La Perseveranza nella Fede: Riflessioni Evangeliche e il Pensiero di Paolo Curtaz

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La vita cristiana è un cammino che richiede costanza e perseveranza. Attraverso le sue omelie e conferenze, Paolo Curtaz esplora come questi valori siano radicati profondamente nel Vangelo, offrendo spunti per affrontare le sfide della fede e della quotidianità. Le sue riflessioni ci guidano nella comprensione della Parola di Dio, della speranza come virtù teologale e della necessità di mantenere viva la fiamma della fede anche di fronte al dubbio e alla sofferenza.

La Parabola del Seminatore: Custodire la Parola con Perseveranza

In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto».

I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.

Illustrazione della parabola del seminatore con i diversi tipi di terreno e semi

Dalla Parola nasce la fede, la Bibbia è Dio-in-azione. Quanti, fra noi, hanno ascoltato con cuore nuovo il Vangelo, scoprendo in esso un significato inatteso e una forza che li ha spinti alla conversione? La Parola è la protagonista della parabola di oggi, la Parola che Dio getta a piene mani nei nostri cuori. Ma Gesù ci avverte: non basta che il seme cada, bisogna lottare e faticare affinché cresca e produca frutto nelle nostre vite. Lottare perché l’avversario cerca di togliere la Parola dalla nostra vita, sa bene quanto è pericolosa. Lottare significa conservarla nel cuore, leggerla con assiduità, prenderla come punto di riferimento. La Parola deve svettare sulle altre: perché non scrivere una frase del vangelo domenicale da tenere a portata di sguardo? E la Parola porta frutto solo se il terreno del nostro cuore ne favorisce la crescita: con la costanza e la perseveranza. Se siamo in crisi o in difficoltà facciamo in modo che la Parola sia presente nella nostra tenebra, lasciamola illuminare le nostre fatiche.

La Speranza come Virtù Teologale: Il Contributo di Paolo Curtaz

A Jesolo, il teologo Paolo Curtaz ha tenuto una conferenza dedicata al tema della speranza, inserita all’interno di un percorso culturale più ampio. Curtaz ha esordito sottolineando che la speranza è un patrimonio comune di tutta l’umanità. È una dimensione innata nel cuore di ciascuno, necessaria per affrontare la giornata, anche con fatica. Ha citato l’antica saggezza di Cicerone, che diceva: “egroto dumaniest spessitur” - finché c’è respiro (o vita), c’è speranza - un concetto che chi ha sperimentato la malattia comprende profondamente. Sebbene ognuno la calibri in base al proprio temperamento, con persone più ottimiste e altre più cupe, questo desiderio continuo di immaginare una via d’uscita esiste anche nei momenti più terribili ed è universale. Il tema della speranza è stato scelto da Papa Francesco per il prossimo Giubileo. Curtaz ha brevemente spiegato l’origine biblica dello Yobel (Giubileo) ebraico nel Levitico, un anno speciale di riposo per la terra, liberazione degli schiavi e condono dei debiti, e la sua ripresa in chiave spirituale nella tradizione cristiana. La scelta di questo tema appare quanto mai appropriata nei tempi difficili che stiamo vivendo, segnati dalla pandemia, dall’ansia diffusa e dalla percezione di un mondo che sembra implodere.

Fotografia di Paolo Curtaz durante una conferenza o un ritratto pensieroso

La Natura della Speranza Cristiana

Passando al settore teologico, Curtaz ha definito la speranza come una virtù, in particolare una virtù teologale. Ha spiegato il concetto di “virtus” nel mondo latino come la capacità di un oggetto di esprimere il proprio scopo (la virtù di una freccia è colpire il bersaglio) e la sua evoluzione nel pensiero cristiano come un atteggiamento positivo che si pratica. Accanto alle virtù cardinali (come temperanza e fortezza), che sono raggiungibili con sforzo umano e non richiedono necessariamente la fede, San Paolo ne aggiunge tre: fede, speranza e carità. A differenza delle virtù cardinali che sono frutto dello sforzo, le virtù teologali sono opera di una relazione, di un dialogo, di un incontro con Dio. Richiedono non solo un dono da parte di Dio, ma anche l’accettazione da parte dell’uomo. Citando Sant’Agostino, “Colui che ti ha creato senza di te non ti salva senza di te”.

Le tre virtù teologali

Il fondamento di questa speranza cristiana risiede nella fede, intesa non come mero insieme di dottrine da mandare a memoria, ma come fiducia. Citando Ebrei 11:1 («La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede»), Curtaz ha sottolineato che la speranza teologale si fonda sulla fede, su un “io credo”. Ha smontato l’idea comune di credere solo a ciò che si vede, poiché la vita quotidiana è piena di atti di fiducia (nell’ingegnere che ha progettato l’edificio, in chi ha preparato il cibo). La base di questa fiducia in Dio risiede nella Sua affidabilità. Dio si presenta nella Bibbia (ad esempio a Mosè nell’Esodo) con le Sue credenziali, ricordando di aver liberato il popolo dalla schiavitù, prima di dare le norme. Il cristianesimo, in questo senso, è una delle poche religioni che pretendono di essere ragionevoli («Fides et ratio» - fede e ragione vanno insieme). La speranza teologale si fonda quindi sul credere nel Dio di Gesù, nel Dio che si è rivelato in maniera definitiva, nella sua morte, risurrezione e ritorno glorioso.

Speranza Attiva e Amore Incondizionato

Curtaz ha messo in guardia contro una pericolosa distorsione di questa speranza: la passività, l’idea di aspettare la fine senza agire. Questo atteggiamento fu già corretto dall’apostolo Paolo nella sua lettera ai Tessalonicesi («Chi non vuol lavorare neppure mangi»). Ha riconosciuto che questa interpretazione ha portato, a volte, all’accusa che la religione sia un “oppio dei popoli”. Ma la vera speranza cristiana è attiva. Citando Sant’Agostino: «La speranza ha due figli: lo sdegno e il coraggio». Lo sdegno per ribellarsi all’ingiustizia e il coraggio per cambiare ciò che non va. Il cuore della speranza cristiana risiede nella scoperta di un amore incondizionato. La sintesi del Vangelo è: «Scopriti, sappiti amato». Questo amore di Dio non è meritato, ma ricevuto “a prescindere”. Questa scoperta di essere amati non porta a un amore inteso come mero sforzo, ma come un traboccare.

Le Sfide alla Fede e la Perseveranza nel Dubbio

Spesso, leggendo la Parola, la prima reazione è quella di sentirci inadeguati, percependo un'inaudita lontananza dalla nostra realtà. Questo Gesù che chiede il primo posto, prima degli affetti, che ci chiede di entrare nel mistero della sofferenza, che ci chiede di perderci, lascia sbigottiti. È possibile vivere ciò che il Signore chiede? Misurando questa parola con un po' di sano realismo e di autenticità, non si può che restare scoraggiati. Eppure, non si crede che la Buona Notizia scoraggi, non si crede che il Signore, attento al lumignolo fumigante, si trasformi in un Molock esigente. Non si pensa che il Vangelo, che è proposta di vita, stile di libertà, pienezza di amore, ci ponga degli obiettivi così irraggiungibili. Invece di dire: “non è possibile essere cristiani in questo modo!”, il Signore ci chiede di dargli fiducia. Egli si presenta come colui che è più dei nostri affetti, più della sofferenza, più della vita stessa. Dio si presenta come il tutto, mantiene ciò che promette, gioca a chi è più generoso. Intuiamo, allora, quanto grande dev'essere la presenza del Signore nel cuore di chi crede sul serio, quale luce abbagliante può colmare la vita di chi si affida veramente in Dio.

Immagine concettuale di una persona che affronta sfide con speranza e fede

L'Accoglienza della Parola e il Mistero del Natale

Accogliendo, ci dice il Vangelo. Accogliendo chi porta la Parola senza pregiudizi, con semplicità e fede. Siamo sempre così pronti a fermarci a chi ne parla, piuttosto che ad ascoltare il contenuto. Esiste una chiusura di cuore (la più terribile!) che ci impedisce di accogliere il Vangelo perché scandalizzati o infastiditi da chi l’annuncia. “Ma come, questo prete, questo cristiano, così incoerente mi parla in questo modo di Dio?”. Accogliere significa fidarsi. Accogliere significa abbattere i propri muri per finalmente intravvedere la pienezza dell’amore. Gesù ci suggerisce l’atteggiamento del giusto. Giusto, nel linguaggio della Bibbia, è chi non giudica secondo le apparenze, ma, come Dio, giusto è chi guarda nel profondo del cuore. Così, accogliendo con uno sguardo puro la Parola del Signore, potremo sperimentare la grande gioia della donna che, nella prima lettura, accolse il profeta Eliseo. La donna facoltosa ebbe come ricompensa di diventare madre. Anche noi, se accettiamo chi parla di Dio, diventeremo fecondi di vita nuova.

Nel periodo di Natale, in tre settimane scarse, ci troviamo due volte a settimana per celebrare una festa. Per i preti, poveracci, calcolando la vigilia, quattro volte a settimana. E la liturgia denuncia questa stanchezza. Giovanni scrive il suo prologo alla fine del suo vangelo, come se fosse un riassunto di tutta la sua predicazione. Non c’è molto da celebrare a Natale, ma da convertirsi e pentirsi. L’umanità non ha rivolto una grande accoglienza alla prima venuta di Dio. Natale è dramma: Dio viene e l’uomo non c’è. Pochi si accorgono, ancora meno lo accolgono: Maria e il suo amatissimo sposo, i pastori, i magi, Simeone e Anna la profetessa. Fine dell’elenco. È già il mistero di contraddizione, è già il crocefisso (non per niente i magi portano la mirra per imbalsamare i cadaveri…) questo bambino. Dio insiste, Dio non si dà per vinto, Dio esagera, alza il tiro, offre una soluzione, si dona ancora e sempre. Noi siamo figli di Dio, solo che corriamo dietro a mille sogni e a mille chimere pur di ricevere compiacimenti e approvazione. Ma siamo già figli, solo che non lo sappiamo.

Scena della Natività che evidenzia la semplicità e la non-accoglienza del mondo

La Beata Speranza del Ritorno di Cristo e la Morte

All’inizio dell’avvento si diceva: non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce. Durante ogni celebrazione eucaristica, dopo il Padre Nostro, il celebrante insiste dicendo: "Liberaci o Signore da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l'aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell'attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo". Questo, tradotto un po', significa: "Signore, dacci una mano tu nella vita, rendici sicuri, saldi, dacci la forza mentre aspettiamo che tu ritorni". E da quando in qua la nostra "beata speranza" consiste in questo? Sapevamo che aspettiamo il Signore? Sapevamo che, come cristiani, pur vivendo il presente, abbiamo lo sguardo teso verso il futuro? Spero di non scuotere nessuno se affermo che prima o poi tutti moriremo. Ma viviamo come se non dovesse mai succedere. È terribile ciò che si dice, ma abbastanza vero: siamo finiti nella dimenticanza. Di morte non si parla, o se ne parla male, nessuno che ti dia uno straccio di suggerimento per morire. Anzi, meglio non parlarne, e, sempre di più, si fa fatica anche a parlarne con i propri famigliari, magari malati terminali. Eppure: il senso della morte non è forse fondamentale per vivere? Sapere cosa siamo, che ci accadrà, non è forse indispensabile per vivere con serenità? C’è bisogno di Vangelo per vivere, e per morire. Non come se la morte fosse una tragedia immane da temere ed evitare, non come lo scacco definitivo alle nostre tante ambizioni. No: la morte va letta nel contesto della fede, alla luce di questa pagina che ci invita alla vigilanza, ad aspettare con ansia, con perseveranza il ritorno dello sposo. Ce la faremo? Riusciremo finalmente ad ascoltare il più profondo e il più vero che c'è in noi per sentire il rumore della sorgente che ci ha creati e del mare a cui siamo destinati? Vivere alla presenza del ritorno di Gesù, dell'abbraccio finale, significa fin d'ora cambiare la nostra vita, orientarla verso il Signore, far diventare la nostra vita una veglia nella notte, rendersi conto che la nostra tenda non è piantata per sempre su questa terra, ma che altre terre ci aspettano. Credo che un po' di sano realismo e un briciolo di crudezza eviterebbe montagne di litigi, di alterchi, di antipatie. Basterebbe fare memoria che siamo di passaggio, che il nostro destino è diverso, più grande, per evitare le trappole della presunzione di immoralità. Sì, Qualcuno ci aspetta, oltre il salto, Qualcuno ci abbraccerà, se lo desideriamo come un'arsura già da questa vita. Sì, aspettiamo la beata speranza del ritorno del Signore Gesù.

Immagine simbolica di un orizzonte o un cammino verso un futuro di speranza

La Fede Sotto Prova: "Ci Sarà Ancora Fede Sulla Terra?"

D'interrogativi Gesù ne ha posti a sufficienza, nel suo ministero. Ma quello di oggi, amici, mozza il fiato. Gesù, con un velo di tristezza chiede: "Quando tornerò, ci sarà ancora fede sulla terra?". Attenzione, non dice: "Ci sarà ancora una organizzazione, la gente andrà ancora a Messa, si farà l'elemosina?" No, Gesù è angosciato perché vede che, troppe volte, la nostra religione è senza fede, la nostra preghiera è senza fede, la nostra lotta per un mondo diverso è senza fede. Davanti al grido della vedova importuna che chiede giustizia, simbolo del grido dell'oppresso di tutti i tempi, la fede vacilla. Come può Dio permettere la sofferenza, la guerra, la malattia? Davanti agli avvenimenti che percepiamo "ingiusti", la nostra fede vacilla, retrocede. Il dubbio, come già accennavamo tempo fa, abita il nostro cuore, perché credere è difficile. La domanda è la più schietta obiezione all'esistenza di Dio che mi sento fare da chi non crede: "Se mi parli di un Dio buono, perché la sofferenza?" Non ho grandi risposte, lo ammetto. Al grido dell'oppresso, davanti all'uomo che si massacra gridiamo: "Dio dove sei?" e Dio ci risponde: "Tu dove sei?". Il Signore ci ha consegnato un mondo che potrebbe essere un cesello di misericordia e di fraternità. Noi lo abbiamo ridotto a un covo di malfattori, di indifferenza, di ingiustizia. La nostra preghiera, spesse volte, cade nel vuoto perché, semplicemente, non facciamo nulla perché si realizzi. Dio fa prontamente giustizia, afferma Gesù alla fine della parabola della vedova. Sì, mi fido, ci credo. Stento a capire, ma mi ci metto, ci sto, lavoro, credo in un mondo in cui la giustizia parte da me. Chiediamoci, allora, se l'insistenza della vedova è la nostra insistenza, se la sua costanza è la nostra, quando si tratta di rendere giustizia, di dare una testimonianza di trasparenza nel nostro modo di esercitare la giustizia. Quando verrai, Signore, troverai ancora la fede sulla terra? È difficile credere, Signore, e il vento freddo dell'odio rischia di spegnere la fiamma della fede che hai acceso nei nostri cuori. Signore, oggi, se verrai, troverai ancora fede sulla terra.

Rappresentazione della vedova importuna che chiede giustizia

Vivere la Perseveranza: L'Eucaristia e l'Incontro con Dio

In obbedienza. È l'unica seria ragione che viene in mente per celebrare l'Eucaristia ogni domenica. Un'obbedienza seria, adulta, piena, affettuosa. 'Rifatelo', dice il Signore. Che ci crediamo o no, che ce ne accorgiamo o no, nella povertà immensa delle nostre annoiate celebrazioni domenicali, Dio si rende presente. Non capisco come si fa a dire: 'Sono credente non praticante', come se dicessi: 'Sono innamorato non praticante'. Non capisco chi dice 'Meglio non andare a Messa e comportarsi bene che andarci e comportarsi male', visto che è possibile anche andare a Messa e comportarsi bene! Non capisco chi ha ridotto la Messa a dovere da assolvere da segnare sul taccuino dei sacrifici fatti e presentarlo a san Pietro il giorno della nostra morte (può accadere che l'amore si riduca a dovere, ma che tristezza di fede!). Non capisco chi pensa di essere discepolo e mette l'incontro con la comunità (sempre che esista una comunità!) all'ultimo posto, dopo le tante cose fondamentali da vivere di domenica. Non capisco chi cerca con passione Dio e snobba il luogo dell'incontro. Non capisco la ragione per cui noi preti usiamo la Messa per sfogare il nostro pensiero (spesso rabbiosamente), invece di metterci noi per primi in ascolto e divenire servi dell'unica Parola che salva.

No, Dio non si scandalizza. Già durante l’ultima Cena era successo. Luca osa raccontare di quel litigio durante la Cena, il momento stesso in cui il Signore si donava e cercava conforto, i suoi ignari e sprovveduti apostoli ancora parlavano di potere. Non è cambiato molto: il Signore rischia e sa di rischiare, ma non demorde. In quest'anno eucaristico abbiamo un compito: fare in modo che la Messa parli di Dio! Nell’attenzione ai gesti, all’ambiente, alle parole, ai canti, ai segni, nel silenzio, nel desiderio della preghiera. Per noi preti (mi ci metto in mezzo, non ho una gran vocazione a fare il grillo parlante!) il Corpus Domini ci richiama all’esigenza di lasciarci cambiare dalla Parola, per renderla comprensibile, piacevole. Parlare di Cristo prima delle esigenze morali, raccontare, noi che abbiamo avuto la gioia di seguirlo, del suo fascino e della sua pienezza, senza rifugiarci dietro astratti concetti teologici.

Fotografia di un momento di preghiera o celebrazione eucaristica, con focus sull'altare

La Perseveranza di Lazzaro: Uscire dai Sepolcri

Lo faccio all’inizio della mia nuova settimana. Approfitto dei momenti di relativa calma dal dolore che mi accompagna da nove lunghi mesi, in attesa di un qualche parto. E mi chiedo nella mia nuda preghiera, chi sei amico che leggi, che cammino stai facendo, sorella amata. Non lo so. Non conosco la tua storia (preziosa agli occhi di Dio) ma sono certo che ha a che fare con il vangelo di oggi. Perché abbiamo urgente bisogno di uscire dai sepolcri. Perché siamo tutti Lazzaro. Tira una bruttissima aria, per lui, a Gerusalemme. Sa la morte di un amico, del suo migliore amico, sarà l’occasione di mostrare l’amore che ha per Lazzaro. E per le sue sorelle. Aspetta qualche giorno e parte. La fine prematura di una persona giovane e stimata, ancora oggi, ci getta nel panico totale. È Marta ad uscire per prima. Le sue parole sono un rimprovero sgomento. No Marta, non è vero. Anche se Gesù è presente nella nostra vita, anche se siamo suoi amici, se egli ci è amico, non possiamo evitare la morte e il dolore e le prove che egli per primo non ha rifiutato. È normale, istintivo pensare che Gesù ci protegga, ci salvi. La vita è mistero, assurdo costringerla nei nostri limitati ragionamenti, nelle nostre legittime ma puerili illusioni. Al discepolo la sofferenza non viene evitata. Gesù invita Marta, e noi, a credere. Si fida, Marta, e proclama, cuore femminile della comunità, la fede, così come aveva fatto Pietro a Cesarea: io credo che tu sei il Cristo. Sa, come sappiamo noi, che egli è l’acqua di sorgente, la luce. Così dice Marta a Maria. Maria si alza e, con lei, tutti i famigliari e gli amici. Gesù sta per ribattere, come con la sorella. Ma vede le lacrime. Tante. Accade l’impensabile. Gesù scoppia a piangere. Come se, per la prima volta, Dio si rendesse conto di quanto dolore possa vivere l’uomo. Ma non poteva evitare che morisse, invece di piangere? Obiettano alcuni. Non ci sono parole per spiegare o per consolare. Solo partecipazione, ora. Gesù chiede dov’è Lazzaro. I discepoli, ora, gli insegnano a vedere la morte. E quel dolore, lascia intuire l’evangelista, lo smuove. Lazzaro vivrà. Sa bene che quel gesto segnerà la sua fine. Sa bene che alcuni si prenderanno la briga per andare a denunciarlo (per cosa, violazione del regolamento cimiteriale?). Ora che ha visto quanto dolore provoca la morte gli resta un ultimo passaggio per poter essere uomo in tutto. Sì, ora è pronto. Meritiamo la morte di Dio. Tanto valiamo.

Icona o dipinto della risurrezione di Lazzaro che esce dal sepolcro

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