L'Oreficeria Carolingia: Contesto e Caratteristiche
L'oreficeria carolingia indica la produzione di manufatti in metalli preziosi, gemme e smalti, sviluppatasi tra il IX e il X secolo nell'ambito dell'arte carolingia. Essa costituì una delle espressioni più elevate della cosiddetta rinascita carolingia, riflettendo l'ideale imperiale di rinnovamento culturale e spirituale promosso da Carlo Magno e dai suoi successori.
Questo periodo di rinnovamento culturale e artistico, che si estese dalla fine dell'VIII all'inizio del X secolo, vide un programma culturale carolingio fondato su una stretta collaborazione tra potere imperiale e istituzioni ecclesiastiche. Monasteri e cattedrali divennero centri di produzione artistica, sostenuti da una committenza che vedeva nell'arte un mezzo per affermare l'autorità politica e la devozione religiosa. Le officine orafe carolinge, situate in centri come Aquisgrana, Reims, Saint-Denis e San Gallo, produssero opere destinate a chiese e monasteri, tra cui reliquiari, altari, croci e copertine di codici.
I materiali privilegiati erano l'oro, considerato simbolo di eternità e gloria divina, e l'argento dorato, più diffuso nelle opere di grandi dimensioni per ragioni pratiche e di costo. I motivi decorativi più ricorrenti includono tralci vegetali stilizzati, palmette, grifi, aquile e motivi a intreccio, spesso realizzati con grande minuzia per valorizzare il gioco di rifrazione della luce sulle superfici metalliche. Un elemento distintivo della produzione carolingia è la tendenza all'ibridazione stilistica: accanto a opere dall'impostazione classicheggiante si trovano pezzi che adottano soluzioni più astratte e dinamiche, evidenziando l'eclettismo e la vitalità del linguaggio carolingio. La grande importanza della tradizione artigianale e della continua trasmissione delle conoscenze tra gli artisti era fondamentale in questo settore.
Mentre non molto è noto circa i procedimenti di bottega dell'oreficeria altomedievale, grazie ai ritrovamenti tombali si conoscono abbastanza bene gli strumenti a disposizione degli orafi. Dal calcolo del guidrigildo risulta l'alta valutazione di coloro che lavoravano l'oro o l'argento, citati inoltre relativamente spesso nelle fonti altomedievali rispetto agli artisti attivi in altri settori. Le conoscenze sull'oreficeria del Medioevo si attingono in primo luogo dalle opere conservate, il cui numero è tuttavia relativamente ridotto. Perciò è di grande interesse la testimonianza, oltre che di antiche raffigurazioni, di fonti scritte, come inventari di tesori, testamenti, descrizioni in cronache monastiche o testi agiografici, nonché - anche per quanto riguarda questioni tecniche - il testo carolingio De probatione auri et argenti, il trattato di Eraclio De coloribus et artibus Romanorum, del X secolo, e il De diversis artibus di Teofilo, che offre un quadro assai concreto della prassi orafa intorno al 1100.
Le opere di oreficeria carolingia erano espressione di ricchezza, dignità e potere, particolarmente nelle insegne dei sovrani. Il vastissimo impiego di metalli nobili nell'ambito liturgico-ecclesiastico si basava su un senso magico religioso derivante dai testi sacri del cristianesimo, grazie al quale quest'arte poté apparire come specchio del divino in senso anagogico.
L'Altare Portatile: Funzione e Storia
Un altare portatile è una pietra consacrata di piccole dimensioni; per estensione, è la mensa mobile adibita alla celebrazione della Messa al di fuori della chiesa. La forma più semplice, detta "altare portatile a mensa", era costituita da una lastra di pietra o di marmo, quadrata o rettangolare, di dimensioni tali da contenere almeno il calice e la patena, avente nello spessore una cavità chiusa da un coperchio, per conservare le reliquie dei martiri.
Questi piccoli altari erano usati dai vescovi quando si recavano in pellegrinaggio in Terra Santa, oppure in peregrinazioni guerresche o in partite di caccia. I più semplici e i più antichi erano in avorio oppure in rame o smalto, poi furono a forma di cassettine anch'esse in avorio, oppure in rame e smalto. Sia i primi che i secondi avevano al centro una pietra rettangolare di porfido o di agata o di diaspro o di vetro fenicio, sotto la quale venivano conservate le sacre reliquie. Su questa pietra poggiava il calice nell'atto della celebrazione della messa.
Le fonti scritte ne testimoniano l'uso a cominciare dal secolo VIII fino a tutto il secolo XV. Si sa, ad esempio, che Carlo Magno nel giorno della sua incoronazione ne avrebbe offerto uno per gli altari di San Pietro e San Paolo, e un altro ne avrebbe regalato Carlo il Calvo al monastero di Saint-Denis. Alla fine del X secolo, Gotefredo, arcivescovo di Milano, ne avrebbe mandato uno in onice decorato in lamina d'oro a San Benigno di Digione. Solo verso il XII secolo si cominciò ad avere più frequenti notizie di questi oggetti chiamati «altaria portatilia, gestatoria, viatico», e sono proprio di questo secolo i pochissimi e rarissimi esempi che se ne conservano in tutto il mondo. Più rari sono quelli del primo tipo, cioè formati da una semplice tavoletta.
Capolavori dell'Oreficeria Carolingia e Altari Portatili
Il Ciborio di Arnolfo: Un Altare Portatile Imperiale
Il cosiddetto Ciborio di Arnolfo fu realizzato nel contesto della tarda età carolingia, probabilmente tra l'870 e l'890. Secondo la tradizione, il ciborio fu donato intorno all'893 dall'imperatore Arnolfo di Carinzia alla chiesa di San Emmerano a Ratisbona. Nella stessa occasione, Arnolfo offrì anche il piatto di legatura del Codex Aureus oggi a Monaco. La cultura artistica delle corti carolinge in questo periodo promuoveva la creazione di oggetti liturgici di straordinario pregio, destinati a esprimere il prestigio imperiale e a riaffermare la continuità simbolica con la tradizione romana e bizantina. Il manufatto fu successivamente conservato nel tesoro della cappella palatina di Aquisgrana o in ambienti connessi alla corte, prima di giungere, verosimilmente in epoca moderna, alla Residenza di Monaco di Baviera, dove si trova tuttora custodito nel tesoro imperiale (Schatzkammer).
Il Ciborio di Arnolfo si presenta come una struttura architettonica miniaturizzata, modellata sul tipo del baldacchino a quattro colonne che sovrasta gli altari maggiori nelle basiliche paleocristiane e carolinge. La sommità della copertura a doppio spiovente è ornata da un fregio in filigrana, entro cui sono incastonate pietre preziose. Le falde del tetto sono decorate a sbalzo con scene tratte dalla Vita di Cristo, mentre i timpani accolgono raffigurazioni simboliche. Anche i peducci degli archetti che sorreggono la struttura presentano decorazioni a sbalzo. Al centro della base si trova una pietra d'altare realizzata in calcedonio verde cupo. La struttura è realizzata principalmente in legno rivestito da lastre d'oro, smalti cloisonné e gemme preziose. Le superfici dorate sono ornate da motivi ornamentali a tralci, grifi e intrecci vegetali, realizzati mediante la tecnica dello sbalzo e del cesello. Le dimensioni relativamente contenute del ciborio suggeriscono che l'oggetto non fosse destinato alla copertura di un altare stabile, ma piuttosto utilizzato come altare portatile o reliquiario cerimoniale.
Lo stile del ciborio di Arnolfo riflette le caratteristiche mature dell'oreficeria carolingia tardo-imperiale, distinguendosi per la fusione di elementi classicheggianti e motivi ornamentali più astratti e dinamici. Le colonne, pur riprendendo modelli antichi, sono trattate in maniera vivace, accentuando l'effetto dinamico grazie alla decorazione a smalti policromi. Gli elementi vegetali stilizzati, le palmette e i grifi che ornano le superfici dorate, si inseriscono nella tradizione dell'arte orafa carolingia, in particolare dell'area renana e della scuola di Reims. Gli studi hanno evidenziato come l'iscrizione posta sul ciborio, insieme ad alcune piccole aggiunte decorative, sia frutto di un restauro successivo, avvenuto tra il 975 e il 1001. Inoltre, è stata proposta una provenienza del manufatto, analogamente alla legatura del Codex Aureus di Sant'Emmerano, da un'officina della Francia occidentale, forse operante a Reims sotto il patrocinio di Carlo il Calvo attorno all'870. Questa attribuzione è oggi unanimemente accettata dalla critica, anche in virtù delle affinità stilistiche riscontrabili tra la lavorazione a sbalzo del ciborio e quella dei piatti di legatura del Codex Aureus di Ratisbona e del Codex di Lindau.

L'Altare di Sant'Ambrogio a Milano: Splendore Carolingio
L'altare di Vuolvinio, collocato presso la Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, rappresenta la più mirabile testimonianza di oreficeria carolingia. Firmato dall'artista Vuolvinio (o Volvinio) e realizzato attorno all'850, fu commissionato da Angilberto II, vescovo di Milano, il quale volle arricchire la Basilica di Sant'Ambrogio facendo inoltre costruire il ciborio e l'abside. L'altare, che ricorda gli antichi sarcofagi, ha la forma di un parallelepipedo e presenta un'anima in legno rivestita di lastre d'oro e argento dorato scolpite a sbalzo: le quattro facce presentano pannelli scolpiti con croci e formelle figurate nei lati maggiori.
Le scene sono inoltre inquadrate da corpose cornici incastonate di pietre preziose e placchette a smalto, secondo la tecnica "cloisonné" derivata dall'area longobarda. La facciata anteriore presenta al centro una grande croce, dove Cristo è circondato dai simboli degli evangelisti e dagli apostoli, e alcune scene della Vita di Cristo, attribuite però agli allievi di Vuolvinio (genericamente chiamati Maestri delle Storie di Cristo) a causa di una certa differenziazione stilistica nelle figure allungate e nei gesti concitati. Si tratta di uno stile legato alla cultura classicheggiante carolingia, attento all'equilibrio delle figure, all'armonia della scena e al rifiuto della ridondanza: nella facciata anteriore, questa misurata eleganza e la semplicità delle figure vuolviniane vanno a dissolversi in un tratto più elaborato e meno spontaneo del precedente. L’attenzione descrittiva dell’artista non tralascia però d’inserire curiosi dettagli di vita quotidiana, come la raffigurazione delle ciabatte di Sant’Ambrogio sotto la sua branda. Le scene sono inoltre accompagnate da brevi didascalie in latino in grado di riassumere il contenuto delle formelle. Sui pannelli a lato sono raffigurate le Storie della vita di sant’Ambrogio di mano di Vuolvinio, come testimonia lo sbalzo che riporta “Magist(er) phaber”. Nei lati minori la decorazione si geometrizza in clipei con santi in adorazione, triangoli con angeli e grandi croci inscritte in losanghe, richiamo alla lotta all'Arianesimo quale negazione della consustanzialità tra Padre e Figlio.

L'Altarolo Portatile di Agrigento: Una Rara Testimonianza Medievale
A vedere l'altare portatile proveniente dalla Cattedrale di Agrigento, oggi esposto anche alla Mostra del Minerale a Roma, si può avere un attimo di perplessità, ed è necessaria la particolare conoscenza storica e l'indagine più scientifica per intendere la rarità dell'oggetto e la sua grande importanza sia negli sviluppi dell'oreficeria locale sia in quelli dell'oreficeria mondiale. L'oggetto, noto anche come "Altarolo dei Crociati", è una piccola mensa mobile utilizzata per celebrare la messa al di fuori dei luoghi di culto.
Non è che una tavoletta di legno ricoperta nella parte centrale da una lastra di agata e sui lati lunghi e corti da smalti rettangolari o quadrati con la rappresentazione dei simboli degli Evangelisti, della Vergine, di tre apostoli, di due Vescovi e di Cristo Pantocrator tra angioletti. Pare un oggetto misterioso e solo quando si guardano attentamente gli smalti eseguiti nella tecnica bizantina dell'alveolo concluso con un filo d'oro, e se ne vede la magnifica trasparenza cromatica e la delicatezza inarrivabile delle tinte cerulee azzurre o rosse e gialle, si comincia ad intendere che esso ha pregio di antichità e di arte. L'altarolo agrigentino, oltre ad essere una rarità come oggetto, è anche un'interessante documentazione degli sviluppi artistici dell'oreficeria siciliana nel secolo XII, secolo al quale l'altarolo appartiene per incontrovertibili caratteri iconografici.
Più rari sono gli altari portatili del tipo a semplice tavoletta, così come si vede nell'altarolo agrigentino, nonostante la sua datazione più tarda. A titolo di confronto si può ricordare uno del X secolo nel tesoro di Conques, fatto da una placca di porfido rosso incorniciata da nielli, e l'altro, detto l'altare di Begon, in alabastro orientale con smalti, castoni e filigrane. Un solo esempio se ne conosceva in Italia prima del ritrovamento di questo capolavoro agrigentino; rarissimi sono in Francia (uno a Cluny, quattro nella Collezione Spitzer), mentre sono più frequenti in Germania e di grandissimo interesse. L'Altarolo dei Crociati è stato esposto in mostra nella sezione Outremer, ovvero Stati Latini d'Oriente nati con la prima Crociata, a testimonianza di come, nonostante uno stato di guerra quasi permanente, la produzione artistica in questi nuovi territori latini abbia lasciato significative testimonianze.

Influenze e Tecniche: L'Eredità della Smaltatura nell'Oreficeria Carolingia
L'Evoluzione dello Smalto: Dall'Alto Medioevo al Cloisonné Bizantino
L'arte di lavorare i metalli nobili e le pietre preziose, costituisce un importante settore del cosiddetto artigianato artistico. Nell'oreficeria sono di grande rilevanza le possibilità di associazione con altri materiali preziosi, quali pietre preziose incastonate, vetri alveolati (verroterie cloisonnée), smalti di diverse tecniche e infine avorio, osso e materiali affini. Con il Sacco di Roma nel 410 e il successo delle invasioni barbariche, la smaltatura in Europa continentale divenne più orientaleggiante e di livello tecnologico inferiore, con fusioni negli alveoli con vetro colorato simile allo smalto.
Un'eccezione è rappresentata dalle isole britanniche tra il VI e l'VIII secolo, che, rimaste indisturbate dalle invasioni barbariche, videro un rinnovato impulso all'arte celtica e britanno-romana. Gli Anglosassoni perfezionarono questa tecnica che, con le loro conoscenze orafe, si sviluppò nel nuovo stile di decorazione "cloisonné" insulare o britanno-romanico. I ritrovamenti della nave funeraria di Sutton Hoo (Inghilterra, VII secolo) documentano splendidamente opere di oreficeria con filigrane e cloisons in oro al cui interno venivano incastonate gemme di granato rosso insieme a vetri millefiori romani, applicati forse come smalto, soprattutto di colore azzurro.
Verso l'anno 600, lo smalto cloisonné greco iniziò a essere utilizzato per la produzione di icone smaltate, segnando la nascita dello smalto bizantino. In Italia nel VI secolo, i Longobardi si insediarono a Ravenna e assimilarono anche la tecnica del cloisonné bizantino.
La Corona Ferrea e l'Intervento Carolingio
Fra gli oggetti più importanti lasciati dai popoli germanici in Italia ricordiamo la celebre Corona Ferrea, realizzata in più fasi tra il 400 e l'800. La tradizione sulla storia di questo preziosissimo oggetto è stata in buona parte confermata dalle analisi dell'Università di Milano. Queste indagini indicano che 21 dei 24 smalti originari, realizzati con vetri al potassio e aggiunti sotto il regno di Teodorico (c. 500 d.C.), furono sostituiti con vetri alla soda per volontà di Carlo Magno in vista della sua incoronazione, avvenuta il 25 dicembre 800. Il motivo di tale sostituzione non è specificato nel testo, ma ciò evidenzia un intervento diretto di Carlo Magno sull'oreficeria per scopi rituali e simbolici.
Smalti Carolingi e Post-Carolingi in Europa
Nell'Europa continentale, tra l'VIII e il IX secolo, l'importazione di opere cloisonné da Bisanzio stimolò gli orefici franchi e tedeschi nella produzione di vere e proprie opere d'arte, soprattutto sotto forma di reliquiari. In Francia è degna di nota l'acquasantiera di Saint Maurice di Agaune, con disegni dal gusto persiano. Anche i laboratori italiani divennero celebri per la produzione di smaltature, influenzate dallo stile carolingio, che venivano esportate in tutta Europa.
Nel IX secolo, in Inghilterra, troviamo uno degli oggetti più singolari dell'arte figurativa anglosassone: il Gioiello di Alfredo. Così chiamato dalla presenza dell'iscrizione "AELFRED MEC HEHT GEWYRCAN" ("Alfredo mi ha fatto creare"), questo prestigioso gioiello, associato al regno di Alfredo il Grande (849-899), era probabilmente uno dei puntali da lettura inviati da re Alfredo ai vescovi d'Inghilterra come dono.

La Rinascita Ottoniana e l'Influsso Bizantino
Fra gli oggetti più interessanti dell'età ottoniana è giusto citare quelli realizzati su commissione per conto di Egberto, arcivescovo di Treviri (950-993). In particolare, ricordiamo l'Altare-reliquiario del sandalo di Sant'Andrea apostolo, la Ferula di San Pietro apostolo e il reliquiario del Santo Chiodo, tuttora parte del Tesoro della Cattedrale di Treviri. È opinione comune degli storici che il successo dello smalto figurativo ottoniano, così simile per certi versi a quello bizantino, sia da individuarsi in una data precisa, il 14 aprile 972, quando la principessa bizantina Teofano sposò Ottone II, sovrano del Sacro Romano Impero: è ben noto, infatti, che la nuova imperatrice chiamò a corte in Sassonia numerosi artisti, architetti, artigiani e orafi da Costantinopoli. Il nuovo gusto bizantino riuscì così a trionfare anche in Occidente, fondendosi con lo stile figurativo carolingio e ottoniano, segnando una nuova età dell'oro per lo smalto occidentale.

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