L'Oratorio del Santissimo Crocifisso e la Villa di Empoli Vecchio: Storia e Architettura

La storia e l'architettura del territorio empolese sono ricche di testimonianze significative, tra cui spiccano l'Oratorio del Santissimo Crocifisso e la Villa di Empoli Vecchio, insieme alla maestosa Collegiata di Sant'Andrea. Questi edifici narrano secoli di vicende, cambiamenti sociali e sviluppi artistici.

La Villa di Empoli Vecchio e l'Oratorio del Santissimo Crocifisso

Localizzazione e Primi Cenni Storici

La villa di Empoli Vecchio è situata nella località di Santa Maria a Ripa, o meglio, di Empoli Vecchio, posta poco ad ovest del vicino convento francescano di Santa Maria a Ripa. Il suo complesso immobiliare è assai articolato in diversi corpi di fabbrica, alcuni dei quali difficilmente osservabili dall'esterno a causa della folta vegetazione e della recinzione che circonda il suo perimetro sul lato ovest. Il suo fronte sud-est si affaccia sulla Statale 67 (via Livornese), in cui vi è inserita anche l'oratorio del SS. Crocifisso. Sulla facciata dell'oratorio vi è ancora oggi la meridiana, anche se in pessimo stato di conservazione.

Veduta della Villa di Empoli Vecchio (Villa Azzolino) da via Livornese, lato sud-est

Il Cinquecento e la Famiglia Valori

La documentazione inconfutabile di una mappa dei Capitani di Parte Guelfa (1580-1595) attesta l'esistenza del solo corpo di fabbrica a pianta squadrata, prospettante la statale ’67, la cui intestazione è riferita al Ms Baccio Valori; la stessa dicitura riporta «chasamenti piaze e aie di d.Ms. Bacio Valori» e si riferisce anche chiaramente ai due edifici situati di fronte alla villa, uno dei quali descritto in un altro articolo con gli interni rassomiglianti a quelli di una chiesetta. Si ritiene che debba trattarsi di Bartolomeo Valori il giovane (1535-1606), anch’egli detto “Baccio”, che provvide a recuperare i possedimenti familiari diventando senatore sotto Ferdinando I de’ Medici. Un possibile riferimento comparativo può essere la lastra marmorea datata 1575, citata da Olinto Pogni, sulla facciata del non lontano oratorio di San Rocco, che riportava la memoria di un adempimento ad un voto fatto da Niccolò Valori, fratello di Baccio. L'iscrizione recita: "MDLXXV FR · NICOLAVS VOVIT · BACCIVS FR · ABSOLVIT VALORII · FRES · PHILIPPI · FILII". Lo stemma della famiglia Valori esiste ancora oggi sopra il portone della villa, prospettante la via Livornese.

Stemma della famiglia Valori sulla facciata della Villa di Empoli Vecchio

Il Settecento e la Famiglia Rinuccini

Secondo Pogni, la proprietà della villa passò ai marchesi Rinuccini, eredi dei Valori. Un particolare periodo da focalizzare è intorno all'anno 1687, in cui passò a miglior vita l'ultimo discendente del ramo fiorentino dei Valori. Nel 1748, il Marchese Carlo Rinuccini (giugno 1679 - gennaio 1747) e la moglie Marchesa Vittoria Guicciardini rendevano pubblico l'annesso oratorio privato del Santissimo Crocifisso edificato dai Valori, gli «antichi proprietari della villa», come cita il Pogni. Dai Ricordi storici di Filippo Rinuccini di Empoli Vecchio si legge che nel 1749 Folco Rinuccini (giugno 1719 - novembre 1760), primogenito di Carlo e subentrante nel marchesato, «divenuto possessore di tutti i di lei beni (Maria Camilla Aldobrandini, moglie), rifabbricò dai fondamenti la villa d’Empoli vecchio, ed elegantemente adornandola la rese un gradito campestre soggiorno».

Stemma della famiglia Rinuccini e Guicciardini sulla facciata dell'edificio frontistante la villa

L'Alluvione del 1758 e la Carità del Marchese Folco Rinuccini

Un evento notevole si verificò il 30 novembre 1758, quando il marchese Folco Rinuccini si trovava con la famiglia nella villa di Empoli Vecchio. A causa di piogge torrenziali, le acque dell'Arno strariparono, rompendo gli argini e allagando l'intero piano dalle mura castellane di Empoli fino a Fucecchio. I contadini e gli abitanti dei casolari vicini furono svegliati dal rombo delle acque e cercarono riparo, mettendo in salvo il bestiame e le masserizie. Fu uno spettacolo doloroso, reso più orrendo dall'oscurità della notte e dalle grida di madri disperate che si arrampicavano sui tetti con i figli. Destatosi per il trambusto, il marchese, toccato da paterna carità, esclamò: «E come potranno vivere quella povera gente sprovvista di tutto, nell'impossibilità di uscire a procacciarsi il necessario sostentamento?». Questo pensiero risvegliò in lui un generoso sentimento, e chiamò il fattore comandando di provvedere subito quanti più navicelli e barchette possibile per soccorrere gli abitanti allagati, e di ordinare ai fornai di Empoli di spianare a suo conto quanto più pane potessero. I suoi pietosi comandi furono eseguiti prontamente: per nove giorni, mentre le campagne erano sommerse, furono distribuiti pane, vino, legumi e olio a tutta la popolazione con animo veramente regio. Mentre altri possidenti si occupavano solo dei propri danni, Folco, dimenticando o non curando la devastazione nei suoi possedimenti, si dedicò con rara carità a sovvenire i bisognosi e ad asciugare le lacrime degli afflitti. Nel 1776, nella Decima granducale, la villa risulta ancora intestata al Marchese Carlo e ai fratelli Rinuccini, riferendosi a Carlo di Folco Rinuccini (giugno 1742 - luglio 1790), nominato ciambellano d’onore di Francesco Stefano di Lorena; la casata prosegue in successione col figlio Alessandro.

L'Ottocento e il Passaggio agli Azzolino

Nel 1804 la villa è rappresentata pressoché con l'odierna consistenza nella mappa dell’Imposizione dei fossi di Vitiana e Pagnana, redatta nel 1804 da Marco Moretti. Nel 1805 decedette Alessandro Rinuccini (aprile 1745 - aprile 1805), figlio di Carlo. In vita aveva sposato Teresa del conte Luigi Bardi, da cui nacque l’ultimo della casata, ovvero Pier Francesco Rinuccini (luglio 1788 - settembre 1848). Egli fu un saggio amministratore e sposò Teresa Antinori, da cui ebbe tre figlie: Emilia Rinuccini sposò il marchese Pompeo Azzolino, marchigiano; Marianna, la più grande, sposò nel 1831 il marchese Giorgio Teodoro Trivulzio di Milano; Eleonora, nel 1834 sposò il Cav. Neri de’ Principi Corsini, marchese di Lajatico, e parte dei beni e dell’archivio Rinuccini passarono in questa casa. Nel 1820 la villa è rappresentata nelle mappe del Catasto Leopoldino. La villa rimase di proprietà Azzolino fino al periodo del Ventennio fascista, momento in cui la tenuta fu venduta e l'archivio cartaceo smembrato in due parti.

Estratto della mappa

La Collegiata di Sant'Andrea a Empoli: Storia, Architettura e Arte

Origini e Sviluppo Architettonico

La Collegiata di Sant'Andrea a Empoli e la sua piazza sono state oggetto di studio approfondito da parte della prof.ssa Emanuela Ferretti, docente di Storia dell'Architettura all'Università di Firenze. Nonostante un documento citi l'esistenza di una chiesa dedicata a Sant’Andrea già nel 780, un’iscrizione sulla facciata conferma che l’edificio attuale fu costruito nel 1093, all’inizio del Basso Medioevo, quando il borgo di Empoli iniziò ad espandersi. Il primo documento che testimonia l'esistenza della chiesa è la bolla del 1059 con cui papa Niccolò II conferiva al capitolo dei canonici il potere di ricevere tributi e rendite fondiarie. L'iscrizione riportata in facciata ne data il completamento al 1093: realizzata in marmo verde e bianco questa rappresenta l'unico esempio di romanico fiorentino così distante da Firenze. Proprio attorno a questa pieve (dal 1531 insignita del titolo di Collegiata), nel 1119 sorsero i primi edifici del castello di Empoli. Nel XII secolo alla chiesa fu annesso il battistero e nel XIV l’edificio fu ampliato con l’aggiunta delle cappelle e del transetto. Nel 1944 il crollo del campanile minato dai tedeschi causò la distruzione del soffitto. Molte delle opere provenienti dalla chiesa sono oggi conservate nel vicino Museo della Collegiata.

Facciata della Collegiata di Sant'Andrea a Empoli, con dettagli del romanico fiorentino

Elementi Stilistici e Opere d'Arte

La caratteristica facciata di questa chiesa, che con i suoi marmi bianchi e verdi ricorda da vicino altri esempi di romanico fiorentino come San Miniato a Monte o il Battistero di San Giovanni a Firenze, da sempre domina la piazza principale del centro storico di Empoli e rappresenta il più riconoscibile simbolo della città. Entrando si nota subito che l’interno della chiesa, rimaneggiato prima nel corso del ‘700 e in seguito nel Secondo Dopoguerra, è in netto contrasto con lo stile tipicamente medievale dell’esterno. L’ampia navata unica invita a dirigersi subito verso l’altare maggiore dove si può ammirare lo splendido trittico di Lorenzo di Bicci raffigurante la Madonna in trono fra i Santi Martino, Andrea, Agata e Giovanni Battista. Poco distante, nel transetto sinistro è invece custodita un’icona dell’Immacolata Concezione, da secoli oggetto della massima venerazione. In chiesa restano, oltre all'affresco del Redentore di Raffaello Botticini, una Madonna attribuita a Leonardo del Tasso, una tela de l’Empoli raffigurante San Giuseppe e, sull’altare maggiore, il trittico di Lorenzo di Bicci e Bicci di Lorenzo con la Madonna col Bambino tra i Santi Martino, Andrea, Agata e Giovanni Battista.

Interno della Collegiata di Sant'Andrea con l'altare maggiore e il trittico di Lorenzo di Bicci

Un Miracolo Legato al Culto del Crocifisso a Empoli (1399)

La Processione dei Bianchi e il Miracolo

Le tre tavolette, ora in cornici moderne, erano il gradino dell'antico altare della cappella del Santissimo Crocifisso. La loro importanza e il legame con la devozione locale risiede nell’iconografia, che richiama un fatto miracoloso accaduto il 24 agosto 1399. In quell'occasione, un gruppo di pellegrini del movimento dei Bianchi, in pellegrinaggio in Val di Marina per chiedere grazia contro la peste che sconvolgeva Empoli, appoggiarono il Crocifisso a un tronco di mandorlo secco che fiorì. Nel primo scomparto è raffigurata la processione dei confratelli, sullo sfondo di un ameno paesaggio punteggiato di alberi in fiore; nel secondo si racconta il momento del miracolo; mentre nel terzo è celebrato il ritorno del Crocifisso ad Empoli festeggiato dall’accorrere dei cittadini esultanti. I tre dipinti sono quindi una testimonianza significativa dell’importanza assunta dalla Compagnia dei Bianchi, un’istituzione penitenziale e itinerante probabilmente di origine francese che trovò larghi consensi nell’Italia centro settentrionale.

Le tre tavolette che narrano il miracolo del Crocifisso del 1399

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