Il Carnevale, con le sue maschere e le sue tradizioni, ha da sempre rappresentato un momento di rottura dalle consuetudini, spesso suscitando reazioni contrastanti, anche in ambito religioso. La figura di Padre Pio, venerato santo, si è trovata, in un episodio recente, al centro di una goliardata carnevalesca che ha riaperto il dibattito sul rispetto del sacro e sulla percezione della festa nella società moderna e nella Chiesa.
Un Gesto Goliardico sulla Statua di Padre Pio
In un episodio che ha generato sgomento, è stata posta una maschera di carnevale sul volto della statua di Padre Pio. Questo gesto, interpretato da alcuni come uno scherzo goliardico, ha sollevato interrogativi se sia invece sintomo di una “fede spesso negata, derisa, emarginata e ridicolizzata”, come ammonito di recente da papa Francesco.

Di certo, ora non si escludono provvedimenti per il gesto, dopo la presa di posizione di una consigliera che ha invitato “tutti a pregare Padre Pio invocando il perdono per questi ragazzini e la forza per i loro genitori, ove mai lo sapessero, di punirli in modo esemplare. Magari mandandoli a pulire coi migliori panni quella statua. Che non è solo un pezzo di bronzo. Ma un amico.”
La consigliera ha espresso il proprio profondo dolore: “Ho molto riflettuto prima di pubblicare questa foto, scattata da un amico che mi ha autorizzata a pubblicarla. Ho molto riflettuto perché sento ancora un dolore sordo al centro del petto. Come se mi avessero sferrato un pugno violentissimo o come se mi avessero accoltellata. Io ricordo benissimo quando quella statua di Padre Pio venne posta all’ingresso della piazza Unità d’Italia di Torregrotta. Ricordo l’impegno di tante signore a ricercare i fondi.” Ha aggiunto: “Vedere quella statua ridicolizzata da un gruppo di ragazzini in vena di scherzi idioti, con quell’orribile maschera a coprire la sua barba, i suoi occhi dolci, il suo volto buono è semplicemente insopportabile. E mi chiedo come la mente e il cuore puro di ragazzini imberbi possa aver concepito simile sacrilegio. Mi chiedo di quali valori siano stati nutriti, quali siano i loro sogni, se ne hanno qualcuno, quali i loro sentimenti. E poi penso ai loro genitori. Alla vergogna che proverebbero se sapessero che i loro figli hanno fatto una schifezza del genere.”
Il Carnevale nella Storia e la Visione della Chiesa
La tensione tra le manifestazioni carnevalesche e la sensibilità religiosa non è un fenomeno nuovo. Numerosi santi della prima età moderna spesero parole fermissime per criticare il Carnevale. Ogni anno, nei giorni di Carnevale, i social si riempiono di inquietanti citazioni attribuite a santi anche molto famosi, vissuti nei primi secoli dell’età moderna. Con parole fermissime, questi campioni della Chiesa condannano senza mezze misure le dissolutezze del Carnevale, guardando alle mascherate del Martedì Grasso come a un qualcosa di gravemente peccaminoso e sanzionando con pene durissime quei fedeli che hanno osato prendervi parte.
Questi toni possono mettere a disagio o far "cascar le braccia", portando a chiedersi se sia necessario rinunciare anche alle feste di Carnevale moderne. Tuttavia, è importante contestualizzare. È certamente vero che, nella prima età moderna, molti santi condannarono con durezza le feste di Carnevale, ma la loro posizione andrebbe inquadrata in un quadro più ampio.
Il Carnevale di un tempo: licenzioso e selvaggio
Ai loro tempi, il Carnevale aveva ben poco a che vedere con le allegre festicciole per famiglie dei nostri giorni, con bambini mascherati che si ritrovano dopo la scuola per gustare in compagnia frappole e frittelle. Nella prima età moderna, il Carnevale era essenzialmente una festa per adulti, licenziosa e libertina. Nel 1576, san Carlo Borromeo la criticava per «le spese disordinate, le risse, le questioni; gli homicidii, le lascivie, le disonestà, le mostruose pazzie e dissolutezze» - non esattamente quel tipo di immagini che si assocerebbero al Carnevale dei bimbetti. E, sorprendentemente, non esagerava affatto nell’usare questi toni: il Carnevale di una volta era molto più selvaggio di quanto si possa immaginare.

Carnevali tardivi e le reprimende ecclesiastiche
Difficile concepire un Carnevale che si protraesse oltre il Mercoledì delle Ceneri, spingendo la gente a gozzovigliare nel bel mezzo della Quaresima, nella nostra ordinata società contemporanea. Invece, i nostri trisavoli erano molto meno ligi su questo punto. Da Nord a Sud, l’Italia era piena di Carnevali tardivi che, secondo la tradizione locale, si tenevano ben oltre il Mercoledì delle Ceneri, nella prima (o addirittura seconda) domenica di Quaresima; e ancor oggi, in alcune zone del Belgio, la domenica Laetare è occasione per allegre sfilate in maschera. Naturalmente, la Chiesa non vedeva di buon occhio queste manifestazioni, che portavano scherzi e gozzoviglie in quello che avrebbe dovuto essere il periodo penitenziale per eccellenza. E il fatto che una certa fetta di popolazione si ostinasse a festeggiare nonostante le reprimende non faceva altro che rendere ancor più aspri i toni di condanna.
Passatempi pericolosi e violenti
In epoche molto più violente della nostra, capitava con frequenza che i passatempi di Carnevale includessero attività che oggi definiremmo “giochi pericolosi” a voler usare un eufemismo. A Firenze, gruppi di giovinastri avevano l’abitudine di salire sul ponte di Santa Trinità per prendere a sassate gli inermi passanti. A Venezia, ci si divertiva un sacco a darsi scazzottate lungo il ponte di San Barnaba, non a caso definito popolarmente “dei Pugni”. A Pisa, la rivalità tra contrade prendeva corpo sul ponte di Mezzo, dove bande di ragazzi facevano a botte in un clima che aveva ben poco di scherzoso; nel 1807, questo gioco di dubbio gusto fu vietato per legge da Maria Luisa di Borbone, che commentò il Carnevale pisano con parole destinate a passare alla storia: per essere un passatempo, era decisamente troppo violento; per essere un regolamento di conti tra gang criminali, lo era forse un po’ troppo poco.
Sprechi alimentari intollerabili
In molte lingue straniere, i coriandoli di Carnevale si chiamano “confetti”. Non è un caso: nei primi secoli dell’età moderna, a essere lanciati addosso ai passanti erano dei letterali confetti, in tutto e per tutto identici a quelli che oggi noi distribuiamo nelle bomboniere; e chi non poteva permettersi quei costosi dolci zuccherini si rassegnava a colpire i passanti con altre tipologie di cibo (ivi comprese le uova marce). Un’eco di questa tradizione (evidente auspicio di prosperità) vive ancor oggi in certe feste nuziali, laddove gli sposi escono dalla chiesa sotto una gragnuola di chicchi di riso.
Le stesse considerazioni valevano nei primi secoli dell’età moderna, quando le gozzoviglie carnascialesche sembravano un intollerabile affronto nei confronti di quei concittadini che davvero facevano la fame. Come se non bastasse, capitava con frequenza che le famiglie benestanti organizzassero nei loro saloni delle grandiose abbuffate che realmente si concludevano con chili e chili di cibo sprecato (o buttato addosso ai passanti). Non sarebbe stato meglio dedicare a opere di carità tutta quella ostentata munificenza?, si domandavano i prelati scuotendo la testa.
I festeggiamenti esagerati del Carnevale Romano
«Bisogna averlo visto almeno una volta, il Carnevale romano, per perdere del tutto la voglia di rivederlo» commentava con palpabile shock il povero Goethe, dopo aver avuto modo di soggiornare a Roma negli ultimi giorni prima della Quaresima. Francamente sconcertanti, le scene che l’autore ci descrive nel suo Das römische Carneval. L’intellettuale ci parla di uova e gessetti lanciati a centinaia dall’alto dei palazzi, mirando direttamente alla testa dei passanti; uomini che si aggirano per strada vestiti da donna, come antesignani delle nostre drag queen; individui mascherati «petulanti, laidi, appiccicosi, che importunano gli astanti in borghese con ogni genere di fastidiose lepidezze». Cita persino un tale che se ne andava in giro con un corno tra le gambe, agitandolo tutte le volte che incrociava per strada una bella donna: «ognuno può fare il pazzo a modo suo e, ad eccezione delle bastonate e delle pugnalate, quasi tutto è permesso» commentava Goethe, scuotendo il capo. E aggiungendo che, come se non bastasse, chi veniva preso di mira dai festaioli avrebbe fatto meglio a stare al gioco o comunque a non lamentarsi troppo, visto che le guardie avevano l’ordine di proteggere le maschere dalle possibili reazioni violente dei passanti. Onestamente, stando così le cose, chi è che non considererebbe peccaminosi e degradanti certi tipi di “divertimento”?
Carnevale romano: curiosità, tradizioni e dolci tipici
Il Carnevale Sangiovannese: Un Esempio Locale
Molti anni fa, per tutto il corso degli anni Venti, il Carnevale sangiovannese non era proprio sullo stesso ritmo di quello odierno. Piccoli gruppi mascherati penetravano liberamente in tutte le case, perché nessuno li poteva scacciare. Poi, a mezzogiorno, la grande abbuffata. E poco più tardi, nel primo pomeriggio, il corteo degli schiavoni. Ma tutto questo durava il tempo per arrivare alla mezzanotte, quando la morte lo sorprendeva in una specie di dormiveglia, e tutta la folla impazzita ne piangeva la scomparsa tra lazzi, urli e gesti disperati. C’era qualcuno che si adattava al più stretto digiuno. Un detto popolare recitava: "Carnuvale nfùsse all’ogghie, jòje li maccarùne e cra’ li fogghie!"
L'alternativa di un Carnevale dignitoso
Ma era questo l’unico modo con cui i nostri antenati avevano l’abitudine di festeggiare il Carnevale? A onor del vero, questo era il modo prevalente: le alternative “a misura di famiglia” erano molto scarse; e tuttavia, ne esisteva qualcuna. Mentre i vescovi e gli educatori si scagliavano contro il malcostume, sanzionando il Carnevale in toto e senza appello, alcuni papi si diedero da fare per offrire al popolo romano delle alternative un po’ meno licenziose: Ferdinand Gregorovius, storico tedesco famoso per i suoi studi sulla Roma medievale, sottolinea per esempio che papa Paolo II «con spirito di mondanità permise che feste carnevalesche si celebrassero, con cortei bacchici, con rappresentazioni mitologiche di numi, di eroi, di ninfe, di genii».
Evidentemente, il pontefice era dell’idea che il miglior modo per evitare gli eccessi di Carnevale non fosse sanzionare in toto una ricorrenza molto amata (che comunque la gente avrebbe continuato a festeggiare in ogni caso, in barba alle prediche dei moralisti). Molto più efficace la decisione di trovare un modo intelligente per reinterpretare la festa, allontanandola dagli eccessi: o, quantomeno, sembra esser questa la lezione che papa Paolo II volle darci.
Certo: essere il re di Roma è un’agevolazione non da poco quando si tratta di dover decidere quale tono imprimere alle attività che si tengono entro i confini cittadini. Altrove, i parroci, i vescovi e gli educatori si ritrovarono ad assistere inermi ai festeggiamenti di dubbio gusto che venivano organizzati dalle municipalità, e si videro costretti a combatterli col solo uso della parola; e fu dunque un profluvio di omelie infuocate, di condanne fermissime e di critiche senza appello. Ma se i loro toni così duri avessero mandato in crisi qualcuno di noi: beh, direi che non c’è motivo di preoccuparsi troppo. In C’era una volta il Carnevale il Dr.
La Spiritualità di Padre Pio e il Tempo di Quaresima
Dopo il periodo del Carnevale, la Chiesa entra nel tempo di Quaresima, un periodo di penitenza e riflessione che culmina con la Pasqua. La transizione dal Carnevale al Mercoledì delle Ceneri è un passaggio significativo nella liturgia cattolica. Eventi come le Quarantore Eucaristiche, che si celebrano spesso in questo periodo, sottolineano l'importanza della spiritualità e dell'adorazione.
Di rilievo è la testimonianza di fr. Guglielmo Alimonti, assistente dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio dell’Abruzzo, durante l’omelia della messa serale di domenica 11 febbraio. Queste manifestazioni di fede, legate alla spiritualità di Padre Pio, offrono un contrasto significativo con la spensieratezza e, talvolta, la goliardia del Carnevale, invitando a una profonda riflessione interiore.