordinazioni

Già il 28 marzo 2013, pochi giorni dopo l'elezione, Papa Francesco presiedendo la Messa del Crisma, ha delineato le caratteristiche del «buon sacerdote». Lo si riconosce, ha spiegato, «da come viene unto il suo popolo; questa è una prova chiara. Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia».

Il Santo Padre ha invitato i sacerdoti a «uscire», andare nelle «“periferie” dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni». Ha ammonito: «Il sacerdote che esce poco da sé, che unge poco - non dico “niente” perché, grazie a Dio, la gente ci ruba l’unzione - si perde il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale. Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore». La celebre conclusione è stata: «Questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello».

Concetti simili sono tornati, anno dopo anno, durante la Messa del Crisma e in occasione delle ordinazioni presbiterali. L'11 maggio 2014 a San Pietro, esortò i nuovi preti: «Abbiate quella capacità di perdono che ha avuto il Signore, che non è venuto a condannare, ma a perdonare! Abbiate misericordia, tanta! E se vi viene lo scrupolo di essere troppo “perdonatori”, pensate a quel santo prete del quale vi ho parlato, che andava davanti al tabernacolo e diceva: “Signore, perdonami se ho perdonato troppo. Ma sei tu che mi hai dato il cattivo esempio!”». Ha espresso dolore per chi non si confessa più «perché è stata bastonata, sgridata».

In un altro anno, ha raccomandato: «Che le vostre omelie non siano noiose; che le vostre omelie arrivino proprio al cuore della gente perché escono dal vostro cuore, perché quello che voi dite a loro è quello che voi avete nel cuore (…) È brutto un sacerdote che vive per piacere a sé stesso, che “fa il pavone”!».

gruppo di nuovi sacerdoti in processione durante un'ordinazione, sorridenti e gioiosi

Le Quattro Vicinanze e il Servizio Disinteressato

A febbraio 2022, aprendo i lavori del simposio “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, Papa Francesco ha parlato delle sfide che attendono i sacerdoti e della crisi delle vocazioni. Ha affermato che il sacerdote, «più che di ricette o di teorie», ha bisogno di «strumenti concreti con cui affrontare il suo ministero, la sua missione e la sua quotidianità».

Questi strumenti sono le «quattro vicinanze» che «seguono lo stile di Dio»: la vicinanza a Dio, al vescovo, tra i presbiteri e al popolo. Il Papa ha insistito: «Davanti alla tentazione di chiuderci in discorsi e discussioni interminabili sulla teologia del sacerdozio o su teorie di ciò che dovrebbe essere - dice -, il Signore guarda con tenerezza e compassione e offre ai sacerdoti le coordinate a partire dalle quali riconoscere e mantenere vivo l’ardore per la missione: vicinanza, che è compassionevole e tenera, vicinanza a Dio, al vescovo, ai fratelli presbiteri e al popolo che è stato loro affidato. Vicinanza con lo stile di Dio, che è vicino con compassione e tenerezza».

Francesco ha esortato i sacerdoti a tenersi «lontani dalla vanità, dall’orgoglio dei soldi. Il diavolo entra “dalle tasche”». Ha invitato a essere poveri, «come povero è il santo popolo fedele di Dio. Poveri che amano i poveri. Non siate arrampicatori. La “carriera ecclesiastica”… Poi diventi funzionario, e quando un sacerdote inizia a fare l’imprenditore, sia della parrocchia sia del collegio…, sia dove sia, perde quella vicinanza al popolo, perde quella povertà che lo rende simile a Cristo povero e crocifisso, e diventa l’imprenditore, il sacerdote imprenditore e non il servitore».

Il Pontefice ha condiviso un pensiero di accompagnamento e amicizia, ringraziando i sacerdoti per la loro testimonianza, il loro servizio, il bene nascosto che fanno, il perdono e la consolazione che regalano. Ha sottolineato che il ministero sacerdotale «non si misura sui successi pastorali», ma sul «rimanere nel Signore per portare frutto (cfr Gv 15)». La tenerezza che consola scaturisce dalla misericordia di Dio, che permette di «andare avanti nel lavoro apostolico, di sopportare gli insuccessi e i fallimenti, di gioire con semplicità di cuore, di essere miti e pazienti, di ripartire e ricominciare sempre, di tendere la mano agli altri».

Francesco ha espresso il desiderio di comunione, affettiva ed effettiva, affinché la Chiesa di Roma sia «per tutti esempio di compassione e di speranza, con i suoi pastori sempre, proprio sempre, pronti e disponibili a elargire il perdono di Dio, come canali di misericordia che dissetano le aridità dell’uomo d’oggi».

Stile di vita dei sacerdoti - Il Video del Papa - Giugno 2019

Le Ordinazioni Sacerdotali Sotto Papa Francesco

In diverse occasioni, Papa Francesco ha presieduto le ordinazioni sacerdotali, sempre accompagnando il rito con omelie profonde e commenti a braccio.

Ordinazioni recenti e richiami ai nuovi sacerdoti

Nella Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, Papa Francesco ha ordinato 10 giovani provenienti dai seminari diocesani romani, di età compresa tra i 26 e i 38 anni, tra cui un asiatico dall’Azerbaijan.

Durante la messa nella basilica di San Pietro, il Papa ha espresso commenti a braccio, sottolineando che i nuovi sacerdoti «sono stati eletti dal Signore non per fare carriera, ma per questo servizio».

I candidati ordinati provenivano da diversi istituti: quattro dalla diocesi di Roma, due dal seminario missionario romano “Redemptoris Mater”, uno della Congregazione dei Fratelli di Nostra Signora della Misericordia, uno della Famiglia dei Discepoli, e uno della diocesi di Nocera Inferiore-Sarno.

Dopo le letture che presentano la figura del Buon Pastore, Papa Francesco ha pronunciato l’omelia rituale. Ha esortato i nuovi presbiteri a leggere e meditare «assiduamente la Parola del Signore per credere ciò che avete letto, insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete insegnato», aggiungendo: «Parlate in modo semplice, come parlava il Signore».

Ha ricordato l'importanza di nutrire il popolo di Dio anche con «il profumo della vostra vita», affermando: «La parola, senza l’esempio di vita non serve. Meglio tornare indietro». All'invito di portare «la morte di Cristo nelle vostre membra» e camminare «con Lui in novità di vita», ha commentato: «Un presbitero che forse ha studiato tanta teologia, una, due o tre lauree, ma non ha imparato a portare la croce di Cristo, non serve».

Citando il sacramento della riconciliazione, Francesco ha detto: «Per favore, in nome di Cristo e della Chiesa, vi chiedo di essere misericordiosi, sempre. Non caricare sulle spalle dei fedeli pesi che non possono portare, neppure voi». Per il sacramento degli infermi, ha aggiunto: «Uno dei compiti, forse noioso, anche doloroso è andare a trovare gli ammalati. Certo ci sono i diaconi, i laici, ma fatelo voi».

L'omelia rituale ha poi sottolineato che, «consapevoli di essere stati scelti fra gli uomini e costituiti in loro favore per attendere alle cose di Dio, esercitate in letizia e carità sincera l’opera sacerdotale di Cristo». Ha concluso: «Abbiate sempre davanti agli occhi l’esempio del Buon Pastore, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e per cercare di salvare ciò che era perduto».

Ulteriori ordinazioni e richiami alla misericordia

In un'altra occasione, durante la 55° Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, il Pontefice ha ordinato 16 nuovi sacerdoti. Ha esortato a «Dispensate a tutti quella Parola di Dio, che voi stessi avete ricevuto con gioia, leggete e meditate assiduamente la Parola del Signore per credere ciò che avete letto, insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete insegnato».

Si è soffermato in particolare sul sacramento della penitenza, esortando i nuovi preti a preoccuparsi di «piacere soltanto a Dio, non a voi stessi, o agli altri uomini, per altri interessi: soltanto a Dio per il bene del santo popolo fedele di Dio».

Jorge Mario Bergoglio ha ricordato che «il Signore Gesù è il solo Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento, ma in Lui anche tutto il popolo santo di Dio è stato costituito popolo sacerdotale». E che i presbiteri «sono chiamati al servizio del Popolo di Dio». Ha raccomandato: «Sia nutrimento al Popolo di Dio la vostra dottrina, gioia e sostegno ai fedeli di Cristo il profumo della vostra vita. E che con la parola e l’esempio possiate edificare la Casa di Dio che è la Chiesa: voi continuerete l’opera santificatrice di Cristo».

Ha aggiunto: «Riconoscete ciò che fate, imitate ciò che celebrate perché partecipando al mistero della morte e risurrezione del Signore, portiate la morte di Cristo nelle vostre membra e camminiate con Lui in novità di vita». E con i sacramenti: «con il Battesimo aggregherete nuovi fedeli al Popolo di Dio, con il Sacramento della Penitenza rimetterete i peccati nel nome di Cristo e della Chiesa».

Ancora una volta, ha evidenziato: «mi fermo per chiedervi: per favore, non stancatevi di essere misericordiosi. Pensate ai vostri peccati, alle vostre miserie che Gesù perdona. Siate misericordiosi, con l’olio santo darete sollievo agli infermi».

Sei dei 16 diaconi ordinati si sono formati al Collegio diocesano Redemptoris Mater, cinque al Seminario Romano Maggiore, quattro alla Famiglia dei Discepoli e uno alla Piccola Opera della Divina Provvidenza (Don Orione).

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