Le Omelie del Cardinale Giuseppe Petrocchi: Fede, Speranza e Ricostruzione

Le omelie del Cardinale Giuseppe Petrocchi, Arcivescovo Metropolita dell'Aquila, si caratterizzano per una profonda riflessione teologica unita a una sensibilità pastorale attenta alle vicende umane e sociali. Dal suo insediamento come Vescovo nel 2013, il Cardinale ha costantemente accompagnato la sua comunità, in particolare nei momenti di commemorazione del tragico sisma del 6 aprile 2009, offrendo messaggi di speranza radicati nella Pasqua di Cristo e nella Dottrina della Chiesa. Attraverso la sua predicazione, egli ha saputo toccare temi universali quali la misericordia, l'umiltà, il servizio, la carità e la vigilanza cristiana, sempre con un occhio rivolto alla ricostruzione non solo materiale, ma anche spirituale e comunitaria.

Foto del Cardinale Giuseppe Petrocchi durante una celebrazione liturgica

La Pasqua di Gesù: Luce nella Tragedia del Sisma dell'Aquila

Le commemorazioni del sisma del 6 aprile 2009 sono momenti centrali nella predicazione del Cardinale Petrocchi. Come ha spiegato in diverse occasioni, questa liturgia «non è dominata da una mestizia reclinata su sé stessa, ma è avvolta dalla luce e dalla grazia della Pasqua». Il messaggio biblico degli Atti degli Apostoli, con l'annuncio della risurrezione di Gesù, risuona forte: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2, 14).

Il Cardinale si aggancia a una riflessione di Sant'Agostino, ricordando che «Egli ha preso la morte e l’ha infissa alla croce e ne ha liberato i mortali. (...) nella morte di Cristo, la morte ha trovato la sua propria morte, poiché la vita morendo ha ucciso la morte». Per la Chiesa, «ai tuoi fedeli, o Signore la vita non è tolta, ma trasformata». La morte, in Cristo crocifisso e risorto, è «passaggio: non conclusione disgregante, ma solo cambiamento di sede». Questo consente ai credenti «di guardare in faccia la morte, senza cercare di esorcizzarla attraverso l’occultamento psicologico e l’esclusione culturale».

I defunti «ci precedono, perché ciò che si è compiuto in loro, accadrà anche a noi». Viene ribadita la certezza che anche il nostro corpo mortale «sarà chiamato a risorgere, alla fine dei tempi: quando Dio sarà “tutto in tutti”». La comunicazione con chi è oltre la vita terrena avviene «sul canale della fede», con un «vocabolario [...] costituito da parole evangeliche» e una «grammatica [...] quella della Pasqua». Si intensifica lo scambio di doni, generati dalla reciproca carità, formando «alleanze» animate dalla speranza, nella certezza che «ogni evento segnato dalla verità e dal bene non si dissolve, ma resta e trova la sua completa realizzazione nel Signore».

Il dolore, afferma il Cardinale, «ha diritto di “esserci”, perché scaturisce da un amore “sacro”, segnato dal “per sempre”». L'amore "parentale", quando autentico, tesse legami che «non possono essere recisi», rimanendo intatti «qualunque cosa accada». «Il tempo non cicatrizza queste ferite: ed è giusto così, perché testimonia un valore perenne!».

Dalla "Popolazione" al "Popolo Aquilano"

Nelle sue omelie, il Cardinale Petrocchi ha spesso proposto la distinzione tra «“popolazione” e “Popolo”»: la prima esprime una molteplicità di individui che abitano nella stessa zona, senza relazioni di reciproca appartenenza; il secondo, invece, richiede «riconoscersi ed operare come comunità caratterizzata dalla stessa “identità” - storica, culturale e sociale» e sentirsi «corresponsabili e protagonisti nell’affrontare sfide collettive». Il dramma del terremoto «ha reso ancora più “Popolo” la gente aquilana: la comune tragedia, affrontata “insieme”, ha stretto, con nodi inscindibili, il mutuo senso di appartenenza».

La ricostruzione non investe solo gli apparati dello Stato, ma «chiama in campo l’intera Comunità, urbana e territoriale». Non basta «rifare le strutture architettoniche e murarie, ma si deve pure riedificare la Comunità: nella dimensione spirituale, economica e civica». L'Aquila, con la sua «tenacia del ripartire», è chiamata a una «ricostruzione integrale, cioè di una ricostruzione a “misura della Città”, il che vuol dire, a misura di “tutto” l’uomo e di “ogni” uomo».

Mappa dell'Aquila con evidenziate le aree interessate dalla ricostruzione post-sisma

La Perdonanza Celestiniana e l'Arte dell'Umiltà

Un altro pilastro della predicazione del Cardinale Petrocchi è la figura di Celestino V e l'annuale celebrazione della Perdonanza. Riflettendo su questo tema, il Cardinale ha descritto Celestino V come una figura che manifesta «dimensioni “nuove” della sua statura ecclesiale e umana». Egli possedeva una «solida intelligenza “teologale”» e una «profonda intuizione dei pensieri e dei sentimenti di coloro che lo avvicinavano», derivante da un intenso lavoro sulla propria interiorità. «Celestino è stato “uomo di frontiera”», un monaco eremita e un credente attento al mondo, dotato di «scelte ardite, poggiate sulla radicale fiducia nella Provvidenza», un «profeta credibile perché autentico testimone del Vangelo».

Celestino V, il Papa che ha donato la Perdonanza alla Chiesa e al mondo, ha fatto risuonare l'appello dell'apostolo Paolo: «In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio». Papa Francesco, nella sua visita a L'Aquila, ha sottolineato che «Celestino V è stato un testimone coraggioso del Vangelo, perché nessuna logica di potere lo ha potuto imprigionare e gestire». La misericordia, ha ricordato Papa Francesco, è il cuore del Vangelo, «saperci amati nella nostra miseria».

Il Cardinale Petrocchi ha richiamato l'attenzione su un testo intitolato “L’arte di utilizzare le proprie colpe, secondo san Francesco di Sales”, spiegando che non si tratta di sminuire il peccato, ma di «rendere le nostre miserie morali - identificate nella verità e senza “anestetici” - fattori che generano e rafforzano l’umiltà». L'umiltà consiste nell'ammettere sinceramente le proprie colpe, «poggiando i piedi sulle nostre povertà, alzando lo sguardo in l’Alto e spalancando le braccia verso Dio, riconosciuto come Padre Misericordioso».

Consigli preziosi citati dal Cardinale includono: «bisogna certamente rattristarsi, ma con pentimento vero e non già con dolore sconsolato». Il pentimento vero «è sempre calmo». La mestizia per gli sbagli fatti «si cambia in profonda, ma tranquilla e pacifica umiltà e sottomissione». Asserzioni basilari per la vita spirituale sono: «La diffidenza di noi stessi e la confidenza in Dio sono due garanzie di vittoria nel combattimento spirituale». In questa prospettiva, «l’umiltà è il termometro della santità», e «i più santi non sono i meno difettosi, ma i più coraggiosi».

La vera devozione a Celestino V «sta nel seguire la sua dottrina e il suo esempio». Si chiede la grazia di «“celestinizzare”, sempre di più, la Perdonanza» e la vita stessa, trasformandole in «luminoso riflesso, dentro la storia, del “come in cielo così in terra”». La Madonna di Collemaggio è invocata perché aiuti a rendere la Perdonanza «“Scuola di umiltà”, e, proprio per questo, Centro propulsore di pace [...] e Casa di fraterna solidarietà».

Illustrazione di Celestino V che promulga la Perdonanza

Il Servizio del Cardinale e la Chiesa come "Piramide Rovesciata"

Riflettendo sul ruolo dei Cardinali, il Cardinale Petrocchi ha citato Papa Francesco, sottolineando che «il Cardinalato non significa una promozione, né un onore, né una decorazione; semplicemente è un servizio che esige di ampliare lo sguardo e allargare il cuore». Egli condivide l'immagine della Chiesa come una «“piramide rovesciata”», una struttura «“capovolta” rispetto alla usuale prospettiva “mondana”». Nella Chiesa, «chi più si avvicina al “vertice”, che è orientato verso il basso, tanto più cala di livello: si vive il paradosso che vede, in senso cristiano, il ribaltamento nel contrario [...] per cui salire equivale a discendere, governare vuol dire servire, l’arricchirsi coincide con il diventare povero, e l’essere “primi” comporta il farsi “ultimi”» (cfr. Mc 9, 35-45).

Il Vangelo, su questo tema, è perentorio: chi vuole seguire Gesù deve imitarLo, «nel gesto di chinarsi per lavare i piedi al suo prossimo». Chi riveste un’autorità nella comunità cristiana «ha l’obbligo di servire di più», e «la dedizione, fino al dono della vita, deve essere direttamente proporzionale all’incarico di governo ricevuto». Per questo il Papa parla di «“primato diaconale”» (diakonos = servo) e aggiunge: «nessuno di noi deve sentirsi “superiore” ad alcuno. Nessuno di noi deve guardare gli altri dall’alto in basso».

Questo ruolo esige di essere «pienamente sintonizzati e sincronizzati sul pensiero e sulla volontà del Papa», fungendo da «“ponti” affidabili che favoriscono il “transito comunionale” nelle due direzioni di marcia: dal Papa verso le periferie e dalle periferie verso il Papa». La Chiesa, infatti, è «“koinonìa” (=comunione)», essendo «popolo radunato nell’unità del Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo» (cfr. LG, n.4). Essa «vive “di” comunione e “per” la comunione», ed è «costituita e inviata come «sacramento universale di salvezza» (LG, n. 48).

Le difficoltà, chiarisce il Cardinale, diventano patologiche «quando si infettano con i virus degli egoismi, provocando divisioni e polemiche». Ma vissute nella carità fraterna, si trasformano in «sfide da soffrire bene e da superare insieme», diventando «risorse che producono maturità evangelica e moltiplicano la spinta missionaria». La storia dimostra che «la persecuzione, condotta da “fuori”, non indebolisce la Chiesa, anzi la rafforza». La Chiesa «non solo fa, ma è l’evangelizzazione».

La Pasqua è l'evento centrale della storia della salvezza, che «si riattua nella Chiesa, in ogni spazio e in tutti i tempi». La sua rinnovazione nell'eucaristia costituisce la «fonte e il culmine della vita e della missione della Comunità credente», donando la forza per vivere la carità che «tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13, 7).

La santità di un Cardinale, prosegue, «consiste in questo supplemento di oblatività gratuita». Questo significa «amiamo coloro che ci sono ostili; benediciamo chi sparla di noi; salutiamo con un sorriso chi forse non lo merita; non aspiriamo a farci valere, ma opponiamo la mitezza alla prepotenza; dimentichiamo le umiliazioni subite». Lo Spirito Santo, «Sorgente infinita di Verità e di Amore», è l'Anima della Chiesa, il «Principio generativo dell’essere e dell’agire della Comunità cristiana», che imprime «il segno dell’unità» e rende i discepoli «un “cuor solo”».

In quest'ottica, i Cardinali dovrebbero essere «instancabili costruttori di pace, promuovendo il dialogo ecumenico ed interreligioso, come pure sostenendo il confronto leale con gli “uomini di buona volontà”».

Infografica sulla

Temi Ricorrenti nella Predicazione: Fede, Carità e Vigilanza

La figura di Padre Pio

Durante un'omelia, il Cardinale Petrocchi ha spiegato che «la storia di Padre Pio è una riproposizione di una frase di San Paolo: “In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta”». Padre Pio «è stato giustamente definito un apostolo del confessionale» attraverso il cui ministero «il Signore ha fatto scorrere fiumi di misericordia». Egli «si è conformato pienamente a Cristo tanto da essere stigmatizzato», diventando «uomo dei dolori, ma proprio per questo anche uomo della speranza». Mosso dalla passione per la Chiesa, «Padre Pio amava la chiesa con tutti suoi problemi, con tutti i suoi guai, con tutti i nostri peccati».

Ha riconosciuto e denunciato «le idolatrie vecchie e nuove dell’avere, del potere, del piacere che come epidemie micidiale e contagiose insidiano la nostra epoca». Padre Pio «ha combattuto incessantemente il peccato: che non è un bene proibito, ma è un male». Egli «ha messo in pratica con radicalità l’invito di pregare incessantemente», lasciando la preghiera come eredità: «pregate molto, senza mai stancarvi». La sua missione evangelica «resta sempre attuale perché la profezia dei santi non conosce la misura del tempo».

Ritratto di San Padre Pio da Pietrelcina

L'Epifania e la Luce della Verità

La celebrazione della Solennità dell'Epifania del Signore, presieduta dal Cardinale, è stata un'occasione per meditare sulla «rivelazione della divinità di Cristo attraverso l’adorazione dei Magi». Il messaggio è incentrato sul tema della luce, una luce «che rivela la volontà rendentiva del Signore e, al tempo stesso, costituisce un appello a mettersi in atteggiamento di ricerca. Dunque, una luce che porta la verità».

La Domenica delle Palme e la Passione di Cristo nelle Tragedie Attuali

Le omelie del Cardinale non mancano di affrontare le sfide del tempo presente. In una Domenica delle Palme, le immagini delle mamme che mettono in salvo i bambini dalla guerra hanno segnato la sua predicazione. Ha ammonito: «stiamo attenti a non guardarle con distacco: quelli siamo noi. Chiediamo al Signore di essere quelli che stanno dalla parte di Gesù che soffre nei fratelli, che ripete la sua passione nelle tragedie di oggi e di essere quelli che non fanno finta di niente, che, come dice il Papa, non voltano la faccia dall’altra parte; quelli che si caricano di questi problemi e che dicono “posso fare poco, ma quel poco che posso lo faccio”».

Vigilanza contro il Male e Carità Samaritana

Il Cardinale invita alla vigilanza, meditando sul Vangelo di Marco che racconta le «perfide manovre di Erodiade per provocare il martirio di Giovanni il Battista». Questo ci avverte che «una delle strategie che il Maligno mette in campo per indurci in errore, sta nel far apparire il male attraente e piacevole». Ma «il male, anche se coperto dal manto della mistificazione, resta male e porta male: “il salario del peccato è la morte”» (Rm 6,23). Gesù ci chiede di essere «“vigilanti”, per riconoscere il male e respingere le sue insidie», un «“santo combattimento”» dove i discepoli autentici «hanno la meglio nei confronti dei malvagi».

La seconda lettera ai Corinti esorta a testimoniare la carità che sa condividere i beni spirituali e materiali: «Non si tratta infatti di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza». L'«atteggiamento “samaritano” dell’amore è un aspetto che caratterizza la Chiesa in uscita, protesa verso le periferie esistenziali». La «scelta preferenziale degli ultimi è chiesta a tutti i cristiani», e in primo luogo, a coloro che collaborano con il Successore di Pietro. Papa Francesco, rivolgendosi ai nuovi Cardinali, ha esortato a «non solo accogliere e integrare [...] quelli che bussano alla nostra porta, ma uscire, andare a cercare, senza pregiudizi e senza paura, i lontani manifestando loro gratuitamente ciò che noi abbiamo gratuitamente ricevuto». La «totale disponibilità nel servire gli altri è il nostro segno distintivo, è l’unico nostro titolo di onore!».

Un Messaggio di Speranza per L'Aquila e per Ogni Cristiano

Le omelie del Cardinale Petrocchi culminano spesso in un messaggio di gioiosa speranza. Citando il profeta Sofonia, egli applica il messaggio biblico alla comunità aquilana: «Rallégrati, L’Aquila, grida di gioia, esulta e acclama con tutto il cuore! Non temere, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Che bello sentirsi dire: “gioirà per te”». Ci è data la grazia non solo di ricevere gioia «“da” Dio, ma anche di diventare la gioia “di” Dio!.

Egli augura alla «indomita popolazione aquilana, che, dopo il lungo inverno del terremoto, veda avanzare rapidamente la promettente primavera di una ricostruzione integrale». In chiusura, affida a Maria, «Madre della Parola-fatta-carne; Donna della Pasqua; prima Testimone della Pentecoste», la missione di insegnare l'«arte di “essere” e di “fare” comunione, per portare a tutti e in tutto il Signore Gesù: Verità, Vita e Via; l’Alfa e l’Omega; Colui che era, che è e che viene; l’Onnipotente!».

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