Il Pater Noster, o Padre Nostro, è universalmente riconosciuta come la preghiera più amata dai cristiani. Il suo carattere quasi ancestrale evoca una profonda e commossa comunicazione con l’Origine del Mondo, un’entità inevitabilmente ignota ma acquisita per altra via dal credente. Per chi comprende l’importanza simbolica della preghiera individuale o comunitaria, anche il testo tradizionale mantiene la sua validità, purché “pensato” in una maniera concettualmente più rispettosa e congruente.
Le parole di una nota preghiera cantano l’esigenza e la presenza del sacro proprio perché sono consolidate nel nostro vissuto, e la loro modifica potrebbe attenuare quella nascosta ma evidente “musicalità” abitudinaria. Tuttavia, ripetere all’infinito e per un’intera vita un testo incongruo non significa affidarsi alla forma piuttosto che alla sostanza delle parole e dei concetti che esse veicolano?
Una preghiera particolare, ricevuta da amici e caratterizzata da un'estrema dolcezza nel contenuto, inverte i consueti termini di relazione, ed è considerata significativa tanto per cristiani quanto per non cristiani. Questa dolcezza ha ispirato, a notevole distanza di tempo, una versione in vernacolo della preghiera al Padre.

Il Padre Nostro e la Comunità di Bose: La Meditazione sul Male
L'esistenza e il significato del male sono da sempre al centro di interrogativi sofferti: da dove viene il male? Com’è possibile? Perché esiste? Su questo tema ha meditato Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose. Il male è un enigma che da sempre turba l'animo umano e spinge alla riflessione profonda, toccando la fede e la comprensione del divino.
Le Origini e le Versioni Evangeliche della Preghiera
La preghiera del Signore, il Padre Nostro, è la norma di tutte le preghiere cristiane, insegnataci direttamente da Gesù. Essa è sempre introdotta da un versetto tratto dal Nuovo Testamento. Ci è giunta nelle versioni di Matteo (6,9-13) e di Luca (11,2-4).
Le Versioni del Padre Nostro
La versione di Matteo (Mt 6,9-13) è di tenore più ebraico e appare nel contesto del Discorso della Montagna. Gesù aveva già iniziato la sua vita pubblica e, come predicatore conosciuto, radunava molte persone desiderose di ricevere i suoi insegnamenti. Il contesto in cui Gesù espose il Padre Nostro è in risposta a coloro - sia giudei che gentili - che avevano trasformato la preghiera, così come la carità, in un atto meramente esteriore. La preghiera non deve essere un'esibizione davanti agli uomini, ma esige quella discrezione essenziale in una relazione d'amore con Dio, che si rivolge a ogni singolo chiamandolo col suo nome.
L'altra forma errata di preghiera, da cui il Signore ci mette in guardia, è il chiacchiericcio, il profluvio di parole in cui lo spirito soffoca nel pericolo di recitare formule abituali mentre l'attenzione è altrove.
Testo secondo Matteo (Mt 6,9-13)
“Padre nostro che sei nei cieli
sia santificato il tuo Nome
venga il tuo regno
sia fatta la tua volontà
come in cielo e così in terra
dacci oggi il nostro pane quotidiano
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori
e non ci indurre in tentazione
ma liberaci dal male.
Tuo è il regno, tua è la potenza e la gloria
nei secoli.”
La versione di Luca (Lc 11,2-4) è posta in un contesto diverso: Luca racconta che Gesù stava pregando da solo in un certo posto, e uno dei discepoli gli chiese di insegnar loro a pregare subito dopo un suo momento di preghiera personale. Lo sfondo dei due racconti è lo stesso: Gesù mostra alla sua gente qual è la forma corretta di rivolgersi a Dio. Cionondimeno, Matteo sviluppa il tema in modo più intenso e profondo.
Testo secondo Luca (Lc 11,2-4 - versione presente nel testo)
“Padre
sia santificato il Nome tuo,
venga il tuo Spirito su di noi e ci purifichi,
dacci ogni giomo il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri peccati,
perché anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione.
Nell'attesa che sicompia la beata speranza
e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.”
Il Padre Nostro (in latino Pater Noster) è la più conosciuta delle preghiere cristiane. È considerata la preghiera unica e perfetta, in quanto di origine divina e sintesi di tutto il Vangelo (CCC, 2765, 2774, 2775, 2776). Nei due vangeli, è Gesù stesso che insegna il Padre Nostro ai suoi discepoli per istruirli sul modo corretto di pregare, in un'epoca in cui la religiosità ebraica era molto rigida e prevedeva riti e orazioni molto precisi.
Vi sono tre ipotesi sulle differenze fra i racconti del Padre Nostro che ci rendono i due vangeli: è molto probabile che Gesù ripeté molte volte il Padre Nostro per favorirne l'apprendimento da parte dei suoi discepoli. Le differenze fra le due versioni sono abbastanza marginali, e in pratica la Chiesa primitiva optò per il testo di Matteo, probabilmente in quanto più adorno e bilanciato. Non è da dimenticare che, mentre Matteo narra prevalentemente per gli ebrei, il Vangelo di Luca si rivolge soprattutto ai gentili, meno pratici della fraseologia tipica della Bibbia: questo spiega, ad esempio, la differenza fra la parola "peccati" e "debiti".
1. “Padre nostro”. Piccola guida per capire cosa stai chiedendo.
Analisi e Interpretazione delle Invocazioni
La preghiera del Padre Nostro è ricca di significato in ogni sua invocazione, offrendo una profonda comprensione della relazione tra l'uomo e Dio.
"Padre Nostro che sei nei cieli"
Questa invocazione è una grande consolazione: possiamo chiamare Dio con l'appellativo di Padre. In questa parola è racchiusa l'intera storia della redenzione. Possiamo dire Padre, perché il Figlio era nostro fratello e ci ha rivelato il Padre; per opera di Cristo siamo tornati ad essere figli di Dio. Da questi versetti si deduce che il dono che Dio vuole darci è lui stesso: Lui è la cosa buona. Quando si prega, è palese che la sola cosa di cui si ha bisogno è l'amore di Dio, lo Spirito Santo. Dio è innanzitutto "nostro" Padre in quanto nostro creatore.
Solo Gesù poteva dire "Padre mio" a pieno diritto, perché solo lui è davvero il Figlio unigenito di Dio, della stessa sostanza del Padre. Noi tutti dobbiamo invece dire "Padre nostro". La parola "nostro" è decisamente impegnativa perché ci chiede di uscire dall'individualità per entrare nella comunità degli altri figli di Dio, per essere tutti fratelli. L'impegno che prendiamo, recitando l'invocazione, è quello di accogliere gli altri e di aprire a loro il nostro cuore per ascoltare, per dire "sì" alla Chiesa vivente e universale e per formare quella famiglia che Gesù ha voluto. La parola che qualifica Dio come Padre diviene così un appello per noi a vivere come "figlio" e "figlia" (2Cor 6,18).
Infine, le parole "che sei nei cieli" identificano quell'altezza di Dio dalla quale tutti noi veniamo e verso la quale tutti noi dobbiamo essere in cammino. La paternità nei cieli ci rimanda a quel "noi" più grande che oltrepassa ogni frontiera, abbatte tutti i muri e crea la pace.
Il Significato del Perdono: "rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori"
La quinta domanda del Padre Nostro è spesso fraintesa o non capita. Essa presuppone un mondo nel quale esistano dei debiti, cioè dei peccati: peccati di uomini verso uomini e peccati di fronte a Dio. Ogni peccato, cioè ogni colpa, chiama una ritorsione. Si forma, così, una catena di indebitamenti in cui il male cresce continuamente portando a una situazione difficile da gestire e dalla quale è via via più arduo sfuggirvi.
Così come Dio perdona le nostre colpe, allo stesso modo l'uomo deve rimettersi alla misericordia divina per trovare la forza di perdonare i propri debitori e nello stesso tempo chiedere a Lui il loro perdono. Dio ama le proprie creature e le perdona. Il perdono pervade tutto il Vangelo e Gesù ce lo ricorda bene quando in Mt 5,23-24 ci dice di riconciliarci con il nostro fratello. Gesù insegna a Pietro di perdonare i fratelli non sette volte, ma fino a settanta volte sette (Mt 18,21-22). I numeri utilizzati da Gesù non sono determinanti; quello che vuole trasmetterci è la qualità del perdono. Gesù vuole insegnarci che non è sufficiente ignorare i torti con un semplice "dimenticare", bensì dobbiamo smaltire i torti, bruciandoli dentro di noi per la purificazione e il rinnovamento di se stessi, coinvolgendo in questo processo anche il colpevole per superare ambedue, soffrendo, il male e rinnovarsi così nella fede. L'invidia, la superbia e l'ira sono le tentazioni che più ci inducono a violare il comandamento del perdono.
La Tentazione e la Purificazione: "e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male"
Il "ne nos inducas in tentationem" (e non ci indurre in tentazione): nelle traduzioni non sempre è chiaro il senso. Le traduzioni italiane risentono della traduzione latina. Sembra che il senso sia "non permettere che cadiamo quando siamo tentati". La preghiera chiede la forza di vincere la tentazione di Satana. Gesù, nel deserto, fu tentato dal demonio come Vero Uomo per sperimentare su se stesso la debolezza umana. Egli dovette sopportare questa condizione umana fino alla morte sulla croce per poter aprire all'uomo la via della salvezza.
Il Libro di Giobbe, sotto molti aspetti, delinea già il mistero di Cristo e ci offre ulteriori chiarimenti alla sesta domanda: Satana vuole dimostrare la sua tesi di diffamatore dell'uomo, secondo cui, se privato del benessere e delle ricchezze materiali, lascerebbe presto perdere anche la religiosità e l'amore di e per Dio. Il Libro di Giobbe ci è d'aiuto anche per discernere una religiosità di facciata da una vera e profonda fede in Dio.
Così come il succo d'uva deve fermentare per diventare vino di qualità, così l'uomo, per maturare nella fede, ha bisogno delle prove, delle purificazioni e delle trasformazioni che indubbiamente sono pericolose e possono procurarne la caduta, ma che però costituiscono le vie per giungere a Dio. L'amore è sempre un processo di purificazione, di rinunce e di trasformazioni dolorose di noi stessi, ma anche una via di maturazione per noi stessi e gli altri. L'interpretazione della sesta domanda del Padre Nostro si racchiude tutta in questi concetti: con queste poche parole confermiamo a Dio di essere consapevoli della necessità delle prove affinché la nostra natura si purifichi, ma Gli chiediamo che queste prove non siano così dure da farci cadere e di limitare la forza del maligno alle nostre debolezze. Chiediamo a Dio di aiutarci e di esserci vicino quando le prove diventino quasi insopportabili. Possono essere imposte ad gloriam, cioè per la maggior gloria di Dio. La dimostrazione di quest'ultimo concetto la possiamo trovare nelle prove e nelle tentazioni della vita dei grandi santi, da Antonio nel deserto fino a Santa Teresa di Lisieux nel Carmelo. Queste grandi persone sono sulle orme di Giobbe e ancor di più sono in Cristo che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni.

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano" (e il termine "epiousion")
Il termine greco "epiousion" è, secondo lo stesso Origene, di dubbia interpretazione. Esso potrebbe significare "trans-sustanziale" o "quotidiano". In questa parte della preghiera si manifesta il totale riconoscimento da parte dell'orante che Dio è un essere assoluto e supremo, che non ha inizio né fine. Quando si prega è palese che la sola cosa di cui si ha bisogno è l'amore di Dio, lo Spirito Santo; non si tratta di questo o di quello. Dio è il dono che vuole darci.
L'Immagine di Dio: Padre, non Madre
L'Antico Testamento spesso ricorre a termini che indicano gli organi umani per illustrare atteggiamenti fondamentali dell'uomo o anche i sentimenti di Dio. In questo modo sono illustrati gli atteggiamenti fondamentali dell'esistenza non con termini astratti, ma con il linguaggio di immagini tratte dal corpo. Il grembo materno è l'espressione più concreta dell'intimo intreccio di due esistenze e delle attenzioni verso la creatura debole e dipendente che, in corpo e anima, è totalmente custodita in seno alla madre. Tuttavia, anche se l'amore materno è riconducibile all'immagine di Dio, è pur vero che nella Bibbia, Dio non è mai qualificato come madre. Questo perché includere l'immagine di madre avrebbe inevitabilmente introdotto concezioni panteistiche, nelle quali la differenza tra Creatore e creatura scompariva. L'immagine di Padre, contrariamente, è più adatta a esprimere la differenza fra Creatore e creatura, la sovranità del suo atto creativo. Nonostante le grandi metafore dell'amore materno di Dio, il termine "madre" non è un titolo di Dio e non è un nome con cui rivolgersi a Lui.
Uso Liturgico del Padre Nostro
Questa preghiera ha un largo impiego sia nella preghiera privata, sia nella preghiera pubblica delle Chiese cristiane, dove viene recitata o cantata coralmente. È recitato sia durante la Messa, sia nella Liturgia delle Ore, nonché nel Rosario. Durante queste ultime due recite, spesso erroneamente, i fedeli omettono alla fine l'Amen. Ciò è derivato dal fatto che durante i Riti di Comunione è correttamente omesso in quanto è pronunciato alla fine della Dossologia finale. Questa regola liturgica li porta a non pronunciarlo anche al di fuori dei Riti di Comunione, inducendo una consuetudine errata.
Per quanto riguarda il perdono dei peccati, siccome la preghiera chiede il perdono, alcuni si sono chiesti se Gesù l'avesse proposta per sé stesso o per i suoi discepoli. Nel primo caso parrebbe in contrasto col dogma della mancanza di peccato in Gesù Cristo.