La preghiera del Padre Nostro, insegnata dal Verbo di Dio stesso e definita da Tertulliano «la sintesi di tutto il Vangelo», è stata oggetto di una significativa modifica nella sua più recente edizione del Messale Romano. La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito che la frase «non indurci in tentazione» diventi «non abbandonarci alla tentazione». Sebbene si potesse optare per l'espressione «e non esporci alla tentazione», in uso presso le Comunità Evangeliche Valdesi, è stata preferita una formula di “abbandono”, forse riflettendo un'epoca in cui ci si sente maggiormente abbandonati a sé stessi. La sostanza di fatto è che i Cattolici, come i Protestanti, hanno mutato un’espressione che affonda le proprie radici nei testi più antichi, come verrà approfondito.

Le Radici Teologiche e Storiche dell'Invocazione Originale
Per quanto riguarda la frase «et ne nos inducas in tentationem» (e non ci indurre in tentazione), il Santo Dottore della Chiesa Agostino Vescovo d’Ippona, nel discorso n. 57 dedicato al Vangelo di Matteo (Mt 6, 9-13), spiega chiaramente che Dio non può compiere il male, ma permette che esso operi attraverso Satana e gli Angeli caduti. Dio non tenta nessuno verso il peccato, ma permette che le forze del male inducano i cristiani a cadere in esso. Questo è racchiuso nel principio stesso della creazione, il cui presupposto fondante sono la libertà e il libero arbitrio dell’uomo. Si dice che Dio induce al male nel senso che Egli lo permette, giacché a causa dei suoi numerosi peccati precedenti sottrae l’uomo alla grazia, venuta meno la quale cade nel peccato.
Ancor prima di Agostino e Tommaso d'Aquino, San Cipriano di Cartagine (Cartagine 210 - Cartagine 258) spiegava che Dio può dare il potere al Demonio in due modi: per il nostro castigo, se abbiamo peccato, oppure per la nostra glorificazione, se invece accettiamo la prova. Questo fu il caso di Giobbe, come testimoniato in Gb 12,1: «Ecco, tutto quanto gli appartiene io te lo consegno; solo non portare la mano su di lui». Il Signore stesso, nel momento della sua passione, afferma: «Non avresti su di me nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto» (Gv 19, 11). «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione» è il comando del Salvatore, un monito a chiedere a Dio di non indurci in tentazione, nonostante Dio stesso talvolta ci metta alla prova. La Scrittura lo conferma: Giuditta (Gdt 8,25-27) ricorda come Dio operò e tentò Abramo e Isacco, e come purificò Giacobbe per provare il loro cuore. Anche Davide e l'Apostolo Paolo (At 14,22) confermano che «attraverso molte tribolazioni dobbiamo entrare nel regno di Dio».
L'uomo è immerso nelle tentazioni sin dalla sua caduta con il peccato originale. I testi vetero testamentari affermano: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» (Sir 2,1). La frase originale «Non ci indurre in tentazione» deriva fedelmente dal greco εἰσενέγκῃς, da cui la traduzione latina *inducas*, che in italiano è altrettanto fedelmente tradotta con indurre.
Nella tentazione: indurre o abbandonare? La nuova traduzione del #Padrenostro
Il Contesto di Crisi Dottrinale e la "Rivoluzione Epocale"
Il problema che si cela dietro a questa ennesima querelle, temono alcuni osservatori, ha poco di teologico e molto di socio-politico, con strategie più o meno limpide. La Chiesa Cattolica sta vivendo un periodo forse tragico della propria storia, in un clima di grande decadenza dottrinale da cui è nata una profonda crisi morale, la quale, nella Chiesa, nasce sempre da una crisi dottrinale. Non passa giorno senza che qualche vescovo o prete salti agli onori delle cronache per scandali quasi sempre gravi. La decadenza e la crisi morale, dal Collegio Sacerdotale, ha infettato il Collegio Episcopale e il Collegio Cardinalizio, portando a una crisi di credibilità che spazia tra il tragico e il comico-grottesco.
Si osserva da decenni un proliferare di "rivoluzioni" da parte di coloro che vogliono "tornare alle origini", spesso col pretesto di origini che in verità non sono mai esistite nella storia antica, per imporre invece un pensiero moderno. Questo fenomeno di "parole nuove" e di "ermeneutica della discontinuità" ha permeato la scena pubblica, escludendo voci contrarie e autenticamente cattoliche. Ciò ha portato a una "radicale devastazione" che mina i delicati equilibri della tradizione e del dogma, pilastri che reggono il ponte tra umano e divino. Il ruolo del Papa, come Pontifex Maximus (costruttore di ponti), è chiamato a custodire la fede e guidare il gregge, mantenendo la continuità teologico-ecclesiale di tutte le esperienze precedenti.

L'Approfondimento del Padre Nostro: Analisi Versetto per Versetto
Il Padre Nostro ci è giunto in due forme: quella di Matteo (6,9-13), più ampia e strutturata, e quella di Luca (11,2-4), più breve. Entrambe ci invitano a guardare non alle precise parole, ma alla sostanza della preghiera, rivolgendosi a Dio con sobrietà e umiltà. Gesù stesso, quando i suoi discepoli gli chiesero: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1), ha offerto il Padre Nostro non come una semplice preghiera da recitare, ma come una preghiera altamente missionaria.
Padre Nostro che sei nei cieli
La preghiera inizia rivolgendosi a Dio familiarmente come "Padre", un modo costante con cui Gesù si è rivolto a Dio e che invita gli uomini a fare altrettanto. Questa paternità divina si estende a tutti gli uomini, anche ai cattivi, poiché Egli fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (Mt 5,44-45). Il Padre Nostro è una preghiera "espropriata" e "missionaria", che non si chiude in sé stessa ma si estende agli altri. L'amore del Padre non è circolare, ma espansivo. Dire "Padre Nostro" non esaurisce il concetto, ma aggiunge subito "che sei nei cieli". Dio è vicino e Signore, creatore e Padre, amore e onnipotenza. La domanda "Che cosa è l’uomo?" è una questione a cui l’uomo è incapace di rispondere da sé. Per conoscersi, guarda in alto. Il Salmo 8 esprime questo alternarsi di grandezza e piccolezza: «O Signore, Signore nostro, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra. Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è l’uomo, perché ti ricordi di lui?». L'uomo trova la sua grandezza nonostante la sua piccolezza nei confronti dell’universo, nel fatto di essere oggetto della memoria di Dio. La vera dignità dell'uomo non sta nella propria bellezza, forza o intelligenza, ma nell'amore di Dio che gli dà dignità.
Sia santificato il tuo Nome
La seconda invocazione del Padre Nostro è «Sia santificato il tuo Nome». Come si legge in Ezechiele (36,22-29), il popolo di Dio è chiamato a mostrare, di fronte al mondo, la presenza di Dio. La santificazione del nome di Dio significa che Egli si manifesta santo in mezzo agli Israeliti, che li ha fatti uscire dal paese d'Egitto per essere il loro Dio. I tratti essenziali della santificazione sono cinque: non profanare il nome di Dio, essere il Signore che santifica, la conoscenza di Dio, l'appartenenza a Dio per legarlo a sé (lasciare una schiavitù per una nuova appartenenza), e la trasparenza ("Perché io mi manifesti santo in mezzo agli Israeliti"). La Chiesa è il luogo che deve mostrare il volto del vero Dio. Non profanare il nome di Dio è una reale possibilità, un rischio che la Chiesa corre quando diventa un luogo che "oscura" il volto di Dio. Le parole di Gesù al Padre prima della sua passione (Gv 17): «Santificali nella verità: la tua parola è verità...» esprimono la sua universale gratuità. La santificazione non accentua la separazione dal mondo, ma deriva dalla fedeltà a Dio, che è, paradossalmente, una fedeltà all'amore che si riconosce nel movimento dell'amore e della solidarietà.
Venga il tuo Regno
«Venga il tuo Regno» è la terza invocazione, un desiderio che il cristiano sente come ancora incompiuto, come un seme, e che chiede a Dio di affrettarne il compimento (cfr. Mt 16,22; Ap 22,20). Il "Regno di Dio" è vicino, invita alla conversione e alla fede nel Vangelo. È una preghiera certamente missionaria, in cui il Vangelo e il Regno sembrano quasi sovrapporsi. Il Regno di Dio non è come l'uomo lo immagina, ma come Gesù lo ha veramente annunciato, con tratti di misericordia e universalità. Gesù ha accolto, servito, perdonato. Il Regno di Dio supera ogni differenza fra gli uomini, travolge ogni barriera emarginante. Il Vangelo non vuole catalogare gli uomini, dividendoli e separandoli, ma superare le differenze, le gerarchie e i privilegi. Sebbene peccato, verità e menzogna non siano la stessa cosa, il cristiano è chiamato alla conversione, all'accoglienza, al perdono, al coraggio di annunciare il Regno all'uomo diverso e distante per razza, cultura, costumi e religione. È con quest'uomo che il Signore Gesù si identifica.
Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra
Questa invocazione accentua maggiormente l'aspetto morale. Gesù ha detto: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21-23). La preghiera non condanna l'ascolto, ma pone l'accento sulla prassi cristiana, sul "fare". Il Vangelo non esalta la preghiera sterile o l'ascolto passivo, ma il "fare". L'uomo stolto che costruisce sulla sabbia lo è appunto per il "non fare". Tra la volontà di Dio e il progetto dell'uomo non raramente si insinua una tensione. Gesù stesso nel Getsemani pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi Tu» (Mt 26,39). L'obbedienza di Gesù è costante, la sua preghiera esprime la lacerazione dell'obbedienza dolorosa, non tra obbedienza e disobbedienza, ma tra una volontà umana possibile, diversa, e la volontà di Dio. Il cibo di Gesù è fare la volontà del Padre. In Lui si ritrova la sua libertà e la sua consistenza di Figlio. La terza domanda del Padre Nostro fa riferimento a Gesù, si deve guardare a Lui. La volontà di Dio non è semplicemente compiere azioni buone, ma è un modo di esistere. Il cristiano guarda in alto, la sua regola di vita obbedisce a un'altra logica. Questo modo di pensare relativizza il mondo. Il mondo non è la pienezza del Regno, ma può esserne il riflesso. Le primizie del mondo futuro si preparano qui, ora, e il cristiano le può pregustare, sia pure in modo incompiuto.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano
Questa invocazione, insieme a quella che la segue, ci mette di fronte alla concretezza della vita. Vi traspare un vivo senso di sobrietà: "oggi", "nulla di più". Nessun inutile affanno, nessuna passione per l'accumulo. «Non affannatevi, dunque, dicendo: Che cosa mangeremo? che cosa berremo? che cosa indosseremo?» (Mt 6,25-34). Affannarsi per accumulare è idolatria, perché si pone la sicurezza della vita nell'accumulo. Il pane da chiedere è quello per il solo giorno, come la manna nel deserto, della quale nessuno doveva avanzo per domani, altrimenti "sorsero dei vermi e si corruppe" (Es 16,19-21). La domanda sul pane è la prima di tre domande (pane, perdono, prova) che riguardano l'uomo nella sua interezza.
Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori
Chiedere "rimetti a noi i nostri debiti" suppone che in noi sia vivo il senso della colpa. Il perdono è già dono di Dio. Il Salmo 51 mostra come Davide avverte la gravità del proprio peccato. La colpa non è solo nostra, ma è anche del mondo (1 Gv 1,8). I debiti non sono solo peccati di commissione, ma anche di omissione. La metafora del debito non basta più; il peccato è un'offesa alla persona di Dio. L'uomo è debitore per essenza davanti a Dio. L'unica soluzione è la domanda di perdono, perché Dio perdona sempre. Il Padre Nostro chiede il perdono alla prima persona plurale ("rimetti a noi i nostri debiti") per motivi comunitari: è una preghiera corale e ci sono colpe comunitarie, collettive. Il perdono è missionario, il cristiano non si isola. Gesù sulla croce pregò: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). L'imperativo «rimetti» indica un'urgenza impellente. Il "come" (come noi li rimettiamo ai nostri debitori) stabilisce un legame stretto e decisivo tra il perdono di Dio e il nostro. Gesù chiede ai suoi discepoli di perdonare i nemici e di pregare per loro. Questo perdono è partecipazione, solidarietà, preoccupazione, aiuto anche per il proprio nemico. La parabola in Mt 18,21-35 è un aiuto prezioso: il perdono di Dio è del tutto gratuito e senza misura. Il perdono fraterno va preso sul serio, perché è il luogo della verità del perdono ricevuto da Dio. Se non si comprende il perdono ricevuto, tutto svanisce.
Non ci indurre in tentazione
Questa invocazione ci sorprende, persino ci infastidisce, perché la tentazione non può venire da Dio, come afferma Giacomo: «Nessuno, quando è tentato, dica: Sono tentato da Dio; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (Gc 1,13). Si potrebbe usare il termine "prova", e la parola greca dice entrambe le cose. La prova purifica e affina lo spirito, fortifica la fede, ma è anche pericolosa, perciò si chiede a Dio di venirci in aiuto. «Non è forse una tentazione la vita dell’uomo sulla terra?» si chiede Giobbe (Gb 7,1). La vita è tutta una prova, sia eccezionale che quotidiana. Le prove possono essere la tribolazione, la persecuzione o il logorio del quotidiano, che svuota la fede e porta inavvertitamente alla perdita di essa. Questa invocazione intende anzitutto una prova più precisa, una prova al singolare. Bisogna guardare a Gesù Cristo, sottoposto alla prova nella passione (l'episodio del Getsemani). Dio non può evitarci questa prova, ma può aiutarci a non soccombere.
Ma liberaci dal male
Questa è l'ultima invocazione del Padre Nostro. Si chiede la liberazione da quale male? La frase liberaci dal maligno ha un significato profondo. Il male non si spiega soltanto con la cattiveria dell'uomo, ma con una forza che spinge al male. Il cristiano deve assumere alcuni atteggiamenti: l'umiltà di riconoscersi peccatori, la fiducia nel perdono di Dio, la verità e la lealtà. Il male non è inevitabile o necessario, come si dice della natura dell'uomo. Il Vangelo non ragiona così. Il male è nostro, non fuori nelle cose o negli altri, ma in noi stessi. Dal cuore dell'uomo escono impudicizia, occhio cattivo, bestemmia, superbia, stoltezza (Mc 7,21-22). La coscienza della propria debolezza è fondamentale: il male è forte, conserva sempre il suo fascino. Per questo si chiede a Dio: liberaci dal male. Nessuno vince il male da solo. Occorre l'aiuto di Dio. Il verbo "liberaci" è forse troppo debole, l'uomo è incollato al male, incapace di scrollarselo di dosso. Il male si accumula, si appesantisce, ci tira sempre più giù. Questa invocazione esprime una profonda fiducia. La tentazione del maligno è sottile: Satana ha tentato anche Gesù nel deserto, suggerendogli di svolgere il suo compito servendosi del prestigio e della potenza, deviandolo dal suo compito messianico. Satana cita le Scritture, e qui sta la pericolosità e la furbizia della tentazione: deviare dalla via della dedizione al Padre per la gloria di Dio.

La Crisi Post-Conciliare e la Fedeltà alla Tradizione
Il disorientamento e la sofferenza che si registrano in ampi settori della Chiesa odierna derivano da una "ermeneutica della discontinuità e della rottura" che ha prevalso su quella della riforma nel rinnovamento e nella continuità. La "nuova pentecoste" annunciata, in realtà, ha visto manifestarsi una crisi profonda. L'evento della Pentecoste, iniziato nel cenacolo dello Spirito Santo, non ha mai avuto fine e fermenta in un processo di ininterrotta continuità. L'idea di "reinventare la Chiesa" o di "reinventare la fede" appare come una retorica degli anni Settanta, confusa e ambigua, che mina l'esperienza cristologica di scoperta e accoglienza del Verbo Incarnato. L'invito a essere «perfetti nell’unità» (Gv 17,23) implica armonica continuità, affinché «il mondo creda che tu mi ha mandato».
La storia della Chiesa nasce dalla Pentecoste e prosegue dagli Atti degli Apostoli, frutto vivo di un inizio senza fine, sempre missionaria e pellegrina. L'architettura teologica, costruita al millimetro nel corso dei secoli, è stata messa in discussione da taluni filoni dell'ultimo Concilio che hanno insinuato ambiguità, sfociate in una vera e propria dittatura del relativismo. Asserire in modo aperto o ambiguo che la Chiesa del post-Concilio Vaticano II sia un'altra Chiesa rispetto alla precedente è pura contraddizione teologica, letale per la formazione dei giovani e dei futuri sacerdoti, costretti ad assimilare dottrine ingannevoli e a ripeterle. La "precedente tradizione", che parte dal Concilio di Gerusalemme e si sviluppa attraverso i secoli fino al Vaticano II (concilio pastorale frutto della continuità), è stata vista da alcuni come qualcosa da "superare" o "rompere". La "radicale devastazione" nasce dal fatto che invece di "rinnovare" la Chiesa nel rispetto e nel rafforzamento della tradizione e del dogma, molti hanno intaccato gli equilibri stabilitisi a partire dalla prima epoca apostolica. Il Papa, chiamato a custodire la fede, è il ponte, un costruttore di ponti, e deve vigilare affinché la primavera dello Spirito Santo, cominciata nel cenacolo apostolico, non tramonti, nonostante gli sforzi incessanti di far calare il sipario delle tenebre attraverso "parole nuove" o "ermeneutiche della discontinuità". Il disorientamento e il disagio espressi da molti fedeli, anche con sofferenza e rispetto, hanno il diritto di essere ascoltati e accolti, poiché la guida della Chiesa è in Cristo, e il suo Vicario è tenuto ad aderire alle sue Verità.