Il Significato dell'Omelia della Sesta Domenica di Pasqua

La liturgia della Sesta Domenica di Pasqua ci immerge nuovamente nel

Ultima Cena di Gesù con i discepoli
discorso di congedo di Gesù ai suoi discepoli, un momento carico di significato che si svolge nel contesto dell’ultima cena. Questo dialogo, riportato nel Vangelo di Giovanni, assume il sapore di un vero e proprio testamento spirituale, offrendo parole di conforto, promesse e insegnamenti fondamentali per la vita cristiana.

L'Amore come Comandamento e Dimora Divina

La Parola di Gesù e l'Obbedienza nell'Amore

Gesù apre con una dichiarazione potente: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.» Questa frase, ripetuta più volte nel Vangelo di Giovanni, è il cuore del messaggio. L’amore per Gesù non è un sentimento astratto, ma si manifesta nell’osservanza della sua parola. Il discepolo che ama Gesù ascolta la sua parola, fatta di gesti e di discorsi, la interiorizza per cercarne il senso più profondo e per poi riuscire a metterla in pratica. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Chi è refrattario all’incontro con Gesù non può essere in grado di amare come Dio comanda.

La parola di Gesù è il comandamento dell’amore fraterno che lui stesso ha messo in pratica in obbedienza alla parola del Padre. Il vero amore non può rimanere teorico e sterile, ma deve tradursi nella pratica e dare frutto, e i veri frutti che il Signore si attende da noi sono la bontà, la capacità di perdonare, la capacità di fare comunione e di consumare la vita nel servire gli altri, con generosità e sollecitudine, imitando il Cristo in tutto.

La parola di Gesù non può essere una semplice reliquia da conservare e da venerare, ma deve diventare un evento. Come è accaduto nella Pasqua, quando Gesù ha compiuto la volontà di Dio e ha fatto della salvezza non solo una promessa ma una realtà, così la sua parola deve diventare carne nella vita dei discepoli.

La Manifestazione di Dio e la Dimora Interiore

Giuda, non l’Iscariota, domanda a Gesù: «Come è avvenuto che devi manifestarti a noi e non al mondo?» (Gv 14,22). L’apostolo ha in mente il modo con il quale gli uomini manifestano la loro gloria, spesso attraverso platealità e spettacolarizzazione. Gesù spiega che la manifestazione al mondo avviene attraverso la testimonianza dei discepoli. La platealità e la spettacolarizzazione non appartengono al modo di agire di Dio, il cui fine non è quello di stupire ma di amare, perché la sua volontà non mira a sottomettere ma a promuovere e far crescere. L’amore, infatti, non crea dipendenze ma legami di appartenenza generativi.

La promessa di Gesù - «noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» - non annuncia un’assenza dopo la sua partenza, ma una presenza nuova, profonda e duratura. Dio non viene per una visita occasionale, ma per stare. Amare davvero Gesù significa custodire la sua parola come orientamento di vita, un ascolto che trasforma. In un tempo segnato da instabilità e solitudine, questa promessa diventa un fondamento: non siamo mai soli. Per molti ragazzi questo è il periodo in cui riceveranno la prima comunione; ricevere l’Eucaristia è proprio il gesto che più di tutti ci fa toccare con mano questa verità della dimora divina in noi.

Mano che riceve l'eucaristia durante la comunione

Il Dono dello Spirito Santo: Il Paràclito

Il Primo Annuncio e la Sua Missione

Gesù, anticipando ai discepoli le condizioni nelle quali saranno chiamati a vivere la fede, annuncia il dono dello Spirito Santo: «Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.» Questo è il primo annuncio della venuta dello Spirito Santo che coopera con il Padre e il Figlio. Lo Spirito Santo è chiamato il Paràclito, ovvero l’assistente, un termine utilizzato in contesti giudiziali, come lo è anche la figura del testimone. Il contesto richiama l’ambiente nel quale si vive la fede intesa come testimonianza nel mondo che di per sé è ostile e che chiede conto della speranza che è in noi, ovvero di ciò che ci motiva a vivere cristianamente.

La missione dello Spirito Santo è duplice: insegnare e ricordare. Il suo campo d’azione è il cuore dei credenti che si aprono ad accoglierlo mediante l’ascolto della Parola. Gesù, morendo, ha consegnato lo Spirito e, apparendo ai discepoli riuniti nel cenacolo, lo ha effuso su di loro affinché essi, diventando suoi apostoli come lui lo è del Padre, potessero continuare la missione di testimoniare l’amore di Dio. Lo Spirito Santo è la presenza di Gesù in mezzo a noi, e se è la presenza di Gesù, è anche la presenza del Padre, poiché il Figlio e il Padre sono uno, fanno un’unità.

Che cosa significa Paraclito? Commento a Gv 14, 15-21

L'Azione dello Spirito nella Vita del Credente

Lo Spirito Santo è quella pace profonda che non viene dal mondo, ma che permette di affrontare le prove con fiducia. L’azione dello Spirito Santo, come l’acqua per il seme, rende feconda in noi la Parola annunciata. Da una parte rivela l’aderenza dell’amore di Dio alla nostra vita attuale e, dall’altra, ci aiuta a far diventare realtà la promessa. Grazie all’assistenza dello Spirito Santo, la Parola diventa luce di speranza nel buio delle crisi nelle quali siamo intrappolati ed è forza che ci convince ad agire seguendo nient’altro che la voce del cuore.

La memoria che attiva lo Spirito Santo non è un semplice ritorno all’indietro con la mente, ma realizza nell’oggi del credente l’evento della Pasqua nella quale viene effuso lo Spirito Santo perché possiamo diventare dimora del Dio vivente. I cristiani sono accoliti dello Spirito Santo e, come tali, agiscono concordemente alla sua ispirazione. Lo Spirito indica la strada della conciliazione e della comunione, suscitando doni diversi per il bene di tutti e permettendo l’unità nella pluralità.

La Pace di Cristo: un Dono Gratuito

Una Pace Diversa da Quella del Mondo

Gesù afferma: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.» La pace che il mondo dà è sempre molto fragile, e infatti facciamo salti mortali, sacrifici e rinunce pur di preservarla. Questa pace costa un prezzo altissimo in termini di vite umane e si fonda sulla paura. Al contrario, la pace di Gesù non va né pagata, né meritata, perché è un dono gratuito. È una presenza interiore che sostiene, una certezza che non vacilla, una fiducia che vince la paura, alimentando la gioia e spingendo all’amore fraterno.

Questa pace pasquale nasce dal sapere che non siamo lasciati soli, che lo Spirito ci guida, e che il Signore ha vinto la morte. È una pace che ci abita nel profondo e ci rende capaci di attraversare le tempeste senza soccombere. È la condizione interiore della gioia, segno della sua presenza in chi lo ama, come la scia di profumo lasciato nel passaggio. Gesù, infatti, lascia la pace ed essa nel cuore di chi crede si manifesta come desiderio di un amore più grande.

Mani aperte che ricevono, simbolo di pace e dono

Il Ritorno di Gesù e la Nuova Presenza

I discepoli non devono temere l’abbandono, perché la morte di Gesù, con il suo passaggio al Padre, e la sua risurrezione inaugurano un modo nuovo di essere con noi. Gesù dice: «Vado e tornerò da voi.» Per gli apostoli questa partenza è stata concreta e materiale, ma per noi, il fatto che vada al Padre, significa che entra in una dimensione Divina, che gli consente di essere oggi qui con noi e in tanti altri luoghi, insieme al Padre e allo Spirito Santo. Il ritorno, promesso da Gesù, non significa tornare indietro ma il fatto che con la sua risurrezione Gesù ci riconcilia col Padre e ci accompagna verso di Lui nel cammino della nostra vita.

Le parole di Gesù sono una promessa e una profezia che inizia a compiersi nel momento in cui viene pronunciata. Gesù viene a noi come dono del Cielo alla luce del quale leggere con speranza anche gli eventi drammatici che potrebbero indurci a pensare di essere stati abbandonati. Non vi lascerò orfani: verrò da voi.

La Chiesa: Fondamento Apostolico e Comunità Aperta

La Crisi della Prima Comunità e il Concilio di Gerusalemme

La prima Lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, narra di come la prima comunità cristiana ha affrontato una crisi interna. Alcuni avevano preso l’iniziativa di spacciare per regola il fatto che i non circoncisi dovessero farsi circoncidere per dirsi cristiani, imponendo di sottomettersi alla legge. A questa imposizione si opponevano apostoli del calibro di Paolo e Barnaba, i quali per primi si erano resi conto di come la grazia di Dio aveva preceduto la loro opera evangelizzatrice e i pagani erano venuti alla fede prima del loro intervento.

Nel cosiddetto Concilio di Gerusalemme, tutti gli apostoli si radunano insieme, pregano, invocano lo Spirito Santo, raggiungono un’intesa e danno indicazioni chiare: il Vangelo è veramente per tutti e nessuno se ne deve dichiarare padrone. Il primato va dato alla fede quale accoglienza della parola del Vangelo che da sola basta ad attivare il processo di apprendimento e di assimilazione del Vangelo operato dallo Spirito Santo. La comunità cristiana, nella misura in cui i suoi membri insieme si dispongono all’ascolto della Parola di Dio con umile obbedienza, viene visitata da Dio e assistita nelle sue scelte dallo Spirito Santo.

Immagine del Concilio di Gerusalemme

La Visione della Nuova Gerusalemme dall'Apocalisse

Il brano dell’Apocalisse offre una solenne visione che Giovanni ha della realtà della Chiesa proiettata soprattutto negli ultimi tempi, la nuova Gerusalemme, potremmo dire, la chiesa degli ultimi tempi, il paradiso, la Chiesa della grazia. Questa Chiesa si manifesta con immagini molto significative:

  • È posta su dodici basamenti, che sono il segno dei dodici apostoli. Dunque, la Chiesa non è una comunità anarchica dove ognuno si alza e vuol fare il direttore d’orchestra, ma è fondata sugli apostoli e sui loro successori, un ruolo insostituibile. Non è possibile farsi una chiesa “fai da te”.
  • Questo edificio misterioso è ricco di porte: a oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. Questa abbondanza di porte sta a significare l’apertura che la Chiesa deve avere verso tutti.
  • «Non vidi alcun tempio in esse perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio.» Noi veniamo qui nel tempio per lodare il Signore e ascoltare la sua parola, ma il Signore non sta solo qui dentro. Siamo noi il tempio del Signore; la vita e la storia sono i luoghi dove si rende presente il Signore, dove portiamo la sua presenza con la nostra vita. La caratteristica della Chiesa è che non si chiude, non si isola nel tempio.
  • La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna, non c’è bisogno né della luce del giorno né di quella della notte perché la gloria di Dio la illumina.

Amandoci gli uni gli altri nello Spirito Santo edifichiamo la Chiesa che è il Corpo di Cristo, del quale ogni battezzato è un membro. Se l’altro nome dello Spirito Santo è la Pace, l’altro nome della Chiesa è comunione.

L'Amore Concreto e la Gioia Piena

Rimanere nell'Amore e Generare Vita

Gesù ci invita: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.» Dio è amore. La sua indicibile vita non è altro che amore. Rimanere nell'amore vuol dire scoprire che, prima dell’amore attivo, quello donato da noi, c’è l’amore passivo, quello ricevuto; prima dell’amare c’è il lasciarsi amare, il rimanere avvolti, permeati, intrisi dall’amore di Dio. Il Comandamento è uno solo: quello dell’Amore. Chi non ama, fratelli e sorelle, non vive.

Noi siamo chiamati ad amare con i fatti, evitando di rimanere soltanto nella sfera delle idee e delle pie intenzioni. Come una coppia che si ama talmente tanto da generare una nuova vita, così noi siamo chiamati a vivere la fecondità dell’Amore, una capacità di generare nuova vita che è più ampia e grande rispetto a quella biologica. Lo Spirito Santo ci assiste in quest’arte dell’amore, aiutandoci a riconoscere in Dio il primato della nostra gratitudine e del nostro amore. Questo è il mistero bello della Vita Cristiana che Gesù è venuto ad annunciarci e a darci la possibilità di vivere attraverso il dono dello Spirito Santo.

Che cosa significa Paraclito? Commento a Gv 14, 15-21

La Perfetta Letizia e la Gioia Radicata

Gesù ha detto: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.» Questa gioia che Gesù ci dona è piuttosto uno “stato dell’essere” che non dipende dalle circostanze esterne. San Francesco la definì “perfetta letizia”. Questa gioia perfetta, “assoluta”, ossia sciolta da prestazioni e legami, non risiede nella positività della vita o nell’assenza di prove e sofferenze, ma piuttosto dalla negatività “assunta” e accolta. È solo questione di integrazione delle proprie ombre e al contempo di disidentificazione con le medesime: io-non-sono-tutto-ciò che la vita mi riserva. Etty Hillesum, poco prima di morire ad Auschwitz, scriveva di ospitare in sé una “curiosa specie di triste letizia”, convinta che si può ben soffrire senza per questo cadere nella disperazione, se si ha una forza interiore che vede il mondo esterno come una serie di accidenti incapaci di rivaleggiare con la beatitudine inalienabile della nostra interiorità.

Il Risorto porta in dono la familiarità con Dio Padre. Apprezzeremo il valore del dono solo quando restituiremo all’Amore il posto che gli spetta. Amore vuol dire comunione e armonia. Chi ascolta la parola di Gesù impara ad apprezzare il valore di ogni singola persona alla quale mai deve essere anteposta qualcosa di materiale. Impariamo ad amare quando apprendiamo l’arte della gratitudine, virtù per la quale diamo il primato alle persone piuttosto che a ciò che esse hanno dato o tolto.

L'Esempio di Maria e l'Invitazione alla Docilità

In questo tempo pasquale e in questo mese di maggio, guardiamo a Maria, colei che ha vissuto fino in fondo la presenza di Dio nella sua vita. Ha accolto la Parola, ha camminato nella fede, ha custodito la pace anche sotto la croce. Maria non ha preteso di capire tutto, ma ha creduto. Non si è lasciata prendere dal turbamento, ma si è affidata. È diventata la dimora per eccellenza del Signore. Affidiamoci a lei. Chiediamole di insegnarci ad ascoltare e ad amare Gesù come ha fatto lei, a lasciarci guidare dallo Spirito, ad accogliere la pace che solo il Signore può dare. Così anche noi potremo diventare, giorno dopo giorno, dimora viva di Dio nel mondo. Che la Vergine Santa ci aiuti a diventare strumenti dell’amore del suo Figlio affinché il mondo intorno a noi possa conoscere la vera pace.

Signore Gesù, Figlio di Dio e nostro fratello, Tu sei la promessa del Padre con la quale si è impegnato a donarci la gioia della vita eterna. Quando divergenze di opinioni sfociano in tensioni, causate dai pregiudizi, vieni in aiuto alla nostra debolezza che ci induce a cedere al peccato. Lo Spirito del consiglio ci suggerisca sentimenti di bontà e ci disponga al dialogo per cercare insieme le vie d’uscita dalle crisi aiutandosi reciprocamente a conoscere e a fare la volontà di Dio. La preghiera corale e comunitaria ci educhi a lasciarci armonizzare dallo Spirito Santo per essere voce dell’unica Parola che dà Pace. Rendici, come Te, accoliti dello Spirito per essere docili alla sua guida. Con gioia uniamo le nostre voci a quelle del Salmo, dicendo: «Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti». Signore, donaci la tua pace. Preparandoci alla comunione diremo: «Agnello di Dio che togli i peccati del mondo dona a noi la pace».

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