L'espressione biblica «Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare» (Luca 17:10) ha generato molteplici interpretazioni nel corso dei secoli. Spesso utilizzata per enfatizzare l'umiltà e la sottomissione, essa invita a una riflessione più profonda sul rapporto tra l'uomo e Dio, distinguendo tra il servire come "servo" e il servire come "figlio".
L'Origine Biblica e il Contesto della Parabola
Prima di giungere a conclusioni affrettate, è fondamentale analizzare il contesto della parabola di Luca 17:7-10. Un predicatore ha recentemente affermato: “togli un versetto dal suo contesto e ne farai un pretesto.” Questa massima è particolarmente vera per questo brano, spesso estrapolato per sostenere l'idea che la nostra vita consista nel rendersi conto di essere solo servi inutili disposti a faticare per Dio.
Nella lingua originale, la parola servo è doulos, che significa schiavo. La parabola presenta un padrone che chiede a un servo di lavorare nei campi e poi di servirlo a tavola, senza sentirsi in obbligo di ringraziarlo. Gesù pone la domanda: «Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato?» (Luca 17:9). La storia ci pone in una posizione di autorità, identificandoci con il padrone: «Se uno di voi ha un servo…» (Luca 17:7). Se il padrone siamo noi, allora, chi è il servo? La risposta che emerge dal testo è: la fede.

Servo o Figlio? Una Distinzione Fondamentale
Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio. «Guarda quale grande amore ci ha profuso il Padre, affinché dovessimo essere chiamati figli di Dio! Ed è quello che siamo!» (1 Giovanni 3:1). Pur essendo figli, siamo chiamati a servire, ma c'è una sostanziale differenza tra il servire come servo e servire come figlio. Gesù non stava dicendo che siamo dei “servi inutili” in termini d’identità, ma in termini di funzione. Così come il servo doveva preoccuparsi di ubbidire al suo padrone, noi dobbiamo preoccuparci di usare la fede per ubbidire al nostro Padre, Dio.
Vivere per fede non è qualcosa di speciale che solo “alcuni” possono fare; il Signore si aspetta che tutti i Suoi figli vivano vite di fede sovrannaturale. Alla salvezza, Dio ci ha donato la fede che abbiamo dovuto usare per credere al Vangelo (Efesini 2:8). Quella fede ci è giunta attraverso l’ascolto della Parola di Dio (Romani 10:17) e, una volta nati di nuovo, è diventata un costante frutto dello Spirito Santo dentro di noi (Galati 5:22-23).
La Fede: Uno Strumento, non un Merito
Ogni credente ha la fede (Romani 12:3; 2 Pietro 1:1; Galati 2:20), ma non tutti i credenti la usano. Come nella parabola dei talenti, il servo inutile era quello che non aveva fatto nulla con il talento affidatogli, credendo che il suo padrone non fosse buono: «Signore io sapevo che tu sei un uomo duro» (Matteo 25:24). Nel nascondere il talento, la fede di quel servo divenne inutile. Questo è lo stesso motivo per cui a volte non usiamo la fede: non crediamo nella bontà di Dio. Se stiamo affrontando sfide - problemi coniugali, finanziari, di dipendenza, di perdono, esistenziali - Dio vuole che diciamo: «Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?» (Romani 8:31). La fede risponde sempre in modo positivo. Questo è avere fede.
L'Angoscia del Profeta e la Forza della Fede
Nel piccolo libro che porta il suo nome, Abacuc è definito nābî, profeta. La sua angoscia è forte a causa dell’oppressione di un potere straniero, che chiama direttamente in causa Dio: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?» (Abacuc 1:2-3). Similmente, Michel Sabbah, patriarca di Gerusalemme, ha espresso con forza l'angoscia di fronte alla crudeltà umana. «Il sangue dei tuoi figli, da tutta Gaza e da tutta la Palestina, da tutta la regione, grida a te, Signore: ferma Caino e ritorni l’umanità!». Sembra che Dio non ascolti, non voglia far nulla.
Ci torna alla mente la preghiera di Etty Hillesum, giovane ebrea morta ad Auschwitz: «Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi... Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzetto di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini». Lei conclude: «tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi» (Etty Hillesum, Diario 1941-1943).
A culmine della tragedia, Dio dice al profeta Abacuc: «Scrivi la visione e incidila bene su tavolette. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la fede» (Abacuc 2:2-4). Il testo ebraico recita: «Il giusto vivrà per la sua fede», mentre la traduzione greca della LXX: «Il giusto per la mia fede vivrà». Questo termine, ěmûnāh, solitamente tradotto con “fede”, ha un senso più ampio: definisce una relazione interpersonale corretta, caratterizzata da fedeltà, onestà, fiducia. È, come scriveva Etty Hillesum, “non scacciare Dio dal proprio territorio”, anche in un contesto ostile.
Interpretazioni Teologiche e Filosofiche
La spiegazione canonica della parabola del "servo inutile" esclude ogni idea di meritare il premio finale; il debito rappresentato dal peccato è inestinguibile. Dio solo può “rimettere” questo debito; nessuna opera, neppure la più perfetta obbedienza, potrebbe ottenerlo. Ogni “diritto” da parte dell’uomo va assolutamente respinto.
- Il filosofo Massimo Cacciari, nella sua interpretazione, esprime insoddisfazione per una spiegazione così “dura”.
- San Tommaso d'Aquino interpreta la frase dicendo che la perfezione della fede consiste proprio nel riconoscersi ancora imperfetti anche quando tutti i præcepta sono stati osservati.
- San Beda, riportato da San Tommaso, commenta: «Indubbiamente servi, perché siamo stati acquistati a caro prezzo; inutili, perché il Signore non ha bisogno dei nostri beni (Sal 15,2)». Questo significa che siamo suoi, riscattati a caro prezzo, e ci dà la possibilità di meritare per la vita eterna, riconoscendo che tutto è dono suo e non abbiamo nulla di cui vantarci.
- San Paolo si chiede: «Qual’è la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo» (1 Corinzi 9:16). La predicazione della Buona Novella è insufficiente per ottenere la giustificazione, ma non si dice che sia del tutto inutile. Inutile è il servire stesso quando rimane confitto nella dimensione del dare il dovuto per essere poi debitamente remunerati. Paolo invece predica gratuitamente, senza attendersi nulla. Gesù “depone” liberamente la sua vita perché vive come Figlio e non come servo. Chi è servo rappresenta il diritto della Legge, che stabilisce le norme del giusto scambio, e nulla dona gratuitamente.
Servire perché il padrone ci premi non è soltanto estraneo alla gratuità del dono, è inutile. L’apparizione del Figlio annuncia che siamo stati lasciati all’ascolto della legge dell’amore, mentre il servo è incapace di stare senza il comandamento e rimarrà sempre servo. Il figlio non spera di ereditare beni o di avere utili per sé, perché riconosce che il proprio tesoro consiste nel poter far dono di ciò che lui stesso ha ricevuto: l’amore gratuito del Padre.

La Richiesta degli Apostoli: "Accresci in Noi la Fede!"
«In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe» (Luca 17:5-6). Questa richiesta degli apostoli giunge dopo la vertiginosa proposta di Gesù di perdonare il fratello sette volte al giorno. Sembra una missione impossibile, e gli apostoli chiedono un sostegno su un punto in cui si sentono deboli, non un “potere” da esercitare o un “bene” da possedere. Gesù risponde con una frase provocatoria, grammaticalmente un periodo ipotetico dell'irrealtà, suggerendo che una fede così non si avrà mai se si basa solo sulle forze umane.
La fede non è un bene che si possiede una volta per tutte, ma si coltiva e la si chiede continuamente a Dio, al quale ci si sottomette, perché la fede è anche obbedienza. Non saremo mai in grado di perdonare sette volte al giorno basandoci solo sulle nostre forze umane. Lo potremo fare solo ubbidendo a Dio, che chiede una cosa così alta. La vita può essere vissuta solo nell’accettazione, e questo significa rinunciare a un “utile”, a pensare che nella nostra vita ci sarà per forza un guadagno. In realtà, non è così: siamo servi inutili, senza utile, non facciamo qualcosa per avere un guadagno da parte di Dio.
Gesù non sa cosa farsene di una Chiesa che vuole essere più sicura, forte, potente, capace. La fede è dono, incontro d’amore tra un Dio che si apre e la nostra libertà che si fa colmare. È chiaro che non è la fede dell’uomo che salva, ma la potenza di Dio! La fede, però, è la “porta” spalancata perché la potenza di Dio irrompa e cambi le vite. Paradossalmente questo può accadere solo se si riconosce la propria “impotenza”! L’impossibile è reso possibile solo dal rifiuto di contare su di sé per contare solo su Dio. La fede crea in noi quello spazio, sgombro da noi e da altri idoli, pronto per l’opera di Dio.
"Servo Inutile" come "Servo Senza Pretese"
La traduzione della Conferenza Episcopale Italiana con “servi inutili” è stata oggetto di discussione. Anzitutto, per definizione, il servo non è inutile, anzi il servo “serve”! E nessun essere umano è inutile. Il significato più vicino al pensiero di Gesù per l'espressione “siamo servi inutili” potrebbe essere quello di un servo senza pretese, che non si dà delle aspettative nei confronti di Dio, non pretende che in base ai propri meriti Dio gli debba qualcosa.
Un esempio biblico è quello del re Davide, che ballò come un forsennato davanti al popolo per aver condotto l’arca dell’alleanza a Gerusalemme, ridotto in mutande. Quando la figlia di Saul, Mical, lo rimproverò, Davide intendeva dire di non aspettarsi alcuna considerazione da parte sua, senza pretese. L’aggettivo greco achreĩoi significa “senza utile”, “senza guadagno”. Dunque, Gesù non vuol dire che le cose che facciamo non servono o sono indifferenti alla storia e alla venuta del Regno, ma che non dobbiamo pretendere un utile.
Come scriveva Martini nel discorso di S. Ambrogio del 1997, «il riconoscerci servi inutili rende liberi e sciolti nel presente: liberi dal peso insopportabile di dover rispondere a ogni costo a tutte le attese, di dover essere sempre perfettamente all’altezza di tutte le sfide storiche di ogni tempo.» Il servo che si sente inutile, diventa facilmente un servo risentito, frustrato. Gesù, invece, si mette a servire i suoi servi, rendendoli suoi amici. «Siamo sì servi inutili, inadeguati, però possiamo essere umili e grati e diventare servitori pazienti e umili nella vita quotidiana, sfuggendo all’egoismo e alla frustrazione» (C. M.).
Esempi di Umiltà e Servizio Disinteressato
Nel cristianesimo, il concetto di "servo inutile" si riferisce a chi serve Dio compiendo il proprio dovere senza aspettarsi ricompense, riconoscendo l'umiltà e l'assenza di merito. San Francesco d'Assisi, per esempio, usava l'espressione per descrivere se stesso in preghiera, esprimendo la sua umiltà davanti a Dio. In questo senso, "servo inutile" esprime umiltà e consapevolezza dei propri limiti. Un servo inutile è uno che si è affidato totalmente al suo Signore per la gioia di servire e amare, senza accampare pretese o volere che la sua fede diventi una “assicurazione” sulla vita.
L’episodio dei dieci lebbrosi risanati offre un ulteriore spunto. Tutti vengono guariti per sola obbedienza al comando. Uno solo torna per ringraziare Gesù. Questo gesto di gratitudine, pur non aggiungendo nulla alla salvezza già donata, è l'unico a fargli ottenere “tutto”, perché egli guadagna la fede per la quale vivere per la vita eterna. Questo lebbroso non pretende nulla in più, ma nella gratuità del suo gesto trova la sua massima ricompensa. La gratuità chiede gratuità. La formula del “servo inutile” può essere riletta in maniera positiva: il servo inutile impara ad andare al di là dell’utile, venendo liberato dalla libertà stessa di Dio che ama tutti indifferentemente. Dietro l’obbedienza al suo Signore, il servo di Dio acquisisce un grande guadagno: la libertà di amare sempre e comunque.
La Fede come Porta alla Potenza di Dio
Un servo inutile è uno che, finalmente, ha cessato di dire Amen a se stesso, alla mondanità e agli idoli, per dire Amen solo a Dio. È il credente che si consegna a Dio e che, pian piano, scopre, con meraviglia, che quella consegna rende, nella sua vita, possibile l’impossibile! Scopre che quella consegna già di per sé è da sola una ricompensa grande: essere nelle mani di Dio che ci ama e tutto rende possibile nelle nostre vite che paiono impotenti.
Il “servo inutile” è dunque un servo “libero”, liberato dal bisogno di avere un riscontro positivo dal suo amare, dal suo credere, dal suo predicare. Attraverso l’obbedienza della fede (certamente faticosa) impara ad andare al di là dell’utile per essere totalmente libero. Paolo ci invita a questa stessa identica totale libertà quando dice «Cristo ci ha liberati per la libertà!» (Galati 5:1).